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IRPEF, l’aliquota continua che salva il ceto medio

Si è discusso nelle scorse settimane sul modo di intervenire a riformare la nostra imposta personale sul reddito, dividendosi tra i favorevoli all’ipotesi avanzata dal ministro Gualtieri di un prelievo effettuato in base a una funzione continua dell’aliquota media (e implicitamente di quella marginale), e i favorevoli al sistema attuale dell’imposta a scaglioni eventualmente modificati. I sostenitori di quest’ultima posizione hanno in particolare insistito sul fatto che l’imposta continua sarebbe «poco trasparente» in quanto occulterebbe le aliquote marginali.

Per valutare la fondatezza di tale rilievo è opportuno esaminare la tabella a fianco nella quale sono poste a confronto le aliquote formali dell’IRPEF (quelle stabilite per legge) e quelle che si applicano effettivamente a un lavoratore dipendente senza carichi di famiglia.

È facile verificare come l’asserita trasparenza del sistema vigente sia del tutto inesistente. Anzi è proprio questa mancanza di trasparenza uno dei motivi per intervenire a riformare l’imposta, superando le detrazioni decrescenti e i bonus che sono i responsabili della situazione che si è creata e che moltiplicano gli scaglioni, rendono le aliquote decrescenti al crescere del reddito, e determinano salti di aliquota anche superiori ai 15 punti percentuali, mentre, ragionando sulle sole aliquote legali, tutti si preoccupano (giustamente, peraltro) del salto tra l’aliquota del 27% e quella successiva del 38% (11 punti). È superfluo sottolineare che, considerando anche i carichi familiari, emergerebbe una nuova e diversa struttura delle aliquote; così come ancora diverse risultano le aliquote effettive per i lavoratori autonomi e i pensionati.

È evidente che la struttura attuale oltre a risultare piuttosto erratica, determina una “gobba”, cioè un eccesso di tassazione rispetto a un andamento uniforme, nell’intervallo dei redditi compresi tra i 20-25mila euro e i 50mila euro, vale a dire sui redditi delle classi medie. Quella “gobba” va quindi tagliata il che comporta una certa perdita di gettito ma un recupero di equità e razionalità del prelievo, e per farlo la soluzione dell’aliquota continua è lo strumento più indicato che tra l’altro impedirebbe per il futuro gli interventi scriteriati di manipolazione degli scaglioni e delle detrazioni del passato recente e meno recente.

Va anche ricordato che un’imposta con poche aliquote (o con una sola aliquota), come alcuni propongono è lo strumento meno indicato per ridurre il prelievo sui ceti medi perché è proprio questa struttura di aliquote che, a parità di gettito, concentra il carico fiscale sui ceti medi, a beneficio dei redditi più bassi, ma soprattutto di quelli più elevati.

Infine va sottolineato che la riforma delle aliquote è solo un aspetto della necessaria riforma dell’imposta sul reddito, come abbiamo sottolineato e discusso molte volte in altra sede.

(tratto da Il Sole 24 Ore del 22 settembre 2020)

Fisco, la riforma da fare e l’Einaudi ignorato

Si torna ancora una volta a parlare di riforma fiscale. Giusto, ma è possibile pretendere un po’ di chiarezza? Iniziando dal fatto che associarla al Recovery fund dell’Europa è un errore. Non è possibile farla con quelle risorse. Ormai questo principio dovrebbe essere chiaro. A meno che non si intenda usare per intervenire sulle tasse fondi che originariamente erano previsti per altre partite ma che ora potrebbero essere finanziate dall’Unione. Già questo sarebbe un elemento di trasparenza, sia nei confronti dei cittadini, sia nei confronti di chi ci guarda da fuori e che riceve un’immagine di un’Italia pasticciona. Cosa che peraltro in grande misura non siamo affatto.

Quello che temiamo è che la confusione tra i vari piani in realtà nasconda un approccio poco meditato al fondamento delle politiche di bilancio di un Paese, vale a dire la tassazione e quindi il Fisco.
E soprattutto che si celi dietro tutto questo gran parlare di imposte la tentazione di farne oggetto di campagna elettorale. A ogni partito la sua promessa, dal taglio del cuneo fiscale all’intervento sulle aliquote Iva a mirabolanti flat tax sperimentate in un paio di Paesi al mondo. Dimenticando che ogni intervento pesa sull’intero bilancio e sistema fiscale. E che proprio l’agire per singoli comparti, singole misure, ha portato a quella giungla inestricabile che rende il Fisco italiano una ragnatela ingiusta e incomprensibile. È dietro agli infiniti cavilli, il gioco perverso di detrazioni e deduzioni che scompaiono quasi 30 milioni di italiani che non versano un euro di tasse.

Infatti, stando alle puntuali radiografie condotte da Alberto Brambilla del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, su 60 milioni di cittadini solo 41 presentano una dichiarazione dei redditi e di questi solo 30 versano soldi al Fisco. Dati che ci spiegano anche quanto ci sia di distorto nel fatto che poco più del 12% di italiani paghi quasi il 58% dell’intera IRPEF o che il 45% dei cittadini copra solo il 2,6% della stessa Irpef. Da qui la necessità di una riforma fiscale, si dirà. Certo. Ma proprio per questo affinché la riforma possa essere efficace deve essere sganciata dal dibattito del giorno per giorno.

Si dovrebbe inizialmente dare ordine a quello che già c’è come chiede da tempo il direttore dell’Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, affinché si sappia da dove si parte. Dovremmo per una volta guardare alla nostra storia, cosa che ci piace fare quando si tratta di analizzare puntigliosamente le debolezze, meno quando potremmo imparare da noi stessi. Nel 1951 Ezio Vanoni, allora ministro delle Finanze, vara quella che viene considerata forse la più importante delle riforme fiscali del Paese. Riforma che introdusse la dichiarazione annuale e il modello semplificato, ma a partire proprio dal concetto che il sistema è una cosa unica.

Probabilmente in quegli anni sono ancora fresche le riflessioni e analisi di Luigi Einaudi su principi come l’«ottima imposta». «Ottima è quell’imposta data la quale, in un dato momento e luogo si ottiene il migliore soddisfacimento dei bisogni pubblici compatibilmente con la produzione del più abbondante flusso di reddito nazionale». O come ricorda Roberto Artoni sintetizzando l’Einaudi che «riprende Adam Smith, il requisito essenziale di ogni sistema tributario è che l’imposta deve essere certa nel tempo del pagamento, nel modo del pagamento e nell’ammontare dovuto, oltre, aggiungiamo noi, a indurre adeguati incentivi all’intraprendenza individuale».

Quanto dell’attuale Fisco può ritenersi adeguato a quei principi? Poco purtroppo. La rincorsa al consenso a tutti i costi ha fatto sì che nel corso degli ultimi anni il legislatore si sia rifugiato nella facile introduzione di bonus e agevolazioni a questo o a quel gruppo sociale. Quando si parla di riforma fiscale, invece, come di qualsiasi altra riforma, andrebbero chiarite le linee guida, i principi ispiratori, da esplicitare poi in progetti concreti che combinino risorse e tempi di attuazione. Si dovrebbe iniziare o perlomeno tentare di uscire dalla malattia italiana di una politica che si pone alla maniera hollywoodiana, forse, ma ben poco efficace e fattiva, di chi ogni giorno dichiara: sono Mr Wolf e risolvo problemi. Ma la politica ha un ben più difficile compito: garantire al Paese un futuro sostenibile e prospero nel tempo. È questa la bussola che deve guidare le decisioni e la vera soluzione ai problemi di una comunità.

(Tratto da Corriere della sera - Economia - Mercoledì 9 Settembre 2020)

Fonte: https://www.corriere.it/economia/opinioni/20_settembre_09/fisco-riforma-fare-l-einaudi-ignorato-82429dc4-f263-11ea-86fc-7fbaee355822.shtml

L'Italia che non paga le tasse: recuperato solo il 13%. E tanti sono renitenti

Il recupero delle imposte evase - per dolo, errore o necessità - non porta frutti: negli ultimi 20 anni, fino al 2019, oltre mille miliardi di euro di imposte sono stati oggetto di cartelle esattoriali, ma alla fine solo il 13,3% risulta incassato. A fare i conti, utilizzando i dati forniti dall’Agenzia Entrate-Riscossione, è la Corte dei Conti che, pur registrando i miglioramenti degli ultimi 5 anni, fa parlare i dati dai quali emerge, ad esempio, che le cartelle superiori ai 100mila euro hanno una percentuale di incasso reale che si ferma appena al 2,7%.

«Si deduce - scrive la Corte - che verso i contribuenti più importanti si riscuotono mediamente 2.700 euro per ogni 100mila iscritti a ruolo». Non solo: il magazzino di imposte ancora da incassare ammontava a 954 miliardi, dei quali - in uno slalom tra imprese fallite, contribuenti morti e nullatenenti - solo 79,6 miliardi effettivamente recuperabili.

La foto di un Fisco che fa fatica a recuperare il terreno perduto arriva proprio mentre si inizia a discutere di riforma, con il direttore dell’Agenzia, Ernesto Maria Ruffini, che in un’intervista propone di riscrivere le regole per «sfrondare» una giungla normativa: «Innanzitutto bisogna fare 5 testi unici per riunire organicamente una materia immensa, di cui nemmeno gli esperti conoscono i confini. Non si conosce neppure con esattezza il numero delle leggi in materia fiscale oggi in vigore: dovrebbero essere circa 800».

Difficile parlare ora di riduzione del prelievo, anche se nei progetti sul tavolo del Tesoro circola l’idea di un meccanismo che potrebbe favorire i redditi medi. E sulla necessità di una riforma fiscale insistono le ACLI.

I dati sulla riscossione raccontano intanto una vecchia storia. Il recupero delle imposte è spesso difficilissimo. Il tasso di riscossione appare più elevato in anni lontani, ma questo si spiega anche perché ora è possibile rateizzare: così il tasso al 28% nel 2000 crolla al 4,97 e all’1,88% nel 2018 e nel 2019. Se si guarda però all’ultimo quinquennio si scoprono progressi, seppure modesti: la quota riscossa passa dal 10,8% del 2010-14 al 12,5% del 2015-19. E non per tutti è uguale: sale dal 7,7 al 9% per i ruoli fiscali, dal 21,9 al 25,5% per quelli dell’Inps e rimane al 30,5% per i tributi di Comuni e Regioni.

Questo recupero limitato ha però alimentato l’enorme serbatoio di somme da recuperare, che nemmeno le molte sanatorie di questi anni sono riuscite a svuotare. E non sono serviti nemmeno i 5,7 milioni di avvisi di intimazione, gli 1,8 milioni di solleciti, i 429mila pignoramenti e i 270mila fermi amministrativi (le ganasce fiscali), cresciuti nel 2019 3 volte in più dell’anno precedente.

Lo zoccolo duro dei 954 miliardi "sospesi" era rappresentato da tributi e contributi dovuti da soggetti falliti (153 miliardi), contribuenti deceduti e ditte cessate (118,9), nullatenenti (109) ed evasori renitenti che già sono incappati negli strumenti "coattivi" ma che continuano ad alimentare il proprio debito fiscale, tanto da farlo lievitare a 410 miliardi di euro.

(tratto da "L'Avvenire" del 26 agosto 2020)
Fonte: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/italiani-che-non-pagano-le-tasse

Elusione e evasione immobiliare tocca il 50 per cento

I tre miliardi stanziati per gli enti locali dal decreto Rilancio sono un pannicello caldo. Evitano, forse, che le tante criticità, giunte a un punto di rottura per l’emergenza coronavirus, possano esplodere.

Il governo ha promesso altre risorse nei prossimi mesi, ma questi trasferimenti erariali, sia pure consistenti, non risolvono un problema che ha carattere strutturale, non congiunturale. Il punto è che le casse comunali sono perennemente vuote e a risentirne sono i servizi essenziali: la scuola, i trasporti, la raccolta dei rifiuti, l’igiene e la sanità sul territorio, l’assistenza domiciliare agli anziani, la carenza di asili nido e il welfare locale nel suo insieme.

Eppure nelle città si concentra una grande ricchezza che sfugge quasi del tutto al fisco e non diventa strumento di benessere collettivo. Mi riferisco alla rendita, una stretta alleanza tra mattone e finanza e che diventa ricchezza per pochi. I meccanismi della rendita, mal governati, hanno provocato, negli ultimi decenni, nuove disuguaglianze oltre che una pressione non sostenibile sull’ambiente, sul territorio e sulle risorse naturali. Ci sono stati momenti in cui (a inizio secolo), in molte città, l’hanno fatta da padroni i cosiddetti “furbetti del quartierino” ovvero rentiers e speculatori. Non ci sono i fenomeni estremi di allora, ma resta indisturbato il dominio della rendita sulle città.

La crescita dei prezzi del suolo e la realizzazione di strade, servizi, infrastrutture, verde pubblico: rendita crescente e reddito calante. È urgente invertire la rotta ponendo con forza un grande problema redistributivo. Ma questo obiettivo richiede una riforma della fiscalità locale che consegni ai Comuni un reale potere impositivo, nel quadro della non più rinviabile riforma complessiva del sistema fiscale.

I Comuni dovrebbero essere messi in condizione, attraverso la leva fiscale, di misurare e catturare parte delle plusvalenze fondiarie e immobiliari derivanti dai processi di rinnovo urbano e dalle conseguenti transazioni immobiliari. Purtroppo, l’INVIM (imposta sull’incremento dei valori immobiliari), istituita nel 1972, quando l’incremento dei valori era quasi piatto, è stata abolita nel 1992, quando l’incremento dei valori cominciava a impennarsi. È stato l’ennesimo regalo alla rendita.

Sarebbe ora il momento giusto per ripristinarla, attualizzandola e rimodulandola sul moderno mercato immobiliare. Per portare alla luce e svelare la reale dimensione della rendita urbana, impedendole di continuare a nascondersi ed essere motore di sprechi e di nuove ingiustizie. La tassazione dell’incremento dei valori immobiliari, per essere efficace, dovrebbe avvalersi del decentramento del Catasto, i Comuni avrebbero un’arma decisiva e potente per accertare la ricchezza presente sul territorio e per trarne benefici sul piano delle entrate e di una reale autonomia nelle scelte amministrative.

La lotta all’elusione e all’evasione fiscale, che in campo immobiliare si attesta intorno al 50 per cento. Gli immobili presenti in Catasto sono il 16 per cento in più di quelli indicati dai contribuenti, decine di migliaia sono gli immobili “fantasma”, migliaia quelli rurali poi ville, senza essere riaccatastati, sfuggendo così al fisco. Il decentramento della gestione del Catasto dovrebbe coerentemente

comportare l’attribuzione ai Comuni anche dei tributi di riferimento (imposte catastali, ipotecarie, di registro) che ammontano a più di 7 miliardi l’anno.

La leva fiscale rappresenta la chiave per dare certezza ai bilanci comunali e favorire politiche coerenti con uno sviluppo urbano in grado di coniugare solidarietà, sicurezza e qualità dei servizi. I Comuni potrebbero così risolvere l’anomalia per cui, allo stato attuale, rispetto alla dimensione degli affari immobiliari sul proprio territorio, non vi è alcuna ricaduta in termini di entrate locali.

Naturalmente va corretta la totale abolizione dell’Imu sulla prima casa perché si estende ad una platea vasta di proprietari che potrebbero permettersi il pagamento dell’imposta.

Fonte: https://ilmanifesto.it/elusione-e-evasione-immobiliare-tocca-il-50-per-cento/

L’europa ha bisogno di una svolta duratura

È mia convinzione che la vera insidia, per l’Unione Europea, non sia - dopo la tormentata Brexit - un’Italexit improbabile, benché minacciata, ma il mantenimento dello status quo, efficacemente descritto con l’analogia tra UE e un condominio: un’unione divenuta molto stretta, tra condomini (gli Stati membri) che non si amano e che non investono sul consolidamento delle strutture comuni. L’UE sembra oscillare tra questa realtà di condominio, che la rende ostaggio di egoismi nazionali, e una prospettiva di integrazione un po’ grigia, irrigidita da parametri vincolanti, automatismi, aggiustamenti, «compiti a casa» e povera di slancio progettuale e solidale e di un respiro popolare. Ancora all’avvio della pandemia, l’UE è parsa fredda e incapace di reazione, paralizzata dal perverso gioco dei «sovranisti», che in patria criticano l’UE perché inerte e in sede europea ne impediscono, con il voto contrario, gli slanci riformatori.

Qualcosa finalmente sembra stia ora cambiando, su impulso della BCE e della nuova Commissione europea. La pandemia è, paradossalmente, uno shock ideale per avviare trasformazioni che mettano la sordina agli egoismi nazionali: è simmetrico – perché colpisce tutti gli Stati – ed è esogeno – perché non dipende dalle «colpe» degli Stati stessi. La stucchevole ricetta dei compiti a casa è dunque inapplicabile. Qualche novità nei più recenti provvedimenti si intravede: è stato sospeso il patto di stabilità, che bloccava la capacità di intervento di Stati indebitati; sono state allentate le regole sulle limitazioni agli aiuti di Stato alle imprese, che impedivano il soccorso statale alle imprese in crisi di liquidità; è stata attenuata (non sparita) la condizionalità del famigerato MES, ecc…Insomma, la cifra riassuntiva dell’intervento sembra la provvisorietà: si introducono deroghe, sospensioni, allentamenti di una rigidità normativa che però, al rinchiudersi di questa finestra di flessibilità, al 31 dicembre 2020, potrebbe tornare a dispiegarsi in tutto il suo freddo potenziale.

La temporaneità avvolge di precarietà questa «primavera» europea: siamo all’alba di una nuova (e più calda) stagione dell’integrazione o si preannuncia un innaturale ritorno all’inverno? È ben vero che nella storia della sua integrazione, l’UE ha progredito proprio a piccoli passi, assommando graduali interdipendenze, secondo una traiettoria di federalismo «sotto traccia», ma, al punto a cui siamo giunti, serve una svolta duratura, non una semplice parentesi. Lo strumento del Recovery Fund, recentemente lanciato dalla Commissione e denominato «Next Generation EU», lascia intravedere una direzione riformatrice più ambiziosa: un progetto di rafforzamento (temporaneo?) del bilancio europeo e di una capacità fiscale comune con cui l’UE possa stimolare investimenti e ripresa. Se questa proposta non subirà stravolgimenti, questo rafforzamento sarà infatti coperto principalmente da nuove entrate europee (come una plastic tax). Comincia così a trovare attuazione un principio da tempo invocato: la costruzione di una «capacità fiscale» comune tra i Paesi UE, cioè di un bilancio europeo finanziato con risorse proprie e non solo con contributi nazionali. Perché queste misure non siano un pannicello caldo per sopravvivere alla crisi di legittimazione dell’UE, occorre che questa svolta sia confermata e rinvigorita nel tempo e, perché questo avvenga, che sia sostenuta e anzi rivendicata politicamente dalle forze rappresentate nel Parlamento europeo e dai cittadini europei. Occorre cioè che il «federalismo delle regole» sia orientato da un respiro politico popolare che ridia alla progettualità europea l’anima di un’avventura e rinfreschi le pareti un po’ ammuffite del condominio comunitario.

Fonte: L'Eco di Bergamo del 15 Giugno 2020

I risparmi degli italiani e i debiti dello stato

Dubito fortemente che gli italiani siano un popolo di eroi e di santi, come proclamò nel 1935 un dittatore vestito di nero. Di certo sono un popolo di risparmiatori con scarso senso comunitario, come si vede chiaramente da alcuni dati economici.

Anzitutto da uno studio della FABI, Federazione Autonoma Bancari Italiani, emerge che il patrimonio mobiliare degli italiani in un anno è aumentato di 45 miliardi di euro, passando da 4.400 miliardi nel 2018 a 4.445 miliardi nel 2019. In dettaglio si tratta di 1.123 miliardi investiti in polizze assicurative e fondi pensione, 1.020 miliardi nei conti correnti, 967 miliardi in azioni, 480 miliardi in fondi comuni, 441 miliardi in depositi vincolati, 271 miliardi in titoli e obbligazioni, 142 miliardi sono crediti e soltanto 1 miliardo in derivati e stock option.

La FABI in particolare segnala che sono diminuiti di 33 miliardi di euro gli investimenti in titoli di stato e obbligazioni, passati dai 304 miliardi del 2018 ai 271 miliardi dell’anno successivo, con un calo di oltre il 10%. In sintesi, gli italiani complessivamente sono più ricchi, ma finanziano meno il debito pubblico italiano, poiché non investono in titoli pubblici del proprio Paese.

A conferma dell’analisi si possono consultare le statistiche periodiche della Banca d’Italia, dalle quali si ricava che il debito netto delle amministrazioni pubbliche italiane in un anno è aumentato di 31 miliardi di euro, passando da 2.345 miliardi nel 2018 a 2.376 miliardi nel 2019. In altre parole, mentre gli italiani mettevano in tasca 45 miliardi, lo stato ne chiedeva 31 in prestito.

Inoltre, non si può ignorare il fatto che non pochi contribuenti italiani continuano a mostrare scarsa fedeltà allo stato in cui vivono, dato che l’evasione fiscale è stimata da varie fonti ufficiali tra 110 e 190 miliardi di euro l’anno. È stato detto – giustamente – che in questo modo sono i disonesti a mettere le mani nelle tasche degli onesti.

È evidente che nel 2020 i numeri sono destinati a cambiare a causa della pandemia, ma questo evento nulla toglie ai dati e alle considerazioni precedenti. Anzi, proprio per far fronte alla crisi economica causata dal coronavirus, qualche esponente politico italiano ha provato a proporre un lieve aumento delle imposte soltanto per i più ricchi, una sorta di tassa di scopo temporanea, per poter disporre di qualche risorsa in più per effettuare azioni di solidarietà nei confronti di chi è stato più colpito dalla pandemia. Immediatamente i proponenti sono stati mediaticamente fustigati, facendo così cadere nel nulla l’ipotesi, che in fondo era di semplice buon senso.

Di conseguenza, nemmeno si osa nominare la parola “patrimoniale”, con lo scopo di prelevare una piccola parte della ricchezza accumulata dal popolo italiano dei risparmiatori, magari quell’1%, che corrisponde proprio ai 45 miliardi accumulati nell’ultimo anno. Ma in Italia vige la consuetudine che l’elemosina è considerata una virtù sociale, mentre il dovere di solidarietà economica per molti è un optional. In fondo, se i contribuenti tralasciano di mettere tutto il dovuto nella cassa per le spese della comunità, si tratta soltanto di una dimenticanza. Questa mancanza di memoria e di rispetto delle regole di convivenza, determina ogni anno un ammanco che dovrà essere coperto con gli interessi. Così può accadere che manchino i soldi necessari per le spese sanitarie e di conseguenza aumenta la mortalità per la pandemia. Succede anche che alcuni italiani, che non hanno contribuito in modo adeguato alla spesa sanitaria, vengano curati gratis con i soldi dei contribuenti onesti.

Insomma, per diventare un popolo di eroi e di santi, dovremmo mettere in atto comportamenti che dimostrino queste qualità. Per il momento è assai difficile scorgerle.

Economia sommersa: il governo risponda

Con la partenza della fase 2, che ci vede chiamati a convivere diligentemente col virus, il governo ha ritenuto necessario intervenire per fornire un concreto contributo a cittadini e imprese per le conseguenze derivanti dalla chiusura degli ultimi due mesi di quasi tutte le attività. Così, ai due decreti di marzo e aprile, che hanno dato origine ad aspre critiche per la farraginosità della loro applicazione, si è aggiunto il «superdecreto» di maggio che prevede interventi per 55 miliardi. Un importo straordinario pari a circa tre manovre finanziarie. Si tratterà ora di vedere se, dopo l’esperienza negativa dei precedenti decreti, questo nuovo provvedimento riuscirà a trovare una sua applicazione più immediata.

Fra i vari problemi aperti dal lockdown è infatti emerso, in tutta la sua tragica dimensione, anche quello delle estreme condizioni di povertà di oltre tre milioni di cittadini impiegati nell’ambito dell’economia sommersa e illegale. Queste attività - che rappresentano uno dei più grandi problemi che il nostro Paese si trascina da decenni - hanno subito un fermo quasi totale, facendo temere gravi conseguenze per la stessa tenuta sociale e per l’ordine pubblico. Secondo una recente indagine dell’Eurispes, il sommerso ammonterebbe a circa 540 miliardi di euro pari al 35% del PIL, ben maggiore di quello stimato dall’ISTAT (13% del PIL pari a 240 miliardi).

All’economia sommersa si aggiunge quella criminale stimata in 250 miliardi che in buona parte si riversa sull’economia ufficiale attraverso il riciclaggio. Fortunatamente, le situazioni più critiche sono state superate fin dai primi giorni di marzo con la distribuzione di beni di prima necessità da parte della Protezione civile, di tutte le Caritas presenti sul territorio nazionale e di molti Comuni, Province e Regioni, anche grazie al supporto di un gran numero di meravigliosi volontari.

In questa situazione il governo era chiamato a dare una risposta incisiva e strutturale in grado di fornire un sostegno più adeguato. Peraltro, si rendeva necessario impedire che il persistere di situazioni di bisogno fornisse alla criminalità organizzata l’opportunità di offerte di lavoro in nero, specialmente nel settore agricolo dove persiste la concreta minaccia del caporalato. In realtà, il super decreto ha affrontato solo marginalmente tale problema, prevedendo da un lato il «reddito di emergenza» - che riguarderà oltre 3 milioni di cittadini cui, a seconda del reddito, saranno erogati da 400 a 800 euro per due o tre mesi - dall’altro la regolarizzazione per sei mesi di 200.000 immigrati irregolari (braccianti, colf, badanti) che hanno già lavorato nel 2019.

Nessuna iniziativa è stata invece assunta per favorire i rientri nell’ambito del lavoro regolare. In questa direzione hanno agito provvidenzialmente importanti associazioni di categoria che - approfittando dell’impossibilità di tornare in Italia a causa del coronavirus di circa 200.000 braccianti stranieri - si sono adoperate per collocare lavoratori nei campi con contratti regolari. Confagricoltura ha predisposto nel mese di aprile la piattaforma «Agrijob» alla quale sono pervenute 17.000 domande, di cui 12.000 di italiani. Nello stesso mese, Coldiretti ha lanciato la sua banca dati - «Job in country» - alla quale si sono iscritti 10.000 lavoratori (di cui 9.000 italiani) e continuano le iscrizioni ad entrambe le piattaforme. Evidentemente, la drammatica esperienza del Covid 19 ha posto al centro il valore della tutela del lavoro, diffondendo la convinzione che vada evitata la pericolosa spaccatura sociale che deriva dalle diverse condizioni di impiego tra chi è regolare e chi lavora in nero. Per raggiungere questo obiettivo si rende indispensabile un’incisiva azione del governo che, attraverso la predisposizione di un adeguato impianto normativo, impegni gli organi centrali e periferici dello Stato, gli organi di polizia e la magistratura ad individuare e perseguire sul piano economico e penale chiunque ponga in essere attività economiche illegali. Basterebbe usare lo stesso metro d’intransigenza e inflessibilità con cui è stato imposto a noi tutti di restare chiusi in casa per salvarci e salvare il Paese.

(pubblicato sul sito ecodibergamo.it – 1 giugno 2020)

La destinazione delle imposte

Dove vanno a finire i soldi delle tasse che pago? Credo che ogni contribuente italiano si sia posto almeno una volta questa domanda. E probabilmente è capitato anche che questo interrogativo sia stato posto pubblicamente da non pochi evasori fiscali, quasi a giustificare il proprio comportamento non del tutto esemplare nei confronti del fisco.

Di conseguenza, bene ha fatto l’Agenzia delle Entrate a dare una risposta precisa ad ogni contribuente interessato a conoscere l’esito del proprio contributo economico. Infatti, accedendo al sito dell’Agenzia per visualizzare la dichiarazione dei redditi precompilata, è ben visibile il link “destinazione imposte”.

Il risultato è immediato: si può vedere la cifra delle imposte sui redditi effettivamente pagate, ripartita nei principali capitoli di spesa pubblica.

Per esempio, se un contribuente ha versato 5.000 euro di imposte, il sito dell’Agenzia delle Entrate indica questa ripartizione: 1.010 euro per la protezione sociale (previdenza e assistenza), 989 euro per la sanità, 569 euro per l’istruzione, 474 euro per i servizi generali della pubblica amministrazione, 448 per la difesa, l’ordine pubblico e la sicurezza, 305 euro per l’economia e il lavoro (comunicazioni, agricoltura, manifattura), 243 euro per i trasporti, 121 euro per la protezione dell’ambiente, 111 euro per la cultura e lo sport, 67 euro per le abitazioni e l’assetto del territorio.

In questo elenco si trovano anche due voci particolari: 133 euro come contributo al bilancio dell’Unione Europea e soprattutto 530 euro per gli interessi sul debito pubblico.

Il contributo al funzionamento dell’Europa è in realtà in buona parte una “partita di giro”, perché dall’Europa ritornano in Italia finanziamenti in vari settori.

Il vero spreco sta nelle imposte che finiscono nel buco nero del debito pubblico: soltanto per pagare gli interessi viene utilizzato oltre il 10% delle imposte sui redditi. Senza il debito pubblico avremmo il 10% in più di risorse da impiegare o potremmo pagare il 10% in meno di imposte.

Ad uno sguardo complessivo non sfugge anche la scarsità di risorse che vengono destinate alle case e alla tutela del territorio in un Paese con molte zone a rischio sismico elevato.

Sarebbe interessante poter avere ulteriori dettagli: per esempio quanto si spende per la difesa e quanto per l’ordine pubblico? Quanto per la cultura e quanto per lo sport? Il totale aggregato non consente di comprendere la realtà in modo adeguato.

In ogni caso occorre esprimere un plauso all’iniziativa dell’Agenzia delle Entrate, che ha reso trasparente l’utilizzo delle risorse che ogni contribuente versa per le spese collettive.

Sarebbe interessante se fosse data la possibilità a ciascuno di proporre una modifica delle ripartizioni nei vari settori, aumentando le cifre che finanziano alcune voci e diminuendone altre. Sarebbe un piccolo esercizio di democrazia economica, che andrebbe nella direzione già avviata con la possibilità di scelta introdotta nelle dichiarazioni dei redditi con l’8 per mille e altre opzioni simili.

Infine, sarebbe interessante proporre al contribuente di esprimersi su alcune ipotesi di riforma fiscale, con lo scopo di ridurre il debito pubblico e la disuguaglianza sociale: ad esempio, con un’imposta patrimoniale per i più abbienti, con l’introduzione del criterio di progressività anche per le imposte sugli utili delle società, con l’aumento della progressività delle aliquote dell’imposta sui redditi, con l’utilizzo di una base imponibile che comprenda tutti i tipi di reddito, con una drastica riduzione dell’uso dei contanti per contrastare l’evasione fiscale, ecc.

Alla fine il compito di decidere la politica economica e fiscale spetta al legislatore, ma non è vietato chiedere il parere dei contribuenti. Sarebbe anche un modo per aumentare la consapevolezza e la partecipazione ai problemi che riguardano tutti.

 

Olanda e fisco - Pessimo esempio

Anche a voler pensar bene, appare quanto meno singolare che nel corso di una delicatissima trattativa europea finalizzata a cercare soluzioni adeguate per uscire dalla crisi pandemica, sia proprio l’Olanda, il più grande paradiso fiscale, a predicare l’austerity, a impedire l’emissione di Eurobond e a dire no a qualunque forma di solidarietà «comunitaria». Non meno singolare, d’altro canto, che siano proprio le grandi aziende appartenenti ai Paesi danneggiati dai dictat olandesi, ad arricchire il suo erario versando ogni anno decine di miliardi.

Molte, infatti, le aziende europee che stabiliscono la loro sede legale o fiscale, o quella di una loro consociata, nei Paesi Bassi. Tra queste, importanti aziende italiane come EXOR (finanziaria di casa Agnelli), FIAT Crysler Automobiles (FCA), Ferrari, Cementir (di Francesco Gaetano Caltagirone), Mediaset (famiglia Berlusconi), Campari Group (famiglia Garavoglia), Illy e Ferrero (omonime famiglie), Prymian group (Pubblic Company), Luxottica (Leonardo Del Vecchio). Non mancano anche alcune delle maggiori società partecipate dallo Stato italiano che hanno importanti consociate nei Paesi Bassi: ENI International B.V.; SAIPEM del gruppo ENI; ENEL Finance International NV, di ENEL Spa; StMicroelectronics, in cui Italia e Francia hanno partecipazioni; BBned, consociata di Telecom.

I vantaggi offerti sono sia di natura fiscale che legislativa. Sul piano fiscale, volendo fare solo qualche esempio, i dividendi e i capital gain non concorrono all’imponibile, mentre interessi, sopravvenienze attive e royalty non sono tassati. È inoltre possibile concordare direttamente con il ministero delle finanze un trattamento fiscale speciale e detti accordi sono rigorosamente segreti per tutti, anche per i parlamentari. Altri sostanziosi vantaggi derivano dalla legge societaria, frutto di un’eredità della storia e della natura mercantile olandese. È previsto, tra l’altro, una sorta di meccanismo maggioritario che moltiplica i diritti di voto a partire da soglie variabili dal 20% al 30%, garantendo al maggiore azionista il controllo della società. Su tale anomalia fiscale è più volte intervenuta l’Ue con mere «Raccomandazioni», non disponendo di altri strumenti istituzionali più incisivi.

Da ultimo, nel 2019 ha inoltrato all’Olanda una Raccomandazione nella quale si sottolineava che «gli effetti di ricaduta delle strategie aggressive di pianificazione fiscale tra Stati membri richiedono un’azione coordinata delle politiche nazionali a completamento della legislazione Ue». Riconoscendo le carenze della legislazione europea, si invitava così l’Olanda ad assumere direttamente opportune iniziative che, com’era facile prevedere, sono fino ad oggi mancate. Una condizione assolutamente privilegiata che induce tra l’altro l’Olanda a fare tutto il possibile perché non si facciano passi avanti nel processo di unificazione della legislazione fiscale europea. Ciò spiega anche la sua avversione agli Eurobond che, essendo destinati a costituire un debito comune europeo, potrebbero rappresentare il primo passo verso la realizzazione di una comune politica economica e fiscale.

In sede di trattative l’Olanda si fa forte della sua tripla A e del 57,5% del rapporto debito PIL, per rimproverare all’Italia, evidenziandone il lassismo, di avere un rapporto del 135% rispetto al PIL e una tripla B con rischio di retrocessione. Questa nostra ormai atavica condizione è certamente frutto dell’insipienza della politica e non può in alcuna misura essere attribuita al mondo delle imprese.

A queste ultime, ed in particolare alle grandi aziende, si può tuttavia imputare un’eccessiva spregiudicatezza utilitaristica, che le ha portate a versare più di 10 miliardi l’anno all’erario olandese, trascurando fondamentali doveri civici e solidaristici nei confronti del nostro Paese. Miliardi su miliardi sottratti al fisco che avrebbero potuto contribuire in qualche misura a far diminuire il nostro debito pubblico, a far pagare meno tasse a chi le paga, a rendere migliori i servizi sociali. Anche a creare più posti letto e terapie intensive, più tamponi, più investimenti per la sanità pubblica e la ricerca.

Fonte: https://www.ecodibergamo.it/stories/premium/Editoriale/olanda-e-fiscopessimo-esempio_1350976_11/

Dovere di solidarietà cercasi

In questi giorni tragici della pandemia i media ci mostrano anche il volto di un’Italia che si prodiga, che non s’arrende, che dà una mano, che fa volontariato, che canta l’Inno di Mameli, che suona le canzoni più popolari.

Ma verrà un giorno in cui ci si ricorderà di come eravamo prima della pandemia. Con la sanità per anni sottoposta ai tagli dei posti letto e del personale, con la privatizzazione dei servizi più remunerativi, con il numero chiuso alle facoltà di medicina, con l’insufficienza dei posti per le specializzazioni, con i medici di base che vanno in pensione e non vengono sostituiti, con la prevenzione diventata un optional, con i consultori ridotti al lumicino, con persone che non si curavano più per mancanza di soldi per pagare i ticket, ecc.

Per anni si è lasciato andare il servizio sanitario pubblico ed oggi ci si accorge della sua centralità e rilevanza. E allora si corre ad assumere nuovo personale, a richiamare quelli andati in pensione, a promettere aumenti di stipendi, ad anticipare le lauree degli infermieri, a tappare tutti i buchi che prima sono stati fatti.

Non è il momento di fare polemica, sentiamo dire. E quando sarebbe, se non ora? Perché non qui, perché non adesso, in questa terra bergamasca, circondato da parenti e amici morti?

Gli operatori sanitari sono diventati i nostri eroi, mentre si diffondono le notizie di donazioni e di raccolte di fondi per gli ospedali. Esponiamo le bandiere, i lenzuoli e persino le gigantografie.

Il Governo ogni giorno aumenta gli stanziamenti per l’emergenza (siamo arrivati a 25 miliardi di euro), spesso ricorrendo al deficit, in mancanza di risorse pubbliche effettive. Ci dicono che siamo in una situazione straordinaria? E allora che si faccia una patrimoniale straordinaria!

Smettiamola di lasciare il conto da pagare ai posteri. Gli italiani hanno un patrimonio di oltre 10.000 miliardi. Una tassa del 2 x mille porterebbe nelle casse pubbliche 20 miliardi di euro. Potremmo chiedere un piccolo sforzo in più a quei 35 mila italiani che ogni anno guadagnano oltre 300.000 euro (con una media oltre i 600.000 euro). Se il fisco per quest’anno chiedesse a questi 35 mila concittadini assai ricchi di aggiungere un’imposta di solidarietà di 150.000 euro in media, disporremmo di altri 5 miliardi di euro.

Nella Costituzione è scritto chiaramente: “La Repubblica (…) richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Ma noi non siamo un Paese civile, che utilizza il sistema tributario per attuare la solidarietà. Noi preferiamo continuare con l’elemosina.

Siamo il Paese con un’enorme evasione fiscale, debito pubblico, patrimonio privato e disuguaglianza sociale. Tutto si tiene. Continuiamo a dare una mano, ma per favore non parliamo di solidarietà. Quella vera è sistematica, non basata sul buon cuore. Il volontario è colui che si impegna in prima persona per far fronte al male, ma contemporaneamente si batte per rimuovere le cause che l’hanno provocato.

Prima o poi facciamo un serio esame di coscienza. Magari anche ripensando a quale classe politica abbiamo eletto negli ultimi decenni. Perché è un’offesa ai malati e soprattutto ai defunti se le mascherine si debbano comprare con le donazioni.

Il fisco al tempo del coronavirus

In tempi di corona virus si riscopre lo stato sociale, la funzione benefica e solidale delle tasse, la vergogna dell’evasione fiscale.

L’epidemia del corona virus ha messo a nudo la nostra fragilità umana, individuale e collettiva. Il treno in corsa della globalizzazioni e dell’Hi Tech vacilla. I bisogni sociali primari e le paure ancestrali ritornano prepotenti anche nell’occidente opulento ed egoista.

Sul piano economico-sociale l’attuale crisi epidemiologica smaschera le criticità e i limiti del pensiero liberista, basato sulla funzione demiurgica del mercato, sulla primazia del potere economico sulla politica, che affida all’iniziativa privata e al mercato l’istruzione, la sanità e il welfare in genere.

In tempi di corona virus si riscopre lo stato sociale

il governo ha appena messo in campo misure eccezionali, e forse altre ancora saranno necessarie per potenziare il sistema sanitario pubblico e limitare il contagio.

Sono necessari più medici, più infermieri, più sale di rianimazione e terapie intensive e semintesive, più mascherine, più tamponi , etc. etc.

In questo frangente il pensiero unico dei cittadini, al di là del colore politico, del ceto sociale e delle possibilità economiche individuali, è quello di avere una sanità pubblica che funzioni al meglio, che dia una risposta immediata e adeguata all’attuale emergenza sanitaria.

Sul versante economico, i lavoratori, le imprese, i commercianti, gli artigiani, i professionisti, tutti chiedono l’intervento economico dello Stato per il fermo delle attività e l’aggravarsi della crisi economica del Paese conseguente alla situazione epidemiologica. Si chiede un piano d’investimenti straordinario per fa ripartire il Paese.

Insomma i cittadini chiedono più Stato. Ma più Stato vuol dire più risorse pubbliche, più entrate, cioè più entrate tributare (visto che costituiscono circa l’88% delle entrate dello Stato).

Più entrate tributarie vuol dire un sistema fiscale equo che funzioni, dove ognuno faccia la sua parte, dia il suo contributo consapevole e solidale. Vuol dire anche un sistema che abbia una reale capacità di contrasto ai fenomeno di evasione fiscale, che sanzioni senza sconti gli evasori, né condoni.

Di questi tempi tornano di attualità le bellissime parole pronunciate del Ministro Padoa-Schioppa nel 2007 “Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima, un modo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili come la salute, la sicurezza, l’istruzione e l’ambiente”.

(tratto dal sito www.fiscoequo.it)

Tasse, ormai è in gioco la coesione sociale

L’attuale sistema tributario ha assunto una configurazione molto lontana da quella che si immaginavano gli estensori della Carta Costituzionale e gli illustri giuristi e cultori della materia che furono chiamati a comporre la commissione Cosciani alla fine degli anni ‘60.

L’art. 53, co. 2, richiede che l’insieme dei tributi, che garantisce quasi il novanta per cento delle entrate dello Stato, costituisca un “sistema” inteso come un insieme di elementi in stretto rapporto funzionale tra loro e destinati a uno scopo e a una finalità specifica.

Anche l’art. 119, co. 2, Cost., a fronte dell’attribuzione ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Regioni, del potere di introdurre ed applicare tributi ed entrate proprie, al fine di garantire la disponibilità di risorse autonome, richiede che tale esercizio sia svolto “in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”.

Quello che, invece, appare di fronte a noi è un “sistema non sistema”, un insieme di disposizioni farraginoso, distorsivo, scoordinato, ricco di “linee di frattura” difficilmente comprensibili generate dall’introduzione, nel tempo, di una miriade di deduzioni, detrazioni, esenzioni, imposizioni sostitutive del tutto illogiche e volte più a facilitare la gestione amministrativa dell’imposizione e dei controlli, che a rispondere ad una ratio fondata sui necessari requisiti di equità e giustizia.

Un sistema fortemente sbilanciato nel quale la progressività è applicata ai soli redditi da lavoro e da pensione, e caratterizzato da una pesante iniquità orizzontale e verticale.

Come se non bastasse, i testi dei provvedimenti legislativi sono difficilmente leggibili, spesso sono confusi nell’esplicitazione della volontà normativa, e forte si sente la mancanza di testi unici quali unitari punti di riferimento per ciascuna specifica disciplina. Tale condizione genera una eccessiva incertezza e variabilità interpretativa che determina un grado di rischio fiscale troppo elevato e costoso per imprese e privati contribuenti che, a sua volta, si ripercuote sul ricercato livello di adempimento spontaneo (tax compliance).

Non è erroneo ritenere che l’attuale “sistema” impositivo non possa reggere oltre, perché non riesce a rispondere alle esigenze di equità e di giustizia sociale che sono esplose dopo la più lunga fase di crisi e stagnazione economica che si sia mai vista dal secolo scorso.

La riforma dell’IRPEF sicuramente quella più urgente. Progressività vera, più lenta e lineare, inclusione dei redditi, revisione delle deduzione e detrazioni con una accentuata attenzione agli aiuti alle famiglie e ai soggetti c.d. incapienti, dovrebbero essere i capisaldi.

Ma fortemente auspicabili sarebbero anche altri interventi. Una rimodulazione delle aliquote IVA per tenere conto dell’evoluzione dei consumi e ridurre la regressività tipica dell’imposta. Una revisione della fiscalità immobiliare (riforma del catasto) e dei tributi locali, che dovrà garantire l’autonomia impositiva degli enti territoriali ma nello spirito del coordinamento di sistema richiesto dall’art. 119 Cost.

Così come appare necessario ripensare il modello di imposizione delle imprese, per le quali la dualità fondata sull’IRES IRAP, sembra apparire superata, così come la differenziazione per tipologia soggettiva dell’esercente l’attività d’impresa.

E poi c’è il grande tema delle disuguaglianze e dei pericoli per la sopravvivenza ordinata dello Stato che potrebbero derivare da una ridotta coesione sociale, ormai certificata dall’ISTAT.

Per cui è tempo che si affronti senza preconcetti ideologici il tema dell’utilità, ai fini di un migliore equilibrio del sistema e di un rafforzamento della progressività, dell’applicazione effettiva di una riformata imposta di successione e donazione e dell’introduzione di una imposta sui grandi patrimoni, come prevedono le legislazioni altri Paesi dell’UE. Il maggior gettito ricavato potrebbe essere impiegato per ridurre la pressione fiscale sul lavoro, per implementare politiche pre-distributive e per avviare un percorso concordato di riduzione del debito pubblico, magari in cambio di una concreta attuazione della c.d. golden rule per gli investimenti in infrastrutture e per la messa in sicurezza del territorio.

Ma la politica dovrebbe garantire anche risposte immediate ed efficaci a problemi contingenti che minano l’equità, la concorrenza tra le imprese e il senso di giustizia sociale. Nella consapevolezza che la migliore efficacia dipenda da un necessario coordinamento europeo e sovra nazionale, un intervento temporaneo di rivisitazione della web tax e della Tobin tax apparirebbe in ogni caso opportuno e non rinviabile.

Per tali ragioni credo sia necessario avviare un percorso di riforme nell’ambito di una vera “politica fiscale” che guardi a un orizzonte temporale di medio-lungo termine e che non sia condizionata solo da mere esigenze di “cassa” di breve periodo.

Fabio Ghiselli, autore del libro "Giù le tasse, ma con stile!", Franco Angeli editore. 

(Pubblicato da Il Sole 24 Ore il 25 gennaio 2020)

 

Un prelievo leggero sui grandi patrimoni

In un articolo pubblicato sulle pagine de Il Sole 24 Ore il 6 febbraio scorso, Innocenzo Cipolletta si chiedeva se oggi sarebbe possibile replicare “una manovra alla Ciampi” allo scopo di “ridurre il disavanzo pubblico di almeno un punto percentuale di PIL” e “beneficiare subito di una riduzione dello spread (almeno 70 punti) che si tradurrebbe, almeno in parte, in spazio di manovra della spesa pubblica, mentre l’emersione di un maggiore avanzo primario potrebbe generare veramente una riduzione del peso del debito pubblico”.

Il riferimento è alla manovra messa in atto dal governo Prodi nel 1996 (con L. 662/1996) con ministro del Tesoro e del Bilancio Carlo Azeglio Ciampi e, in particolare al “Contributo straordinario per l’Europa” volto a recuperare i 4'300 miliardi di lire necessari a ridurre il disavanzo dello Stato di quello 0,6% che avrebbe consentito al nostro Paese di rispettare i parametri di Maastricht e di entrare nell’euro. Contributo che venne restituito nella misura del 60% senza interessi nel 1999 (DL 378/1998).

Non a caso l’espressione utilizzata da Innocenzo Cipolletta è “manovra alla Ciampi” allo scopo di esaltarne il carattere di straordinarietà in luogo di quello della similarità. Tanto è vero che le ipotesi di intervento avanzate riguardano la disattivazione delle clausole di salvaguardia e/o una riduzione di spesa pubblica.
Anche perché oggi, in un momento in cui si discute di riforma dell’IRPEF e di riduzione del carico fiscale sui redditi bassi e medio bassi, sarebbe impossibile riproporre lo schema utilizzato nel 1996, che vide l’introduzione di una imposta progressiva con aliquote variabili dallo 0 al 3,5% (per i redditi superiori a 100 milioni di lire, oggi poco più di 51 mila euro), proprio sui redditi da lavoro dipendente, autonomo, e d’impresa (oltre a quelli fondiari di capitale e diversi, ma con esclusione, guarda caso, dei redditi assoggettati a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o a imposizione sostitutiva, nonché gli emolumenti soggetti a tassazione separata).

Se l’obiettivo di ridurre il debito pubblico e la spesa per interessi appare condivisibile, la strada per per eseguirlo potrebbe essere diversa. Anche perché il gettito che sarebbe ottenuto da una parziale disattivazione delle clausole di salvaguardia IVA per il 2021 e 2022, e da una rimodulazione delle aliquote applicate ai diversi beni e servizi, dovrebbe essere prioritariamente destinato, a mio avviso, alla riduzione dell’IRPEF.

La diversità consisterebbe nell’adottare un prelievo che gravi non sui patrimoni in generale, ma sui grandi patrimoni, quelli superiori a 1/1.5 milioni di euro, con aliquote differenziate per scaglioni di valore (almeno cinque, 1/1,5-2,5; 2,5-5; 5-10; 10-50, oltre 50), a partire da uno 0,5% e fino ad un tetto massimo “europeo” compreso tra il 2,5% e il 3,5%.

Secondo le periodiche indagini della Banca d’Italia e dell’ISTAT sulla ricchezza degli italiani, e una indagine del NENS che, seppur prodotta nel 2015 mantiene intatta la sua rilevanza, l’8% delle famiglie italiane sarebbe in possesso del 47% della ricchezza lorda complessiva (oltre 10 mila miliardi).

Se adottassimo una “manovra alla Ciampi” e applicassimo una aliquota massima dell’1% potremmo ottenere un gettito annuo compreso tra i 30 e i 40 miliardi di euro da destinare alla riduzione del debito pubblico. Se invece, ci “limitassimo” a un punto di PIL, l’aliquota sarebbe mediamente pari a uno 0,37%, che potrebbe partire da livelli più bassi qualora fosse giustamente prevista una progressività.

Senza contare che, come successe all’epoca, l’imposta potrebbe essere in parte restituita qualora il processo di riduzione del debito, al netto del contributo straordinario, dovesse allinearsi ai parametri europei.

È noto che secondo le ultime dichiarazioni del ministro dell’economia e delle finanze Gualtieri, la patrimoniale non sarebbe nel programma di governo, ma dovrebbe essere altrettanto noto che una imposizione di questo genere renderebbe più progressivo l’intero sistema tributario, in quanto integrerebbe l’imposizione sui consumi redistribuendo in modo più equo l’onere tra reddito consumato e reddito risparmiato. Tanto è vero che è presente in altri Paesi europei come il Regno Unito, la Norvegia, la Svizzera, mentre lo è stata in Francia (fino al 2018), in Spagna (fino al 2016) e anche in Germania c’è una forte spinta politica alla sua reintroduzione.

Inoltre, allo scopo di depurare l’argomento da pregiudizi ideologici, vale la pena ricordare che nel 2011 fu l’Assonime, guidata dal presidente Luigi Abete, a proporre l’introduzione di una imposta patrimoniale leggera allo scopo di recuperare 9 miliardi di euro da destinare alla riduzione delle aliquote IRPEF.

Una misura che incidesse sui grandi patrimoni con aliquote minimali non assumerebbe certo il carattere di “imposta espropriativa”, stante il ben noto limite imposto al legislatore dall’art. 42, co. 3, Cost., né si porrebbe in contrasto con l’art. 17 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europa (CDFUE).

Fabio Ghiselli, autore del libro "Giù le tasse, ma con stile!", Franco Angeli editore.

(Pubblicato da Il Sole 24 Ore l’11 febbraio 2020)

 

Una riforma da fare, ma con (sani) principi

Sono i principi che dovrebbero disegnare una riforma tributaria, non i numeri. Sono i principi, la visione del mondo, della società e del ruolo dello Stato che dovrebbero definire gli obiettivi da perseguire. I numeri possono avere la sola capacità di determinare in quanto tempo gli obiettivi potranno essere raggiunti. E questi principi sono la capacità contributiva, la solidarietà economica, politica e sociale e l’eguaglianza sostanziale, tutti sanciti dalla nostra Costituzione.

Ad essi è intimamente legato il concetto di equità, che si esprime in due direzioni: quella orizzontale, per cui i soggetti con una medesima capacità contributiva devono essere tassati in modo uniforme, e quella verticale, per cui a una capacità contributiva maggiore deve corrispondere una tassazione maggiore.

Ma non basta. Perché tutte le misure che disciplinano le singole imposte devono essere coordinate tra loro e risultare in perfetto equilibrio, al fine di comporre quel complesso di norme che l’art. 53, c. 2, Cost. definisce, non a caso, “sistema fiscale”.

Quello che invece governa la più grande fonte di finanziamento delle spese dello Stato è un “sistema non sistema”, un insieme di disposizioni farraginoso, distorsivo, scoordinato, generato dall’introduzione, nel tempo, di una miriade di esenzioni, imposizioni sostitutive e detrazioni, che hanno eroso la base imponibile e falcidiato i principi di capacità contributiva e progressività, confinata solo ai redditi da lavoro e da pensione. Un’area troppo limitata.

Come intervenire allora?

Una riforma complessiva e strutturale dell’IRPEF dovrebbe porsi i seguenti obiettivi:

  • riprendere l’originario principio della tassazione personale del “reddito complessivo” formato da tutti gli elementi reddituali, e corrispondente alla definizione di reddito entrata, seppur con alcuni marginali ma necessari aggiustamenti. A tal fine sarebbe funzionale estendere l’applicazione di ritenute d’acconto che indurrebbero i possessori di tali redditi a includerli in dichiarazione. L’unica eccezione dovrebbe essere rappresentata dalle plusvalenze patrimoniali realizzate che, al netto delle perdite, dovrebbero essere soggette a una imposizione separata e progressiva (come avviene in altri Paesi europei);
  • introdurre un reddito minimo esente universale, il cui valore potrebbe collocarsi tra la soglia di povertà assoluta e quella relativa, differenziata per area geografica e dimensione del comune di residenza (perché la povertà, e il livello di incapacità contribuiva non è uguale dappertutto);
  • ridurre l’onere per i redditi da bassi a medi e rimodulare al rialzo le aliquote per i redditi più elevati (inferiori a quelle presenti in molti Paesi europei), accostando una progressività lenta sul modello tedesco per i primi, alla definizione di scaglioni reddituali gradualmente più ampi, per i secondi; 
  • rivedere le deduzioni e detrazioni d’imposta, in funzione della loro efficacia, dell’impatto sociale, dell’attuazione dei principi costituzionali, della necessità di intervenire con strumenti anticiclici per dare impulso a settori economici in difficoltà, delle nuove necessità di formazione professionale dei lavoratori, nonché rimodularle tenuto conto della differente necessità di accedervi da parte dei soggetti appartenenti alle diverse classi di reddito. Intervento che dovrà necessariamente coordinarsi con la revisione delle aliquote, sia perché una riduzione delle spese produce un aumento della pressione fiscale, sia perché nel nostro sistema la progressività è assicurata dalla combinazione aliquote-spese fiscali;
  • sostituire alcune detrazioni d’imposta e vari “bonus” (nascite, asili, baby sitter, ecc.), spesso elargiti a pioggia, con un assegno unico, variabile per valore in funzione della situazione familiare e decrescente rispetto al reddito;
  • introdurre un sistema opzionale di tassazione del nucleo familiare (secondo quanto più volte suggerito dalla Corte Costituzionale). L’argomento è delicato perché tale sistema presupporrebbe  la configurazione della famiglia come un centro unitario di gestione dei redditi, consumi e investimenti, mentre sembra che il modello che ci consegnano le analisi sociologiche sia più un sistema poco coordinato di singoli individualismi;
  • coordinare la tassazione locale, oggi disorganica, con quella erariale nel rigoroso rispetto del principio di cui all’art. 119 Cost..

Tenuto conto che una riforma strutturale necessita di un orizzonte temporale di medio-lungo termine e che non sempre le condizioni politiche correnti (e temporanee) sono in grado di garantire la stabilità necessaria e una visione comune - come testimonia la distanza tra i principi innanzi delineati e la proposta di ridurre il numero degli scaglioni - probabilmente la soluzione politica più percorribile potrebbe essere quella di agire gradualmente, assicurando che ogni passaggio, accettabile o accettato dalla maggioranza che sostiene il Governo, permetta di accedere a quello successivo senza stravolgere quanto realizzato in precedenza, nel rispetto della tutela dell’affidamento e della certezza del diritto.   

Fabio Ghiselli, autore del libro "Giù le tasse, ma con stile!", Franco Angeli editore.

(Pubblicato da Il Sole 24 Ore il 19 febbraio 2020)

 

L'Ocse prepara la rivoluzione sulle tasse delle multinazionali

Negli uffici parigini dell’OCSE si sta lavorando, senza eccessiva pubblicità, alla rivoluzione del fisco mondiale. Nel marzo del 2017 i ministri finanziari del G20 hanno incaricato l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico di elaborare le regole per adeguare i sistemi fiscali alla realtà dell’economia digitale. L’obiettivo è contrastare le sofisticate strategie di elusione fiscale delle multinazionali, che secondo il BEPS (l’organo dell’OCSE che lavora su questi temi) permettono alle aziende risparmi da circa 240 miliardi di dollari all’anno. 

L’OCSE ha presentato le sue proposte per definire i due pilastri su cui potrebbe poggiare il sistema fiscale dei prossimi decenni. La prima proposta, pubblicata lo scorso ottobre, è quella di superare la regola per cui i governi hanno il diritto di tassare solo le aziende che hanno una presenza fisica sul loro territorio. Andare oltre significherebbe permettere a uno Stato di tassare un’azienda straniera in base all’attività che svolge sul suo territorio. È il caso tipico, per esempio, della pubblicità di aziende italiane diretta a clienti italiani ma pagata alla filiale Google Ireland e quindi tassata dal fisco irlandese.

La seconda proposta, pubblicata venerdì scorso, apre all’idea di indicare un livello minimo globale di tassazione complessiva sui profitti di un’azienda: se una multinazionale sfruttando i paradisi fiscali o nazioni particolarmente “generose” dal punto di vista fiscale riesce a pagare tasse sotto una certa soglia (ancora da definire, ma indicata al 15% negli esempi proposti dall’OCSE), allora il governo del Paese in cui quell’azienda ha il suo quartier generale potrebbe obbligarla a versare più tasse in patria. Entrambe le proposte modificano alla base la tradizione del fisco internazionale, che impedisce ai governi di tassare i profitti ottenuti dalle loro aziende all’estero o quelli ottenuti nei loro Paesi da aziende straniere. La materia è estremamente complessa. Il BEPS ha pubblicato le due proposte, definite Pilastro I e Pilastro II, e ha aperto una consultazione pubblica tra i soggetti interessati. L’obiettivo è arrivare a definire una soluzione condivisa a livello di G20 già entro la fine del 2020, anno in cui l’OCSE intende pubblicare il suo rapporto finale sulla necessità di una riforma della tassazione internazionale. Del BEPS fanno parte 130 Paesi, cioè quasi tutte le nazioni del mondo. Arrivare a un accordo politico su questa rivoluzione fiscale è difficile. Paesi come l’Irlanda, la cui tassa sui redditi d’impresa è al 12,5% (la media europea è al 21,3%), mentre altri, come l’Italia, potrebbero ottenere un significativo aumento delle entrate fiscali. Facilita però l’intesa il fatto che tutti i governi riconoscano che occorre trovare una soluzione. In assenza di norme internazionali condivise, diversi Stati stanno procedendo con soluzioni unilaterali, come le web tax di Francia e Italia o la legge con cui gli Stati Uniti hanno ottenuto il rimpatrio delle casse miliardarie di alcune delle sue multinazionali (la sola Apple ha riportato negli Stati Uniti dall’isola di Jersey 285 miliardi di dollari, pagando 28 miliardi di tasse al governo americano). È proprio per evitare queste mosse unilaterali che il G20 ha affidato all’OCSE l’incarico di trovare una soluzione. Il tempo a disposizione è molto ma non moltissimo: il prossimo vertice del G20 sarà a Riad, in Arabia Saudita, il 21 e 22 novembre del 2020.

[Pietro Saccò - Pubblicato da avvenire.it il 12 novembre 2019]

Le tasse sono bellissime. Lettera postuma a Tommaso Padoa-Schioppa

L’autore di questo post è Eraclito, pseudonimo che un “umile servitore dello Stato”, esperto di economia e finanza, soprattutto in ambito internazionale, ha scelto per scrivere con maggior libertà.

Gentile Professor Padoa-Schioppa,

Mi perdoni se Le scrivo questa lettera postuma solo ora ma vorrei tornare un attimo su quella frase che Lei disse ormai più di 10 anni fa: “Le tasse sono bellissime”. Già a suo tempo, quando Lei pronunciò questa frase, suscitò in me molta simpatia soprattutto perché fu crocifisso da tante persone che, al meglio, erano troppo ignoranti per capire il suo ragionamento o, al peggio, erano maliziosamente legate al potere di decidere come spendere le tasse del bilancio pubblico e non volevano spogliarsene o utilizzarlo per fini più nobili.

Un comunicatore molto ingenuo

Intanto, vorrei dirLe che in quell’occasione Lei fu un comunicatore ingenuo, molto ingenuo, ma solo perché – ahimé – era il ministro di un governo italiano; se fosse stato invece il ministro di un paese scandinavo, ad esempio, avrebbe avuto il plauso di tantissimi cittadini. In quei paesi, infatti, la pressione fiscale è pari se non più alta dell’Italia ma non credo che, secondo le statistiche, il tasso di evasione sia più alto in Svezia o in Norvegia piuttosto che in Italia, così come non credo che il cittadino medio scandinavo si lamenti di pagare troppe tasse, più di quanto non se ne lamenti il cittadino medio italiano, accecato da una classe politica che lo turlupina più spesso che mai con slogan efficaci dal punto di vista della comunicazione ma assolutamente vacui dal punto di vista della Scienza delle Finanze. 

Il contratto sociale

A mio parere, la ragione della “acquiescenza” del cittadino medio scandinavo è semplice: in quei paesi le tasse raccolte dallo Stato sono usate per onorare al meglio il cosiddetto “contratto sociale”, ovvero quel patto che si instaura esplicitamente o implicitamente quando le persone decidono, liberamente o per circostanze inevitabili, di vivere in comunità tra loro.

Non appena ci si riunisce in comunità ci si accorge subito dell’esigenza e della convenienza di pagare le tasse. Infatti, basta poco ad accorgersi che:

  • è improduttivo che ognuno installi un allarme nella propria casa; è molto meglio invece pagare delle tasse allo Stato che paga poliziotti e carabinieri per girare nelle strade allo scopo di prevenire il crimine;
  • è impossibile per un individuo fronteggiare l’avanzata di un’armata straniera sul suolo patrio; è molto più praticabile ed efficace pagare delle tasse al fine di costituire un esercito nazionale che difenda i confini dello Stato in cui si vive;
  • nessuno può costruirsi da solo un’autostrada per la propria macchina per andare da Capo Passero a Campione d’Italia; è molto più conveniente ed efficace pagare delle tasse per costruire un’opera come l’Autostrada del Sole (sperando che quest’ultima nel futuro sia davvero prolungata fino a Capo Passero unendo l’Italia da Nord a Sud);
  • è inutile, oltre che ingiusto, che ciascuna madre assuma una baby-sitter o resti a casa per badare ai propri figli; è molto più giusto ed efficace che Comuni, Regioni e Stato finanzino asili nido dove i bambini possano divertirsi ed imparare mentre i genitori sono al lavoro;
  • per ultimo ma non da ultimo, è stupido pagare cure mediche a tante persone che si ammalano di malattie anche gravi come il cancro; è molto più smart e giusto pagare quelle tasse (o addirittura risparmiarle facendo rispettare leggi incisive a protezione dell’ambiente) per evitare che tante fabbriche, in particolare quelle siderurgiche, producano inquinamento dannoso per la salute.

E potrei continuare così con tanti altri esempi, ma mi fermo.

Una classe politica “maliziosa”

Chi La ha denigrata era, come dicevo, “ignorante” perché non ha capito che il Suo ragionamento si fondava sulla necessità/convenienza di finanziare una serie di strumenti tipici del contratto sociale quali il controllo dell’ordine pubblico, la Difesa, la creazione di infrastrutture di rete, strumenti per incoraggiare e facilitare la partecipazione al mercato del lavoro o la salvaguardia dei beni pubblici, tra cui l’ambiente e la salute.

Oppure si trattava di individui appartenenti ad una classe politica “maliziosa” che in più di 70 anni di Repubblica Italiana non ha mai disdegnato di utilizzare il denaro versato dai contribuenti italiani per spese pubbliche volte a facilitare i propri interessi clientelari oppure magari per assistenza mal congegnata (si rammenti sempre l’adagio, quasi mai rispettato, che “non bisogna dare pesci all’affamato bensì una canna da pesca affinché se li procuri da solo”) al fine di guadagnare consenso nelle successive consultazioni elettorali.

Dunque, le tasse sono davvero bellissime?

Orbene, dopo tanti anni, ho trovato le parole per dare il giusto peso e riconoscimento al concetto che Lei espresse in maniera un po’ “maldestra” nel 2007, che vale sin da quando esistono comunità che si danno un’organizzazione statale e che varrà ancora fin quando tali comunità continueranno ad esistere. Anzi, se avessi avuto modo di farlo a suo tempo, le avrei suggerito di modificare il suo slogan in: “Le tasse sono bellissime” ma a patto che vengano spese al meglio per il bene pubblico.

Pertanto, concludo dicendo che sarei molto contento di pagare le tasse se servissero a finanziare:

  • corsi di formazione professionale adeguati alle abilità richieste nella nostra era per inserire giovani disoccupati nel mercato del lavoro, anziché pagare loro un assegno mensile per consentirgli un minimo di autonomia economica (tutto sommato, in quest’ultimo modo aumenterebbe il rischio che molti restino “bamboccioni”, altro termine da Lei “maldestramente” coniato);
  • lo stipendio di donne e uomini della Guardia Costiera nonché contributi italiani alla Banca Mondiale e alle altre istituzioni per lo sviluppo al fine di creare le condizioni affinché si arrestino i fenomeni di grande migrazione di massa, anziché pagare il rimpatrio di “clandestini” che peraltro non viene mai regolarmente effettuato;
  • la ricerca applicata e gli incubatori di start up (nonché dei corsi di riconversione professionale per coloro che perdono il lavoro), anziché pagare per anni e anni la cassa integrazione a lavoratori di industrie che producono beni e servizi che nessuno vuole più o che vengono prodotti meglio e a più basso costo da altri lavoratori in altre parti del mondo;
  • un registro automobilistico efficiente ed efficace che consenta di vendere la mia macchina usata senza ricorrere ad un notaio ma con un semplice scambio di documenti con l’acquirente e la notifica al registro automobilistico, anziché finanziare un registro automobilistico costoso, macchinoso e incapace di sfruttare al meglio le nuove tecnologie;
  • la creazione di un parco turistico nella fantastica Bagnoli oppure per agevolare la transizione dell’ILVA di Taranto verso un modello produttivo competitivo e non inquinante, anziché buttare nel secchio bucato tanti denari per evitare al margine il degrado dell’area di Bagnoli, non ancora pienamente sfruttata al pari delle potenzialità che offre, oppure per incentivare un’impresa estera a continuare a produrre a Taranto senza risolvere alla radice l’ignobile violazione del diritto alla salute che si è perpetrata per anni e anni in quella città.

E così via, potrei fare tanti altri esempi ma, ahimè, sono solo un lavoratore dipendente un po’ arrabbiato per le tante tasse da pagare, non solo per me ma anche per tanti altri concittadini che le evadono, pagando un’aliquota fiscale media e marginale simile a quella di un cittadino medio scandinavo ma ricevendo in cambio servizi pubblici mediocri e non quelli superlativi che altri Stati offrono con tanta capillarità ed efficacia.

Con l’ossequio che si deve ad una persona defunta che in vita ha detto tante cose intelligenti ma che è stato un po’ ingenuo nel proclamarle in pubblico senza rendersi conto di trovarsi in Italia e non in Scandinavia, La saluto e spero che riposi in pace.

https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2019/10/06/tasse-padoa-schioppa/

Un tetto alle tasse in Costituzione?

Forza Italia sta promuovendo una raccolta di firme per presentare una legge di modifica della Costituzione che stabilisca un tetto alla tassazione.

"Lo Stato non potrà mai - ha dichiarato Silvio Berlusconi - per nessuna ragione, imporre una tassazione superiore a un terzo della ricchezza totale prodotta nel Paese durante l'anno né a un singolo contribuente, persona fisica, famiglia o impresa, potrà chiedere più di un terzo dei suoi guadagni”.

Anzitutto, dobbiamo rilevare un problema di calcolo matematico. Da un lato si dichiara “un terzo”, ma in molti articoli promozionali si parla del 30%. La differenza tra i due non è banale. Dato che la recente Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza rileva che le entrate dello Stato nel 2018 sono state di 816 miliardi di euro con una pressione fiscale del 41,8%, la differenza tra 1/3 e il 30% ammonta a 65 miliardi di euro. Una cifra che corrisponde al costo annuale degli interessi sul debito pubblico e al doppio della manovra economica per il 2020. Quando si danno i numeri sarebbe opportuno essere più precisi.

Secondo problema: nell’Unione Europea (dati forniti da Eurostat con riferimento al 2017) soltanto l’Irlanda ha una pressione fiscale inferiore al 30% e soltanto le tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania) si collocano al di sotto di 1/3. La Francia si colloca al primo posto con una pressione fiscale del 48,4%, mentre la media della pressione fiscale tra i Paesi dell’euro è al 41,4%. Tenendo anche conto che l’Italia ha il più alto debito pubblico in assoluto tra gli Stati europei, la proposta di inserire a livello costituzionale un tetto - del 30% o di 1/3 - alla pressione fiscale è del tutto velleitaria.

C’è un terzo punto che spesso viene travisato o ignorato. L’art. 53 della Costituzione stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. La capacità contributiva non corrisponde al reddito o alla capacità produttiva annua, ma alla possibilità che ogni cittadino ha di contribuire alle casse comuni. In questa prospettiva che senso può avere un tetto?

“Abbiamo detto molte volte - ha aggiunto Silvio Berlusconi nel presentare la proposta - che questo è il livello più alto che il comune senso di giustizia possa tollerare. Una tassazione più alta viene percepita come un sopruso e invoglia chi può a evadere le tasse: una scelta sbagliata ma spesso inevitabile di fronte alla rapina di stato".

Resta da spiegare perché l’Italia con livelli di pressione fiscale simili agli altri Paesi europei abbia un livello di evasione fiscale ampiamente superiore agli altri Stati. Forse una risposta si può trovare nella constatazione che soltanto in Italia ci sono leader politici che considerano “il dovere inderogabile di solidarietà economica” (art. 2 Cost.) come una “rapina di stato”.

Anche oggi dovrebbe valere la replica espressa nel 2006 dall’allora Ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa: “A chi dice che mettiamo le mani nelle tasche dei cittadini rispondo che sono gli evasori ad aver messo le mani nelle tasche dello Stato e di altri cittadini onesti. 
Violando così non solo il VII comandamento, ma anche un principio base della convivenza civile”.

Una manovra minuscola per i soliti noti

La manovra che il governo ha delineato nella NaDef è minuscola. Di conseguenza gli effetti sulla crescita sono modesti e forse trascurabili. Lo stesso governo indica che l’impatto sarà pari al +0,2%, con una crescita 2020 che passa dallo 0,4% tendenziale a un programmatico dello 0,6%. In realtà, la manovra annunciata “appare” di circa 30 miliardi di euro. Di questi però, 23 miliardi servono per evitare l’aumento dell’IVA. Ma se l’IVA non aumenta significa che nel 2020 avremo la stessa Iva del 2019 e quindi non c’è alcuno “impulso” all’economia. Certo, se l’IVA fosse aumentata avremmo subìto un forte freno che avrebbe portato la crescita allo zero come quest’anno. Il non aumento dell’IVA “evita” quindi questo effetto freno sulla crescita, ma non determina nessun ulteriore sostegno alla ripresa.

Dei restanti 7 miliardi, circa 4,5 sono dovuti a spese “obbligatorie” e 2,5 miliardi (lo 0,12% del PIL) sono destinati a ridurre il cuneo fiscale a partire dal luglio 2020. Al di là delle valutazioni di merito, “questo” taglio del cuneo rappresenta circa un quarto del valore conseguito dai lavoratori con gli 80 euro di Renzi e circa la metà del Reddito di cittadinanza o di Quota 100. Sul fronte delle coperture, i 30 miliardi della manovra sono fatti per circa la metà con aumento del deficit di 0,8%, che passa da un tendenziale dell’1,4% al 2,2 per cento.

Poi ci sono 6 miliardi di minori interessi sul debito pubblico. Qui va precisato che queste minori spese fanno già parte del “tendenziale” e non rappresentano una manovra. Derivano dagli effetti della politica monetaria di Mario Draghi e dal fatto che i mercati finanziari hanno, almeno per ora, preso atto che l’Italia, dopo aver evitato una maggioranza di governo nazional-sovranista, non sembra più correre il rischio di uscire dall’euro. Ecco perché lo spread dai circa 300 punti si è dimezzato a sotto i 150 punti base. Poiché l’anno prossimo andranno a scadenza circa 400 miliardi di titoli di stato, su questi si risparmierà circa l’1,5%, cioè più o meno 6 miliardi di euro. Sta di fatto però che il nostro spread è tuttora il doppio di quello di Spagna e Portogallo e circa cinque volte più alto di quello della Francia che sta a 30 punti base. Una manovra coraggiosa e forte dovrebbe porsi l’obiettivo di riportare lo spread italiano vicino a quello francese. Questo ulteriore risparmio di interessi sarebbe effetto della manovra stessa e non la conseguenza “esterna” della politica monetaria della BCE.

Poi ci sono 7 miliardi di maggiori entrate dovute... alla lotta all’evasione. Qui va ribadito che le entrate da lotta all’evasione si mettono a bilancio solo quando sono effettivamente realizzate e non quando si spera che si realizzino. I restanti 2-3 miliardi vengono trovati in tagliuzzamenti di spese ministeriali e di tax expenditure su settori che producono danni ambientali.

Come si vede dai numeri, la manovra è in sostanza pari a 7 miliardi di euro, cioè lo 0,4% del PIL. È coerente quindi indicare che, con una manovra da 0,4% di Pil, la crescita aumenta dello 0,2%. Un’ulteriore nota va dedicata all’effetto del deficit pubblico sulla crescita e quindi al fatto, sbandierato da tempo e da più parti, che sarebbero i vincoli “europei” a impedire all’Italia di crescere di più. Nella NaDef si assegna alla flessibilità europea la possibilità di aumentare il nostro deficit dello 0,8%. Ebbene, con uno 0,8% di deficit in più si ha uno 0,2% di crescita in più. Per paradosso si potrebbe allora dire che, per avere un effetto minimamente rilevabile sulla crescita, magari pari al +1%, basterebbe aumentare il deficit di un +4%, portandolo al 6,2%!

Il vero problema è che questa manovra è minuscola perché lascia intonsi i livelli e la composizione della spesa pubblica (900 miliardi) e delle entrate (855 miliardi), continuando a mettere a bilancio anche per i prossimi anni i 50 miliardi di spesa sprecati e malversati e i 100 miliardi di evasione mancanti tra le entrate. Tutti coloro che negli ultimi venti anni hanno “sguazzato” dentro queste cifre potranno continuare a farlo visto che quei numeri sono stati scritti da qui fino al 2022!

Infine, il debito pubblico. Nel 2019 è pari a 2.420 miliardi di euro, il 135,7% del PIL, un punto in più rispetto al 2018. Da qui al 2022 è destinato ad aumentare di altri 100 miliardi arrivando a 2.520 miliardi. Solo con una sovrastima della crescita reale e dell’inflazione, si fa sì che il PIL nominale aumenti ben al di là di ragionevoli previsioni e con questo si fa vedere che il rapporto debito/Pil scende lievemente.

Ma questo è quello che è sempre stato fatto anche dai governi precedenti. Nella sua NaDef del settembre 2016, il governo Renzi-Padoan aveva indicato un rapporto debito/PIL in riduzione e per il 2019 pari al 126,6%. Nel suo DEF di aprile 2018, il governo Gentiloni-Padoan, aveva indicato sempre un profilo in riduzione e per il 2019 al 128% del PIL. Ad aprile di quest’anno nel suo DEF il governo Conte-Tria ha indicato il 130%. Oggi sappiamo che siamo al 136 per cento.

Per finire, questa modestia e fragilità dei numeri ha forse indotto il governo ad annunciare un provvedimento “collegato” che rivaluterà le rendite catastali, profilando quindi un aumento di fatto dell’Imu. Ma questo non sta nei numeri della NaDef.

Mario Baldassarri, presidente del centro studi Economia reale

(tratto da Il Sole 24 Ore, 5 ottobre 2019)

Il buon esempio americano contro l’evasione fiscale

Caro direttore,

nel 1952 il ministro Vanoni convoca mio padre Noè Cinti, apprezzato funzionario del ministero delle Finanze, e lo manda negli Stati Uniti per studiare il sistema tributario americano, convinto che il più urgente problema italiano sia quello dell’evasione fiscale.

Mio padre parte, lasciando una moglie incinta e con quattro figli a carico, con grande senso del dovere, e svolge sei mesi di intensa missione visitando tutti i singoli Stati di quella nazione.

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Riorganizzazione IVA

L’ IVA copre circa il 62% del gettito delle imposte indirette (133,4 miliardi nel 2018).

L’evoluzione delle aliquote avvenuta, dalla sua istituzione ad oggi, evidenzia un progressivo e continuo aumento dell’aliquota “ordinaria”, passata dal 12% del 1974 al 22% del 2018 (vedi Tabella 10 tratta dal Dossier “ Fisco & Debito” ).

 

Tabella 10

Evoluzione storica dell'IVA

   

Aliquota (%)

 Decorrenza (da) 

 (provvedimento)

 ORDINARIA   MINIMA   RIDOTTA   MAGGIORATA 
 1/1/1973

 (art. 16 DPR 633/1972)

12 6 18
 9/7/1974

 (art. 1 co. 1 DL 254/1974

 conv. con L 383/1974)

30
 8/2/1977

 (art. 12 co. 1 DL 15/1977

 conv. con L 102/1977)

14 35
 1/1/1981

 (art. 1 co. 1 L 889/1980)

15 8
 5/8/1982

 (art. 1 co. 1 DL 697/1982

 conv. con L 887/1982)

18 10  38
 1/1/1985

 (art. 1 co. 1 DL 853/1984

 conv. con L 17/1985)

2 9
 30/7/1988

 (art. 1 DL 202/1989

 conv. con L 263/1989)

19
 1/1/1989

 (art. 34 co. 1 DL 69/1989

 conv. con L 154/1989)

4
 1/1/1993

 (art. 36 co. 5 DL 331/1993

 conv. con L 427/1993)

-
 24/2/1995

 (art. 10 co. 1 DL 41/1995

 conv. con L 85/1995)

10
 1/10/1997

 (art. 1 co. 1 DL 328/1997

 conv. con L 410/1997)

20
 17/9/2011

 (DL 138/2011

 conv. con L 148/2011)

21
 1/10/2013

 (DL 76/2013)

22

 Aliquote in vigore al 6/2018

22

[Fonte: raffronti legislativi] 

 

Per l’anno 2020 la clausola di salvaguardia, rivista con la legge di bilancio 2019, prevede l’aumento della suddetta aliquota al 25,2%, nel caso in cui non siano reperiti con la legge di bilancio 2020 i miliardi necessari all’equilibrio dei conti pubblici.

In relazione a tali aumenti il gettito IVA in rapporto al PIL è cresciuto dal 3,99% del 1974 al 6,34% del 2017. In tale ultimo anno il gettito delle imposte indirette rispetto a quelle dirette è stato dell’ 85% (209 miliardi di € ); tale forte crescita denota una scarsa volontà perequativa da parte del Legislatore perché le imposte indirette incidono sul reddito in misura regressiva, ovvero colpiscono in misura maggiore i redditi medio bassi piuttosto che quelli alti contraddicendo il principio fondante del sistema fiscale italiano che è quello costituzionalmente previsto della “progressività”.

L’imposta continua ad essere evasa in misura massiccia nel nostro Paese.

La Commissione Europea ha recentemente stimato che il gettito dell’imposta persa (tax gap) per elusione, frode ed evasione ammonti nell’Unione a circa 147 miliardi di Euro , di cui 36 miliardi solo in Italia.

La stima della UE coincide con il dato nazionale determinato con il metodo top down, che confronta le grandezze IVA potenziali ( che si ottengono utilizzando i dati relativi a consumi e investimenti - sia pubblici sia privati), con quelle dichiarate al fisco. Le prime sono ricavate rendendo coerenti i dati di Contabilità nazionale con la normativa tributaria, le seconde impiegano i dati provenienti dalle dichiarazioni fiscali e dai flussi di finanza pubblica.

In relazione alle attuali tre aliquote del 4, 10 e 22% è stato accertato che l’evasione è risultata più elevata su quella “ordinaria” ed è cresciuta maggiormente nei periodi successivi agli aumenti avvenuti nel 2011 e nel 2013 dal 20 al 22%.

In Italia il “gap” dell’ IVA deriva principalmente dall’evasione basata sul consenso tra gli operatori economici, e tra questi e i consumatori finali, che si accordano per non fatturare l’Iva, risultando in tal modo difficilmente tracciabili e accertabili. E’ stato stimato infatti che oltre il 60% del gettito evaso deriva da cessioni di beni al consumo ai privati cittadini.

L’attività di prevenzione e contrasto all’evasione fiscale avviata dal 2016 con la legge di stabilità 2015 ha introdotto misure specifiche contro l’evasione derivante da omesso versamento o da omessa dichiarazione, che si sono dimostrate efficaci attraverso il meccanismo dello “split payment” (scissione dei pagamenti) ( oltre 11 mld nel 2017 versati all’Erario dalla PA) l’estensione generalizzata della fatturazione elettronica a partire dal 2019 (già precedentemente in atto per le cessioni nei confronti della PA, + 6% del gettito nonostante la stagnazione dei consumi), l’estensione della “reverse charges” (inversione contabile) alla grande distribuzione.

I dati contenuti nella tabella allegata, pubblicati dal Ministero, confermano l’efficacia delle misure già adottate.

L’introduzione dello scontrino telematico, già sperimentata con successo in altri paesi dell’Unione Europea e l’incentivo a usare pagamenti elettronici, in vece del danaro contante, la cui soglia di utilizzo dovrà essere ancora ridotta, (In Italia l’uso del contante è ancora molto praticato, a differenza degli altri Paesi della UE), rappresentano ulteriori iniziative in grado di ridurre sensibilmente il gap evidenziato in premessa.

Accanto a queste misure, che hanno già prodotto e continuano a produrre importanti risultati in termini di recupero di gettito evaso, occorre introdurre ulteriori iniziative di contrasto di interesse tra venditori e acquirenti affiché questi ultimi siano incentivati economicamente a chiedere l’emissione di documenti fiscali.

Ciò può avvenire anche attraverso l’estensione delle detrazioni fiscali dal reddito complessivo di oneri e spese essenziali, come più volte auspicato da chi scrive, che incidono sulla situazione personale del contribuente (vedi classificazione ECOICOP), ovviamente attraverso una profonda e significativa riforma dell’intero impianto fiscale nazionale.

Un’altra misura, nel segno della riduzione delle disuguaglianze, economiche e sociali, che caratterizzano il nostro paese, si rende necessaria per ridurre l’incidenza dell’IVA sui consumi, che applicata in misura proporzionale colpisce maggiormente le classi meno abbienti, discostandosi in modo vistoso dal principio della “progressività”, prima rammentato.

È quindi auspicabile una revisione strutturale delle aliquote e dei relativi beni tassabili che preveda, da un lato, la riduzione dell’aliquota ridotta del 4% che colpisce prevalentemente beni di prima necessità (oltre che alimentari anche energetici e riguardanti i trasporti collettivi. A puro titolo di esempio e al fine di non penalizzare alcuni beni e servizi come quelli riguardanti le costruzioni, occorre spostare tali categorie dalla tabella dell’IVA al 10% a quella del 4%) e l’istituzione di una ulteriore aliquota “maggiorata” da applicare ai consumi voluttuari e di prodotti ritenuti dannosi alla salute (abbigliamento di lusso, pellicce, gioielli, profumi, tabacco, super alcolici, lotto e gioco d’azzardo, auto di lusso, aerei e barche private, bibite con alto contenuto di zucchero e altri prodotti alimentari di largo consumo nelle basse fasce di età, che predispongono a diabete, obesità, e patologie cardio circolatorie future, etc.) lasciando invariate al momento le rimanenti aliquote (intermedia e ordinaria). Si è visto infatti che negli anni caratterizzati dalla recessione economica del nostro Paese, i consumi di beni voluttuari sono aumentati, rispetto ad una sensibile riduzione dei consumi di generi di prima necessità. La prospettata riduzione dell’aliquota “minima” del 4% potrà essere compensata dall’istituzione della nuova aliquota “maggiorata”, da definire nella sua percentuale, sulla quale dovrà pronunciarsi tuttavia l’Unione Europea modificando la direttiva vigente ( 2006/112/CE Consiglio 28/11/2006) che attualmente non la prevede. La stessa Unione Europea dovrà pronunciarsi inoltre sulla possibilità per l’Italia, di assoggettare beni e servizi alle nuove aliquote proposte.

Le nuove tecnologie già di dominio della pubblica amministrazione se utilizzate in maniera più consapevole potrebbero, in pochi anni, più che dimezzare l’evasione fiscale italiana restituendo equità e uguaglianza ai cittadini italiani. Basta volerlo fare.

 

Gettito IVA dal 2014 al 2019*

(dati MEF in milioni di Euro)

2014 114.462
2015 119.376
2016 124.503
2017 129.574
2018 133.433
2019 135.486

(*)  Il dato 2019 rappresenta il gettito dei primi sette mesi dell’anno,

integrato con il gettito dei cinque mesi restanti, rilevato nel 2018. 

 

Rivoli, 3 ottobre 2019

Il cambiamento è spostare risorse senza aumentare deficit e debito

Quali sono le condizioni dell’economia italiana che il governo giallo-verde lascia in eredità al governo giallo-rosso?

Sul piano della crescita quest’anno siamo a zero. Se aumentasse l’IVA, avremmo crescita zero anche nel 2020. Se non aumenta l’Iva la crescita nel 2020 potrebbe passare da zero allo 0,4 per cento. Quindi non basta “solo” sterilizzare l’IVA.

Sul fronte della finanza pubblica il ministro Giovanni Tria ha di recente dichiarato che «i conti sono in ordine».

Ma su quali dati si basa il giudizio del ministro?

Prendiamo i dati di finanza pubblica “scritti” nell’ultimo Def dell’aprile scorso. Lì c’è scritto che il deficit pubblico sarebbe stato quest’anno al 2,4% (2% nel 2020 e 1,8% nel 2021). Poi c’è stata la manovra correttiva di luglio per un totale di 7,6 miliardi di euro che dovrebbe riportare il deficit 2019 dal 2,4% a circa il 2 per cento. Metà dei 7,6 miliardi però sono misure una tantum con effetti solo nel 2019. Per questo il deficit del 2020 si riduce meno, dal 2% all’1,8 per cento. Conseguenza di tutto questo è che il rapporto debito/Pil dovrebbe rimanere fermo a circa il 133 per cento.

Questi sono i numeri che quasi certamente sono stati presi a base dal ministro per la sua rassicurante affermazione.

Pur comprendendone le ragioni, ci sono però due ragionamenti da fare: uno sui numeri e uno sul merito.

Sui numeri. Questi dati di finanza pubblica derivano dal Quadro macroeconomico presentato nello stesso DEF dove la crescita del PIL è indicata allo 0,2% quest’anno e allo 0,8% nel 2020 e nel 2021. Ora, il punto di partenza del 2019 è a zero crescita, se tutto va bene. Per il 2020 delle due l’una: o aumenta l’IVA (come nel quadro di finanza pubblica presentato nel DEF) e allora la crescita resterebbe a zero e non potrebbe portarsi allo 0,8% indicato dal governo; oppure non si fa l’aumento dell’IVA e allora il deficit sarebbe almeno al 2,5% e il rapporto debito/PIL aumenterebbe.

Nel merito. Dire che i conti pubblici sono in ordine limitandosi al deficit e al debito non significa raccontare l’intera “storia” della finanza pubblica.

Il deficit infatti è il saldo tra spese ed entrate, cioè la differenza tra due “addendi”.

Per valutare l’effetto del bilancio pubblico sul sistema economico occorre invece riferirsi al “totale” e alla “composizione” della spesa pubblica e delle tasse.

Faccio un esempio concreto.

Nel DEF si indica un deficit 2020 pari a 36 miliardi di euro (45 miliardi secondo i nostri conti). Comunque, quei 36 miliardi di deficit sono la differenza tra 895 miliardi di spesa totale (49% del Pil) e 859 miliardi di entrate totali (47% del PIL). È evidente che ciò che conta di più è come questi totali di spesa ed entrate impattano sull’economia, ben al di là degli effetti del deficit.

Inoltre, nel totale delle spese ci sono “soltanto” 43 miliardi per investimenti pubblici, cioè il 2% del PIL. Gli altri 852 miliardi sono dovuti a spesa corrente e fondi perduti in conto capitale, cioè il 47% del PIL.

Nel totale degli 859 miliardi di entrate, 780 miliardi sono tasse e contributi pagati dalle famiglie, dai lavorati, dai pensionati e dalle imprese, cioè il 43% del PIL. “Soltanto” 79 miliardi sono tasse pagate da altri soggetti, cioè il 4,3% del PIL. Per di più “mancano” circa 100 miliardi di evasione fiscale.

Da qui si vede che il nostro bilancio pubblico è profondamente “squilibrato”: pochissimi investimenti e tanta spesa corrente, tante tasse sui tartassati e poche su altri soggetti. Zero sugli evasori.

Ecco allora che, se si guarda al solo deficit, si può anche affermare che i nostri conti pubblici sono “più o meno in ordine”. Se però si guarda al “totale” e alla “composizione” delle spese e delle entrate, si vede che i nostri conti pubblici sono da decenni in grande “disordine”.

Proporre una manovra “espansiva” aumentando deficit e debito, oltre a essere autodistruttiva in pochi mesi per la reazione dei mercati finanziari, sarebbe in realtà una operazione che perpetua e maschera anche per gli anni futuri quel “disordine” dei conti pubblici.

Il paradosso è che, con questa struttura, il bilancio pubblico determina un effetto “restrittivo” sulla crescita che resta tale anche con un po’ di deficit in più e magari anche con la condiscendente flessibilità eventualmente concessa dalla nuova commissione europea. Per avere un bilancio “espansivo” con i conti in ordine occorre “muovere” almeno il 10% della spesa e delle entrate, cioè una manovra attorno al 5% del Pil. Non serve aumentare di qualche decimale il deficit.

Il vero “cuore” della politica infatti non sta nel firmare ulteriori cambiali a babbo morto ma nell’incidere sul totale di spesa ed entrate e nello “spostare” le risorse, senza un euro in più di deficit e di debito.

“Questa eredità di bilancio in disordine” è passata “intonsa” negli ultimi venti anni da un governo all’altro, anzi si e aggravata. Infatti, tutti i governi (giallo-verde incluso) hanno aumentato la spesa corrente, aumentato le tasse ai tartassati e tagliato gli investimenti.

Questo sarebbe il vero cambiamento, la vera discontinuità da scrivere nella prossima legge di bilancio per il 2020 ... aspettando Godot o Rousseau?

Mario Baldassarri, presidente del centro studi Economia reale

La Flat Tax incrementale è incostituzionale

Nel 2019 in Italia è entrato in vigore un surrogato della cosiddetta Flat Tax: si applica (con aliquota del 15%) soltanto alle partite IVA con ricavi non superiori a 65.000 euro. Di fatto si tratta di un ampliamento del preesistente regime forfettario con limite a 30.000 euro. La norma è iniqua nei confronti dei lavoratori dipendenti (ai quali si applicano le aliquote progressive) e rischia di incrementare l’evasione fiscale a causa della non detraibilità dei costi di produzione e dell’esenzione dalla fatturazione elettronica (come ha sottolineato anche la Corte dei Conti).

Per il 2020 l’attuale governo sta ipotizzano una nuova versione della Flat Tax. L’idea che sta prendendo quota è che l’aliquota del 15% si applichi solo sui redditi incrementali. Un esempio per capire: se un contribuente ha avuto nel 2019 un reddito di 30 mila euro e nel 2020 denuncerà 40 mila euro, la tassa piatta verrà utilizzata soltanto per quei 10 mila euro di ricavi in più nel 2020.

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Un fisco iniquo

“Una gigantesca e assurda fonte d’iniquità, ingiustizia, complessità e inefficienza”: è questo il giudizio severo che si può leggere nelle conclusioni della “Indagine conoscitiva sulla struttura dell’imposta sul reddito delle persone fisiche dal 2003 al 2017” recentemente pubblicata dall’associazione per la Legalità e l’Equità Fiscale (LEF). Si tratta di un lavoro davvero notevole, sia per la quantità di dati e di tabelle riportate nelle oltre 200 pagine della ricerca, sia per le dettagliate analisi e le conseguenti proposte.

Anzitutto è necessario ricordare che l’IRPEF è l’imposta principale, in termini di gettito e soggetti interessati, attraverso cui si attua la progressività stabilita dall’articolo 53 della Costituzione. Dall’indagine emerge che oggi la progressività grava pressoché in modo esclusivo sui redditi da lavoro (dipendente, pensione e autonomo) che rappresentano oltre il 95% del reddito IRPEF dichiarato (nel 2003 questo valore era inferiore all‟85%). Inoltre, c’è uno squilibrio a vantaggio delle dichiarazioni sopra i 50.000 euro con una sostanziale concentrazione del prelievo sui redditi medi fra 20.000 € e 50.000 euro.

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Come ridurre le tasse, aumentandole

La solita commedia all'italiana. Di fronte all'eventualità dell'apertura della procedura di infrazione per debito eccessivo da parte della Commissione europea nei confronti dell'Italia, alcuni politici della penisola hanno alzato la voce, picchiando i pugni sul tavolo, mostrandosi alle telecamere come inflessibili difensori delle scelte italiche in materia di bilancio. Molti membri del Governo hanno giurato che non avrebbero fatto una manovra economica correttiva, come invece l'Europa chiedeva. Anzi, il leader della Lega Matteo Salvini ha rilanciato, dicendo che “l'unico modo per ridurre il debito è tagliare le tasse”.

In realtà, dietro le quinte del set televisivo, attenuate le luci e spente le telecamere, il Governo italiano ha provveduto ad adempiere alle richieste europee di una correzione dei conti pubblici. Infatti, il Consiglio dei Ministri il 2 luglio scorso ha approvato un disegno di legge di assestamento del bilancio che ammonta a circa 7,6 miliardi di euro, per ridurre il deficit dal 2,4 al 2% del PIL. Si tratta di 6,24 miliardi di maggiori entrate (2.900 milioni di maggiori entrate tributarie, 700 milioni di maggiori entrate contributive, 2.740 milioni di altre entrate correnti e in conto capitale), oltre al congelamento di 1,5 miliardi di risorse disponibili (di fatto un risparmio di spesa).

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Flat Tax: non è solo questione di soldi

Si avvicina una nuova tornata elettorale e si torna a parlare di tasse. Non per ricordare agli italiani che la Costituzione ci richiama al “dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale”, ma per assicurarci che saremo liberati da ciò che nell’immaginario collettivo si sta affermando come un’angheria.

Messaggio indirizzato soprattutto ai più ricchi che avendo di più sono anche quelli che hanno la sensazione di pagare di più. E poiché a determinare gli importi fiscali è l’aliquota, ossia la percentuale di tassazione, tutti i governi italiani degli ultimi trent’anni si sono prodigati per abbassare le aliquote sui redditi più alti, fino ad arrivare ad oggi che si propone la Flat Tax, letteralmente tassa piatta. Vale a dire aliquota unica, magari del 15%, sia che si guadagni 20mila euro che due milioni di euro l’anno. Unico elemento d’abbattimento il carico familiare, anch’esso però uguale per tutti, per cui il principio alla fine non cambia.

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I paradossi della Flat Tax all’italiana

Chissà che cosa direbbe Milton Friedman, l’economista americano che nel dopoguerra propose la flat tax, di fronte all’introduzione in Italia di questa forma di imposta. La domanda si pone perché la tassa piatta all’italiana in effetti è assai diversa da quella ideata da Friedman.

Anzitutto, la Flat Tax nelle intenzioni del suo ideatore nasce come proposta per evitare le disparità di imposizione fiscale, poiché ogni categoria di contribuenti cerca di ottenere un trattamento di favore, ovviamente a scapito di tutti gli altri.

Questo obiettivo se l’era posto anche Salvatore Scoca, relatore dell’art. 53, durante i lavori dell’Assemblea Costituente italiana: “Se esaminiamo la nostra legislazione, vediamo che, accanto alle leggi normali di imposta, si sono inserite troppe eccezioni, troppe norme singolari, le quali creano differenze di trattamento tra classi di cittadini ed altre classi, e tra le varie località del territorio dello Stato, e rendono ardua la stessa conoscenza della materia. Questa delle riduzioni e delle esenzioni è una grave menda della nostra legislazione, ed occorre che sia eliminata per l’avvenire”.

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Un Governo ingiusto

L’attuale Governo, sostenuto da M5S e Lega, ha chiesto al Parlamento di approvare una manovra economica di circa 33 miliardi di euro, le cui risorse sono finanziate in gran parte a debito. Nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire: ai posteri viene rilasciata l’ennesima cambiale da pagare.

Non solo: se i Governi precedenti, dal 2011 in poi, erano stati criticati per aver ipotecato le manovre degli anni successivi con pesanti clausole di salvaguardia (12,5 miliardi per evitare l’aumento dell’IVA nel 2019), l’attuale Governo le ha aumentate a 23 miliardi (nel 2020) e a 28,8 miliardi (nel 2021). Insomma, nei prossimi anni sarà necessaria una manovra economica esclusivamente per evitare l’aumento dell’IVA. Così facendo, si persiste nel caricare pesi insopportabili sulle spalle delle prossime generazioni, continuando a realizzare deficit, ad aumentare il debito e a condizionare le possibilità futura di spesa pubblica.

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La cedolare sui locali commerciali "fa secca" la progressività dell'imposta

La manovra economica che il governo sta preparando si arricchisce di un nuovo capitolo. La novità dell'ultima ora è la cedolare secca per l'affitto dei locali commerciali. Una misura che, ha detto in un'intervista a Sky il sottosegretario all'Economia, “servirà anche a combattere il degrado urbano" [1].

Era da tempo che Confedilizia chiedeva che fosse esteso anche al settore delle attività commerciali il sistema di tassazione oggi previsto per le sole abitazioni residenziali.

Se non verrà modificato il pacchetto fiscale, quindi, anche chi concede in locazione un locale commerciale potrà optare per il regime di tassazione a cedolare secca.

Di cosa si tratta?

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L’aumento della ricchezza e della disuguaglianza

Di solito si fa il confronto tra il tanto posseduto dai più ricchi e il poco rimasto nelle mani dei più poveri. In questo modo è facile verificare quanto il sistema economico mondiale sia diseguale ed ingiusto. Ma a conclusioni analoghe si può giungere anche soltanto analizzando l’evoluzione della ricchezza nel mondo.

Una conferma si può trovare nel Global Wealth 2018, l’ultimo rapporto del Boston Consulting Group (una società che offre consulenza per gli investimenti di elevato valore): la ricchezza finanziaria privata mondiale nell’ultimo anno è cresciuta del 12%, raggiungendo nel 2017 il totale di 201,9 mila miliardi di dollari. Si tratta di una cifra che è circa 2,5 volte più grande del PIL mondiale annuale, che ammonta a circa 81 mila miliardi di dollari.

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Bisogno di progressività

La Corte dei Conti ha certificato che nel 2016 la spesa complessiva dello stato italiano ha totalizzato 829 miliardi coperti per l’86,5% da entrate fiscali, ossia ricchezza prelevata ai cittadini, e per il restante 13,5% da altre entrate come affitti, concessioni, vendite di immobili, indebitamento.

Le entrate fiscali comprendono tre grandi categorie: i contributi sociali, le imposte dirette e le imposte indirette. I contributi sociali sono prelievi sulla produzione, in parte a carico dei lavoratori, in parte dei datori di lavoro, e sono utilizzati per pensioni e altre provvidenze di carattere sociale. Le imposte dirette sono prelievi sugli introiti dei cittadini. Le imposte indirette sono prelievi sugli acquisti per beni e servizi. L’analisi dei dati rivela che oggi i tre settori contribuiscono al gettito fiscale in misura quasi paritaria. Più precisamente nel 2016 i contributi sociali hanno rappresentato il 31% del gettito fiscale, le imposte dirette il 35%, quelle indirette il 34%. Situazione piuttosto diversa da quella del 1982 quando i contributi sociali rappresentavano il 40% di tutte le entrate fiscali, le imposte dirette il 35%, quelle indirette il 25%.

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Comparazioni dei SISTEMI FISCALI in alcuni Paesi Europei

Aliquote ordinarie di IVA
 ITALIA 22%
 SPAGNA 21%
 REGNO UNITO 20%
 FRANCIA  19,6%
 GERMANIA 19%

 

 Aliquote IRPEF   minima massima
ITALIA 23%  43%
REGNO UNITO 10%  45%***
GERMANIA 15%  45%
SPAGNA 24%  52%
FRANCIA  6,85% 48% 

 (ricordo che in Francia vige un sistema fiscale per 'unità familiare'...).

*** nel Regno Unito i dividendi sui capitali detenuti sono tassati tra il 7,5% ed il 45%, secondo cioè i diversi redditi imponibili. (In Italia al 26% fisso, ed al 12,50% fisso sui Titoli di Stato...).

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Flat Tax: la tassa che piace ai ricchi

Uno studio scientifico con cui Mazzei svela chi ci guadagnerebbe veramente con la "tassa piatta", ovvero le cifre che i liberisti Matteo Salvini, Armando Siri e Nicola Rossi non vi faranno vedere mai.

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La Flat Tax è incostituzionale

La Flat Tax non è certo una novità nel dibattito teorico e nei vari tentativi di implementazione, in particolare nei paesi dell’est europeo postcomunista. Fu ideata da Milton Friedman nel 1956 e da allora è sempre stato un mantra delle teorie neoliberiste in campo fiscale.

In Italia venne proposta, con una aliquota al 33%, da Silvio Berlusconi nel 1994 al posto di un’Irpef progressiva. Poi venne fatta propria dalla Lega di Salvini, per fortuna senza successo. Se non in modo parziale: il 1º gennaio 2004, in Italia, è entrata in vigore l’IRES (Imposta sul Reddito delle Società) al posto dell’IRPEG. L’IRES è una Flat Tax: infatti è presente una sola aliquota pari al 24% (dopo la legge di stabilità 2016). Ma qualche settimana fa il Sole 24 Ore ha dato vita un dibattito sul tema partendo dalla proposta di Nicola Rossi di una Flat Tax sull’Irpef con aliquota al 25%.

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Scaglioni di reddito Legge 825/71 - Differenze con IRPEF di oggi

DAL SAGGIO: 
FISCO, LA COSTITUZIONE TRADITA
Scaglioni di reddito sottoposti a IRPEF in vigore dal 1973 al 1986

ECCO LA LEGGE 825/71

Dopo 23 anni dall’entrata in vigore della Costituzione, viene approvata dal parlamento la legge delega n°825 del 9 ottobre 1971 di riforma tributaria, istitutiva dell’IVA e dell’IRPEF che delegò il Governo ad emanare le disposizioni occorrenti, per attuare i principi Costituzionali della capacità contributiva e dellaprogressività di tutti i tributi, secondo i criteri direttivi determinati da quella legge.

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Una nuova cultura della legalità fiscale

Talvolta capita davvero di guardare la pagliuzza e non la trave. Così viene da pensare osservando in modo critico il dibattito politico sul rispetto dei parametri europei per il deficit di bilancio. Da Bruxelles chiedono all’Italia di diminuire il rapporto deficit/PIL dello 0,2%, che corrisponde a 3,4 miliardi di euro.

Da settimane si discute in modo animato di questi decimali in percentuale e della cosiddetta “manovrina” che il Governo ha varato per recuperare i pochi miliardi richiesti. 

Colpisce tanta attenzione per un dettaglio di secondaria importanza, quando il vero problema è il rapporto debito/PIL, che ha superato il 133%, cioè oltre 2.250,4 miliardi di euro al 31 gennaio 2017 (fonte: Banca d’Italia). Dato che il debito è superiore di 662 volte l’ammontare della “manovrina”, forse sarebbe il caso di porci seriamente qualche domanda sul futuro del nostro Paese. Le reiterate promesse di diminuzione del debito e del raggiungimento del pareggio di bilancio vengono puntualmente disattese. Ogni anno si rimanda all’anno successivo, senza spiegazioni.

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Se l’IRPEF non è uguale per tutti

di Sergio Beraldo e Giovanni Esposito

Imposte sostitutive come la cedolare secca sugli affitti sono spesso giustificate con la volontà di far emergere base imponibile. Invece creano solo disparità di trattamento tra redditi uguali. E aumentano la percezione di iniquità del sistema fiscale.

=> Articolo su "La voce"

Perché la “Forfait Tax” è iniqua

Anzitutto è sbagliata la definizione: non si tratta di una “Flat Tax”, ma di una “Forfait Tax”.
Ci riferiamo all’imposta sostitutiva - per l’ammontare di 100mila euro annui - che il sistema tributario italiano prevede per i cittadini stranieri che decidano di trasferire la residenza fiscale in Italia relativamente ai redditi prodotti all’estero.

Infatti, la “Flat Tax” è un’imposta applicata al reddito in modo proporzionale, diversamente dal criterio di progressività che comporta l’aumento della percentuale delle aliquote fiscali con l’incremento del reddito imponibile. Invece, la misura fiscale introdotta dall’ultima legge di stabilità con la finalità di attrarre in Italia persone con molto ricche, andrebbe definita più correttamente come una “Forfait Tax”, poiché stabilisce un importo fisso da pagare indipendentemente dal reddito.

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Nuove regole ISEE: senza autocertificazione tutti più ricchi

L’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE) è un’attestazione che consente ai contribuenti a basso reddito di accedere a prestazioni sociali e servizi di pubblica utilità a condizioni agevolate.

È dunque uno strumento di welfare il cui valore dipende dai redditi e dai patrimoni dei componenti il nucleo familiare. Lo scorso anno è stato richiesto da ben 4,2 milioni di famiglie, per un totale di oltre 13 milioni di persone (più del 20% della popolazione residente).

Nei giorni scorsi il ministero del Lavoro e delle politiche sociali ha pubblicato il rapporto annuale[1], nel quale ha fatto il punto sulle dichiarazioni dell’anno precedente; il primo in cui hanno trovato applicazione le nuove regole di calcolo dell’ISEE.

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Fisco e DEF 2017: mancano all'appello 88 miliardi all'anno tra 2010 e 2014

(da La Repubblica del 16.10.2016)

La Relazione sull'evasione fiscale quantifica la differenza tra quanto l'Erario avrebbe dovuto incassare per Irpef da lavoro autonomo e da impresa, IRES, IVA e IRAP e quanto invece ha effettivamente ricevuto. Di questi, oltre 75 miliardi sono da considerare vera e propria evasione.

La Manovra economica per il 2017 ha come corollario l'abolizione di Equitalia e numerosi interventi sul fronte fiscale. Il recupero dall'evasione è centrale per l'equilibrio dei conti pubblici, l’aggiornamento certificato del Def è positivo, grazie a circa 12 miliardi di recupero "permanente" nel corso del 2016. Eppure ci sono ben 88,1 miliardi, oltre tre volte l'entità della legge di Bilancio (27 miliardi) varata il 15 ottobre dal governo, di entrate sottratte al bilancio pubblico nella media del periodo 2010-2014. E se si restringe il campo d'analisi al solo 2012-2013, la media annua sale addirittura a 108,7 miliardi.

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Come rottamare il sistema tributario

Prima gli 80 euro mensili ad alcuni lavoratori dipendenti, poi 500 euro agli insegnanti, successivamente 500 euro ai diciottenni e adesso 800 euro alle donne in stato di gravidanza. La distribuzione governativa di mance sembra aver preso un posto chiave nel sistema tributario.

La parola d’ordine è e resta “rottamazione”. Abolizione di Equitalia, anzitutto, tagliando drasticamente le multe a chi non aveva pagato. Una beffa per gli onesti, un favore ai furbi e agli evasori.

Avanti con la possibilità di far rientrare i capitali portati all’estero e persino quelli nascosti in Italia. Con un contributo forfetario si risolve tutto e si rottama il passato: chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato.

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Fisco, allarme per le sanatorie

Dall'Agenzia delle Entrate e da Equitalia prima è arrivato un vociare perplesso e scontento. Poi il malessere, visti i provvedimenti annunciati e in seguito entrati nella legge di bilancio, è diventato un vero e proprio atto di accusa: "Il governo ha varato l'ennesimo condono fiscale, una sanatoria che avrà effetti devastanti sul gettito atteso per i prossimi anni e che aprirà la porta a decine di contenziosi tra autorità e contribuenti, in quanto vìola i principi costituzionali di eguaglianza di fronte alle leggi".

=> Continua a leggere su "La Repubblica"

 

TASI, i conti sull’abolizione

Favoriti i redditi più alti e chi ha più di 54 anni. Senza il gettito Imu e Tasi sugli immobili i comuni resteranno privi di circa 3,5 miliardi di euro di risorse da dover compensare

Ogni volta che un governo cancella una tassa, crea dei vincenti e qualche volta dei perdenti. Non sempre con questo gesto esprime la sua visione della società, specie quando il gettito in gioco non è enorme, ma di certo contribuisce a spostarne in modo sottile gli equilibri.

=> Continua a leggere sul sito de "Il Corriere della Sera"

 

Il sistema tributario tra restaurazione e beneficenza

Tornare indietro di 167 anni: è questa la proposta di Silvio Berlusconi & Matteo Salvini, che propongono una “Flat Tax”, cioè un’aliquota fiscale unica del 20% o addirittura del 15%. Infatti la tassazione proporzionale era stata inserita nell’art. 25 dello Statuto Albertino approvato il 4 marzo 1848: «Essi (cioè i cittadini) contribuiscono indistintamente, nella proporzione dei loro averi, ai carichi dello Stato».

Quasi cento anni più tardi, il 23 maggio 1947, l’Assemblea Costituente elaborò il testo dell’art. 53 della Costituzione Repubblicana: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».

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IVA: alla ricerca di verità

Pare che a breve l’aliquota ordinaria dell’IVA salirà dal 21% al 22%. L’IVA è stata introdotta in Italia nel 1973 con l’aliquota del 12%. In 40 anni ci sono stati 8 aumenti. L’ultimo l’ha effettuato il Governo Berlusconi il 17 settembre 2011, quando l’IVA è passata dal 20% al 21%.

Oggi proprio quelli che hanno deciso l’ultimo aumento si presentano come i maggiori avversari del prossimo aumento, senza alcuna spiegazione e tanto meno autocritica su quanto hanno fatto due anni fa. Soltanto una classe politica indecente e irresponsabile può essere così spudoratamente contraddittoria senza mostrare vergogna. 

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La società civile prende la parola

In vista delle prossime elezioni alcune associazioni chiedono ai candidati di prendere precisi impegni per le politiche fiscali

Le elezioni si avvicinano e giustamente la società civile prende la parola, stilando documenti, inviando appelli o chiedendo impegni ai candidati dei diversi schieramenti. Segnaliamo alcune proposte in particolare nel campo dell’economia e del fisco.

Anzitutto l’iniziativa che è stata promossa dall’Associazione Economia Reale Onlus, che nello scorso novembre ha convocato e coinvolto decine di gruppi e associazioni per passare “dall’analisi economica alla proposta politica”. Dal confronto è scaturito un documento comune che evidenzia una forte opzione per l’Europa: «Noi identifichiamo nell’Europa e nelle sue Istituzioni la nostra casa comune, la nostra storia, la nostra cultura. L’Europa non può essere soltanto una pur necessaria, rigorosa e competente tecnocrazia. Se ci fermassimo a questo, un crescente deficit democratico potrebbe compromettere l’intera costruzione europea ed il suo ruolo nel mondo. Per questo noi crediamo nell’integrazione politica europea ed identifichiamo nella creazione degli Stati Uniti d’Europa il fine ultimo di tale processo. Nel mondo della globalizzazione, i singoli Stati europei hanno già perso la loro sovranità nazionale in alcune fondamentali aree. 

Il catasto? Non può più essere un problema ...

Egregio Viceministro Martone,

Lei ha spiegato, nel corso di una recente trasmissione televisiva, che le ingiustizie nell' applicazione dell'IMU derivano dall'inadeguatezza del catasto. Dell'aggiornamento del  catasto se ne sente parlare da quasi 20 ma finora nulla e' stato concretamente fatto su base nazionale.

Nella legge di delega fiscale il tema è stato ripreso, negli stessi termini di 20 anni fa, ma sempre e soltanto a parole.

Eppure ci sono stati esempi di come, a livello locale, il problema è stato affrontato e risolto  con successo, senza spendere risorse pubbliche, facendo lavorare disoccupati, recuperando gettito fiscale e ristabilendo equità tra i contribuenti.

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Una manovra contro i poveri

Il governo Berlusconi-Tremonti nell’ottobre 2011 aveva alzato l’aliquota ordinaria dell’IVA di un punto, passando dal 20 al 21%. Inoltre, aveva programmato un ulteriore aumento di 2 punti per le due aliquote IVA più elevate (quella al 21 e quella ridotta al 10%), se i conti dello Stato non fossero “tornati”.

Il governo Monti con la legge di stabilità ha deciso di dimezzare l’aumento dell’IVA: di conseguenza a partire dal 1° luglio 2013 le nuove aliquote saranno del 22% e dell’11%. Potremmo concludere che l’aumento dell’IVA non è positivo, ma anche che sarebbe potuto capitare di peggio, come era nelle intenzioni del governo precedente.

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La solidarietà tributaria

Traccia del mio intervento all'incontro sulla "Solidarietà tributaria" tenutosi a Bergamo, venerdì 28 settembre.
In fondo all'articolo i link al programma e alle registrazioni audio dell'introduzione di Filippo Pizzolato e di relazione di Camilla Buzzacchi e intervento di Luciano Corradini.

Il libro di Camilla Buzzacchi è consolante, perché con garbo ma,  nello stesso tempo, con grande lucidità e determinazione, mette in luce le contraddizioni di un sistema fiscale che sempre meno si declina in sintonia con i principi costituzionali e sempre più si discosta dall'impianto comunitario e solidaristico, che contraddistingue la nostra Costituzione. 

L'analisi attenta della legislazione  prodotta in materia fiscale negli ultimi cinquant'anni evidenzia, nel libro,  come i principi  e i criteri contenuti nell'art. 53 – che  sintetizza perfettamente l'ideologia egualitaria in forma sostanziale sancita all'art. 3 della Costituzione Repubblicana -   siano stati sostanzialmente traditi. Il filone solidaristico di cui l'art. 53 con i suoi due commi  rappresenta una delle espressioni più significative indica  la scelta di come ottenere le risorse per  attuare tale eguaglianza:  far pagare a ciascuno una quota dei servizi, a prescindere dall'effettiva fruizione, secondo le sue condizioni economiche. Una  volta determinata la capacità contributiva, lo sforzo fiscale non può essere uguale per tutti ma ottenuto  modulando diversamente la percentuale di reddito da destinare alla contribuzione fiscale attraverso il principio della progressività.

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L'evasione fiscale aumenta al Nord - Come introdurre una tassazione più equa ed efficace

Il metodo è relativamente semplice:  incrociare i dati dei consumi con quelli dei redditi. Risultato: verificare l’eventuale incongruenza tra tenore di vita e guadagni dichiarati, cioè l’evasione fiscale. Così hanno fatto i ricercatori del Centro studi Sintesi per stilare la classifica dell’evasione fiscale dei contribuenti italiani (presunta ma  certamente non inventata …).

Ad ogni provincia hanno attribuito un punteggio, più elevato se gli abitanti dimostrano una congruenza tra dichiarazione dei redditi e benessere economico, più basso per i territori in cui i dati economici mostrano un rischio evasione. Le aree più virtuose risultano essere nell’ordine: Trieste, Milano e Bologna. In fondo alla classifica troviamo alcune realtà della Sicilia: Ragusa, Catania e Agrigento. I risultati non sorprendono, se confrontati con altre ricerche precedenti. 

Criteri per proposta fiscale

Criteri per una proposta di riforma del sistema tributario su base costituzionale (ARDeP gennaio 2012)

Premessa : capacità contributiva e criteri di progressività

La Costituzione stabilisce all’art. 53 due principi relativi alla materia tributaria. Il primo afferma che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”; il secondo che “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”  [.. segue nell'allegato]

=> Criteri per proposta fiscale

Tassiamo il prelievo di contante!

Quale sarebbe la soluzione più semplice per cancellare l'evasione fiscale?

Eliminare il denaro! Il denaro fisico!

Se lo Stato abolisse il denaro cartaceo e metallico tutte le transazioni sarebbero tracciabili. La moderna tecnologia basata sui pagamenti elettronici ci consentirebbe oggi la felice attuazione di questa proposta. Se gli Stati sono riusciti a sostituire completamente l'oro e l'argento con la cartamoneta, sicuramente potrebbero fare altrettanto eliminando totalmente il denaro fisico. Se gli Stati sono riusciti a far accettare la circolazione della cartamoneta dal valore intrinseco pressochè nullo al posto di metallo prezioso, sarà ancor più facile sostituire carta di nessun valore con file elettronici.

=> Leggi l'articolo: Tassiamo il prelievo di contante!

Riforma delle aliquote IRPEF

Ci risiamo. Il Ministro Tremonti ha dichiarato di ritenere "giusto un sistema con 3 aliquote" IRPEF. Non so come possa utilizzare il termine "giusto". Basta rileggere l’art. 53 della Costituzione per capire quanto sia improprio parlare di "giustizia" per un sistema basato soltanto su 3 aliquote, mentre dovrebbe essere "informato a criteri di progressività".

Vorrei ricordare che la legge 825 del 1971 in applicazione dell’art. 53 della Costituzione prevedeva 32 aliquote. Anche un alunno della scuola primaria può capire che più sono le aliquote più si concretizza il criterio della progressività. Giustizia è tener conto il più possibile delle diversità. Fare parti eguali tra diseguali è la più odiosa delle ingiustizie, diceva don Lorenzo Milani.

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Per un fisco più equo e solidale

Rivedere la tassazione sui risparmi e sui redditi da affitto

Il risparmio è certamente un bene, che giustamente la Costituzione «incoraggia e tutela» (art. 47). È sicuramente un valore, soprattutto se lo intendiamo come saggia propensione a “non fare mai il passo più lungo della gamba”, tramandataci dai nostri nonni. È il contrario della propensione moderna ad acquistare beni senza avere le risorse per farlo. Molte persone si muovono in pubblico con automobili lussuose, ma poi confessano in privato che in realtà la vettura non è di loro proprietà, almeno fino a quando non avranno finito di pagare l’ultima rata.

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La cedolare sugli affitti che favorisce solo i ricchi

Spett.le Redazione,

il Governo ha appena approvato un Decreto Legislativo che prevede una tassazione separata e con aliquota unica proporzionale (20%) per i redditi provenienti dall'affitto di immobili. Mi sembra una tassa in evidente contrasto con l'art. 53 della Costituzione. Anzichè tassare in base al cumulo dei redditi (come avviene adesso), si passa ad una imposta che non è più basata sul criterio di progressività.

Infatti non distingue nemmeno tra chi affitta 1 appartamento e chi ne affitta 10 o 100: pagheranno tutti la stessa aliquota! Una scelta che evidentemente favorisce i grandi possessori di immobili, cioè i più ricchi. Ne consegue anche che, a parità di entrate fiscali, il mancato introito (la differenza tra quanto pagato adesso da chi è soggetto ad aliquote alte e la cedolare secca) dovrà essere recuperato con altre imposte, che presumibilmente riguarderanno tutti, cioè anche i più poveri.

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La rivoluzione fiscale

Cominciamo dal principio, cioè dalla Costituzione (altrimenti da che cosa?). Leggiamo l'articolo 53: "Tutti concorrono alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività". Ma che cos'è la "capacità contributiva?". 

Se ad esempio una persona ha uno stipendio mensile di 1.200 euro e ogni mese per vivere spende mediamente 1.200 euro (per alimenti, affitto, acqua, gas, elettricità), dobbiamo dedurne che la sua capacità contributiva per le spese pubbliche è pari a zero. Quindi, dovrebbe pagare zero euro di tasse. Se invece un altro cittadino italiano ha un reddito di 3.000 euro mensili e spende mediamente 1.500 euro per vivere, dovrebbe pagare le tasse sulla base della sua reale capacità contributiva, cioè sui 1.500 euro residui. "Povero è chi consuma tutte le sue entrate. Ricco chi ne consuma solo una parte" (Scuola di Barbiana - Lettera a una professoressa).

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formiche

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