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La stessa Legge Finanziaria (LF), nata nel 1978 al fine di controllare la dinamica di una spesa pubblica spesso asservita a interessi particolari dei governi e del Parlamento attraverso mirati errori di previsione, ha finito per essere usata come strumento di aggiramento dell’articolo 81 del vecchio testo della Costituzione. Complici il frazionamento delle maggioranze di governo e gli interessi particolari dei singoli parlamentari, visibili nei testi approvati con migliaia di commi propri di leggi omnibus, la LF ha favorito nei fatti, fino alla revisione del 2012, l’aggiramento del 3° comma dell’art. 81: “Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.
La politica economica di un paese con uno dei più alti rapporti debito/Pil del mondo e il cui debito è ora per oltre un terzo detenuto da non residenti, è stata soggetta a una forte dose di eterodirezione. Ciò si è verificato a partire dalla prima metà degli anni ’70, per censurare soprattutto i comportamenti perversi nella finanza pubblica: dalle indicazioni di Herr Schmidt e del Fondo Monetario Internazionale (FMI)
negli anni ’70, all’adesione allo SME e, in particolare, dopo la firma del Trattato di Basilea-Nyborg del 1987, che eliminò la possibilità di svalutazioni competitive all’interno del Sistema Monetario Europeo (SME). Al declino maturato, per le ragioni suddette, a partire dai primi anni ’90, si è aggiunta la globalizzazione che ha eroso il nostro vantaggio comparato in molti settori rispetto ai nostri partners industrializzati. Inoltre sono emersi, sui mercati internazionali, anche nuovi attori rappresentati dai paesi emergenti.

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