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Fisco

La faccia buona del "pizzo di stato": il viceministro Leo

Il nono decreto attuativo della legge delega sulla riforma fiscale, riguardante la riduzione delle sanzioni tributarie per gli evasori “di necessità”, ha ottenuto oggi l’assenso preliminare del Consiglio dei Ministri. Il viceministro Maurizio Leo, richiamando i principi previsti dalla legge delega che giustificano i comportamenti evasivi per “sopraggiunte impossibilità”, ha proposto l’adozione di un sistema sanzionatorio più mite che, agendo sulle attuali regole del ravvedimento operoso, stabilirà sanzioni amministrative e penali basate sulla proporzionalità (e non più su un minimo e un massimo) per rendere il pagamento di quanto dovuto più conveniente per gli evasori.

Depotenziata la legge "manette agli evasori"

L’obiettivo viene raggiunto con la revisione di precedenti misure legislative, in particolare il Dlgs 74 del 2000 - “manette agli evasori” - rispetto al quale vengono riscritte le norme sui reati di omesso versamento di imposte (ritenute, IVA ), prevedendo una sorta di salvagente (o un salvacondotto!), ovvero la non punibilità penale per chi non paga per causa di forza maggiore, a meno che decida di pagare ratealmente l’intera imposta, con sanzioni (ridotte) e interessi. La legge vigente, che viene ora soppiantata dal decreto, prevede per l’omesso versamento delle ritenute – sopra la soglia di 150'000 Euro - una pena detentiva da sei mesi a due anni.

L’intenzione del viceministro è quella di prevedere, per coloro che si trovano in difficoltà straordinarie nel saldare i loro conti con il fisco, una linea più morbida, con sconti sul fronte amministrativo e penale (“riduzioni da un quinto a un terzo” per le sanzioni amministrative, secondo quanto da lui affermato in conferenza stampa…) che saranno meglio precisati dal testo del decreto attuativo quando sarà definitivamente pubblicato.

I nuovi "sanculotti" all'assalto della Bastiglia fiscale

“Prosegue senza sosta” - ha dichiarato ancora il viceministro - “la rivoluzione fiscale del governo mirata a costruire un sistema più equo e giusto a vantaggio di cittadini e imprese”. Una rivoluzione che ha il sapore piuttosto amaro di una “involuzione” fiscale, sempre più basata sulla disuguaglianza e sulle differenze di trattamento, a parità di reddito (e di influenza sociale), delle diverse categorie di contribuenti. Ci saranno contribuenti che potranno invocare “sopraggiunte impossibilità” a pagare le imposte, ed altri che non potranno farlo – come i lavoratori dipendenti e i pensionati – a cui le imposte vengono sottratte dai loro redditi ancor prima che tocchino le loro tasche. Le disparità sono e rimangono del tutto evidenti.

In sostanza, si è dinanzi all'ennesimo regalo agli evasori, perdonati e graziati per il reato che è stato cancellato con l’approvazione del decreto governativo. Che segue, per altri versanti e crinali, la cancellazione del reato di abuso di ufficio "finalizzato", naturalmente, all'encomiabile proposito di "snellire" e velocizzare la giustizia. Con la speranza, altrettanto naturalmente, che la giustizia non diventi però così veloce da non avere il tempo per i giudici di coglierla, perché diventata inesistente, e quindi di applicarla... Il che sarebbe un danno assai peggiore di quanto accade oggi per le note lentezze di una giustizia che - almeno sulla carta - esiste. All'opposto, con l'iniziativa del viceministro Leo, si ha la sensazione di ritrovarsi nell'ennesimo invito ad assecondare l'evasione fiscale. Un incoraggiamento che nel Bel Paese ha storicamente una platea sterminata di fans, e che sembra essere diventato anche il tratto distintivo di questo governo.

Posizione non invidiabile per le speranze di ridurre il debito pubblico. Ma con una Presidente del Consiglio che mesi addietro non trovò di meglio che bollare le imposte come “pizzo di Stato”, è abbastante evidente che a ministri, viceministri e sottosegretari non resta che il famoso motto latino "ubi maior, minor cessat". Che tradotto in versione popolare sta per "attacca il ciuccio dove vuole la padrona". Se poi il ciuccio morirà soffocato dai debiti, tranquilli: nessuno pagherà, tanto tutto sarà stato depenalizzato...

Fonte: https://www.laportadivetro.com/post/la-faccia-buona-del-pizzo-di-stato-il-viceministro-leo

 

Una riforma fiscale irrazionale

Dilettanti allo sbaraglio. È difficile trovare altre parole per definire la scelta dei ridurre (da 4 a 3) le aliquote sull’imposta sui redditi delle persone fisiche (IRPEF) per il 2024 da parte dell’attuale Governo. Il giudizio può sembrare a prima vista eccessivo, ma è nei dettagli che si può cogliere l’effetto reale della riforma.

La novità è la diminuzione dell’aliquota dello scaglione di redditi compreso tra 15'000 e 28'000 Euro, che scende dal 25% al 23%, allineandosi allo scaglione precedente (fino a 15'000 Euro). Per valutare in concreto l’incidenza fiscale dell’accorpamento di questi due scaglioni, si può verificare il risparmio di imposta in relazione alla variazione dei redditi.

  • Al di sotto della no tax area (che arriva fino a 8'500 Euro) nulla cambia, perché non si pagano imposte.

  • Al di sopra del reddito esente fino ai 15.000 Euro di reddito (di solito un lavoratore part-time) non c’è alcun risparmio.
  • Tra 15'000 e 28'000 Euro di reddito si ha un risparmio crescente, che sale in relazione all’aumento del reddito.

Ad esempio, per chi ha un reddito di 20'000 Euro lo sconto è di 100 Euro, mentre per un reddito di 28'000 lo sconto è di 260 Euro.


  • Tra 28'000 e 50'000 Euro lo sconto è sempre di 260 Euro.
  • 
Anche sopra i 50'000 Euro il risparmio è di 260 Euro, ma che tende ad annullarsi soltanto se il contribuente usufruisce di detrazioni fiscali.
  • 
Per i redditi superiori a 240'000 Euro si applica lo sconto pieno di 260 Euro, poiché per questi redditi non sono previste detrazioni.

Proviamo ad interpretare ed esemplificare le cifre.


  • Se sei povero, non sono previsti sconti fiscali.
  • Se hai un reddito basso, il risparmio è maggiore per chi ha un reddito che si avvicina a quello medio.
  • 
Se hai un reddito medio-alto, ottieni il risparmio maggiore.
  • 
Se hai un reddito alto, lo sconto diminuisce se hai maggiori spese (universitarie, di trasporto, ecc.).
  • 
Sei hai un reddito altissimo, hai lo sconto pieno.

È evidente che questa distribuzione del risparmio fiscale non è equa e nemmeno ragionevole. Anziché intervenire con uno sconto progressivo sulle imposte (cioè maggiore per chi ha un reddito più basso), di fatto il Governo ha scelto di attuare un criterio regressivo (aumentando lo sconto sostanzialmente per i redditi più elevati). Inoltre, in questa tendenza che favorisce i contribuenti più abbienti, si intravvede una penalizzazione delle famiglie che hanno più spese e di conseguenza detrazioni fiscali.

Il disegno della riforma è talmente illogico che ci si domanda se si tratti di una scelta ideologica consapevole oppure dell’effetto di interventi decisi senza conoscenza delle ricadute reali. Difficile anche giudicare se la causa risieda in una politica regressiva o piuttosto in un’incompetenza tecnica. Forse si tratta di entrambe le caratteristiche di un Governo che ha l’intenzione di andare in una direzione tendenzialmente antisolidale e anticostituzionale, ma che di fatto adotta soluzioni pasticciate e irrazionali.

Non dimentichiamo che, come scriveva Robert Stevenson, “la politica è forse l’unica professione per la quale non si ritiene necessaria alcuna preparazione”.

Il vero paradiso fiscale è l'Italia …

Durante l’edizione 2024 di Telefisco, il Direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini ha reso noto l’ammontare dei crediti che lo Stato vanta nei confronti degli evasori – in questo caso tutti identificati perché destinatari di cartelle esattoriali, avvisi di addebito e avvisi di accertamento esecutivo - che sono pari a 1'206,6 miliardi di Euro. Ha anche precisato che i contribuenti coinvolti sono 22,4 milioni di cui 15,9 sono persone fisiche e quelli restanti composti da società, fondazioni, enti ed associazioni, nonché titolari di un’attività economica in proprio – artigiani, liberi professionisti, etc.

Il ministro Leo: "Nessuna caccia alle streghe …"

Numeri che sorprendono (ma parlando della cronica ed endemica evasione fiscale nel nostro paese soltanto fino a un certo punto) perché 1'206 miliardi rappresentano quasi il totale delle entrate e delle spese del bilancio dello stato di un anno (il bilancio 2024 pareggia in 1'215 miliardi) nonché oltre il 42% del totale del debito pubblico italiano (2'861 miliardi di Euro) che nel 2024, secondo le stime salirà al 140,6% del PIL e al 140,9 nel 2025: il maggior debito delle potenze dell’area Euro. Ma sono anche numeri che fanno fremere di indignazione i contribuenti onesti che assolvono da sempre il loro dovere nei confronti del fisco.

Al Direttore dell’Agenzia delle Entrate, nel corso del Convegno “Telefisco 2024” sono stati chiesti i motivi di questa incredibile situazione. Innanzitutto per circa 100 miliardi (l’8 per cento) la riscossione è bloccata dai soggetti debitori in via di autotutela o da sentenze dell’autorità giudiziaria e da provvedimenti di definizione agevolata in corso. Per la parte restante i destinatari risultano, in gran numero, soggetti che beneficiano per legge della limitazione dell’incasso coattivo essendo stata prevista una soglia minima per l’iscrizione ipotecaria, l’impignorabilità della prima casa, l’apposizione di limiti all’esproprio dei beni strumentali e così via. Altre ragioni risultano da indagare. Nella sostanza residuano solo 101,7 miliardi di euro che possono essere riscossi: l’8,4 per cento del totale.

A questo proposito il viceministro all’Economia Maurizio Leo ha ritenuto opportuno rassicurare la platea dei contribuenti: “Nessuna caccia alle streghe” ha assicurato, vogliamo solo chiedere ai contribuenti di “spiegare perché c’è un disallineamento tra il reddito che dichiari e gli elementi in nostro possesso”. “Se il contribuente è in grado di spiegare, nessuna conseguenza. Secondo il viceministro le entrate che deriveranno dal concordato preventivo [1] serviranno a ridurre le aliquote IRPEF a partire dal 2025.

Recupero crediti ed effetti sui conti pubblici

Proviamo a simulare l’effetto della riscossione totale di questi 1'206 miliardi sulla finanza pubblica: abbiamo detto che 1'206 miliardi corrispondono quasi al totale delle entrate del bilancio dello Stato per il 2024 (1'215 miliardi): vorrebbe dire che per un anno intero tutti i contribuenti “paganti” non verserebbero nulla allo Stato. L’azzeramento totale di tutte le entrate fiscali per un anno, saranno compensate da parte del recupero. Ma anche che per quell’anno non ci sarebbe alcun ricorso al finanziamento della spesa pubblica con l’aumento del debito (527 miliardi) e che il debito in scadenza (328 miliardi) completo dei relativi interessi per 97 miliardi sarebbe restituito senza necessità di maggiori risorse alternative. Un secondo effetto, alternativo al primo, sarebbe la riduzione immediata del debito nazionale di 1'206 miliardi che da 2'861 passerebbe a 1'655 miliardi corrispondenti in percentuale al PIL all’81%.

Per i criteri di Maastricht, il rapporto tra debito pubblico lordo e PIL non deve superare il 60% o almeno dare segnali di riduzione, ma la previsione della Commissione Europea stima la media nell’area euro a chiusura del 2023 al 90,4%. Quindi l’Italia da Paese dell’area Euro maggiormente indebitato rientrerebbe almeno al di sotto della media del debito europeo.

Ma ci sarebbe ancora un terzo effetto possibile: quello di rendere a regime un fisco più sopportabile per tutti i contribuenti dovuto all’ampliamento della base imponibile, già identificabile dai 163 milioni di cartelle erariali, avvisi di addebito e di accertamento esecutivi, dichiarati dal Direttore Enrico Maria Ruffini a fronte dei 1'100 miliardi di crediti non esigibili.

In parole parole: con l'azione congiunta e seria di Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza il Paese si ritroverebbe a disposizione risorse cospicue per rilanciare il welfare, a cominciare dalla sanità, per esempio, dove sono sempre più numerosi i cittadini costretti a pagarsi gran parte delle prestazioni, quindi a pagare una sovrattassa, oppure ritrovarsi nella condizioni di non curarsi con effetti devastanti sulla salute collettiva.

Fonte: https://www.laportadivetro.com/post/il-vero-paradiso-fiscale-%C3%A8-l-italia

Il viceministro Leo, la matematica e la Costituzione

Maurizio Leo, viceministro dell’economia, intervenendo alcuni giorni fa al Forum nazionale dei commercialisti ed esperti contabili, a proposito dell’imposta sui redditi ha dichiarato che “l'aliquota marginale del 43%, che poi si sostanzia in un 50% per i soggetti che hanno 50 mila euro, è pesante e induce all'evasione”.
Si tratta di un’affermazione stupefacente per almeno tre ragioni.

  • L’aliquota marginale più alta dell’imposta sui redditi sia in Germania sia in Francia attualmente è del 45%;
  • In Italia l’aliquota marginale più alta è del 43% (per redditi superiori a 50 mila euro), ma l’aliquota effettiva di chi ha un reddito di 50 mila euro è del 28,28% (23% per i primi 28 mila euro e 35% per i successivi 22 mila euro);
  • Chi pensa che un’aliquota elevata possa indurre all’evasione fiscale dovrebbe spiegare perché in Paesi come la Francia, il Belgio, la Danimarca, la Svezia o l’Austria, che hanno una pressione fiscale superiore a quella dell’Italia, l’evasione fiscale è di molto inferiore a quella rilevata nel nostro Paese.

Pochi giorni fa il viceministro Leo - in modo sorprendente - ha detto che “l'evasione fiscale è come un macigno, tipo il terrorismo".

Il paragone appare azzardato.

L’evasione fiscale è un furto ai danni dello Stato e dei contribuenti onesti. L’evasore non terrorizza nessuno, anzi, troppo spesso si tende a giustificarlo, magari sostenendo che le tasse sono eccessive. Come ha fatto il viceministro Leo.

Al viceministro Leo tornerebbe utile leggere le dichiarazioni di un suo predecessore, il ministro delle finanze Ezio Vanoni, che nel 1949 ha scritto: “Il fenomeno dell'evasione fiscale oggi si verifica su di una scala preoccupante e compromette un'equa ripartizione dei carichi tributari”.

Nonostante queste evidenti contraddizioni logiche e matematiche, il viceministro Leo in una recente audizione alla Camera ha ricordato che il Governo “ha già avviato la riforma IRPEF con il passaggio da quattro a tre aliquote per poi successivamente avviarci a due aliquote e poi, come obiettivo di legislatura e compatibilmente con le risorse disponibili, si potrà arrivare all’aliquota unica”.

È appena il caso di ricordare che anche i viceministri, per assumere la carica istituzionale, devono giurare sulla Costituzione. In quella Carta all’articolo 53 dal 1948 sta scritto: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Domanda: il ministro Leo è a conoscenza del significato del termine “progressività”? Persino Adam Smith, il teorico dell’economia classica capitalista, nel libro “La ricchezza delle nazioni” nel 1776 ha scritto: “Non è irragionevole che un ricco debba contribuire in misura superiore alla semplice proporzionalità rispetto al reddito”.

Tasse ed evasione fiscale, la rivolta (pacifica) degli onesti di cui l’Italia ha bisogno

Quando esploderà la rivolta degli onesti? Diciamocelo chiaramente e senza giri di parole: l’Italia ha bisogno di una ribellione dei cittadini leali che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo. Una protesta pacifica, culturale e politica. Ma necessaria. Oggi più che mai. Anche perché – numeri alla mano – i cittadini onesti sono la maggioranza della popolazione ma continuano a essere inascoltati e vessati da imposte che – proprio perché pagate fino alla fine – sono sempre troppo alte. Mentre l’evasione fiscale, a lungo andare, logora il tessuto democratico di un Paese fino a distruggerlo.

Chi paga le tasse, paga anche quelle che non vengono versate dagli evasori fiscali. Se tutti pagassero, infatti, la pressione fiscale potrebbe diminuire di almeno il 20%. Significa – per banalizzare – che a fine mese nelle tasche degli italiani onesti entrerebbe il 20% di soldi in più. Fate qualche conto.

Ma questo non accade. E ciò che è più grave è che a pagare tutte le imposte sono sempre i soliti. Ma anche gli evasori fiscali sono sempre gli stessi.

I partiti politici ritengono che la lotta all’evasione fiscale non paghi politicamente, perché alla base c’è un problema culturale tutto italiano. L’evasione fiscale non suscita riprovazione morale come dovrebbe, forse perché lo Stato è percepito come un’entità lontana e inefficiente. Talvolta anche corrotta. Ma lo Stato siamo noi e le imposte sono il prezzo che dobbiamo pagare se vogliano una società democratica. Non solo per il welfare e le infrastrutture ma anche per la difesa dei diritti di cui usufruiamo quotidianamente, quegli stessi diritti che tutelano anche la proprietà privata oltre a proteggere i più deboli.

Quando i governi dicono che non ci sono soldi da investire nella sanità, nell’istruzione, nelle infrastrutture non dicono tutta la verità. Perché i soldi ci sarebbero, se solo tutti versassero le imposte e si combattesse sul serio la piaga dell’evasione fiscale. A qualcuno questo ragionamento potrà sembrare semplicistico ma in sostanza quello che accade è proprio questo.

Facciamo due conti. Negli ultimi dieci anni le imposte evase in Italia hanno raggiunto la ragguardevole cifra di 932,3 miliardi di euro. Quasi 1.000 miliardi che avrebbero potuto essere utilizzati per ridurre le tasse (a chi le paga) e migliorare la vita di tutti noi.
Chi sono gli evasori

Ma chi evade le imposte? Anche questo dato è noto da tempo. Ma andiamo con ordine.

Nel 2022 lo Stato ha incassato dalle imposte 544 miliardi di euro. La tassa più importante è l’IRPEF, cioè l’imposta sui redditi delle persone fisiche, che è pari a circa il 40% di quei 544 miliardi finiti nelle casse pubbliche: in pratica, 205,8 miliardi.

Vediamo adesso chi ha pagato questi 205,8 miliardi.

L’81,5% dell’IRPEF (pari a 166,5 miliardi) viene versato dai lavoratori dipendenti (85,5 miliardi dai dipendenti del settore privato e 81 miliardi da quelli pubblici).

Solo il 6,1% arriva dai lavoratori autonomi, che versano 12,6 miliardi di euro di imposte. Il resto della somma, per arrivare a 205,8 miliardi, è catalogato nel bilancio dello Stato sotto le voci “ritenute a titolo di acconto sui bonifici per beneficiare di oneri deducibili o detraibili”, “IRPEF saldo” e “IRPEF acconto”.

I lavoratori dipendenti in Italia sono circa 18 milioni, i pensionati 16,1 milioni e i lavoratori autonomi circa 5 milioni.

E torniamo alla domanda: chi evade le tasse? La risposta la fornisce la Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva. Secondo gli ultimi dati, le imposte evase dai lavoratori dipendenti irregolari (quelli regolari non possono evadere nemmeno un centesimo di quanto guadagnano) sono pari a 3,9 miliardi di euro. Quelle non versate dai lavoratori autonomi superano i 30 miliardi di euro.

Ma c’è un altro dato che fa ulteriore chiarezza. Ed è quello relativo alla propensione all’evasione, che identifica il rapporto percentuale tra l’ammontare del tax gap e il gettito teorico ovvero la percentuale di imposte che non vengono pagate rispetto a quanto sarebbe dovuto. I lavoratori dipendenti irregolari (ricordate, i regolari non possono evadere) non pagano al fisco il 2,3% di quando dovrebbero. I lavoratori autonomi, invece, evadono il 67,2% di quanto dovrebbero versare.

Avete letto bene: il 67,2%. Significa che quasi il 70% delle imposte dovute dai lavoratori autonomi non viene versato.

Nel frattempo, l’estensione della platea dei lavoratori autonomi che versa la flat tax del 15% crea un’ulteriore distorsione dei dettami dell’articolo 53 della Costituzione italiana, che recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Ma la progressività sembra essere sempre più una chimera in Italia. Come ha dimostrato un recente studio della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e dell’Università di Milano-Bicocca (firmato da Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro), il sistema fiscale italiano è blandamente progressivo solo per il 95% dei contribuenti ma diventa regressivo per il 5% più ricco. Chi guadagna oltre 500mila euro all’anno paga la imposte con un’aliquota del 36% contro il 50% di chi guadagna meno. Questo perché i guadagni dei più ricchi non derivano dal reddito da lavoro (tassato fino al 43%) ma da redditi da capitale, tassati al 26% e addirittura al 12,5% per i titoli di Stato.

Il nuovo concordato

Il sistema fiscale italiano è, dunque, sempre più iniquo. L’ultimo esempio è il nuovo concordato biennale che il Parlamento sta trasformando in una legalizzazione dell’evasione fiscale.

Il concordato funziona così: il Fisco propone ai lavoratori autonomi e alle imprese con fatturato inferiore a 5 milioni di euro il reddito su cui essere tassati. Se il contribuente accetta, per i due anni successivi sarà in regola e pagherà solo quanto stabilito, anche se guadagnerà di più. In questo periodo dovrà dichiarare quanto effettivamente guadagna, anche se pagherà solo quanto concordato, perché queste informazioni serviranno per stabilire l’imposta dei due anni successivi. E non avrà nessuna conseguenza se nasconderà al Fisco fino al 30% dei suoi introiti.

Il decreto del Consiglio dei ministri prevedeva che il concordato preventivo fosse rivolto solo ai contribuenti affidabili, con un punteggio fiscale pari a 8 ma le commissioni parlamentari nei loro pareri al decreto hanno proposto di estendere il concordato a tutti contribuenti, anche a quelli con punteggio inferiore a 8. Non solo. Era stato anche previsto di imporre al Fisco di fare una proposta di calcolo del reddito che non poteva essere maggiore del 10% di quanto dichiarato dal contribuente nell’anno preso a riferimento. Ma se quell’anno il lavoratore autonomo aveva evaso gran parte delle imposte, questo si sarebbe tradotto in una legalizzazione dell’evasione. Se aveva guadagnato 100 e aveva dichiarato 30, il Fisco non avrebbe potuto proporre un reddito imponibile superiore del 10% a quel 30 dichiarato. Un effetto di questa misura – se fosse passata al vaglio del Parlamento – sarebbe stato quello di cancellare dalle statistiche una buona fetta di evasione fiscale. Poi, per fortuna, il tetto del 10% è stato stralciato.

«La Repubblica è nel senso civico di chi paga le imposte perché questo serve a far funzionare l’Italia e quindi al bene comune», ha detto il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno. Questo è un punto importante. Perché, prima di tutto, è il senso civico degli italiani che deve risvegliarsi.

Finora a pagare tutto e subito restano, infatti, i lavoratori dipendenti e i pensionati. Ma fino a quando? Fino a quando, cioè, sopporteranno in silenzio e accetteranno di pagare anche le tasse degli evasori fiscali?

Fonte: https://angelomincuzzi.blog.ilsole24ore.com/2024/01/14/tasse-ed-evasione-fiscale-la-rivolta-pacifica-degli-onesti-di-cui-litalia-ha-bisogno/

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