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Il 22 ottobre 2015 è entrato il vigore il Decreto Legislativo n. 158 di riforma dei reati tributari. Tra le novità più importanti vi sono gli innalzamenti delle soglie di punibilità dei reati di omesso versamento di ritenute dovute o certificate (si passa da 50.000 a 150.000 euro, per ciascun periodo d’imposta) e di omesso versamento IVA (la soglia di punibilità viene innalzata alla quota di 250.000 euro, per ciascun periodo d’imposta). In questo modo, viene notevolmente limitato  l’ambito di rilevanza penale, riducendo la maggior parte dei comportamenti illeciti a sanzioni amministrative. In altre parole il Governo ha emanato una disposizione che su questa materia ha operato una decisa depenalizzazione e, diversamente dalle modifiche apportate per altri reati tributari, a compensazione dell’innalzamento delle soglie di punibilità non ha previsto un aggravamento del trattamento sanzionatorio.

L’aspetto più inquietante di queste nuove norme in realtà sta nella loro attuazione rispetto al passato. Infatti, in nome del principio di retroattività della norma più favorevole al reo, le nuove disposizioni si applicheranno (per i processi in corso) anche ai fatti commessi prima della loro entrata in vigore. Di conseguenza tutti gli evasori di somme superiori alla soglia precedente, ma inferiori alla nuova, dovranno essere assolti se nei loro confronti non è ancora stata pronunciata una sentenza definitiva, perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato. A seguito dell'assoluzione si verifica l'effetto paradossale per cui i beni sequestrati, corrispondenti all’importo delle somme evase, dovranno essere restituiti agli evasori, perfino se era già intervenuta una condanna di secondo grado (e mancava solo la pronuncia della Cassazione), non avendo previsto la trasformazione del sequestro penale in sequestro amministrativo (divenendo invece il reato sanzione amministrativa). Infine, persino i condannati con sentenza passata in giudicato, potrebbero richiedere al giudice la revoca della sentenza e delle pene comminate.

Per combattere seriamente l’evasione fiscale bisognerebbe anzitutto allargare il conflitto di interessi tra cliente e fornitore di un prodotto o di un servizio, attraverso un significativo ampliamento della deducibilità e della detraibilità delle spese effettuate. Chi compra dovrebbe avere un reale interesse a farsi dare lo scontrino o la fattura, come per esempio già avviene per le ristrutturazioni edilizie e in parte per le spese sanitarie. In fondo si tratterebbe di applicare anche ai contribuenti il sistema già utilizzato per le imprese e per i lavoratori autonomi, con la possibilità di “scaricare” la maggior parte delle spese, deducendole dal reddito.

Anche su questo fronte, cioè le spese che le imprese possono sottrarre dal reddito, il Governo ha inserito nella Legge di stabilità del 2016 una norma alquanto discutibile, che consente di “scaricare” il 140% dei beni strumentali acquistati. È il sogno di ogni commercialista: poter scaricare più di quanto è stato speso. Quel 40% in eccesso, oltre a costituire un’incongruenza logica, è sicuramente un regalo alle imprese, che su questa percentuale non pagheranno le imposte, poiché l’utile aziendale diminuirà di pari importo. Qui c’è un’evidente incongruenza, poiché vengono favorite oltre misura imprese e lavoratori autonomi, mentre i lavoratori dipendenti non possono nemmeno detrarre il costo dei libri o del trasporto scolastico per i figli.

A detta di alcuni esperti una rilevante fetta dell’evasione è determinata dal reato di “estero vestizione”, cioè di creazione di società fittizie all’estero per pagare meno tasse. Si tratta della classica “triangolazione” fiscale, per spostare gli utili nei Paesi in cui si pagano imposte più basse. Purtroppo l’attuale legislazione non consente l’utilizzo di uno strumento indispensabile come le intercettazioni telefoniche e ambientali nelle indagini per questo tipo di reati.

Ci sono altre azioni utili che si potrebbero mettere in atto per contrastare l’evasione fiscale. Per esempio la riduzione dell’IVA renderebbe meno conveniente il pagamento in nero, compensando il minor gettito con maggiori entrate delle imposte sui redditi. L’IVA è stata introdotta in Italia nel 1972 con l’aliquota del 12%. In questi anni diversi Governi l’hanno aumentata fino ad arrivare al 22% attuale, con la minaccia di ulteriori aumenti fino al 25,5% attraverso le clausole di salvaguardia inserite nei recenti documenti di programmazione economico-finanziaria. È il caso di sottolineare che l’IVA è un’imposta proporzionale che colpisce soprattutto i cittadini meno abbienti (per questo si dice che è regressiva), andando in direzione opposta a quanto indicato con il criterio della progressività costituzionale (art. 53).

Ultima annotazione: in alcuni casi gli organi preposti verificano per i contribuenti sospetti la congruenza tra patrimonio posseduto e reddito dichiarato. Visto che l’Italia è (insieme alla Grecia) ai vertici delle statistiche europee per l’evasione delle imposte, forse sarebbe il caso di rendere obbligatorio l’ISEE per tutti i cittadini. A quel punto mafiosi, corrotti, evasori e prestanome farebbero molta più fatica a nascondersi o mimetizzarsi. 

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