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di Carlo Cottarelli 

Cipro, Croazia e Italia. Cosa hanno in comune questi tré Paesi, oltre ad aver la fortuna di essere bagnati dal nostro stupendo Mediterraneo? Sono gli unici tré Paesi rimasti nella lista di quelli che la Commissione europea, nel suo annuale esercizio di sorveglianza macroeconomica pubblicato il 7 marzo (il «Semestre Europeo»), continua a considerare come caratterizzati da eccessivi squilibri macroeconomici.

La lista si è andata via via restringendo con il miglioramento delle condizioni economiche in Europa. Bulgaria, Francia e Portogallo, che ne facevano parte l'anno scorso, sono stati promossi Noi no. La Commissione sottolinea quattro debolezze come particolarmente gravi: la bassa crescita della produttività; l'ancor alta percentuale di sofferenze bancarie; l'elevato tasso di disoccupazione e il livello del debito pubblico. Ho messo il debito all'ultimo posto (per la Commissione è al primo) per poter aggiungere qualche commento su un tema che ritengo molto importante. La Commissione dice che l'elevatezza del debito pubblico rappresenta una «maggiore vulnerabilità», che il debito non scenderà in modo apprezzabile nel 2018-19 (al contrario di quanto previsto dall'uscente governo), che l'avanzo primario (la differenza tra entrate e spese al netto degli interessi) è insufficiente per ridurre il debito rapidamente, che le tendenze di lungo periodo si sono indebolito per l'annacquamento della riforma pensionistica e la revisione delle proiezioni demografiche e che, se nell'immediato i rischi sono limitati vista l'ampia liquidità dei mercati, problemi potrebbero emergere se l'attuale orientamento espansivo della politica monetaria dovesse cambiare. Il linguaggio è quello tipicamente ovattato usato in questi rapporti. Ma il giudizio è ugualmente pesante. Vista la piccola dimensione degli altri due Paesi con squilibri macroeconomici eccessivi, è chiaro che è l'Italia al centro delle preoccupazioni delle istituzioni europee per gli effetti che una materializzazione dei rischi esistenti potrebbe avere sulla tenuta dell'economia europea. Cosa farà il nuovo governo di fronte a questi giudizi? Ci sono tre possibilità. La prima possibilità (quella più probabile nel caso di un governo «di scopo» o «del Presidente» o di «larghissime intese») è che il nuovo governo continui la tattica dilatoria degli ultimi anni: promettere molto e realizzare meno. Non niente, ma meno. Ci sono state alcune riforme (una legge sulla concorrenza approvata in ritardo, il Jobs Act, qualche progresso nella riduzione della corruzione, qualche segnale di calo dell'evasione fiscale, una riduzione nel numero di cause civili pendenti) e il deficit pubblico è sceso, anche se solo per il calo della spesa per interessi. Si potrebbe andare avanti così, pian piano. Come reagirebbero le istituzioni europee di fronte a questa tattica dilatoria? Probabilmente punterebbero un po' i piedi, minacciando di aprire una formale «procedura per deficit eccessivo». Ma penso che una piccola manovra di aggiustamento (che so, un quarto di punto percentuale di Pii) potrebbe bastare a risolvere il problema nell'immediato, anche se le cose potrebbero diventare più difficili a fine anno, se si volessero disattivare, ancora una volta in deficit, le «clausole di salvaguardia» che pesano sui contì pubblici. Fatto sta che le istituzioni europee sono state finora poco propense a insistere per azioni più incisive. Probabilmente, purché ci sia qualche segno di progresso, alla fine non ci sarebbero problemi con l'Europa. Ma una tale tattica dilatoria alla fine ci penalizzerebbe perché, prima o poi (leggi: quando i tassi di interesse cominceranno a salire), i nodi verranno al pettine. Seconda possibilità: il nuovo governo affronterà l'Europa di petto affermando che, se non cresciamo, è colpa delle regole europee, fiscali e non. Se prendiamo per buone le loro affermazioni pre-elettorali, questo è quanto dovrebbe succedere se i vincitori delle elezioni riuscissero a formare un governo. Si va in Europa e si dice: o si cambia o noi ce ne andiamo. L'idea che, di fronte a questa posizione, l'Europa possa cedere e cambiare le proprie regole è del tutto illusoria. Ci aveva provato anche Tsipras e, a livello ministeriale, Varoufaids. Alla fine, di fronte alla scelta tra lasciare l'euro o lasciare Varoufaids, dobbiamo stupirci se Tsipras abbia mollato Varoufaids? Certo, l'economia italiana è molto più grande di quella greca e la nostra uscita sarebbe uno choc molto maggiore. Ma non conterei sul successo di un bluff di questo genere. E poi, diciamolo chiaramente, i problemi dell'Italia non sono causati dalle regole europee, ma da noi stessi. Piantiamola di dare la colpa agli altri. Terza possibilità: acceleriamo le riforme e sistemiamo una volta per tutte le debolezze dei nostri conti pubblici. Non è impossibile, non richiede un'austerità selvaggia ed è nel nostro interesse. Insomma, ascoltiamo i consigli che ci vengono dall'Europa, e facciamolo perché crediamo nella necessità di cambiare il Paese. Non serve dilungarsi su cosa occorra fare in questo scenario, perché lo sappiamo benissimo. L'unico problema è che... manca una parte politica che abbia ricevuto un mandato per fare le cose che occorrerebbe fare, e fare rapidamente prima che questa congiuntura economica favorevole a livello mondiale termini il suo corso. Visti i risultati delle urne, questa terza strada non appare purtroppo al momento percorribile. Temo che l'Italia resterà per un po' il malato d'Europa. La Germania lo è stata negli Anni Novanta e ne è uscita alla fine. Non rinunciamo a sperare.

(Fonte: LA STAMPA, edizione del 09/03/2018, estratto da pag. 25)

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