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3. La dinamica del debito pubblico e il declino economico dell’Italia

Alcuni studiosi, me compreso, fanno risalire a oltre quarant’anni fa l’inizio del declino economico italiano. L’ipotesi alla base di questa relazione è che il ristagno dell’economia italiana non ha una motivazione esterna nel basso ciclo economico internazionale, bensì una motivazione interna, strutturale, che ne spiega i differenziali rispetto agli altri paesi europei oltre che rispetto ai paesi di oltre Atlantico, e ancor più rispetto ai paesi in via di sviluppo e ai paesi emergenti ad alta crescita, tra cui la Cina.
Inizio la mia riflessione osservando che il declino economico di un paese può maturare a lungo prima che si manifesti un ristagno di crescita. Ciò avviene soprattutto nei casi, come quello italiano, di precedente successo e benessere diffuso.

La tesi che mi propongo di argomentare è che il cambiamento delle nostre istituzioni economiche è una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per la trasformazione delle prospettive di recessione in prospettive di crescita.
La storia economica insegna che il declino economico deriva dalla sclerosi sociale, culturale e istituzionale, che priva un sistema della capacità di adeguamento a condizioni diverse da quelle che avevano dato luogo al successo stesso. Spesso questa “incapacità sociale di crescere”, che si rivela nel tempo attraverso il ristagno, ovvero una crescita più lenta rispetto a quella dei paesi leader nella tecnologia e nell’aumento della competitività, si associa al mantenimento, anche se appunto limitato nel tempo, piuttosto che al sovvertimento delle classi dirigenti che guardano solo al breve o al medio termine del loro potere, se non della loro ricchezza. In sintesi il declino economico è visto come il frutto di un graduale ma crescente immobilismo.Le debolezze strutturali più rilevanti del sistema economico italiano, che spiegano la bassa crescita del reddito, il ristagno della produttività, la perdita di quote importanti del commercio internazionale, sono quattro: il debito pubblico, la scarsa spesa in Ricerca e Sviluppo, i minori tassi di partecipazione alla forza lavoro, il capitale fisso sociale.

La riduzione del trend di crescita dell’economia italiana è divenuta preoccupante nel decennio seguito al Trattato di Maastricht e alla crisi valutaria, che la politica di bilancio non riuscì a prevenire nell’estate del 1992. In realtà, i dati relativi all’andamento dell’economia italiana avevano mostrato un rallentamento dei tassi di crescita dalla prima metà degli anni ’70, accompagnato da una pervasiva contestazione sociale e da un forte scontro politico. Molti imprenditori italiani avevano portato all’estero i loro capitali ed era iniziata così l’era della finanziarizzazione dell’economia italiana a scapito della crescita economica. Ciò favorì la deindustrializzazione del Mezzogiorno e la riapertura della forbice della crescita con il resto del Paese che dura tuttora. Il rallentamento, rispetto alla media dell’OCSE, era già diventato evidente negli anni ’80 ed era giunto, infine, a un sostanziale ristagno della crescita economica a partire dagli anni ’90. Decennio dopo decennio, il tasso di crescita medio del Pil pro capite è costantemente diminuito man mano che mutava il contesto dell’economia internazionale.

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