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L'Ocse prepara la rivoluzione sulle tasse delle multinazionali

Negli uffici parigini dell’OCSE si sta lavorando, senza eccessiva pubblicità, alla rivoluzione del fisco mondiale. Nel marzo del 2017 i ministri finanziari del G20 hanno incaricato l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico di elaborare le regole per adeguare i sistemi fiscali alla realtà dell’economia digitale. L’obiettivo è contrastare le sofisticate strategie di elusione fiscale delle multinazionali, che secondo il BEPS (l’organo dell’OCSE che lavora su questi temi) permettono alle aziende risparmi da circa 240 miliardi di dollari all’anno. 

L’OCSE ha presentato le sue proposte per definire i due pilastri su cui potrebbe poggiare il sistema fiscale dei prossimi decenni. La prima proposta, pubblicata lo scorso ottobre, è quella di superare la regola per cui i governi hanno il diritto di tassare solo le aziende che hanno una presenza fisica sul loro territorio. Andare oltre significherebbe permettere a uno Stato di tassare un’azienda straniera in base all’attività che svolge sul suo territorio. È il caso tipico, per esempio, della pubblicità di aziende italiane diretta a clienti italiani ma pagata alla filiale Google Ireland e quindi tassata dal fisco irlandese.

La seconda proposta, pubblicata venerdì scorso, apre all’idea di indicare un livello minimo globale di tassazione complessiva sui profitti di un’azienda: se una multinazionale sfruttando i paradisi fiscali o nazioni particolarmente “generose” dal punto di vista fiscale riesce a pagare tasse sotto una certa soglia (ancora da definire, ma indicata al 15% negli esempi proposti dall’OCSE), allora il governo del Paese in cui quell’azienda ha il suo quartier generale potrebbe obbligarla a versare più tasse in patria. Entrambe le proposte modificano alla base la tradizione del fisco internazionale, che impedisce ai governi di tassare i profitti ottenuti dalle loro aziende all’estero o quelli ottenuti nei loro Paesi da aziende straniere. La materia è estremamente complessa. Il BEPS ha pubblicato le due proposte, definite Pilastro I e Pilastro II, e ha aperto una consultazione pubblica tra i soggetti interessati. L’obiettivo è arrivare a definire una soluzione condivisa a livello di G20 già entro la fine del 2020, anno in cui l’OCSE intende pubblicare il suo rapporto finale sulla necessità di una riforma della tassazione internazionale. Del BEPS fanno parte 130 Paesi, cioè quasi tutte le nazioni del mondo. Arrivare a un accordo politico su questa rivoluzione fiscale è difficile. Paesi come l’Irlanda, la cui tassa sui redditi d’impresa è al 12,5% (la media europea è al 21,3%), mentre altri, come l’Italia, potrebbero ottenere un significativo aumento delle entrate fiscali. Facilita però l’intesa il fatto che tutti i governi riconoscano che occorre trovare una soluzione. In assenza di norme internazionali condivise, diversi Stati stanno procedendo con soluzioni unilaterali, come le web tax di Francia e Italia o la legge con cui gli Stati Uniti hanno ottenuto il rimpatrio delle casse miliardarie di alcune delle sue multinazionali (la sola Apple ha riportato negli Stati Uniti dall’isola di Jersey 285 miliardi di dollari, pagando 28 miliardi di tasse al governo americano). È proprio per evitare queste mosse unilaterali che il G20 ha affidato all’OCSE l’incarico di trovare una soluzione. Il tempo a disposizione è molto ma non moltissimo: il prossimo vertice del G20 sarà a Riad, in Arabia Saudita, il 21 e 22 novembre del 2020.

[Pietro Saccò - Pubblicato da avvenire.it il 12 novembre 2019]

Le tasse sono bellissime. Lettera postuma a Tommaso Padoa-Schioppa

L’autore di questo post è Eraclito, pseudonimo che un “umile servitore dello Stato”, esperto di economia e finanza, soprattutto in ambito internazionale, ha scelto per scrivere con maggior libertà.

Gentile Professor Padoa-Schioppa,

Mi perdoni se Le scrivo questa lettera postuma solo ora ma vorrei tornare un attimo su quella frase che Lei disse ormai più di 10 anni fa: “Le tasse sono bellissime”. Già a suo tempo, quando Lei pronunciò questa frase, suscitò in me molta simpatia soprattutto perché fu crocifisso da tante persone che, al meglio, erano troppo ignoranti per capire il suo ragionamento o, al peggio, erano maliziosamente legate al potere di decidere come spendere le tasse del bilancio pubblico e non volevano spogliarsene o utilizzarlo per fini più nobili.

Un comunicatore molto ingenuo

Intanto, vorrei dirLe che in quell’occasione Lei fu un comunicatore ingenuo, molto ingenuo, ma solo perché – ahimé – era il ministro di un governo italiano; se fosse stato invece il ministro di un paese scandinavo, ad esempio, avrebbe avuto il plauso di tantissimi cittadini. In quei paesi, infatti, la pressione fiscale è pari se non più alta dell’Italia ma non credo che, secondo le statistiche, il tasso di evasione sia più alto in Svezia o in Norvegia piuttosto che in Italia, così come non credo che il cittadino medio scandinavo si lamenti di pagare troppe tasse, più di quanto non se ne lamenti il cittadino medio italiano, accecato da una classe politica che lo turlupina più spesso che mai con slogan efficaci dal punto di vista della comunicazione ma assolutamente vacui dal punto di vista della Scienza delle Finanze. 

Il contratto sociale

A mio parere, la ragione della “acquiescenza” del cittadino medio scandinavo è semplice: in quei paesi le tasse raccolte dallo Stato sono usate per onorare al meglio il cosiddetto “contratto sociale”, ovvero quel patto che si instaura esplicitamente o implicitamente quando le persone decidono, liberamente o per circostanze inevitabili, di vivere in comunità tra loro.

Non appena ci si riunisce in comunità ci si accorge subito dell’esigenza e della convenienza di pagare le tasse. Infatti, basta poco ad accorgersi che:

  • è improduttivo che ognuno installi un allarme nella propria casa; è molto meglio invece pagare delle tasse allo Stato che paga poliziotti e carabinieri per girare nelle strade allo scopo di prevenire il crimine;
  • è impossibile per un individuo fronteggiare l’avanzata di un’armata straniera sul suolo patrio; è molto più praticabile ed efficace pagare delle tasse al fine di costituire un esercito nazionale che difenda i confini dello Stato in cui si vive;
  • nessuno può costruirsi da solo un’autostrada per la propria macchina per andare da Capo Passero a Campione d’Italia; è molto più conveniente ed efficace pagare delle tasse per costruire un’opera come l’Autostrada del Sole (sperando che quest’ultima nel futuro sia davvero prolungata fino a Capo Passero unendo l’Italia da Nord a Sud);
  • è inutile, oltre che ingiusto, che ciascuna madre assuma una baby-sitter o resti a casa per badare ai propri figli; è molto più giusto ed efficace che Comuni, Regioni e Stato finanzino asili nido dove i bambini possano divertirsi ed imparare mentre i genitori sono al lavoro;
  • per ultimo ma non da ultimo, è stupido pagare cure mediche a tante persone che si ammalano di malattie anche gravi come il cancro; è molto più smart e giusto pagare quelle tasse (o addirittura risparmiarle facendo rispettare leggi incisive a protezione dell’ambiente) per evitare che tante fabbriche, in particolare quelle siderurgiche, producano inquinamento dannoso per la salute.

E potrei continuare così con tanti altri esempi, ma mi fermo.

Una classe politica “maliziosa”

Chi La ha denigrata era, come dicevo, “ignorante” perché non ha capito che il Suo ragionamento si fondava sulla necessità/convenienza di finanziare una serie di strumenti tipici del contratto sociale quali il controllo dell’ordine pubblico, la Difesa, la creazione di infrastrutture di rete, strumenti per incoraggiare e facilitare la partecipazione al mercato del lavoro o la salvaguardia dei beni pubblici, tra cui l’ambiente e la salute.

Oppure si trattava di individui appartenenti ad una classe politica “maliziosa” che in più di 70 anni di Repubblica Italiana non ha mai disdegnato di utilizzare il denaro versato dai contribuenti italiani per spese pubbliche volte a facilitare i propri interessi clientelari oppure magari per assistenza mal congegnata (si rammenti sempre l’adagio, quasi mai rispettato, che “non bisogna dare pesci all’affamato bensì una canna da pesca affinché se li procuri da solo”) al fine di guadagnare consenso nelle successive consultazioni elettorali.

Dunque, le tasse sono davvero bellissime?

Orbene, dopo tanti anni, ho trovato le parole per dare il giusto peso e riconoscimento al concetto che Lei espresse in maniera un po’ “maldestra” nel 2007, che vale sin da quando esistono comunità che si danno un’organizzazione statale e che varrà ancora fin quando tali comunità continueranno ad esistere. Anzi, se avessi avuto modo di farlo a suo tempo, le avrei suggerito di modificare il suo slogan in: “Le tasse sono bellissime” ma a patto che vengano spese al meglio per il bene pubblico.

Pertanto, concludo dicendo che sarei molto contento di pagare le tasse se servissero a finanziare:

  • corsi di formazione professionale adeguati alle abilità richieste nella nostra era per inserire giovani disoccupati nel mercato del lavoro, anziché pagare loro un assegno mensile per consentirgli un minimo di autonomia economica (tutto sommato, in quest’ultimo modo aumenterebbe il rischio che molti restino “bamboccioni”, altro termine da Lei “maldestramente” coniato);
  • lo stipendio di donne e uomini della Guardia Costiera nonché contributi italiani alla Banca Mondiale e alle altre istituzioni per lo sviluppo al fine di creare le condizioni affinché si arrestino i fenomeni di grande migrazione di massa, anziché pagare il rimpatrio di “clandestini” che peraltro non viene mai regolarmente effettuato;
  • la ricerca applicata e gli incubatori di start up (nonché dei corsi di riconversione professionale per coloro che perdono il lavoro), anziché pagare per anni e anni la cassa integrazione a lavoratori di industrie che producono beni e servizi che nessuno vuole più o che vengono prodotti meglio e a più basso costo da altri lavoratori in altre parti del mondo;
  • un registro automobilistico efficiente ed efficace che consenta di vendere la mia macchina usata senza ricorrere ad un notaio ma con un semplice scambio di documenti con l’acquirente e la notifica al registro automobilistico, anziché finanziare un registro automobilistico costoso, macchinoso e incapace di sfruttare al meglio le nuove tecnologie;
  • la creazione di un parco turistico nella fantastica Bagnoli oppure per agevolare la transizione dell’ILVA di Taranto verso un modello produttivo competitivo e non inquinante, anziché buttare nel secchio bucato tanti denari per evitare al margine il degrado dell’area di Bagnoli, non ancora pienamente sfruttata al pari delle potenzialità che offre, oppure per incentivare un’impresa estera a continuare a produrre a Taranto senza risolvere alla radice l’ignobile violazione del diritto alla salute che si è perpetrata per anni e anni in quella città.

E così via, potrei fare tanti altri esempi ma, ahimè, sono solo un lavoratore dipendente un po’ arrabbiato per le tante tasse da pagare, non solo per me ma anche per tanti altri concittadini che le evadono, pagando un’aliquota fiscale media e marginale simile a quella di un cittadino medio scandinavo ma ricevendo in cambio servizi pubblici mediocri e non quelli superlativi che altri Stati offrono con tanta capillarità ed efficacia.

Con l’ossequio che si deve ad una persona defunta che in vita ha detto tante cose intelligenti ma che è stato un po’ ingenuo nel proclamarle in pubblico senza rendersi conto di trovarsi in Italia e non in Scandinavia, La saluto e spero che riposi in pace.

https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2019/10/06/tasse-padoa-schioppa/

Un tetto alle tasse in Costituzione?

Forza Italia sta promuovendo una raccolta di firme per presentare una legge di modifica della Costituzione che stabilisca un tetto alla tassazione.

"Lo Stato non potrà mai - ha dichiarato Silvio Berlusconi - per nessuna ragione, imporre una tassazione superiore a un terzo della ricchezza totale prodotta nel Paese durante l'anno né a un singolo contribuente, persona fisica, famiglia o impresa, potrà chiedere più di un terzo dei suoi guadagni”.

Anzitutto, dobbiamo rilevare un problema di calcolo matematico. Da un lato si dichiara “un terzo”, ma in molti articoli promozionali si parla del 30%. La differenza tra i due non è banale. Dato che la recente Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza rileva che le entrate dello Stato nel 2018 sono state di 816 miliardi di euro con una pressione fiscale del 41,8%, la differenza tra 1/3 e il 30% ammonta a 65 miliardi di euro. Una cifra che corrisponde al costo annuale degli interessi sul debito pubblico e al doppio della manovra economica per il 2020. Quando si danno i numeri sarebbe opportuno essere più precisi.

Secondo problema: nell’Unione Europea (dati forniti da Eurostat con riferimento al 2017) soltanto l’Irlanda ha una pressione fiscale inferiore al 30% e soltanto le tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania) si collocano al di sotto di 1/3. La Francia si colloca al primo posto con una pressione fiscale del 48,4%, mentre la media della pressione fiscale tra i Paesi dell’euro è al 41,4%. Tenendo anche conto che l’Italia ha il più alto debito pubblico in assoluto tra gli Stati europei, la proposta di inserire a livello costituzionale un tetto - del 30% o di 1/3 - alla pressione fiscale è del tutto velleitaria.

C’è un terzo punto che spesso viene travisato o ignorato. L’art. 53 della Costituzione stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. La capacità contributiva non corrisponde al reddito o alla capacità produttiva annua, ma alla possibilità che ogni cittadino ha di contribuire alle casse comuni. In questa prospettiva che senso può avere un tetto?

“Abbiamo detto molte volte - ha aggiunto Silvio Berlusconi nel presentare la proposta - che questo è il livello più alto che il comune senso di giustizia possa tollerare. Una tassazione più alta viene percepita come un sopruso e invoglia chi può a evadere le tasse: una scelta sbagliata ma spesso inevitabile di fronte alla rapina di stato".

Resta da spiegare perché l’Italia con livelli di pressione fiscale simili agli altri Paesi europei abbia un livello di evasione fiscale ampiamente superiore agli altri Stati. Forse una risposta si può trovare nella constatazione che soltanto in Italia ci sono leader politici che considerano “il dovere inderogabile di solidarietà economica” (art. 2 Cost.) come una “rapina di stato”.

Anche oggi dovrebbe valere la replica espressa nel 2006 dall’allora Ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa: “A chi dice che mettiamo le mani nelle tasche dei cittadini rispondo che sono gli evasori ad aver messo le mani nelle tasche dello Stato e di altri cittadini onesti. 
Violando così non solo il VII comandamento, ma anche un principio base della convivenza civile”.

Una manovra minuscola per i soliti noti

La manovra che il governo ha delineato nella NaDef è minuscola. Di conseguenza gli effetti sulla crescita sono modesti e forse trascurabili. Lo stesso governo indica che l’impatto sarà pari al +0,2%, con una crescita 2020 che passa dallo 0,4% tendenziale a un programmatico dello 0,6%. In realtà, la manovra annunciata “appare” di circa 30 miliardi di euro. Di questi però, 23 miliardi servono per evitare l’aumento dell’IVA. Ma se l’IVA non aumenta significa che nel 2020 avremo la stessa Iva del 2019 e quindi non c’è alcuno “impulso” all’economia. Certo, se l’IVA fosse aumentata avremmo subìto un forte freno che avrebbe portato la crescita allo zero come quest’anno. Il non aumento dell’IVA “evita” quindi questo effetto freno sulla crescita, ma non determina nessun ulteriore sostegno alla ripresa.

Dei restanti 7 miliardi, circa 4,5 sono dovuti a spese “obbligatorie” e 2,5 miliardi (lo 0,12% del PIL) sono destinati a ridurre il cuneo fiscale a partire dal luglio 2020. Al di là delle valutazioni di merito, “questo” taglio del cuneo rappresenta circa un quarto del valore conseguito dai lavoratori con gli 80 euro di Renzi e circa la metà del Reddito di cittadinanza o di Quota 100. Sul fronte delle coperture, i 30 miliardi della manovra sono fatti per circa la metà con aumento del deficit di 0,8%, che passa da un tendenziale dell’1,4% al 2,2 per cento.

Poi ci sono 6 miliardi di minori interessi sul debito pubblico. Qui va precisato che queste minori spese fanno già parte del “tendenziale” e non rappresentano una manovra. Derivano dagli effetti della politica monetaria di Mario Draghi e dal fatto che i mercati finanziari hanno, almeno per ora, preso atto che l’Italia, dopo aver evitato una maggioranza di governo nazional-sovranista, non sembra più correre il rischio di uscire dall’euro. Ecco perché lo spread dai circa 300 punti si è dimezzato a sotto i 150 punti base. Poiché l’anno prossimo andranno a scadenza circa 400 miliardi di titoli di stato, su questi si risparmierà circa l’1,5%, cioè più o meno 6 miliardi di euro. Sta di fatto però che il nostro spread è tuttora il doppio di quello di Spagna e Portogallo e circa cinque volte più alto di quello della Francia che sta a 30 punti base. Una manovra coraggiosa e forte dovrebbe porsi l’obiettivo di riportare lo spread italiano vicino a quello francese. Questo ulteriore risparmio di interessi sarebbe effetto della manovra stessa e non la conseguenza “esterna” della politica monetaria della BCE.

Poi ci sono 7 miliardi di maggiori entrate dovute... alla lotta all’evasione. Qui va ribadito che le entrate da lotta all’evasione si mettono a bilancio solo quando sono effettivamente realizzate e non quando si spera che si realizzino. I restanti 2-3 miliardi vengono trovati in tagliuzzamenti di spese ministeriali e di tax expenditure su settori che producono danni ambientali.

Come si vede dai numeri, la manovra è in sostanza pari a 7 miliardi di euro, cioè lo 0,4% del PIL. È coerente quindi indicare che, con una manovra da 0,4% di Pil, la crescita aumenta dello 0,2%. Un’ulteriore nota va dedicata all’effetto del deficit pubblico sulla crescita e quindi al fatto, sbandierato da tempo e da più parti, che sarebbero i vincoli “europei” a impedire all’Italia di crescere di più. Nella NaDef si assegna alla flessibilità europea la possibilità di aumentare il nostro deficit dello 0,8%. Ebbene, con uno 0,8% di deficit in più si ha uno 0,2% di crescita in più. Per paradosso si potrebbe allora dire che, per avere un effetto minimamente rilevabile sulla crescita, magari pari al +1%, basterebbe aumentare il deficit di un +4%, portandolo al 6,2%!

Il vero problema è che questa manovra è minuscola perché lascia intonsi i livelli e la composizione della spesa pubblica (900 miliardi) e delle entrate (855 miliardi), continuando a mettere a bilancio anche per i prossimi anni i 50 miliardi di spesa sprecati e malversati e i 100 miliardi di evasione mancanti tra le entrate. Tutti coloro che negli ultimi venti anni hanno “sguazzato” dentro queste cifre potranno continuare a farlo visto che quei numeri sono stati scritti da qui fino al 2022!

Infine, il debito pubblico. Nel 2019 è pari a 2.420 miliardi di euro, il 135,7% del PIL, un punto in più rispetto al 2018. Da qui al 2022 è destinato ad aumentare di altri 100 miliardi arrivando a 2.520 miliardi. Solo con una sovrastima della crescita reale e dell’inflazione, si fa sì che il PIL nominale aumenti ben al di là di ragionevoli previsioni e con questo si fa vedere che il rapporto debito/Pil scende lievemente.

Ma questo è quello che è sempre stato fatto anche dai governi precedenti. Nella sua NaDef del settembre 2016, il governo Renzi-Padoan aveva indicato un rapporto debito/PIL in riduzione e per il 2019 pari al 126,6%. Nel suo DEF di aprile 2018, il governo Gentiloni-Padoan, aveva indicato sempre un profilo in riduzione e per il 2019 al 128% del PIL. Ad aprile di quest’anno nel suo DEF il governo Conte-Tria ha indicato il 130%. Oggi sappiamo che siamo al 136 per cento.

Per finire, questa modestia e fragilità dei numeri ha forse indotto il governo ad annunciare un provvedimento “collegato” che rivaluterà le rendite catastali, profilando quindi un aumento di fatto dell’Imu. Ma questo non sta nei numeri della NaDef.

Mario Baldassarri, presidente del centro studi Economia reale

(tratto da Il Sole 24 Ore, 5 ottobre 2019)

Il buon esempio americano contro l’evasione fiscale

Caro direttore,

nel 1952 il ministro Vanoni convoca mio padre Noè Cinti, apprezzato funzionario del ministero delle Finanze, e lo manda negli Stati Uniti per studiare il sistema tributario americano, convinto che il più urgente problema italiano sia quello dell’evasione fiscale.

Mio padre parte, lasciando una moglie incinta e con quattro figli a carico, con grande senso del dovere, e svolge sei mesi di intensa missione visitando tutti i singoli Stati di quella nazione.

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Riorganizzazione IVA

L’ IVA copre circa il 62% del gettito delle imposte indirette (133,4 miliardi nel 2018).

L’evoluzione delle aliquote avvenuta, dalla sua istituzione ad oggi, evidenzia un progressivo e continuo aumento dell’aliquota “ordinaria”, passata dal 12% del 1974 al 22% del 2018 (vedi Tabella 10 tratta dal Dossier “ Fisco & Debito” ).

 

Tabella 10

Evoluzione storica dell'IVA

   

Aliquota (%)

 Decorrenza (da) 

 (provvedimento)

 ORDINARIA   MINIMA   RIDOTTA   MAGGIORATA 
 1/1/1973

 (art. 16 DPR 633/1972)

12 6 18
 9/7/1974

 (art. 1 co. 1 DL 254/1974

 conv. con L 383/1974)

30
 8/2/1977

 (art. 12 co. 1 DL 15/1977

 conv. con L 102/1977)

14 35
 1/1/1981

 (art. 1 co. 1 L 889/1980)

15 8
 5/8/1982

 (art. 1 co. 1 DL 697/1982

 conv. con L 887/1982)

18 10  38
 1/1/1985

 (art. 1 co. 1 DL 853/1984

 conv. con L 17/1985)

2 9
 30/7/1988

 (art. 1 DL 202/1989

 conv. con L 263/1989)

19
 1/1/1989

 (art. 34 co. 1 DL 69/1989

 conv. con L 154/1989)

4
 1/1/1993

 (art. 36 co. 5 DL 331/1993

 conv. con L 427/1993)

-
 24/2/1995

 (art. 10 co. 1 DL 41/1995

 conv. con L 85/1995)

10
 1/10/1997

 (art. 1 co. 1 DL 328/1997

 conv. con L 410/1997)

20
 17/9/2011

 (DL 138/2011

 conv. con L 148/2011)

21
 1/10/2013

 (DL 76/2013)

22

 Aliquote in vigore al 6/2018

22

[Fonte: raffronti legislativi] 

 

Per l’anno 2020 la clausola di salvaguardia, rivista con la legge di bilancio 2019, prevede l’aumento della suddetta aliquota al 25,2%, nel caso in cui non siano reperiti con la legge di bilancio 2020 i miliardi necessari all’equilibrio dei conti pubblici.

In relazione a tali aumenti il gettito IVA in rapporto al PIL è cresciuto dal 3,99% del 1974 al 6,34% del 2017. In tale ultimo anno il gettito delle imposte indirette rispetto a quelle dirette è stato dell’ 85% (209 miliardi di € ); tale forte crescita denota una scarsa volontà perequativa da parte del Legislatore perché le imposte indirette incidono sul reddito in misura regressiva, ovvero colpiscono in misura maggiore i redditi medio bassi piuttosto che quelli alti contraddicendo il principio fondante del sistema fiscale italiano che è quello costituzionalmente previsto della “progressività”.

L’imposta continua ad essere evasa in misura massiccia nel nostro Paese.

La Commissione Europea ha recentemente stimato che il gettito dell’imposta persa (tax gap) per elusione, frode ed evasione ammonti nell’Unione a circa 147 miliardi di Euro , di cui 36 miliardi solo in Italia.

La stima della UE coincide con il dato nazionale determinato con il metodo top down, che confronta le grandezze IVA potenziali ( che si ottengono utilizzando i dati relativi a consumi e investimenti - sia pubblici sia privati), con quelle dichiarate al fisco. Le prime sono ricavate rendendo coerenti i dati di Contabilità nazionale con la normativa tributaria, le seconde impiegano i dati provenienti dalle dichiarazioni fiscali e dai flussi di finanza pubblica.

In relazione alle attuali tre aliquote del 4, 10 e 22% è stato accertato che l’evasione è risultata più elevata su quella “ordinaria” ed è cresciuta maggiormente nei periodi successivi agli aumenti avvenuti nel 2011 e nel 2013 dal 20 al 22%.

In Italia il “gap” dell’ IVA deriva principalmente dall’evasione basata sul consenso tra gli operatori economici, e tra questi e i consumatori finali, che si accordano per non fatturare l’Iva, risultando in tal modo difficilmente tracciabili e accertabili. E’ stato stimato infatti che oltre il 60% del gettito evaso deriva da cessioni di beni al consumo ai privati cittadini.

L’attività di prevenzione e contrasto all’evasione fiscale avviata dal 2016 con la legge di stabilità 2015 ha introdotto misure specifiche contro l’evasione derivante da omesso versamento o da omessa dichiarazione, che si sono dimostrate efficaci attraverso il meccanismo dello “split payment” (scissione dei pagamenti) ( oltre 11 mld nel 2017 versati all’Erario dalla PA) l’estensione generalizzata della fatturazione elettronica a partire dal 2019 (già precedentemente in atto per le cessioni nei confronti della PA, + 6% del gettito nonostante la stagnazione dei consumi), l’estensione della “reverse charges” (inversione contabile) alla grande distribuzione.

I dati contenuti nella tabella allegata, pubblicati dal Ministero, confermano l’efficacia delle misure già adottate.

L’introduzione dello scontrino telematico, già sperimentata con successo in altri paesi dell’Unione Europea e l’incentivo a usare pagamenti elettronici, in vece del danaro contante, la cui soglia di utilizzo dovrà essere ancora ridotta, (In Italia l’uso del contante è ancora molto praticato, a differenza degli altri Paesi della UE), rappresentano ulteriori iniziative in grado di ridurre sensibilmente il gap evidenziato in premessa.

Accanto a queste misure, che hanno già prodotto e continuano a produrre importanti risultati in termini di recupero di gettito evaso, occorre introdurre ulteriori iniziative di contrasto di interesse tra venditori e acquirenti affiché questi ultimi siano incentivati economicamente a chiedere l’emissione di documenti fiscali.

Ciò può avvenire anche attraverso l’estensione delle detrazioni fiscali dal reddito complessivo di oneri e spese essenziali, come più volte auspicato da chi scrive, che incidono sulla situazione personale del contribuente (vedi classificazione ECOICOP), ovviamente attraverso una profonda e significativa riforma dell’intero impianto fiscale nazionale.

Un’altra misura, nel segno della riduzione delle disuguaglianze, economiche e sociali, che caratterizzano il nostro paese, si rende necessaria per ridurre l’incidenza dell’IVA sui consumi, che applicata in misura proporzionale colpisce maggiormente le classi meno abbienti, discostandosi in modo vistoso dal principio della “progressività”, prima rammentato.

È quindi auspicabile una revisione strutturale delle aliquote e dei relativi beni tassabili che preveda, da un lato, la riduzione dell’aliquota ridotta del 4% che colpisce prevalentemente beni di prima necessità (oltre che alimentari anche energetici e riguardanti i trasporti collettivi. A puro titolo di esempio e al fine di non penalizzare alcuni beni e servizi come quelli riguardanti le costruzioni, occorre spostare tali categorie dalla tabella dell’IVA al 10% a quella del 4%) e l’istituzione di una ulteriore aliquota “maggiorata” da applicare ai consumi voluttuari e di prodotti ritenuti dannosi alla salute (abbigliamento di lusso, pellicce, gioielli, profumi, tabacco, super alcolici, lotto e gioco d’azzardo, auto di lusso, aerei e barche private, bibite con alto contenuto di zucchero e altri prodotti alimentari di largo consumo nelle basse fasce di età, che predispongono a diabete, obesità, e patologie cardio circolatorie future, etc.) lasciando invariate al momento le rimanenti aliquote (intermedia e ordinaria). Si è visto infatti che negli anni caratterizzati dalla recessione economica del nostro Paese, i consumi di beni voluttuari sono aumentati, rispetto ad una sensibile riduzione dei consumi di generi di prima necessità. La prospettata riduzione dell’aliquota “minima” del 4% potrà essere compensata dall’istituzione della nuova aliquota “maggiorata”, da definire nella sua percentuale, sulla quale dovrà pronunciarsi tuttavia l’Unione Europea modificando la direttiva vigente ( 2006/112/CE Consiglio 28/11/2006) che attualmente non la prevede. La stessa Unione Europea dovrà pronunciarsi inoltre sulla possibilità per l’Italia, di assoggettare beni e servizi alle nuove aliquote proposte.

Le nuove tecnologie già di dominio della pubblica amministrazione se utilizzate in maniera più consapevole potrebbero, in pochi anni, più che dimezzare l’evasione fiscale italiana restituendo equità e uguaglianza ai cittadini italiani. Basta volerlo fare.

 

Gettito IVA dal 2014 al 2019*

(dati MEF in milioni di Euro)

2014 114.462
2015 119.376
2016 124.503
2017 129.574
2018 133.433
2019 135.486

(*)  Il dato 2019 rappresenta il gettito dei primi sette mesi dell’anno,

integrato con il gettito dei cinque mesi restanti, rilevato nel 2018. 

 

Rivoli, 3 ottobre 2019

Il cambiamento è spostare risorse senza aumentare deficit e debito

Quali sono le condizioni dell’economia italiana che il governo giallo-verde lascia in eredità al governo giallo-rosso?

Sul piano della crescita quest’anno siamo a zero. Se aumentasse l’IVA, avremmo crescita zero anche nel 2020. Se non aumenta l’Iva la crescita nel 2020 potrebbe passare da zero allo 0,4 per cento. Quindi non basta “solo” sterilizzare l’IVA.

Sul fronte della finanza pubblica il ministro Giovanni Tria ha di recente dichiarato che «i conti sono in ordine».

Ma su quali dati si basa il giudizio del ministro?

Prendiamo i dati di finanza pubblica “scritti” nell’ultimo Def dell’aprile scorso. Lì c’è scritto che il deficit pubblico sarebbe stato quest’anno al 2,4% (2% nel 2020 e 1,8% nel 2021). Poi c’è stata la manovra correttiva di luglio per un totale di 7,6 miliardi di euro che dovrebbe riportare il deficit 2019 dal 2,4% a circa il 2 per cento. Metà dei 7,6 miliardi però sono misure una tantum con effetti solo nel 2019. Per questo il deficit del 2020 si riduce meno, dal 2% all’1,8 per cento. Conseguenza di tutto questo è che il rapporto debito/Pil dovrebbe rimanere fermo a circa il 133 per cento.

Questi sono i numeri che quasi certamente sono stati presi a base dal ministro per la sua rassicurante affermazione.

Pur comprendendone le ragioni, ci sono però due ragionamenti da fare: uno sui numeri e uno sul merito.

Sui numeri. Questi dati di finanza pubblica derivano dal Quadro macroeconomico presentato nello stesso DEF dove la crescita del PIL è indicata allo 0,2% quest’anno e allo 0,8% nel 2020 e nel 2021. Ora, il punto di partenza del 2019 è a zero crescita, se tutto va bene. Per il 2020 delle due l’una: o aumenta l’IVA (come nel quadro di finanza pubblica presentato nel DEF) e allora la crescita resterebbe a zero e non potrebbe portarsi allo 0,8% indicato dal governo; oppure non si fa l’aumento dell’IVA e allora il deficit sarebbe almeno al 2,5% e il rapporto debito/PIL aumenterebbe.

Nel merito. Dire che i conti pubblici sono in ordine limitandosi al deficit e al debito non significa raccontare l’intera “storia” della finanza pubblica.

Il deficit infatti è il saldo tra spese ed entrate, cioè la differenza tra due “addendi”.

Per valutare l’effetto del bilancio pubblico sul sistema economico occorre invece riferirsi al “totale” e alla “composizione” della spesa pubblica e delle tasse.

Faccio un esempio concreto.

Nel DEF si indica un deficit 2020 pari a 36 miliardi di euro (45 miliardi secondo i nostri conti). Comunque, quei 36 miliardi di deficit sono la differenza tra 895 miliardi di spesa totale (49% del Pil) e 859 miliardi di entrate totali (47% del PIL). È evidente che ciò che conta di più è come questi totali di spesa ed entrate impattano sull’economia, ben al di là degli effetti del deficit.

Inoltre, nel totale delle spese ci sono “soltanto” 43 miliardi per investimenti pubblici, cioè il 2% del PIL. Gli altri 852 miliardi sono dovuti a spesa corrente e fondi perduti in conto capitale, cioè il 47% del PIL.

Nel totale degli 859 miliardi di entrate, 780 miliardi sono tasse e contributi pagati dalle famiglie, dai lavorati, dai pensionati e dalle imprese, cioè il 43% del PIL. “Soltanto” 79 miliardi sono tasse pagate da altri soggetti, cioè il 4,3% del PIL. Per di più “mancano” circa 100 miliardi di evasione fiscale.

Da qui si vede che il nostro bilancio pubblico è profondamente “squilibrato”: pochissimi investimenti e tanta spesa corrente, tante tasse sui tartassati e poche su altri soggetti. Zero sugli evasori.

Ecco allora che, se si guarda al solo deficit, si può anche affermare che i nostri conti pubblici sono “più o meno in ordine”. Se però si guarda al “totale” e alla “composizione” delle spese e delle entrate, si vede che i nostri conti pubblici sono da decenni in grande “disordine”.

Proporre una manovra “espansiva” aumentando deficit e debito, oltre a essere autodistruttiva in pochi mesi per la reazione dei mercati finanziari, sarebbe in realtà una operazione che perpetua e maschera anche per gli anni futuri quel “disordine” dei conti pubblici.

Il paradosso è che, con questa struttura, il bilancio pubblico determina un effetto “restrittivo” sulla crescita che resta tale anche con un po’ di deficit in più e magari anche con la condiscendente flessibilità eventualmente concessa dalla nuova commissione europea. Per avere un bilancio “espansivo” con i conti in ordine occorre “muovere” almeno il 10% della spesa e delle entrate, cioè una manovra attorno al 5% del Pil. Non serve aumentare di qualche decimale il deficit.

Il vero “cuore” della politica infatti non sta nel firmare ulteriori cambiali a babbo morto ma nell’incidere sul totale di spesa ed entrate e nello “spostare” le risorse, senza un euro in più di deficit e di debito.

“Questa eredità di bilancio in disordine” è passata “intonsa” negli ultimi venti anni da un governo all’altro, anzi si e aggravata. Infatti, tutti i governi (giallo-verde incluso) hanno aumentato la spesa corrente, aumentato le tasse ai tartassati e tagliato gli investimenti.

Questo sarebbe il vero cambiamento, la vera discontinuità da scrivere nella prossima legge di bilancio per il 2020 ... aspettando Godot o Rousseau?

Mario Baldassarri, presidente del centro studi Economia reale

La Flat Tax incrementale è incostituzionale

Nel 2019 in Italia è entrato in vigore un surrogato della cosiddetta Flat Tax: si applica (con aliquota del 15%) soltanto alle partite IVA con ricavi non superiori a 65.000 euro. Di fatto si tratta di un ampliamento del preesistente regime forfettario con limite a 30.000 euro. La norma è iniqua nei confronti dei lavoratori dipendenti (ai quali si applicano le aliquote progressive) e rischia di incrementare l’evasione fiscale a causa della non detraibilità dei costi di produzione e dell’esenzione dalla fatturazione elettronica (come ha sottolineato anche la Corte dei Conti).

Per il 2020 l’attuale governo sta ipotizzano una nuova versione della Flat Tax. L’idea che sta prendendo quota è che l’aliquota del 15% si applichi solo sui redditi incrementali. Un esempio per capire: se un contribuente ha avuto nel 2019 un reddito di 30 mila euro e nel 2020 denuncerà 40 mila euro, la tassa piatta verrà utilizzata soltanto per quei 10 mila euro di ricavi in più nel 2020.

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Un fisco iniquo

“Una gigantesca e assurda fonte d’iniquità, ingiustizia, complessità e inefficienza”: è questo il giudizio severo che si può leggere nelle conclusioni della “Indagine conoscitiva sulla struttura dell’imposta sul reddito delle persone fisiche dal 2003 al 2017” recentemente pubblicata dall’associazione per la Legalità e l’Equità Fiscale (LEF). Si tratta di un lavoro davvero notevole, sia per la quantità di dati e di tabelle riportate nelle oltre 200 pagine della ricerca, sia per le dettagliate analisi e le conseguenti proposte.

Anzitutto è necessario ricordare che l’IRPEF è l’imposta principale, in termini di gettito e soggetti interessati, attraverso cui si attua la progressività stabilita dall’articolo 53 della Costituzione. Dall’indagine emerge che oggi la progressività grava pressoché in modo esclusivo sui redditi da lavoro (dipendente, pensione e autonomo) che rappresentano oltre il 95% del reddito IRPEF dichiarato (nel 2003 questo valore era inferiore all‟85%). Inoltre, c’è uno squilibrio a vantaggio delle dichiarazioni sopra i 50.000 euro con una sostanziale concentrazione del prelievo sui redditi medi fra 20.000 € e 50.000 euro.

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Come ridurre le tasse, aumentandole

La solita commedia all'italiana. Di fronte all'eventualità dell'apertura della procedura di infrazione per debito eccessivo da parte della Commissione europea nei confronti dell'Italia, alcuni politici della penisola hanno alzato la voce, picchiando i pugni sul tavolo, mostrandosi alle telecamere come inflessibili difensori delle scelte italiche in materia di bilancio. Molti membri del Governo hanno giurato che non avrebbero fatto una manovra economica correttiva, come invece l'Europa chiedeva. Anzi, il leader della Lega Matteo Salvini ha rilanciato, dicendo che “l'unico modo per ridurre il debito è tagliare le tasse”.

In realtà, dietro le quinte del set televisivo, attenuate le luci e spente le telecamere, il Governo italiano ha provveduto ad adempiere alle richieste europee di una correzione dei conti pubblici. Infatti, il Consiglio dei Ministri il 2 luglio scorso ha approvato un disegno di legge di assestamento del bilancio che ammonta a circa 7,6 miliardi di euro, per ridurre il deficit dal 2,4 al 2% del PIL. Si tratta di 6,24 miliardi di maggiori entrate (2.900 milioni di maggiori entrate tributarie, 700 milioni di maggiori entrate contributive, 2.740 milioni di altre entrate correnti e in conto capitale), oltre al congelamento di 1,5 miliardi di risorse disponibili (di fatto un risparmio di spesa).

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Flat Tax: non è solo questione di soldi

Si avvicina una nuova tornata elettorale e si torna a parlare di tasse. Non per ricordare agli italiani che la Costituzione ci richiama al “dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale”, ma per assicurarci che saremo liberati da ciò che nell’immaginario collettivo si sta affermando come un’angheria.

Messaggio indirizzato soprattutto ai più ricchi che avendo di più sono anche quelli che hanno la sensazione di pagare di più. E poiché a determinare gli importi fiscali è l’aliquota, ossia la percentuale di tassazione, tutti i governi italiani degli ultimi trent’anni si sono prodigati per abbassare le aliquote sui redditi più alti, fino ad arrivare ad oggi che si propone la Flat Tax, letteralmente tassa piatta. Vale a dire aliquota unica, magari del 15%, sia che si guadagni 20mila euro che due milioni di euro l’anno. Unico elemento d’abbattimento il carico familiare, anch’esso però uguale per tutti, per cui il principio alla fine non cambia.

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I paradossi della Flat Tax all’italiana

Chissà che cosa direbbe Milton Friedman, l’economista americano che nel dopoguerra propose la flat tax, di fronte all’introduzione in Italia di questa forma di imposta. La domanda si pone perché la tassa piatta all’italiana in effetti è assai diversa da quella ideata da Friedman.

Anzitutto, la Flat Tax nelle intenzioni del suo ideatore nasce come proposta per evitare le disparità di imposizione fiscale, poiché ogni categoria di contribuenti cerca di ottenere un trattamento di favore, ovviamente a scapito di tutti gli altri.

Questo obiettivo se l’era posto anche Salvatore Scoca, relatore dell’art. 53, durante i lavori dell’Assemblea Costituente italiana: “Se esaminiamo la nostra legislazione, vediamo che, accanto alle leggi normali di imposta, si sono inserite troppe eccezioni, troppe norme singolari, le quali creano differenze di trattamento tra classi di cittadini ed altre classi, e tra le varie località del territorio dello Stato, e rendono ardua la stessa conoscenza della materia. Questa delle riduzioni e delle esenzioni è una grave menda della nostra legislazione, ed occorre che sia eliminata per l’avvenire”.

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Un Governo ingiusto

L’attuale Governo, sostenuto da M5S e Lega, ha chiesto al Parlamento di approvare una manovra economica di circa 33 miliardi di euro, le cui risorse sono finanziate in gran parte a debito. Nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire: ai posteri viene rilasciata l’ennesima cambiale da pagare.

Non solo: se i Governi precedenti, dal 2011 in poi, erano stati criticati per aver ipotecato le manovre degli anni successivi con pesanti clausole di salvaguardia (12,5 miliardi per evitare l’aumento dell’IVA nel 2019), l’attuale Governo le ha aumentate a 23 miliardi (nel 2020) e a 28,8 miliardi (nel 2021). Insomma, nei prossimi anni sarà necessaria una manovra economica esclusivamente per evitare l’aumento dell’IVA. Così facendo, si persiste nel caricare pesi insopportabili sulle spalle delle prossime generazioni, continuando a realizzare deficit, ad aumentare il debito e a condizionare le possibilità futura di spesa pubblica.

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La cedolare sui locali commerciali "fa secca" la progressività dell'imposta

La manovra economica che il governo sta preparando si arricchisce di un nuovo capitolo. La novità dell'ultima ora è la cedolare secca per l'affitto dei locali commerciali. Una misura che, ha detto in un'intervista a Sky il sottosegretario all'Economia, “servirà anche a combattere il degrado urbano" [1].

Era da tempo che Confedilizia chiedeva che fosse esteso anche al settore delle attività commerciali il sistema di tassazione oggi previsto per le sole abitazioni residenziali.

Se non verrà modificato il pacchetto fiscale, quindi, anche chi concede in locazione un locale commerciale potrà optare per il regime di tassazione a cedolare secca.

Di cosa si tratta?

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L’aumento della ricchezza e della disuguaglianza

Di solito si fa il confronto tra il tanto posseduto dai più ricchi e il poco rimasto nelle mani dei più poveri. In questo modo è facile verificare quanto il sistema economico mondiale sia diseguale ed ingiusto. Ma a conclusioni analoghe si può giungere anche soltanto analizzando l’evoluzione della ricchezza nel mondo.

Una conferma si può trovare nel Global Wealth 2018, l’ultimo rapporto del Boston Consulting Group (una società che offre consulenza per gli investimenti di elevato valore): la ricchezza finanziaria privata mondiale nell’ultimo anno è cresciuta del 12%, raggiungendo nel 2017 il totale di 201,9 mila miliardi di dollari. Si tratta di una cifra che è circa 2,5 volte più grande del PIL mondiale annuale, che ammonta a circa 81 mila miliardi di dollari.

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Bisogno di progressività

La Corte dei Conti ha certificato che nel 2016 la spesa complessiva dello stato italiano ha totalizzato 829 miliardi coperti per l’86,5% da entrate fiscali, ossia ricchezza prelevata ai cittadini, e per il restante 13,5% da altre entrate come affitti, concessioni, vendite di immobili, indebitamento.

Le entrate fiscali comprendono tre grandi categorie: i contributi sociali, le imposte dirette e le imposte indirette. I contributi sociali sono prelievi sulla produzione, in parte a carico dei lavoratori, in parte dei datori di lavoro, e sono utilizzati per pensioni e altre provvidenze di carattere sociale. Le imposte dirette sono prelievi sugli introiti dei cittadini. Le imposte indirette sono prelievi sugli acquisti per beni e servizi. L’analisi dei dati rivela che oggi i tre settori contribuiscono al gettito fiscale in misura quasi paritaria. Più precisamente nel 2016 i contributi sociali hanno rappresentato il 31% del gettito fiscale, le imposte dirette il 35%, quelle indirette il 34%. Situazione piuttosto diversa da quella del 1982 quando i contributi sociali rappresentavano il 40% di tutte le entrate fiscali, le imposte dirette il 35%, quelle indirette il 25%.

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Comparazioni dei SISTEMI FISCALI in alcuni Paesi Europei

Aliquote ordinarie di IVA
 ITALIA 22%
 SPAGNA 21%
 REGNO UNITO 20%
 FRANCIA  19,6%
 GERMANIA 19%

 

 Aliquote IRPEF   minima massima
ITALIA 23%  43%
REGNO UNITO 10%  45%***
GERMANIA 15%  45%
SPAGNA 24%  52%
FRANCIA  6,85% 48% 

 (ricordo che in Francia vige un sistema fiscale per 'unità familiare'...).

*** nel Regno Unito i dividendi sui capitali detenuti sono tassati tra il 7,5% ed il 45%, secondo cioè i diversi redditi imponibili. (In Italia al 26% fisso, ed al 12,50% fisso sui Titoli di Stato...).

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Flat Tax: la tassa che piace ai ricchi

Uno studio scientifico con cui Mazzei svela chi ci guadagnerebbe veramente con la "tassa piatta", ovvero le cifre che i liberisti Matteo Salvini, Armando Siri e Nicola Rossi non vi faranno vedere mai.

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La Flat Tax è incostituzionale

La Flat Tax non è certo una novità nel dibattito teorico e nei vari tentativi di implementazione, in particolare nei paesi dell’est europeo postcomunista. Fu ideata da Milton Friedman nel 1956 e da allora è sempre stato un mantra delle teorie neoliberiste in campo fiscale.

In Italia venne proposta, con una aliquota al 33%, da Silvio Berlusconi nel 1994 al posto di un’Irpef progressiva. Poi venne fatta propria dalla Lega di Salvini, per fortuna senza successo. Se non in modo parziale: il 1º gennaio 2004, in Italia, è entrata in vigore l’IRES (Imposta sul Reddito delle Società) al posto dell’IRPEG. L’IRES è una Flat Tax: infatti è presente una sola aliquota pari al 24% (dopo la legge di stabilità 2016). Ma qualche settimana fa il Sole 24 Ore ha dato vita un dibattito sul tema partendo dalla proposta di Nicola Rossi di una Flat Tax sull’Irpef con aliquota al 25%.

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Scaglioni di reddito Legge 825/71 - Differenze con IRPEF di oggi

DAL SAGGIO: 
FISCO, LA COSTITUZIONE TRADITA
Scaglioni di reddito sottoposti a IRPEF in vigore dal 1973 al 1986

ECCO LA LEGGE 825/71

Dopo 23 anni dall’entrata in vigore della Costituzione, viene approvata dal parlamento la legge delega n°825 del 9 ottobre 1971 di riforma tributaria, istitutiva dell’IVA e dell’IRPEF che delegò il Governo ad emanare le disposizioni occorrenti, per attuare i principi Costituzionali della capacità contributiva e dellaprogressività di tutti i tributi, secondo i criteri direttivi determinati da quella legge.

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Una nuova cultura della legalità fiscale

Talvolta capita davvero di guardare la pagliuzza e non la trave. Così viene da pensare osservando in modo critico il dibattito politico sul rispetto dei parametri europei per il deficit di bilancio. Da Bruxelles chiedono all’Italia di diminuire il rapporto deficit/PIL dello 0,2%, che corrisponde a 3,4 miliardi di euro.

Da settimane si discute in modo animato di questi decimali in percentuale e della cosiddetta “manovrina” che il Governo ha varato per recuperare i pochi miliardi richiesti. 

Colpisce tanta attenzione per un dettaglio di secondaria importanza, quando il vero problema è il rapporto debito/PIL, che ha superato il 133%, cioè oltre 2.250,4 miliardi di euro al 31 gennaio 2017 (fonte: Banca d’Italia). Dato che il debito è superiore di 662 volte l’ammontare della “manovrina”, forse sarebbe il caso di porci seriamente qualche domanda sul futuro del nostro Paese. Le reiterate promesse di diminuzione del debito e del raggiungimento del pareggio di bilancio vengono puntualmente disattese. Ogni anno si rimanda all’anno successivo, senza spiegazioni.

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Se l’IRPEF non è uguale per tutti

di Sergio Beraldo e Giovanni Esposito

Imposte sostitutive come la cedolare secca sugli affitti sono spesso giustificate con la volontà di far emergere base imponibile. Invece creano solo disparità di trattamento tra redditi uguali. E aumentano la percezione di iniquità del sistema fiscale.

=> Articolo su "La voce"

Perché la “Forfait Tax” è iniqua

Anzitutto è sbagliata la definizione: non si tratta di una “Flat Tax”, ma di una “Forfait Tax”.
Ci riferiamo all’imposta sostitutiva - per l’ammontare di 100mila euro annui - che il sistema tributario italiano prevede per i cittadini stranieri che decidano di trasferire la residenza fiscale in Italia relativamente ai redditi prodotti all’estero.

Infatti, la “Flat Tax” è un’imposta applicata al reddito in modo proporzionale, diversamente dal criterio di progressività che comporta l’aumento della percentuale delle aliquote fiscali con l’incremento del reddito imponibile. Invece, la misura fiscale introdotta dall’ultima legge di stabilità con la finalità di attrarre in Italia persone con molto ricche, andrebbe definita più correttamente come una “Forfait Tax”, poiché stabilisce un importo fisso da pagare indipendentemente dal reddito.

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Nuove regole ISEE: senza autocertificazione tutti più ricchi

L’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE) è un’attestazione che consente ai contribuenti a basso reddito di accedere a prestazioni sociali e servizi di pubblica utilità a condizioni agevolate.

È dunque uno strumento di welfare il cui valore dipende dai redditi e dai patrimoni dei componenti il nucleo familiare. Lo scorso anno è stato richiesto da ben 4,2 milioni di famiglie, per un totale di oltre 13 milioni di persone (più del 20% della popolazione residente).

Nei giorni scorsi il ministero del Lavoro e delle politiche sociali ha pubblicato il rapporto annuale[1], nel quale ha fatto il punto sulle dichiarazioni dell’anno precedente; il primo in cui hanno trovato applicazione le nuove regole di calcolo dell’ISEE.

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Fisco e DEF 2017: mancano all'appello 88 miliardi all'anno tra 2010 e 2014

(da La Repubblica del 16.10.2016)

La Relazione sull'evasione fiscale quantifica la differenza tra quanto l'Erario avrebbe dovuto incassare per Irpef da lavoro autonomo e da impresa, IRES, IVA e IRAP e quanto invece ha effettivamente ricevuto. Di questi, oltre 75 miliardi sono da considerare vera e propria evasione.

La Manovra economica per il 2017 ha come corollario l'abolizione di Equitalia e numerosi interventi sul fronte fiscale. Il recupero dall'evasione è centrale per l'equilibrio dei conti pubblici, l’aggiornamento certificato del Def è positivo, grazie a circa 12 miliardi di recupero "permanente" nel corso del 2016. Eppure ci sono ben 88,1 miliardi, oltre tre volte l'entità della legge di Bilancio (27 miliardi) varata il 15 ottobre dal governo, di entrate sottratte al bilancio pubblico nella media del periodo 2010-2014. E se si restringe il campo d'analisi al solo 2012-2013, la media annua sale addirittura a 108,7 miliardi.

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Come rottamare il sistema tributario

Prima gli 80 euro mensili ad alcuni lavoratori dipendenti, poi 500 euro agli insegnanti, successivamente 500 euro ai diciottenni e adesso 800 euro alle donne in stato di gravidanza. La distribuzione governativa di mance sembra aver preso un posto chiave nel sistema tributario.

La parola d’ordine è e resta “rottamazione”. Abolizione di Equitalia, anzitutto, tagliando drasticamente le multe a chi non aveva pagato. Una beffa per gli onesti, un favore ai furbi e agli evasori.

Avanti con la possibilità di far rientrare i capitali portati all’estero e persino quelli nascosti in Italia. Con un contributo forfetario si risolve tutto e si rottama il passato: chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato.

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Fisco, allarme per le sanatorie

Dall'Agenzia delle Entrate e da Equitalia prima è arrivato un vociare perplesso e scontento. Poi il malessere, visti i provvedimenti annunciati e in seguito entrati nella legge di bilancio, è diventato un vero e proprio atto di accusa: "Il governo ha varato l'ennesimo condono fiscale, una sanatoria che avrà effetti devastanti sul gettito atteso per i prossimi anni e che aprirà la porta a decine di contenziosi tra autorità e contribuenti, in quanto vìola i principi costituzionali di eguaglianza di fronte alle leggi".

=> Continua a leggere su "La Repubblica"

 

TASI, i conti sull’abolizione

Favoriti i redditi più alti e chi ha più di 54 anni. Senza il gettito Imu e Tasi sugli immobili i comuni resteranno privi di circa 3,5 miliardi di euro di risorse da dover compensare

Ogni volta che un governo cancella una tassa, crea dei vincenti e qualche volta dei perdenti. Non sempre con questo gesto esprime la sua visione della società, specie quando il gettito in gioco non è enorme, ma di certo contribuisce a spostarne in modo sottile gli equilibri.

=> Continua a leggere sul sito de "Il Corriere della Sera"

 

Il sistema tributario tra restaurazione e beneficenza

Tornare indietro di 167 anni: è questa la proposta di Silvio Berlusconi & Matteo Salvini, che propongono una “Flat Tax”, cioè un’aliquota fiscale unica del 20% o addirittura del 15%. Infatti la tassazione proporzionale era stata inserita nell’art. 25 dello Statuto Albertino approvato il 4 marzo 1848: «Essi (cioè i cittadini) contribuiscono indistintamente, nella proporzione dei loro averi, ai carichi dello Stato».

Quasi cento anni più tardi, il 23 maggio 1947, l’Assemblea Costituente elaborò il testo dell’art. 53 della Costituzione Repubblicana: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».

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IVA: alla ricerca di verità

Pare che a breve l’aliquota ordinaria dell’IVA salirà dal 21% al 22%. L’IVA è stata introdotta in Italia nel 1973 con l’aliquota del 12%. In 40 anni ci sono stati 8 aumenti. L’ultimo l’ha effettuato il Governo Berlusconi il 17 settembre 2011, quando l’IVA è passata dal 20% al 21%.

Oggi proprio quelli che hanno deciso l’ultimo aumento si presentano come i maggiori avversari del prossimo aumento, senza alcuna spiegazione e tanto meno autocritica su quanto hanno fatto due anni fa. Soltanto una classe politica indecente e irresponsabile può essere così spudoratamente contraddittoria senza mostrare vergogna. 

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La società civile prende la parola

In vista delle prossime elezioni alcune associazioni chiedono ai candidati di prendere precisi impegni per le politiche fiscali

Le elezioni si avvicinano e giustamente la società civile prende la parola, stilando documenti, inviando appelli o chiedendo impegni ai candidati dei diversi schieramenti. Segnaliamo alcune proposte in particolare nel campo dell’economia e del fisco.

Anzitutto l’iniziativa che è stata promossa dall’Associazione Economia Reale Onlus, che nello scorso novembre ha convocato e coinvolto decine di gruppi e associazioni per passare “dall’analisi economica alla proposta politica”. Dal confronto è scaturito un documento comune che evidenzia una forte opzione per l’Europa: «Noi identifichiamo nell’Europa e nelle sue Istituzioni la nostra casa comune, la nostra storia, la nostra cultura. L’Europa non può essere soltanto una pur necessaria, rigorosa e competente tecnocrazia. Se ci fermassimo a questo, un crescente deficit democratico potrebbe compromettere l’intera costruzione europea ed il suo ruolo nel mondo. Per questo noi crediamo nell’integrazione politica europea ed identifichiamo nella creazione degli Stati Uniti d’Europa il fine ultimo di tale processo. Nel mondo della globalizzazione, i singoli Stati europei hanno già perso la loro sovranità nazionale in alcune fondamentali aree. 

Il catasto? Non può più essere un problema ...

Egregio Viceministro Martone,

Lei ha spiegato, nel corso di una recente trasmissione televisiva, che le ingiustizie nell' applicazione dell'IMU derivano dall'inadeguatezza del catasto. Dell'aggiornamento del  catasto se ne sente parlare da quasi 20 ma finora nulla e' stato concretamente fatto su base nazionale.

Nella legge di delega fiscale il tema è stato ripreso, negli stessi termini di 20 anni fa, ma sempre e soltanto a parole.

Eppure ci sono stati esempi di come, a livello locale, il problema è stato affrontato e risolto  con successo, senza spendere risorse pubbliche, facendo lavorare disoccupati, recuperando gettito fiscale e ristabilendo equità tra i contribuenti.

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Una manovra contro i poveri

Il governo Berlusconi-Tremonti nell’ottobre 2011 aveva alzato l’aliquota ordinaria dell’IVA di un punto, passando dal 20 al 21%. Inoltre, aveva programmato un ulteriore aumento di 2 punti per le due aliquote IVA più elevate (quella al 21 e quella ridotta al 10%), se i conti dello Stato non fossero “tornati”.

Il governo Monti con la legge di stabilità ha deciso di dimezzare l’aumento dell’IVA: di conseguenza a partire dal 1° luglio 2013 le nuove aliquote saranno del 22% e dell’11%. Potremmo concludere che l’aumento dell’IVA non è positivo, ma anche che sarebbe potuto capitare di peggio, come era nelle intenzioni del governo precedente.

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La solidarietà tributaria

Traccia del mio intervento all'incontro sulla "Solidarietà tributaria" tenutosi a Bergamo, venerdì 28 settembre.
In fondo all'articolo i link al programma e alle registrazioni audio dell'introduzione di Filippo Pizzolato e di relazione di Camilla Buzzacchi e intervento di Luciano Corradini.

Il libro di Camilla Buzzacchi è consolante, perché con garbo ma,  nello stesso tempo, con grande lucidità e determinazione, mette in luce le contraddizioni di un sistema fiscale che sempre meno si declina in sintonia con i principi costituzionali e sempre più si discosta dall'impianto comunitario e solidaristico, che contraddistingue la nostra Costituzione. 

L'analisi attenta della legislazione  prodotta in materia fiscale negli ultimi cinquant'anni evidenzia, nel libro,  come i principi  e i criteri contenuti nell'art. 53 – che  sintetizza perfettamente l'ideologia egualitaria in forma sostanziale sancita all'art. 3 della Costituzione Repubblicana -   siano stati sostanzialmente traditi. Il filone solidaristico di cui l'art. 53 con i suoi due commi  rappresenta una delle espressioni più significative indica  la scelta di come ottenere le risorse per  attuare tale eguaglianza:  far pagare a ciascuno una quota dei servizi, a prescindere dall'effettiva fruizione, secondo le sue condizioni economiche. Una  volta determinata la capacità contributiva, lo sforzo fiscale non può essere uguale per tutti ma ottenuto  modulando diversamente la percentuale di reddito da destinare alla contribuzione fiscale attraverso il principio della progressività.

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L'evasione fiscale aumenta al Nord - Come introdurre una tassazione più equa ed efficace

Il metodo è relativamente semplice:  incrociare i dati dei consumi con quelli dei redditi. Risultato: verificare l’eventuale incongruenza tra tenore di vita e guadagni dichiarati, cioè l’evasione fiscale. Così hanno fatto i ricercatori del Centro studi Sintesi per stilare la classifica dell’evasione fiscale dei contribuenti italiani (presunta ma  certamente non inventata …).

Ad ogni provincia hanno attribuito un punteggio, più elevato se gli abitanti dimostrano una congruenza tra dichiarazione dei redditi e benessere economico, più basso per i territori in cui i dati economici mostrano un rischio evasione. Le aree più virtuose risultano essere nell’ordine: Trieste, Milano e Bologna. In fondo alla classifica troviamo alcune realtà della Sicilia: Ragusa, Catania e Agrigento. I risultati non sorprendono, se confrontati con altre ricerche precedenti. 

Criteri per proposta fiscale

Criteri per una proposta di riforma del sistema tributario su base costituzionale (ARDeP gennaio 2012)

Premessa : capacità contributiva e criteri di progressività

La Costituzione stabilisce all’art. 53 due principi relativi alla materia tributaria. Il primo afferma che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”; il secondo che “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”  [.. segue nell'allegato]

=> Criteri per proposta fiscale

Tassiamo il prelievo di contante!

Quale sarebbe la soluzione più semplice per cancellare l'evasione fiscale?

Eliminare il denaro! Il denaro fisico!

Se lo Stato abolisse il denaro cartaceo e metallico tutte le transazioni sarebbero tracciabili. La moderna tecnologia basata sui pagamenti elettronici ci consentirebbe oggi la felice attuazione di questa proposta. Se gli Stati sono riusciti a sostituire completamente l'oro e l'argento con la cartamoneta, sicuramente potrebbero fare altrettanto eliminando totalmente il denaro fisico. Se gli Stati sono riusciti a far accettare la circolazione della cartamoneta dal valore intrinseco pressochè nullo al posto di metallo prezioso, sarà ancor più facile sostituire carta di nessun valore con file elettronici.

=> Leggi l'articolo: Tassiamo il prelievo di contante!

Riforma delle aliquote IRPEF

Ci risiamo. Il Ministro Tremonti ha dichiarato di ritenere "giusto un sistema con 3 aliquote" IRPEF. Non so come possa utilizzare il termine "giusto". Basta rileggere l’art. 53 della Costituzione per capire quanto sia improprio parlare di "giustizia" per un sistema basato soltanto su 3 aliquote, mentre dovrebbe essere "informato a criteri di progressività".

Vorrei ricordare che la legge 825 del 1971 in applicazione dell’art. 53 della Costituzione prevedeva 32 aliquote. Anche un alunno della scuola primaria può capire che più sono le aliquote più si concretizza il criterio della progressività. Giustizia è tener conto il più possibile delle diversità. Fare parti eguali tra diseguali è la più odiosa delle ingiustizie, diceva don Lorenzo Milani.

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Per un fisco più equo e solidale

Rivedere la tassazione sui risparmi e sui redditi da affitto

Il risparmio è certamente un bene, che giustamente la Costituzione «incoraggia e tutela» (art. 47). È sicuramente un valore, soprattutto se lo intendiamo come saggia propensione a “non fare mai il passo più lungo della gamba”, tramandataci dai nostri nonni. È il contrario della propensione moderna ad acquistare beni senza avere le risorse per farlo. Molte persone si muovono in pubblico con automobili lussuose, ma poi confessano in privato che in realtà la vettura non è di loro proprietà, almeno fino a quando non avranno finito di pagare l’ultima rata.

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La cedolare sugli affitti che favorisce solo i ricchi

Spett.le Redazione,

il Governo ha appena approvato un Decreto Legislativo che prevede una tassazione separata e con aliquota unica proporzionale (20%) per i redditi provenienti dall'affitto di immobili. Mi sembra una tassa in evidente contrasto con l'art. 53 della Costituzione. Anzichè tassare in base al cumulo dei redditi (come avviene adesso), si passa ad una imposta che non è più basata sul criterio di progressività.

Infatti non distingue nemmeno tra chi affitta 1 appartamento e chi ne affitta 10 o 100: pagheranno tutti la stessa aliquota! Una scelta che evidentemente favorisce i grandi possessori di immobili, cioè i più ricchi. Ne consegue anche che, a parità di entrate fiscali, il mancato introito (la differenza tra quanto pagato adesso da chi è soggetto ad aliquote alte e la cedolare secca) dovrà essere recuperato con altre imposte, che presumibilmente riguarderanno tutti, cioè anche i più poveri.

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La rivoluzione fiscale

Cominciamo dal principio, cioè dalla Costituzione (altrimenti da che cosa?). Leggiamo l'articolo 53: "Tutti concorrono alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività". Ma che cos'è la "capacità contributiva?". 

Se ad esempio una persona ha uno stipendio mensile di 1.200 euro e ogni mese per vivere spende mediamente 1.200 euro (per alimenti, affitto, acqua, gas, elettricità), dobbiamo dedurne che la sua capacità contributiva per le spese pubbliche è pari a zero. Quindi, dovrebbe pagare zero euro di tasse. Se invece un altro cittadino italiano ha un reddito di 3.000 euro mensili e spende mediamente 1.500 euro per vivere, dovrebbe pagare le tasse sulla base della sua reale capacità contributiva, cioè sui 1.500 euro residui. "Povero è chi consuma tutte le sue entrate. Ricco chi ne consuma solo una parte" (Scuola di Barbiana - Lettera a una professoressa).

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