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L'arduo compito dello stato di pulizia

Finalmente in Italia si parla di evasione fiscale, una piaga che mediamente fa mancare alle casse pubbliche 110 miliardi l’anno, peggiorando il debito pubblico e facendo mancare le risorse necessarie a progetti sociali e ambientali di importanza strategica. E bene ha fatto Eugenio Mazzarella a porre l’accento sul fatto che il problema non si risolve con iniziative tanto impressionanti quanto inefficaci, ma con provvedimenti che sanno colpire alla base le cause dell’evasione.

Bella l’espressione “stato di pulizia” a indicare che l’evasione è frutto di decadimento morale, civico, amministrativo, una triade che spinge a considerare lo stato un nemico da truffare, piuttosto che la comunità da curare. Allora è chiaro che per vincere la battaglia dell’evasione fiscale bisogna agire contemporaneamente su più piani. Quello della spesa pubblica per eliminare le inefficienze e gli sprechi che minano il rapporto di fiducia fra stato e cittadini.

Quello educativo per ricostruire il senso di rispetto e di coesione sociale senza il quale non esiste convivenza civile. Quello contributivo per rendere il prelievo al tempo stesso equo, semplice e certo, precondizioni per ottenere non solo l’adesione, ma la collaborazione dei cittadini. Molti governi, infatti, stanno sperimentando che l’evasione non si vince contro, ma con i cittadini.

Analizzando l’ultimo rapporto sull’economia non osservata, redatto dal Ministero dell’economia, si constata che tre voci formano, da sole, circa l’80% dell’evasione fiscale: evasione dell’Irpef (36,5%), evasione dell’Iva (33%), evasione dei contributi sociali (10%). Per ognuna di esse vanno individuate misure di contrasto specifiche. L’evasione contributiva si riferisce al mancato pagamento all’Inps dei contributi sociali. Nel 2016 si è trattato di 11,2 miliardi di euro leggermente in salita rispetto al 2013 quando era a 10,3 miliardi. Complessivamente il corrispettivo salariale su cui nel 2016 non sono stati versati i contributi sociali ammonta a 29 miliardi di euro e rappresenta il 5,9% di tutti i salari lordi pagati nell’anno. Assunzioni in nero, verrebbe fatto di pensare. E in parte sicuramente si tratta di compensi a lavoratori totalmente sommersi. Ma il rapporto avverte che oltre al lavoro nero esiste anche il lavoro grigio, lavoro con un paravento di regolarità, che in parte, però, è pagato in forma irregolare. Complessivamente il rapporto ritiene che la proporzione dell’evasione si distribuisce quasi equamente tra sommerso totale e parziale. Ritiene anche che il lavoro parzialmente sommerso sia favorito dall’esistenza di una pletora di contratti atipici che permettono al datore di lavoro di scegliere quello meno oneroso al solo scopo di avere una copertura di legalità in caso di controlli. Se ne deduce che per un’azione efficace contro l’evasione contributiva serve sia una rivisitazione delle forme di contratto atipiche oggi ammesse dalla legge, sia un rafforzamento delle forme ispettive. Nell’ultimo decennio il numero di aziende ispezionate è andato progressivamente calando passando da 342.363 nel 2007 a 144.163 nel 2018. Attualmente in tutta Italia il numero degli ispettori si aggira sulle seimila unità ed anche se sono previste 1800 nuove assunzioni, si tratta sempre di una dotazione inadeguata al compito da assolvere.

L’evasione dell’Iva si distingue in imposta non dichiarata e imposta dichiarata ma non versata. Nel 2017 la prima è stata pari a 27 miliardi, la seconda a 10 miliardi. Complessivamente si è trattato di un mancato gettito pari al 27,4% dell’imposta potenziale. Rispetto al 2012, nel 2017 l’IVA non incassata è cresciuta di quasi un miliardo. Per arginare la falla recentemente si è deciso di adottare la fatturazione elettronica mentre si sta pensando di imporre limiti all’uso del contante a favore dei pagamenti tracciabili con carte di credito. Nel 2017, sulla falsariga di quanto era già stato sperimentato in altri paesi europei, la legge di bilancio varò anche la lotteria degli scontrini. Ora questo governo sembra intenzionato a farla partire. In pratica ogni scontrino, in base al suo valore, darà diritto ad ottenere dei biglietti da estrarre in una lotteria dedicata. Il Portogallo è il paese europeo in cui la misura ha incontrato il maggiore successo. Introdotta nel 2014, la "fatura da sorte", ha visto un’adesione crescente all’iniziativa, facendo triplicare in cinque anni, il numero degli scontrini emessi.

Contemporaneamente è stata anche data la possibilità ai cittadini di poter dedurre dalle proprie imposte il 15% del valore dei servizi acquistati con fattura da veterinari, meccanici, saloni di bellezza, ristoranti. Anche il governo italiano sta progettando una misura analoga, ma solo per gli acquisti effettuati con moneta elettronica, che sembra volta più a incoraggiare l’uso dei pagamenti elettronici che a collaborare contro l’evasione fiscale. Per una lotta su grande scala contro l’evasione dell’Iva sarebbe utile estendere le detrazioni a tutte le collaborazioni professionali e con qualsiasi mezzo di pagamento.

E il tema delle detrazioni ci porta all’ultima grande voce evasa che è quella dell’Irpef. Il rapporto dice chiaramente che a evadere l’imposta sul reddito delle persone fisiche sono principalmente i lavoratori autonomi. Su un totale di Irpef evaso nel 2016 pari a quasi 40 miliardi di euro, l’85% era attribuibile ai lavoratori autonomi. Dunque serve la collaborazione dei cittadini per permettere all’erario di determinare i redditi di queste categorie e ottenere la loro parte di contribuzione. Ma un’altra misura che ormai molti invocano per fare emergere l’evasione è la così detta verifica di congruità, che significa appurare se c’è coerenza fra redditi dichiarati e tenore di vita. Se una persona che non presenta dichiarazione dei redditi perché si ritiene esente, poi possiede una casa di categoria alta, un’auto di lusso e un conto in banca sostanzioso, qualche problema forse c’è. Di qui l’idea di chiedere a tutti i nuclei familiari, di compilare periodicamente il proprio stato patrimoniale e reddituale, per permettere allo stato di conoscere la condizione in cui versa ogni famiglia italiana e poter quindi agire di conseguenza. Non solo il diritto di chiedere il versamento di un’imposta se il valore reddituale e patrimoniale è al di sopra di un certo livello, ma anche l’obbligo di versare un sussidio a chi risulta al di sotto di una certa soglia. Una sorta di reddito di cittadinanza automatico e incondizionato, magari associato allo svolgimento di lavori socialmente utili da effettuare al servizio di enti locali o associazioni di volontariato accreditate. A ricordarci che il compito primario dello stato è garantire l’equità e la dignità di ogni cittadino, chiedendo a tutti di concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva come prescrive l’articolo 53 della Costituzione.

(pubblicato da Avvenire il 31 ottobre 2019)

La lotta all’evasione è indispensabile

C’è un mantra che sta rovinando l’Italia da più di vent’anni, in un Paese ipocrita da sempre, e da sempre diviso fiscalmente tra "furbi" e "fessi". Con la politica anche in queste ore dilaniata (se di governo) e mobilitata (quando di opposizione) a carezzare i "furbi", e mai a porsi davvero il problema dei "fessi".

E questo mantra è: «Meno tasse». Che nessuno è mai in grado di abbassare, perché per farlo bisognerebbe farle pagare ai cosiddetti "furbi", cioè i fiscalmente disonesti, e nessuno lo vuol fare, perché il calcolo è sempre la meschinità della propria partita IVA elettorale: "Quanto mi costa in termini di consenso?". E così le tasse continuano a pagarle, come devono, i "fessi" cioè soprattutto (anche se non solo) i cittadini a reddito fisso e i pensionati.

Molto pochi – e tra questi il giornale che accoglie queste note – hanno il coraggio di dire che quel «meno tasse», su chi effettivamente le paga, e che davvero meriterebbe di pagarne meno, se venisse attuata stante l’attuale evasione, vorrebbe dire meno scuola, meno università e ricerca, meno insegnanti e docenti, cioè, quelli che insegnano ai nostri figli; meno sanità pubblica, quella che cura tutti anche i più poveri; meno forze dell’ordine e meno vigili del fuoco (quelli che ci lasciano la pelle per noi, quando va male); meno trasporti pubblici (quelli su cui in più di mezz’Italia imprechiamo ormai la mattina quando andiamo a lavoro); meno welfare per le famiglie, i deboli e i più deboli (che non sappiamo a chi lasciare).

Nessuno o quasi, poi, ha il coraggio di dire che siamo largamente una società di ipocriti, che ruba il presente e il futuro a se stessa e ai propri figli. E che vilmente, con disonestà intellettuale negli argomenti del dibattito pubblico quando si cerca di argomentare la necessità di far pagare le tasse a quella o questa categoria di evasori ed elusori, mette in campo, legati sulle torrette dei carri armati della retorica, l’«evasione di necessità» del piccolo commerciante della Barbagia o del giovane che avvia una partita Iva, per difendere le vetrine di lusso e le partite Iva che frazionano la loro attività per ritrovarsi al di sotto della soglia utile della flat tax, e interi comparti che statisticamente le tasse le evadono o le eludono in misura che non ha pari nel mondo civilizzato. E ogni volta che si parla di qualche misura che contrasti in modo più incisivo l’evasione, tira fuori lo «Stato di polizia».

Argomento patetico in un Paese che non riesce neanche a pagare come meritano i poliziotti e i carabinieri per l’ordinaria amministrazione della sicurezza pubblica. Studi, che nessuno può smentire, dicono ad esempio che l’IRPEF pesa sempre di più su lavoratori e pensionati, fino all’83%, mentre negli ultimi 15 anni è invece calato il contributo di autonomi, imprenditori e beneficiari di redditi da partecipazione.

Con una giungla di detrazioni e deduzioni e numerose situazioni paradossali che colpiscono i contribuenti a ridosso delle soglie di esenzione, a partire dai circa 5 milioni di incapienti che non riescono a godere delle agevolazioni. È l’ingiustizia messa a norma, difesa in una comunicazione pubblica e politica tutta impegnata a far capire al Paese fiscalmente 'disonesto' – e in gran parte non per necessità, ma per vocazione – che nulla cambierà e che 'chi sa' può stare tranquillo.

Il messaggio «meno tasse» funziona erga omnes, perché dice al Paese dei 'fessi' che le pagano 'avete ragione, non se ne può più', e al Paese dei furbi 'state tranquilli, non ve le farà pagare nessuno'. In un Paese diviso, dove in modo sordo moltissimi 'rubano' agli altri, fa sentire a ognuno quel che vuol sentire. E anche la distinzione 'grandi' e 'piccoli' evasori, su cui si può fare ogni ragionevole valutazione, vale fino a un certo punto. Perché chi è il 'grande' evasore? La multinazionale, che è piuttosto un grande elusore che va colpito come misure idonee? Un signore che evada 50mila euro annui, che non è certo l’evasione o l’elusione milionaria, che lo faccia per trent’anni avrà goduto in quel periodo di un reddito aggiuntivo di un milione e mezzo esentasse: i suoi figli avranno scuole migliori, sanità migliore, vita migliore e magari tre o quattro appartamenti in eredità quando sarà il momento, più dei figli dei tanti che questa franchigia fiscale fai-da-te non l’hanno goduta.

Ma come credete che si sia creata la ricchezza privata degli italiani mentre cresceva il loro debito pubblico? Con la loro sola propensione al risparmio? O in quel risparmio (e nel debito pubblico) non è confluita la franchigia fiscale di massa garantita spudoratamente a milioni di soggetti fiscali? A mio parere una buona misura per recuperare parte di questa franchigia potrebbe essere, nella successione ereditaria, la tassazione dei beni mobili e immobili con aliquote significative in analogia al rientro dei capitali all’estero, sulla parte incoerente e ingiustificata con i redditi dichiarati nella storia fiscale del nucleo familiare.

Insomma se un contribuente ha dichiarato nella sua vita fiscale due milioni di reddito e lascia beni ingiustificati dalla capacità di risparmio di quella storia fiscale qualche problema ci sarà o no? Una norma del genere basterebbe da sola a far dichiarare redditi più credibili, come pure una norma che impegnasse a segnalare ogni acquisto rilevante all’Agenzia delle entrate, perché valuti se è compatibile con la storia fiscale degli ultimi dieci o vent’anni dell’acquirente. Stato di polizia? Ma no! «Faciteme ’o piacere», direbbe il mio Totò. Stato di pulizia, piuttosto. Perciò ben venga la determinazione del governo Conte a impegnarsi contro l’evasione fiscale. L’Italia sarà un Paese che cambia solo se cambierà su questo terreno. Il resto sono chiacchiere.

Eugenio Mazzarella
(tratto dal sito avvenire.it – 22 ottobre 2019)

La cultura fiscale per battere l’evasione

Continua ad allargarsi drammaticamente la forbice fra i ricchi e poveri, con un conseguente impantanamento di coloro i quali addensano l’area sociale del profondo disagio economico, dell’insicurezza percepita e, inevitabilmente, anche di vecchie e nuove forme di criminalità. In Italia l’attenzione a questi temi ha vivacizzato il dibattito interno degli ultimi tempi, coinvolgendo economisti, sociologi, forze sindacali, facendo emergere la progressiva perdita di capacità redistributiva del nostro sistema fiscale.

Le «fughe» dall’IRPEF, che il legislatore ha prodotto attraverso la vasta gamma di redditi soggetti a tassazione sostitutiva, così come gli alti tassi di evasione ed elusione fiscale, hanno contribuito a far sì che l’IRPEF si trasformasse in un’imposta speciale sul lavoro dipendente e sulle pensioni.

È ormai convinzione diffusa, peraltro, che se si vuol far ripartire la domanda interna per stimolare la crescita economica bisognerebbe mettere più soldi nelle tasche dei ceti oggi maggiormente in difficoltà. Qualche risultato può derivare dal reddito di cittadinanza che va tuttavia ripensato perché sia destinato solo a chi ne ha effettivo bisogno.

Il problema è che stiamo parlando di un Paese, l’Italia, in cui l’economia sommersa e l’evasione fiscale, che ammontano a oltre 200 miliardi di euro l’anno, sottraggono risorse per efficaci interventi di sostegno sociale, producendo una profonda ingiustizia e costringendo imprese e cittadini a pagare imposte anche per chi non le paga. Ciò, inoltre, impedisce una riduzione progressiva e consistente del nostro debito pubblico, i cui elevatissimi livelli sono oggi a fatica sopportabili solo in virtù dei bassissimi tassi d’interesse.

Questa situazione compromette non solo le istanze di equità, ma la stessa stabilità sociale. Si rende, quindi, estremamente urgente intervenire con una riforma fiscale che sia in grado di esplicare effettivamente la funzione di redistribuzione costituzionale prevista dal principio di progressività, prelevando quote maggiori sui redditi più elevati, a vantaggio di una minore tassazione dei redditi più bassi.

Questo tema era stato affrontato, a suo tempo, dal ministro Tremonti, che aveva sostenuto la necessità di costruire un sistema di tassazione in grado di passare «dalle persone alle cose». Di ciò non si è più parlato negli anni successivi, anzi, sono spesso emersi segnali in direzione opposta. Ne è esempio emblematico l’eliminazione dell’Imu sulla prima casa «per tutti». Una manovra elettoralmente vincente, ma che ha determinato tagli in settori come quello della sanità e dell’istruzione che hanno colpito certamente i cittadini più deboli.

Si pone, poi, con estrema urgenza l’esigenza di affrontare alle radici il problema dell’evasione fiscale. La prossima legge finanziaria si propone il recupero di 7,5 miliardi con varie misure tra cui il contenimento dell’uso del contante (da 3.000 a 2.000 euro), l’incentivazione dei pagamenti elettronici che consentono la tracciabilità e l’inasprimento delle pene per i grandi evasori prevedendo anche il carcere. Tutti interventi condivisibili, ma per aggredire radicalmente il malvezzo dell’evasione occorrerebbero soprattutto iniziative in grado di diffondere una nuova «cultura fiscale», che porti la gran parte dei cittadini ad apprezzare chi paga le tasse e a condannare duramente chi non le paga.

Fortunatamente, in tale direzione qualcosa si sta muovendo. I commercialisti di Milano, ad esempio, hanno ideato un progetto, con tanto di cartoni animati e di vademecum del piccolo contribuente, per spiegare ai bambini delle scuole elementari perché è importante contrastare la cultura dell’evasione fiscale.

Iniziative analoghe sono portate avanti dalla stessa Agenzia delle Entrate e da ammirevoli insegnanti in molte scuole, mettendo in evidenza la gravità del reato di evasione fiscale. È doveroso, però, che del problema si faccia carico «direttamente» il ministero dell’Istruzione, prevedendo che in tutte le scuole di ogni ordine e grado siano sistematicamente accompagnati i ragazzi, con iniziative di vario tipo, lungo il cammino dell’educazione civica fiscale.

(tratto da L’Eco di Bergamo del 18 ottobre 2019)

Le intenzioni del Governo nella lotta all’evasione fiscale

“Il vero problema, endemico, del nostro Paese, è la maggiore iniquità, bisogna pagare tutti per pagare meno tasse. Mi sto convincendo che bisogna intervenire radicalmente. Non si tratta di una singola misura, stiamo lavorando a un provvedimento complessivo come mai è stato fatto in passato. Voglio preparare gli italiani: se riterremo, dopo aver effettuato le simulazioni, che sia percorribile, chiedo un patto con tutti i cittadini onesti, di accettare questa sorpresa, questo provvedimento innovativo, per pagare meno tutti. Se vogliamo una svolta radicale, non bastano i palliativi.”

Giuseppe Conte – Presidente del Consiglio dei Ministri – 24 settembre 2019

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“L'estensione della tracciabilità delle transazioni economiche con lo scontrino elettronico e come noi auspichiamo, con incentivi, e sottolineo incentivi, all'uso delle carte elettroniche, per il pagamento da parte dei consumatori possono costituire una strada molto importante e fruttuosa. L'obiettivo è recuperare un ammontare di risorse significativo e cruciale per finanziare gli impegni rilevantissimi che attendono il Paese nella prospettiva della legge di Bilancio per il 2020. Non è vero che abbattere l'evasione fiscale in Italia sia una missione impossibile. L'evasione fiscale è un grande problema del Paese, ogni anno sono 110 miliardi l'ammontare delle imposte sottratte al fisco e all'INPS, ma l'assestamento 2019 dà notizie confortanti, con 2,5 miliardi di maggiori entrate tributarie, legate al recupero dell'evasione fiscale connesso all'introduzione della fatturazione elettronica nel nostro Paese.”

Antonio Misiani – Viceministro dell’Economia – 24 settembre 2019

Ridurre drasticamente l’evasione fiscale

Le differenze si acuiscono sempre più. Ecco perché al centro va messa la questione della giustizia fiscale.

(…)

Se si riduce drasticamente l’evasione fiscale allora ci si può dedicare alla scuola e alla sanità, si possono ridurre le ingiustizie, sveltire la burocrazia … tutto quello su cui riflette chi ama il Paese. Perché senza i mezzi per fare, si illude il Paese e l’Italia non guarirà mai.

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Contraddizioni e opportunità dalla lotta all’evasione

Tratto dal Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica - Corte dei Conti - 29 maggio 2019

È ben noto come la dimensione dell’evasione fiscale in Italia raggiunga livelli non comparabili con quelli degli altri Paesi sviluppati. Nella sconfortante classifica del tax gap stimato per l’IVA, la Commissione europea per il 2016 colloca l’Italia al terzo poco onorevole posto della graduatoria, preceduta soltanto dalla Romania e dalla Grecia, con un valore di 25,90 contro una media dei 28 stati dell’Unione del 12,3 e un valore mediano del 9,9. Analoghi risultati su base comparativa si traggono per il settore dell’imposizione sul reddito.

È del tutto ovvio, pertanto, che con un tale livello di evasione e nonostante un sistema fiscale non dissimile da quello adottato dai principali Paesi sviluppati, l’azione di contrasto dell’evasione fiscale debba costituire un elemento centrale nella complessiva strategia di salvaguardia dei conti pubblici e di rilancio dell’economia attraverso la riduzione del carico fiscale. In tal senso, del resto, si è espresso anche il DEF 2019, nella considerazione che l’elevato carico fiscale e lo scarso adempimento tributario continuano a frenare la crescita economica. È indubbio, pertanto, come la dimensione dell’evasione fiscale costituisca per il nostro Paese un grave problema. Ma proprio per questo, per la sua abnorme dimensione finanziaria attuale, la sua progressiva riduzione può costituire una grande opportunità, mettendo a disposizione della finanza pubblica nuove, ingenti risorse tali da consentire l’auspicata riduzione delle aliquote fiscali e, attraverso di essa, contribuire in modo determinante al rilancio dei consumi, alla crescita dell’occupazione e allo sviluppo complessivo del sistema economico. Le strategie attraverso le quali realizzare l’obiettivo della riduzione dell’evasione sono ormai ben note. Esse vanno dall’ampio uso delle tecnologie, in chiave soprattutto preventiva e persuasiva e non solo ai fini dei controlli successivi, alle misure volte a far emergere spontaneamente le basi imponibili, fino a una più equilibrata e razionale disciplina delle conseguenze che derivano dall’inadempimento degli obblighi di legge, oggi troppo spesso interpretati da una parte dei contribuenti in chiave meramente esortativa piuttosto che di vera e propria violazione delle regole. Quanto all’impiego delle nuove tecnologie, la strada intrapresa negli ultimi anni dal legislatore prevede l’introduzione della fatturazione elettronica, già operativa dall’inizio del 2019, e la memorizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi (che sarà avviata dal 1° luglio prossimo per le imprese con volume d’affari superiore a 400.000 euro e dal 1° gennaio 2020 per le altre imprese). Si tratta di una scelta, già condivisa dalla Corte, che può portare a un sensibile ridimensionamento del fenomeno evasivo [5].

Vanno, tuttavia, segnalati i rischi che l’attuale impianto normativo presenta per l’efficace funzionamento di un sistema finalizzato alla prevenzione e repressione basato su tali misure. In primo luogo, non può essere ignorato come l’estensione del regime forfetario fino a 65.000 euro di ricavi e compensi introdotto dal gennaio del 2019, oltre agli altri effetti negativi che anche la Corte ha nel recente passato sottolineato [6], rechi un vulnus al sistema di contrasto dell’evasione incentrato sulla fatturazione elettronica per almeno tre ordini di ragioni. Anzitutto, per effetto dell’esonero dalla fatturazione elettronica attiva dei soggetti in regime forfetario si è determinata una vasta zona d’ombra nel sistema appena avviato, data la numerosità dei contribuenti interessati, basti pensare che, secondo i datti diffusi dal MEF, il 53 per cento delle nuove partite IVA sceglie il regime forfetario e che il numero di soggetti ricompresi in tale regime ha ormai raggiunto quasi i due milioni e si avvia a costituire la parte maggioritaria di coloro che svolgono attività indipendenti in forma individuale. In secondo luogo, perché l’obiettivo di collocarsi e permanere entro il limite stabilito per il regime forfetario potrebbe determinare un ulteriore incentivo al nero o, comunque, indurre a un rinvio del momento di contabilizzazione di ricavi e compensi. In terzo luogo, perché per il soggetto rientrante in tale regime verrebbe meno l’interesse a documentare le componenti passive del reddito, beneficiando egli di un abbattimento forfetario che prescinde dall’effettività dell’onere sostenuto. Né convincente appare l’obiezione di chi rileva come l’esclusione dei forfetari dalla fatturazione elettronica sia conseguente all’autorizzazione accordata in sede comunitaria, se si considera che la stessa è stata riferita a una soglia di ricavi e compensi di gran lunga inferiore a quella poi stabilita dal legislatore nazionale.

Quanto all’obbligo di contabilizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi, della quale, come ricordato, è prevista l’attivazione dal prossimo luglio per le imprese con ricavi superiori a 400 mila euro e dal gennaio 2020 per la generalità delle altre imprese, la Corte ha già messo in evidenza due profili di decisivo rilievo. Da un lato, va avvertita la necessità che il processo di telematizzazione non subisca rinvii e venga confermato il calendario di attivazione già previsto e ribadito nel DEF. Dall’altro, va mantenuta, superando prevedibili sollecitazioni, l’inclusione delle imprese in regime forfetario nell’obbligo di trasmissione telematica dei corrispettivi dal prossimo gennaio. Tale inclusione è del tutto coerente con il sistema previgente, che obbligava alla certificazione dei corrispettivi tutti i soggetti, indipendentemente dal regime adottato e dalla dimensione economica posseduta. Una loro esclusione avrebbe effetti pregiudizievoli per il funzionamento dell’intero sistema, data la numerosità degli stessi, e potrebbe non essere coerente con le previsioni di gettito a suo tempo formulate, tarate sull’intera platea di soggetti tenuti alla certificazione dei corrispettivi. Sempre con riguardo alle strategie che possono contribuire ad un significativo contenimento dell’evasione e in correlazione al più diffuso utilizzo delle tecnologie informatiche, non andrebbero trascurati i benefici che potrebbero derivare, in termini di emersione di basi imponibili occultate e di innalzamento del livello complessivo della legalità economica, da una revisione degli attuali limiti di utilizzazione del contante e degli obblighi di pagamento tracciato per talune operazioni nonché, più in generale, da misure volte a favorire l’impiego di strumenti di pagamento elettronico.

Quanto ai limiti di utilizzazione del contante, l’attuale soglia di 3.000 euro appare alquanto elevata e poco coerente con i pagamenti ordinariamente effettuati dai consumatori italiani, che per la gran parte si collocano ben al di sotto della citata soglia, e con le stesse caratteristiche dell’evasione che, come è noto, si concentra essenzialmente nelle componenti positive dei ricavi e dei compensi. Andrebbe dunque valutata la modificazione del limite di legge, allo scopo di ricomprendere nell’obbligo la parte più significativa dei pagamenti effettuati da e verso gli operatori economici. Relativamente agli obblighi di pagamento tracciato per talune tipologie di erogazioni, si ricorda che, dopo l’abrogazione dell’obbligo di pagamento tracciato dei canoni di locazione di immobili abitativi [7] e di quello relativo alle prestazioni rese in adempimento di un contratto di trasporto di merci su strada [8], nell’ordinamento sussiste l’obbligo di pagamento tracciato unicamente per le retribuzioni erogate dai datori di lavoro [9], configurandosi viceversa in termini di mero onere il pagamento mediante speciale bonifico previsto per la fruizione delle detrazioni relative a interventi di ristrutturazione edilizia e per il risparmio energetico. Pure andrebbero valutate possibili estensioni delle ritenute fiscali correlate agli obblighi di pagamento tracciato, analogamente a quanto è attualmente previsto per la detraibilità delle spese relative agli interventi suddetti. 

Sempre con riguardo all’uso delle moderne tecnologie informatiche e telematiche va ricordata la prevista “lotteria dei corrispettivi”, di cui all’art. 1, comma 540, della legge n. 232 del 2016 che, dopo reiterati rinvii [10], dovrebbe essere operativa dal 1° gennaio 2020 e consentirà, previa rilevazione del codice fiscale dell’acquirente consumatore finale all’atto del pagamento, di partecipare (in modo proporzionato all’entità dell’acquisto ed incrementato in caso di pagamento elettronico) ad una lotteria con estrazioni mensili e annuali caratterizzate da premi di rilevante entità. L’auspicio è quello che, in analogia a quanto già avvenuto in Paesi che si caratterizzavano per livelli di evasione marcati (è il caso, in particolare, del Portogallo), l’incentivo valga a diffondere la corretta contabilizzazione dei corrispettivi. Oltre a tale già prevista iniziativa, potrebbero essere esplorate ulteriori misure di incentivazione dei pagamenti mediante carte di debito o di credito direttamente ad opera degli operatori finanziari, introducendo sistemi di estrazione in tempo reale di premi collegati all’operazione di pagamento, ciò in particolar modo nei casi di pagamenti effettuati a favore di operatori economici di contenute dimensioni, presso i quali si osserva una più frequente violazione degli obblighi di emissione del documento fiscale. Un sistema direttamente governato dagli operatori finanziari avrebbe il pregio di poter fornire immediata risposta sia all’esercente che al consumatore, esercitando su entrambi una forte spinta ad utilizzare il mezzo di pagamento elettronico. 

Altri strumenti, pur sempre legati alla tecnologia, attengono all’utilizzazione più efficace delle banche dati e, segnatamente, dell’archivio dei rapporti finanziari di cui all’art. 11 del DL n. 201 del 2011. Tale archivio finora è stato utilizzato solo marginalmente ai fini del contrasto dell’evasione. Oggi, dopo le modifiche apportate alla norma dall’art. 16-quater del DL n. 119 del 2018, sembra prefigurarsi un uso più ampio di tale banca dati, ma pur sempre finalizzato allo svolgimento di analisi di rischio per i successivi controlli. Tale impostazione appare riduttiva rispetto alle potenzialità dello strumento, che potrebbe essere opportunamente utilizzato in via sistematica e persuasiva già nella fase dell’adempimento spontaneo (dichiarazione e versamento delle imposte), analogamente a quanto lo stesso art. 11 prevede per la compilazione della dichiarazione ISEE. 

Altri aspetti sui quali pure dovrebbe svilupparsi una riflessione sono quelli dell’attuale regime giuridico che disciplina gli obblighi dichiarativi. È infatti, evidente, come l’estensione dell’istituto del ravvedimento, oggi possibile senza limiti di tempo e anche dopo l’avvio dell’indagine tributaria, ha fatto perdere di rilievo il momento della dichiarazione, senza che ciò sia stato controbilanciato da una maggiore capacità operativa dell’Amministrazione fiscale, la cui intensità di azione è, al contrario, risultata negli ultimi anni indebolita. Ed è proprio il funzionamento dell’Amministrazione fiscale che costituisce il terzo aspetto della strategia di riduzione dell’evasione, insieme all’uso delle tecnologie e delle banche dati e alla salvaguardia del principio dell’adempimento spontaneo, sul quale continuano a fondarsi i moderni sistemi fiscali. Al riguardo la Corte deve segnalare la crescente flessione che si è registrata negli ultimi anni nelle effettive potenzialità operative espresse dell’apparato di controllo, ripetutamente distolto dalle ordinarie attività dal susseguirsi di misure straordinarie quali voluntary disclosure 1 e 2, reiterate ‘rottamazioni’ delle cartelle, chiusura delle liti fiscali pendenti, ecc. 

È bene sottolineare il ruolo strategico che continuerà a dover rivestire l’Amministrazione per il corretto funzionamento del sistema fiscale anche dopo che sarà a regime l’auspicata evoluzione tecnologica. Va, infatti, considerato che i fenomeni evasivi attuali, ancora oggi in gran parte incentrati sul facile occultamento di ricavi e proventi, evolveranno sempre più frequentemente verso tecniche evasive più sofisticate e complesse. Per il loro contrasto, dunque, ancora di più sarà necessario disporre di un apparato numericamente adeguato e in possesso di elevata qualificazione e motivazione professionale. Sotto tale profilo la percezione che ha la Corte dello stato in cui versa l’Amministrazione finanziaria non appare pienamente rassicurante.

Maggio 2019
Corte dei Conti

NOTE

[5] Da ultimo con la Relazione per l’Audizione del Presidente della Corte dei conti presso le Commissioni congiunte bilancio del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati nell’ambito delle audizioni preliminari all’esame del Documento di economia e finanza per il 2019 (deliberazione n. 6/SSRRCO/AUD/19 del 16 aprile 2019).

[6] Disparità rispetto al trattamento riservato ai redditi non in regime forfetario, spinta al frazionamento produttivo e al nanismo imprenditoriale, aliquota marginale abnorme in caso di limitato superamento della soglia, ecc.

[7] L’obbligo è stato introdotto dal comma 1.1 dell’articolo 12, del DL n. 201 del 2011 e di fatto quasi mai applicato stante l’interpretazione della norma a suo tempo fornita dagli uffici ministeriali. La disposizione è stata poi formalmente abrogata dall’articolo 1, comma 902, della legge n. 208 del 2015.

[8] L’obbligo è stato previsto dall’articolo 32-bis, comma 4, del DL n. 133 del 2014 e abrogato dall’art. 1, comma 903, della legge n. 208 del 2015.

[9] Art. 1, commi 910 e seguenti, della legge n. 205 del 2017, in vigore dal 1° gennaio 2018.

[10] Art. 18 del DL n. 119 del 2018.

Meno tasse non significa meno evasione fiscale

La principale argomentazione utilizzata per “giustificare” l’evasione fiscale è l’eccessivo livello della pressione fiscale: le tasse sono troppo elevate e quindi è necessario evitare di pagarne almeno una parte. Chi propone questo ragionamento, tralascia di considerare l’ovvia conseguenza: se alcuni pagano meno imposte del dovuto, gli altri contribuenti sono costretti a pagare più tasse del necessario per coprire l’ammanco causato dai contribuenti meno onesti. Lo sanno bene, ad esempio, gli abitanti di un palazzo che si ritrovano a dover pagare le spese condominiali anche per la parte non coperta da alcuni inquilini per poter continuare ad usufruire di alcuni servizi, come l’acqua fornita a tuti gli appartamenti del condominio.

Tralasciando questo aspetto di evidente ingiustizia, per cui alcuni sono costretti a pagare anche per altri, in realtà la correlazione diretta tra pressione ed evasione fiscale non trova riscontro nei dati disponibili nel confronto tra le varie nazioni. A dicembre 2018 è stato pubblicato l’ultimo report dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) sulla pressione fiscale nei 36 Paesi membri relativa all’anno 2017. In testa alla graduatoria troviamo la Francia con la pressione fiscale più alta, corrispondente al 46,2% del Prodotto interno lordo (PIL). Seguono la Danimarca (46%), il Belgio (44,6%), la Svezia (44%) e la Finlandia (43,3%). Al sesto posto si colloca l’Italia con il 42,4%, seguita dall’Austria (41,8%). Dalla parte opposta della classifica troviamo: il Messico (16,2%), il Cile (20,2%), l’Irlanda (22,8%), la Turchia(24,9%), la Corea del Sud (26,9%) e gli USA (27,1%).

Se confrontiamo le percentuali sulla pressione fiscale con quelli sull’economia sommersa relativi al 2015, forniti dal Fondo monetario internazionale (FMI), possiamo verificare che non è possibile tracciare una correlazione diretta tra i due dati. Infatti ci sono Paesi con alta pressione e bassa evasione fiscale e al contrario Stati con bassa pressione e alta evasione fiscale. La Francia ha un’economia sommersa pari all’11,65% del PIL, la Danimarca ha il 14,7%, il Belgio il 17,8%, la Svezia l’11,74%, la Finlandia il 13,3% e l’Austria il 9,01%. Tutti i Paesi con tasse alte hanno un’economia irregolare relativamente contenuta, ad eccezione dell’Italia che ha un sommerso pari al 22,97% del PIL.

Rovesciando la classifica, l’economia nascosta del Messico corrisponde al 28,07% del PIL, benché la pressione fiscale sia minima. Discorso analogo si potrebbe fare per la Turchia con il 27,43% di attività irregolare. Un po’ meno consistente il dato della Corea con il 19,83%. Da questi dati sembrerebbe quasi rovesciata l’ipotetica equazione inziale, poiché nei Paesi con alta pressione fiscale si verifica una scarsa economia sommersa, mentre quest’ultima è elevata proprio laddove la tassazione è meno pesante. In realtà, anche questa correlazione risulta errata. Lo dimostrano i dati del Cile (13,16%), dell’Irlanda (9,58%) e soprattutto degli Stati Uniti, che hanno un’economia sommersa pari solamente al 7% del PIL.

Da questi confronti emerge con chiarezza la complessità del problema che ha molti aspetti e alcune variabili: la qualità dei servizi forniti ai cittadini nei vari Paesi grazie alle risorse raccolte con le imposte (per esempio negli USA ci sono poche tasse ma anche meno welfare), il grado di fedeltà alla cassa comune rappresentata dal fisco (sicuramente più elevata in Austria che il Italia), il livello di sanzioni penali per chi evade (negli USA si finisce in carcere, in Italia no), ecc. Insomma, le semplificazioni servono a poco, se si vuole capire e soprattutto migliorare la percentuale di partecipazione di tutti i cittadini al finanziamento della spesa pubblica.

In quest’ottica anche il dato sulla pressione fiscale va relativizzato, poiché è determinante sapere chi in effetti paga e non soltanto quanto si contribuisce in media: per esempio se a sostenere la spesa della comunità è la classe media o soprattutto i più ricchi, se viene tassato di più il reddito o il patrimonio, se le risorse vengo prelevate dai consumi o dalle rendite. Tutti i dati disponibili dimostrano che in Italia i più ricchi negli ultimi decenni hanno pagato sempre meno imposte, che le rendite sono tassate più dei redditi da lavoro e che il patrimonio è quasi esente da tassazione persino durante le successioni. Il che spiega probabilmente perché nel nostro Paese la disuguaglianza e la povertà sono in aumento. Ne consegue che servirebbe una seria riforma fiscale secondo i principi costituzionali di solidarietà e giustizia. Peccato che il Governo abbia lo sguardo rivolto dalla parte opposta, che è ben rappresentata dalla cosiddetta flat tax.

L’insostenibile leggerezza dell’Italia in Europa

L’insostenibile leggerezza dell’Italia in Europa

Quarto posto: sia tra i 28 Paesi nell’Unione europea (UE) sia tra i 36 Stati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). È la posizione – per nulla invidiabile – dell’Italia nelle classifiche dell’economia sommersa, stilate nel 2018 dal Fondo monetario internazionale (FMI). La “shadow economy” comprende tutte le attività che sono nascoste alle autorità ufficiali per motivi monetari, normativi e istituzionali: ad esempio l’evasione fiscale, l’elusione del quadro normativo e la corruzione delle istituzioni politiche. Pertanto, nella ricerca del FMI l’economia sommersa non comprende da un lato “le attività illegali o criminali” e dall’altro “il fai-da-te o altre attività domestiche”.

In Europa la maglia nera dell’economia nascosta spetta a Cipro, seguita da Malta e dalla Grecia. Tra i Paesi dell’OCSE svetta il Messico, poi la Turchia e la Grecia. Dopo la Grecia troviamo l’Italia in entrambe le graduatorie, che hanno come punto di riferimento i dati del 2015. Il FMI stima che l’economia sommersa dell’Italia sia stata del 22,97% rispetto al Prodotto interno lordo (PIL) nel 2015 e del 24,95% come media annua nel periodo dal 1991 al 2015. Dato che il PIL italiano nel 2015 è stato di 1.653 miliardi di euro, l’economia irregolare è calcolabile in 380 miliardi. Secondo il Centro Studi di Unimpresa , sulla base dei dati forniti dal  Ministero dell’economia e della finanza (MEF), le attività economiche non registrate hanno portato ad un mancato incasso per il fisco italiano di 107 miliardi di euro nel 2015, con una media annua tra il 2011 e il 2016 di 108 miliardi.

Negli ultimi mesi si è aperto uno spigoloso confronto tra UE e Italia sulla manovra economica, che ha come centro della discussione la percentuale di deficit prevista per il 2019. Il Governo italiano aveva ipotizzato il 2,4% ma è probabile che in realtà si scenda di qualche decimale, probabilmente fino al 2%. Tradotto in cifre significa che il bilancio dello Stato italiano chiuderà con un risultato negativo tra 41 e 34 miliardi di euro. Stupisce come nel merito si siano spese molte parole sul superamento dell’attuale legge sulle pensioni e sull’introduzione del reddito di cittadinanza e nulla si sia detto sulle strategie per far emergere l’economia irregolare, la cui tassazione vale il triplo del deficit previsto.

Il fatto che l’economia sommersa in Italia dal 1991 ad oggi sia rimasta sostanzialmente costante, non significa che non sia possibile cambiare la situazione. Gli altri Paesi europei sono la prova evidente: in Germania, Olanda, Regno Unito , Austria e Irlanda l’economia nascosta è inferiore al 10% del PIL. Non solo: ci sono molti Stati che in passato hanno registrato percentuali più elevate di economia non registrata rispetto all’Italia, ma che negli ultimi anni hanno migliorato la propria situazione in modo significativo. La Romania è passata dal 30,14% al 22,94%, la Bulgaria dal 29,17% al 20,83%, la Croazia dal 28,81% al 22,96%, l’Ungheria dal 25,23% al 20,49% e la Polonia dal 25,10% al 16,67%: tutti Paesi che hanno scavalcato l’Italia nella classifica.

In uno studio recentemente presentato da CADTM Italia su “Fisco & Debito” è stato calcolato che a causa di evasione ed elusione fiscale nelle casse dell’erario italiano tra il 1980 e il 2017 c’è stato un ammanco di 3.070 miliardi di euro, che corrispondono al 135% del debito pubblico accumulato. E nella classifica del debito l’Italia è in una posizione ancora più critica, poiché siamo secondi in Europa e sesti nel mondo. I dati riportati da Wikipedia, che utilizza come fonte The World Factbook pubblicato dalla Central Intelligence Agency (CIA), mostrano che nel 2017 a superare il debito delle amministrazioni pubbliche italiane (131,5% rispetto al PIL) ci sono soltanto: Giappone, Grecia, Libano, Yemen e Barbados.

Da tutti questi dati emerge una fotografia non edificante dell’Italia, Paese ai vertici europei dell’economia irregolare e tra i più indebitati del mondo. Il confronto internazionale dovrebbe far riflettere maggiormente sulle responsabilità del nostro Paese. Le istituzioni europee, oltre a richiamare l’Italia al rispetto degli impegni presi su deficit e debito, dovrebbero anche pretendere una concreta riduzione dell’economia sommersa.  Invece di sfidare continuamente gli altri Paesi dell’Unione Europea, l’Italia dovrebbe assumere l’atteggiamento di chi ascolta le critiche, per cercare di uscire dalla condizione insostenibile in cui ogni anno si ritrova tra conti da rifare, debiti da pagare e amare bocciature.

Italia è sinonimo di Rinascimento, Risorgimento e Costituzione repubblicana. Abbiamo sognato e ideato l’Europa e oggi ci ritroviamo ai margini della compagine europea, poiché dagli altri Paesi siamo considerati sempre più inaffidabili. Chi sostiene il motto “prima gli italiani” per coerenza dovrebbe risvegliare un vero orgoglio nazionale, ponendosi l’obiettivo di risollevare l’Italia dal fondo delle classifiche internazionali a causa dell’economia nascosta e dei debiti accumulati. Sarebbe il caso di smetterla di fare brutte figure rispetto agli altri popoli. Ecco il primo punto per la prossima campagna elettorale europea…

FISCO, C/C PER LE LISTE CONTROLLI

estratto da pag. 27 di “ITALIA OGGI” di oggi, a firma di Valerio Stroppa.

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 - Prioritaria la messa a regime dell'incrocio dei dati presenti nell'Archivio rapporti - Al via le società di capitali. Poi le persone fisiche - di VALERIO STROPPA

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L’utilizzo dell’Anagrafe dei rapporti finanziari ai fini dell’attività di controllo fiscale

(Comunicato stampa del 18 settembre 2017 - Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato)

L’Anagrafe dei rapporti finanziari, costata ad oggi circa 10 milioni di euro, costituisce una banca dati di notevoli dimensioni contenente i dati, identificativi e contabili, di tutti i soggetti titolari di rapporti di conto corrente o di deposito, istituita al fine di rendere più efficiente l’attività di controllo in ambito fiscale.

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Luci e ombre nella lotta all’evasione fiscale

di Rocco Artifoni

Quadruplicati in 10 anni. Stiamo parlando dei miliardi di euro che ogni anno l’Agenzia delle Entrate recupera dall’evasione fiscale. Infatti, dai 4,4 miliardi del 2006 - con un sostanziale continuo incremento - si è arrivati agli oltre 19 miliardi rientrati nel 2016. In questo caso sicuramente possiamo dire che c’è qualcosa che in Italia sta migliorando in modo strutturale. Tutto bene quindi?

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Il superammortamento e l’evasione funeraria

Scaricare: è questo il mantra di molti imprenditori e commercialisti. Scaricare ogni spesa totalmente. Ma nessuno avrebbe potuto immaginare che si potesse arrivare a scaricare anche ciò che non è stato speso. Non sappiamo a chi sia venuta in mente una proposta così stupefacente, ma risulta con certezza che il Governo l’ha inserita nella Legge di stabilità per il 2016 e il Parlamento l’ha approvata. Stiamo parlando del cosiddetto “superammortamento”, cioè una norma che consente alle imprese e ai lavoratori autonomi di “scaricare” il 140% del costo dei beni strumentali acquistati.

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Attenti al canone TV

Il canone TV nel 2016 si pagherà con la bolletta dell’elettricità. Questa novità è stata introdotta per contrastare l’ampia evasione fiscale di questa tassa, partendo dal presupposto che chiunque abbia un allacciamento con la rete elettrica possieda una TV. Questa correlazione tra consumo elettrico e canone TV pone in rilievo la differenza tra due servizi pagati in modo diverso: la corrente elettrica si paga sostanzialmente in relazione al consumo reale. 

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Restituire i beni sequestrati agli evasori fiscali?

Il 22 ottobre 2015 è entrato il vigore il Decreto Legislativo n. 158 di riforma dei reati tributari. Tra le novità più importanti vi sono gli innalzamenti delle soglie di punibilità dei reati di omesso versamento di ritenute dovute o certificate (si passa da 50.000 a 150.000 euro, per ciascun periodo d’imposta) e di omesso versamento IVA (la soglia di punibilità viene innalzata alla quota di 250.000 euro, per ciascun periodo d’imposta). In questo modo, viene notevolmente limitato  l’ambito di rilevanza penale, riducendo la maggior parte dei comportamenti illeciti a sanzioni amministrative. In altre parole il Governo ha emanato una disposizione che su questa materia ha operato una decisa depenalizzazione e, diversamente dalle modifiche apportate per altri reati tributari, a compensazione dell’innalzamento delle soglie di punibilità non ha previsto un aggravamento del trattamento sanzionatorio.

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Economia sommersa e attività illegali valgono 206 miliardi

Nel complesso, l'economia non osservata, cioè sommersa e derivante da attività illegali (come droga, prostituzione e contrabbando sigarette) ammonta, nel 2013, a 206 miliardi di euro, pari al 12,9% del Pil. Lo afferma l'Istat. Il solo valore aggiunto dall'economia sommersa vale circa 190 miliardi di euro, pari all'11,9% del Pil, in aumento dall'11,7% nel 2012 e 11,4% nel 2011.

L'Istat ricorda che, con l'introduzione del nuovo standard Sec2010 per la compilazione dei conti nazionali, l'Istituto ha rinnovato profondamente le metodologie di stima delle componenti dell'economia sommersa e ne ha introdotte alcune relative alle attività illegali. 

Documento Istat

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Tempi duri per i 'furbetti' con il conto in Svizzera

(ANSA) - ROMA, 28 APR - La Cassazione, con una sentenza in grado di indurre chi ha portato soldi all'estero in maniera illegale a fare accordi di rientro con il fisco, ha infatti deciso che la cosiddetta lista 'Falciani' - dal nome di Herve' Falciani, il dipendente 'infedele' della banca svizzera Hsbc che trafugo' la lista dei clienti per venderla alla Francia - e' utilizzabile nei processi tributari contro i contribuenti italiani.

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La Cassazione rafforza il peso delle presunzioni fiscali

cassazioneIl sequestro dei beni può fondarsi sulla discordanza tra il patrimonio detenuto e i modesti redditi dichiarati

All’indomani della morte di Tommaso Padoa-Schioppa scrissi un breve articolo in sua memoria (1) nel quale ipotizzavo una tassa di scopo per ridurre il debito pubblico:

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La Provincia di Rimini contro gli evasori

evasione-fiscaleMolti  sostengono che le province siano inutili. Pensando a quanto è stato fatto dalla provincia di Rimini non si direbbe. Per contrastare gli evasori fiscali del proprio territorio la Giunta provinciale di Rimini, con voto unanime, nel dicembre del 2012 aveva approvato la proposta di costituirsi parte civile nel processo in cui sono stati rinviati a giudizio molti professionisti ed imprenditori del territorio accusati di evasione fiscale e riciclaggio.

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Lotta all'evasione, dal 2000 a oggi mancano incassi per più di 500 miliardi

Negli ultimi anni sono stati emessi ruoli per oltre 800 miliardi, ma la somma effettivamente incassata dallo Stato è risultata di gran lunga inferiore: il carico dei ruoli da riscuotere ammonta teoricamente a 545,5 miliardi. Non tutto, però, può essere effettivamente riscosso: l'82% va abbattuto. Il tasso di riscossione di Equitalia intorno al 20%.

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Corte dei Conti: "Ondivaga lotta all'evasione, dal redditometro potenzialità limitate"

Secondo i magistrati contabili il governo di Mario Monti ha adottato strategie con andamenti "ondivaghi e contraddittori" nel far emergere le zone buie del Fisco italiano. Dubbi su redditometro e spesometro: non risolveranno i problemi e anzi rischiano di stimolare il 'nero'

Corte dei Conti: "Ondivaga lotta all'evasione, dal redditometro potenzialità limitate"

Per la Corte dei Conti combattere l'evasione fiscale è fondamentale ai fini del rafforzamento del bilancio dello Stato, ma sul punto non si è fatto abbastanza e anzi si sono adottati provvedimenti tra loro in contrasto. Con l'esito di disperdere le energie. Nell'ultimo rapporto sulla finanza pubblica dei magistrati contabili emerge che la lotta all'evasione "continua ad essere un elemento centrale e imprescindibile nell'azione di risanamento della finanza pubblica" ma "la strategia adottata dal legislatore nel corso della passata legislatura è stata caratterizzata da andamenti ondivaghi e contraddittori".

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Relazione della Corte dei Conti

In allegato la relazione della Corte dei Conti dedicata al tema della stima dei costi che l'evasione fiscale comporta a carico dell'intera economia nazionale. Sono evidenziati alcuni passaggi per noi importanti. 

Evasione: buona battaglia, non guerra

(Avvenire, 22 8 012, p.)
Il presidente Monti ha detto che, relativamente al fenomeno dell’evasione fiscale, l’Italia si trova “in uno stato di guerra”. Non si potrà certo dire che questo sia un linguaggio ambiguo.

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Come eliminare l’evasione fiscale

Se ogni cittadino avesse il diritto e l’interesse a scalare dal reddito lordo ogni spesa effettuata, chiederebbe e conserverebbe tutta la documentazione utile: fatture, scontrini fiscali, ricevute, ecc. L’evasione fiscale non avrebbe più spazio.

Allegati:
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