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3. 2 Il declino economico dell’Italia nel periodo 1992-2008

Nel ventennio precedente al Trattato di Maastricht del 1992, in Italia era ormai maturata la convinzione che il debito pubblico sarebbe stato semplicemente trasferito alle generazioni future. Con l’adesione al Trattato, la grave perdita di fiducia dei mercati sulla solvibilità del nostro Paese e la minaccia del suo crollo finanziario avevano reso evidente la necessità di mutare il modello italiano di aggregazione del consenso. Questo sistema, soprattutto a partire dagli anni ’70 -ovvero da quando il tasso di crescita della spesa pubblica ha sempre superato quello del Pil e delle entrate tributarie-, non avrebbe dovuto più essere alimentato, perché il continuo aumento del debito pubblico non era più sostenibile. Ma gli esiti negativi della cattiva gestione politica che si erano accumulati negli anni soprattutto con riguardo alla finanza pubblica condussero, dopo l’abbandono della difesa della lira da parte della Bundesbank, all’instabilità finanziaria nel secondo semestre del 1992 e l’Italia fu costretta ad abbandonare lo SME.
Dopo la firma del Trattato di Maastricht, che aveva reintrodotto in Italia il vincolo del bilancio pubblico, e la crisi del 1992, ormai nel contesto di capitali mobili, l’etero-direzione della politica economica e finanziaria italiana ha gradualmente attratto il suo regime macroeconomico verso quello tedesco. Questo processo è stato assecondato inizialmente dalla manovra del tasso di cambio consentita dall’uscita dell’Italia dallo SME, nel periodo settembre 1992 - dicembre 1996. La ripresa della crescita economica favorita da una forte svalutazione della moneta, la riduzione dei deficit di bilancio e una efficace lotta all’inflazione in quel quadriennio, accompagnati dal rientro nello SME alla fine del 1996, consentirono al nostro Paese di essere accettato tra i membri fondatori dell’UME nel 1998.
L’economia italiana, cogliendo l’obiettivo della partecipazione all’euro nei tempi minimi previsti, aveva compiuto un importante passo avanti nel riequilibrio macroeconomico, e ciò avrebbe dovuto sancire la conclusione della lunga stagione degli squilibri macroeconomici. Ma, dopo aver accettato l’irrevocabilità del tasso di cambio, negli anni successivi sarebbero stati fatti passi indietro. Il processo di convergenza per l’adozione della moneta unica aveva instaurato un clima di fiducia e ristabilito una certa credibilità internazionale del nostro Paese, mutuata dall’UME, dando luogo, nel primo decennio di partecipazione, a una considerevole diminuzione del premio per il rischio sui titoli del debito pubblico, con una conseguente riduzione della spesa per interessi.
Ma i risultati positivi acquisiti sul fronte dell’inflazione e dei tassi di interesse non si sono verificati sul contenimento e sulla riqualificazione della spesa pubblica. In Italia, non solo è mancata la consapevolezza delle implicazioni dell’adesione alla moneta unica nel senso di orientare il debito pubblico su un deciso trend di diminuzione, ma anzi, a fronte degli ingenti risparmi in conto interessi sul debito pubblico, si è assistito a un aumento record della spesa pubblica rispetto al Pil. Per questo motivo il risanamento dei conti pubblici è sostanzialmente mancato anche nel periodo precedente la crisi finanziaria internazionale del 2008, ad eccezione del quinquennio 1995-2000 e del 2006, complici l’arresto progressivo della crescita economica e l’oscillazione delle politiche di risanamento.
Dal 2000, la crescita del Pil italiano è risultata in media inferiore all’1 per cento (poco meno che negli anni’90). La competitività nei confronti dell’estero si è confermata il punto di maggiore debolezza della nostra economia. Uno studio della Banca d’Italia di qualche anno fa concludeva che senza vendite di attività pubbliche e operazioni di ristrutturazione del passivo, il rapporto tra debito e Pil, già prima della crisi del 2008, sarebbe stato circa lo stesso del 1994 e così anche negli anni successivi, fino allo scoppio della crisi finanziaria internazionale.

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