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Per comprendere i problemi attuali dell’economia italiana, è importante essere consapevoli dei malfunzionamenti da cui ha tratto alimento la dinamica del nostro rapporto debito/Pil, proprio a partire dagli anni ’70. Tra questi si devono ricordare: l’ampio deficit strutturale del bilancio pubblico (indipendentemente cioè dal ciclo economico), il rapporto crescente tra spesa pubblica e Pil, il livello inadeguato delle infrastrutture, il complicato, pesante e iniquo sistema fiscale che consentiva l’evasione delle imposte soprattutto ai percettori di redditi autonomi, la Pubblica Amministrazione lenta, farraginosa e inefficiente, la centralizzazione fiscale eccessiva, la deresponsabilizzazione amministrativa locale, prima garantita dallo Stato e poi addirittura premiata dai Decreti Stammati del 1977, l’ampia e spesso malgestita proprietà pubblica delle imprese, la rigidità del mercato del lavoro. L’accumulazione del debito pubblico italiano, al di là di una dimensione fisiologica, è stata l’esito di una consuetudine vecchia e deteriore, che dura, come si è detto, da oltre quarant’anni. All’origine dello squilibrio non ci sono stati né una bassa pressione fiscale, né un eccesso di spesa rispetto agli altri paesi industriali per i servizi pubblici generali, anche se non sempre di qualità milliana: la difesa, l’istruzione, la sanità, ma soprattutto un livello eccessivo della spesa pubblica finanziata sia in moneta che attraverso il debito pubblico. Essa ha dato luogo per decenni all’aumento del costo del denaro e della spesa per interessi. Naturalmente, con la politica della spesa finanziata in disavanzo si è prodotta una forte distorsione a carico delle generazioni future, che devono provvedere a pagare i debiti accesi dai loro padri, senza nel contempo ricevere i frutti dei mancati investimenti corrispondenti. Jim Buchanan ha spiegato con un paradosso la generalizzazione degli obiettivi della scelta politica e il rifiuto di una specificità nella applicazione della normativa che regola il trattamento economico di persone e gruppi. Il punto interessante è che non sarebbero i politici ad abbandonare il perseguimento dell’interesse pubblico perché motivati diversamente, ma la stessa struttura del sistema politico in cui agiscono. Essa li obbliga ad agire contro l’interesse pubblico se vogliono sopravvivere come politici. Infatti, la struttura degli incentivi della politica assicura la sopravvivenza a quei politici che si allontanano maggiormente dall’interesse pubblico con comportamenti iniqui e inefficienti nei confronti dei poveri e degli emarginati, che sono spesso avari di riconoscimenti elettorali.
Pertanto gli interessi dei politici che vogliono mantenere le loro rendite di posizione confliggono con quelli collettivi. In sintesi, la sopravvivenza costringe il politico a sostituire la specificità con la generalità nella normativa attuata con gli approcci universalistici dei sistemi di sicurezza sociale e delle politiche sanitarie, tuttora conservati e difesi nelle attuali proposte di legge, dove il trattamento differenziale che discrimina a favore dei bisognosi si verifica raramente.
Gli errori nelle scelte di macroeconomia, in Italia, si sono concentrati negli anni ’70 e ’80. In estrema sintesi, durante gli anni ’70, i governi hanno lasciato crescere una spesa pubblica finalizzata a un disegno perverso dello Stato sociale, dando luogo, nonostante il consistente aumento del gettito tributario, a deficit primari sempre maggiori e crescenti finanziati attraverso il debito pubblico. Ciò ha dato luogo all’aumento dell’inflazione e all’indicizzazione dei salari nominali che sono stati accompagnati da svalutazioni periodiche del tasso di cambio compensative dell’inflazione differenziale. Nel decennio successivo, i governi italiani non hanno attuato, al contrario di altri, politiche di rientro del debito, lasciando che i tassi d’interesse nominali elevati continuassero ad espandere il deficit e il debito. Ciò ha dato luogo a tassi d’inflazione ancora più elevati e a frequenti svalutazioni compensative della moneta.
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