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La strada maestra per abbattere il debito doveva muoversi tra una rigorosa politica di bilancio e una politica industriale orientata alla crescita. Ma non è stato così e si è recitato un copione paradossale. Come in altri momenti del percorso dell’integrazione europea (1957 per il Trattato di Roma, 1978 per lo SME), il paese si è prima diviso, per scegliere poi, formalmente, l’alternativa favorevole all’integrazione europea, ma sostanzialmente continuando politiche economiche e finanziarie con questa incoerenti.
La storia della LF e della Legge di Stabilità (LS) si sovrappone sostanzialmente a quella della deviazione del rapporto debito/Pil dell’Italia rispetto alla media europea. Per oltre quarant’anni il nostro Paese ha consumato risorse in eccesso a quanto produceva, imitando in questo la politica economica statunitense, ma senza avere una moneta di riserva. Dopo la perdita della sovranità valutaria per l’adesione all’Unione Monetaria Europea (UME), questa politica miope è stata continuata senza considerarne le conseguenze negative sui conti pubblici del Paese, sugli altri obiettivi di politica economica e sui potenziali effetti spillover negativi per gli altri paesi dell’Eurozona. La curiosità scientifica è data dal fatto che questo lungo periodo iniziato negli anni ’70, che ha visto una forte transizione paradigmatica dal modello keynesiano a quello
della Nuova Macroeconomia Classica, è stato segnato in Italia da una politica economica essenzialmente prociclica che si è mossa, in prevalenza, sui presupposti della teoria del ciclo politico-economico di Nordhaus, ad eccezione del secondo quinquennio degli anni ’90 e del 2006. La politica economica italiana non ha cambiato passo nemmeno quando i segni di declino economico si sono rafforzati nei primi anni del nuovo millennio, portando poi al declassamento del debito pubblico italiano, appunto nel 2006, poco prima dello scoppio della crisi finanziaria internazionale.
In questi quarant’anni la politica economica e finanziaria italiana si è caratterizzata soprattutto per una sequela di riforme rinviate o mancate che avrebbero dovuto provvedere alla rimozione dei nodi strutturali, alla ridefinizione dei beni pubblici, alla diffusione di concorrenza e liberalizzazione, alla precisazione dei ruoli delle istituzioni economiche sia a livello macro che a livello micro. Non hanno trovato spazio né una politica efficace per il Mezzogiorno né quella di un riequilibrio della tassazione su lavoro, profitti e rendite. Il bilancio della politica fiscale in Italia, nell’ultimo quarantennio, è indicato significativamente dalla dinamica del suo rapporto debito/Pil.

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