Logo ARDeP

La flat tax incrementale è incostituzionale

Nel 2019 in Italia è entrato in vigore un surrogato della cosiddetta flat tax: si applica (con aliquota del 15%) soltanto alle partite IVA con ricavi non superiori a 65.000 euro. Di fatto si tratta di un ampliamento del preesistente regime forfettario con limite a 30.000 euro. La norma è iniqua nei confronti dei lavoratori dipendenti (ai quali si applicano le aliquote progressive) e rischia di incrementare l’evasione fiscale a causa della non detraibilità dei costi di produzione e dell’esenzione dalla fatturazione elettronica (come ha sottolineato anche la Corte dei Conti).

Per il 2020 l’attuale governo sta ipotizzano una nuova versione della flat tax. L’idea che sta prendendo quota è che l’aliquota del 15% si applichi solo sui redditi incrementali. Un esempio per capire: se un contribuente ha avuto nel 2019 un reddito di 30 mila euro e nel 2020 denuncerà 40 mila euro, la tassa piatta verrà utilizzata soltanto per quei 10 mila euro di ricavi in più nel 2020.

Questa nuova versione della flat tax per certi aspetti è anche peggiore di quella attualmente in vigore. Anzitutto, perché ne usufruiranno soltanto i contribuenti che avranno un aumento di reddito, cioè proprio quelli che avrebbero già un vantaggio dovuto a questo incremento. Inoltre, il guadagno sarà tanto maggiore quanto più elevata sarà la fascia di reddito: se l’aumento sarà nella prima fascia (che attualmente paga un’aliquota del 23% fino a 15.000 euro) il vantaggio sarà soltanto dell’8% (23 meno 15), mentre se l’incremento sarà relativo all’ultima fascia (aliquota del 43% sopra i 75.000 euro), l’imposta tagliata sarà del 28% (43 meno 15).

È evidente che questo sistema creerebbe palesi iniquità. Un contribuente che dichiara 30.000 euro nel 2019 e 50.000 euro nel 2020 avrà uno sconto notevole: sui 20.000 euro incrementali verserà soltanto il 15% anziché il 38%, con un risparmio di 4.600 euro rispetto al contribuente che in entrambi gli anni dichiara 50.000 euro. Non solo: viene il dubbio che il contribuente che ha aumentato i ricavi da 30.000 a 50.000 euro sia stato un evasore fiscale, che con questo sistema paradossalmente verrà premiato proprio per aver dichiarato di meno nell’anno precedente.

La flat tax incrementale oltre a risultare concretamente ingiusta, presenta evidenti profili di incostituzionalità, almeno sotto due aspetti: la capacità contributiva e il criterio della progressività indicati dall’art. 53 della Costituzione. Se a parità di reddito due contribuenti pagano imposte differenti (a causa della diversa variazione del reddito rispetto al passato), si viola il principio secondo il quale “tutti sono tenuti a contribuire alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”.

Inoltre, l’attuale sistema a scaglioni con aliquote crescenti garantisce eguale trattamento a parità di reddito. Infatti anche il più ricco contribuente per i primi 15.000 euro di reddito paga la stessa aliquota del più povero, cioè il 23%: soltanto sugli ulteriori redditi è tenuto a versare un’aliquota più elevata. In questo modo viene rispettato sia il criterio dell’uguaglianza (a pari condizioni), sia quello della progressività (per chi ha di più). La flat tax incrementale di fatto rovescia entrambi i criteri: se aumenta il reddito si paga di meno e diminuisce la progressività. Perciò la tassa piatta incrementale è un’imposta regressiva che sovverte i principi costituzionali.

Quando in Assemblea costituente fu approvato il testo dell’art. 53, il relatore Salvatore Scoca disse: “lasciandoci guidare da un sano realismo, non si può negare che una Costituzione la quale, come la nostra, si informa a principi di democrazia e di solidarietà sociale, debba dare la preferenza al principio della progressività”. Oggi stupisce come nel dibattito politico ed economico venga ipotizzata questa nuova versione della flat tax, prescindendo totalmente da ciò che la Costituzione stabilisce. Siamo in un tempo in cui i principi sono dimenticati e persino il “sano realismo” non è più un criterio per orientarsi. Prevale la propaganda e la superficialità, senza scandalo e senza vergogna.

Purtroppo aveva ragione Pier Paolo Pasolini: «Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, (…) che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale».

Un fisco iniquo

“Una gigantesca e assurda fonte d’iniquità, ingiustizia, complessità e inefficienza”: è questo il giudizio severo che si può leggere nelle conclusioni della “Indagine conoscitiva sulla struttura dell’imposta sul reddito delle persone fisiche dal 2003 al 2017” recentemente pubblicata dall’associazione per la Legalità e l’Equità Fiscale (LEF). Si tratta di un lavoro davvero notevole, sia per la quantità di dati e di tabelle riportate nelle oltre 200 pagine della ricerca, sia per le dettagliate analisi e le conseguenti proposte.

Anzitutto è necessario ricordare che l’IRPEF è l’imposta principale, in termini di gettito e soggetti interessati, attraverso cui si attua la progressività stabilita dall’articolo 53 della Costituzione. Dall’indagine emerge che oggi la progressività grava pressoché in modo esclusivo sui redditi da lavoro (dipendente, pensione e autonomo) che rappresentano oltre il 95% del reddito IRPEF dichiarato (nel 2003 questo valore era inferiore all‟85%). Inoltre, c’è uno squilibrio a vantaggio delle dichiarazioni sopra i 50.000 euro con una sostanziale concentrazione del prelievo sui redditi medi fra 20.000 € e 50.000 euro.

Anche le agevolazioni fiscali (oltre 150 fra deduzioni, detrazioni e crediti) sono inique, perché “coprono a pioggia (e spesso in modo casuale) tutti i settori di spesa favorendo in questo modo i contribuenti che le possono far valere per abbattere l’imposta dovuta”. Anche gli 80 euro (introdotti dal governo Renzi) sono discriminanti, poiché ampliano l’area dell’incapienza soltanto per alcuni contribuenti, oltre a creare di fatto tra 24 mila e 26 mila euro un’aliquota marginale del 75%.

L’introduzione negli ultimi anni di alcuni provvedimenti legislativi (super e iper ammortamento) “hanno agevolato lo svolgimento delle attività economiche con partita IVA allargando il vantaggio fiscale di questi contribuenti nei confronti dei dipendenti ai quali non sono riconosciute le spese per la produzione del reddito”.

L’evasione dell’IRPEF è stimata pari a 35 miliardi di euro: un fenomeno esteso, “che riguarda un elevatissimo numero di soggetti”. Contrastare l’evasione di massa, una vera e propria peculiarità negativa del nostro Paese, è, ed è stato in passato, “elettoralmente poco conveniente e per questo si preferisce puntare l’indice solo nei confronti delle multinazionali del web”.

Analizzando i dati, ci si rende conto che “l’elenco clienti e fornitori relativo al valore degli scambi tra i contribuenti che versano questa imposta nonché la tracciatura delle transazioni al consumo finale erano e sono tuttora le due uniche vie da seguire e perfezionare per contrastare i ricavi occultati”. Basta guardare i dati del 2006 e del 2007, in cui fu reintrodotto (dal governo Prodi) l’elenco clienti-fornitori, per rendersi conto della validità di questa affermazione: “purtroppo per ragioni elettorali nel 2008 l’elenco fu soppresso” (dal governo Berlusconi).

All’epoca furono fatte altre scelte, come gli studi di settore e lo spesometro: “nella pratica gli studi di settore hanno finito per legalizzare l’evasione”. Anche la flat-tax viene giudicata negativamente: “Questa scelta ha aperto la strada ad una deregolamentazione completa degli esercenti un’attività economica. Questi contribuenti non solo sono esenti dall’IVA ma non sono obbligati anche alla fatturazione elettronica, vanificando in questo modo gran parte dell’efficacia di questo strumento nella lotta all’evasione”.

L’indagine promossa da LEF rileva anche l’eccessiva complessità del sistema tributario italiano, in particolare in confronto con gli USA. In Italia ci sono 150 agevolazioni tra deduzioni, detrazioni e crediti mentre nell’analogo modello di dichiarazione USA sono poco più di 30. Non solo: in Italia esistono varie  tipologie di oneri detraibili con 6 aliquote diverse (19%, 26%, 36%, 41%, 55% e 65%). Di conseguenza “ognuna di queste agevolazioni origina pagine d’istruzioni per illustrare le modalità per averne diritto e l’eventuale documentazione necessaria a provare tale diritto”.

Infine c’è l’inefficienza: “ogni anno, e ciò accade tra i Paesi economicamente avanzati solo da noi, milioni di persone/contribuenti e centinaia di migliaia di consulenti, tra personale dei CAF e professionisti abilitati, sono impegnati, al fine di predisporre la dichiarazione dei redditi, a visionare, trattare, fotocopiare miliardi di documenti, attestanti la spettanza delle agevolazioni, con un impiego di risorse e un costo sociale complessivo enorme; risorse che potrebbero essere impiegate per cause più nobili”. 

Dall’elenco delle criticità risulta evidente che è necessario intervenire sull’IRPEF per renderla più giusta, più equa, più semplice e con adempimenti meno onerosi. Obiettivo primario delle modifiche “dovrebbe essere il recupero dell’ingente evasione in quanto solo recuperando risorse in quest’ambito si può disporre di risorse per modificare e rendere più equa la struttura dell’imposta”.

LEF dice con chiarezza che è “assurdo ed  illogico abbandonare il dettato costituzionale della progressività dell’imposta in quanto in tutti i paesi economicamente avanzati le risorse dell’imposta personale sono utilizzate per ridistribuire la ricchezza a sostegno degli individui e delle famiglie meno fortunati”.

È evidente che un taglio delle risorse economiche che entrano nelle casse dello stato implica una diminuzione dei servizi pubblici nella sanità, nella scuola, nei trasporti, nell’assistenza. Pertanto, “la riduzione generalizzata del carico fiscale è un bel regalo fatto ai ricchi”, che già possono provvedere con servizi privati alle loro esigenze. In sostanza la flat-tax capovolge l’etica di “sottrarre risorse ai ricchi per darle ai poveri” sostituendola con la scelta di “dare di più ai ricchi sottraendo servizi ai poveri”.

L’indagine si conclude con una dozzina di proposte concrete, tra le quali spiccano quella di “ridurre le aliquote applicate agli scaglioni di reddito medio-bassi, aumentando contemporaneamente quelle applicate agli scaglioni relativi ai redditi medio-alti” e di “aumentare il numero di scaglioni per riportare alla progressiva linearità il crescere dell’imposta al crescere del reddito”. Tutto sommato si tratta di quello che i Costituenti avevano già stabilito ma che nel corso degli ultimi decenni è stato progressivamente disatteso.

=> Rapporto Irpef 2017.pdf

Come ridurre le tasse, aumentandole

La solita commedia all'italiana. Di fronte all'eventualità dell'apertura della procedura di infrazione per debito eccessivo da parte della Commissione europea nei confronti dell'Italia, alcuni politici della penisola hanno alzato la voce, picchiando i pugni sul tavolo, mostrandosi alle telecamere come inflessibili difensori delle scelte italiche in materia di bilancio. Molti membri del Governo hanno giurato che non avrebbero fatto una manovra economica correttiva, come invece l'Europa chiedeva. Anzi, il leader della Lega Matteo Salvini ha rilanciato, dicendo che “l'unico modo per ridurre il debito è tagliare le tasse”.

In realtà, dietro le quinte del set televisivo, attenuate le luci e spente le telecamere, il Governo italiano ha provveduto ad adempiere alle richieste europee di una correzione dei conti pubblici. Infatti, il Consiglio dei Ministri il 2 luglio scorso ha approvato un disegno di legge di assestamento del bilancio che ammonta a circa 7,6 miliardi di euro, per ridurre il deficit dal 2,4 al 2% del PIL. Si tratta di 6,24 miliardi di maggiori entrate (2.900 milioni di maggiori entrate tributarie, 700 milioni di maggiori entrate contributive, 2.740 milioni di altre entrate correnti e in conto capitale), oltre al congelamento di 1,5 miliardi di risorse disponibili (di fatto un risparmio di spesa).

Ovviamente, si può essere d'accordo o meno con questo tipo di scelta del Governo, ma è evidente che nei fatti sono state aumentate le tasse per diminuire l'indebitamento. Da questi numeri si può misurare l'enorme distanza tra i proclami e la realtà, tra la propaganda e la politica effettiva.

Nando Pagnoncelli nel suo nuovo libro, “La Penisola che non c'è”, racconta le mille incoerenze del nostro Paese. Le principali cause sono la scarsa conoscenza della realtà che ci circonda, dovuta alla scelta, sempre più frequente, di basare le nostre informazioni sull'immediatezza, su un bisogno di aggiornamento quasi compulsivo ma superficiale, soddisfatto dalla televisione e da internet. È evidente che, in questo modo, diventiamo facili prede di fake news e notizie distorte, e rischiamo di perdere credibilità come popolo e come nazione.

Oggi, in un tempo in cui le comunicazioni scorrono a flussi inarrestabili, pare ancora più vera la frase di Nicolò Machiavelli: “Governare è far credere”. Di conseguenza non possiamo dare torto a Demostene, abile oratore, che tre secoli prima di Cristo disse: “Nulla è più facile che illudersi, perché ciò che ogni uomo desidera, crede anche che sia vero”. Vale anche in politica, soprattutto in Italia.

Flat tax: non è solo questione di soldi

Si avvicina una nuova tornata elettorale e si torna a parlare di tasse. Non per ricordare agli italiani che la Costituzione ci richiama al “dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale”, ma per assicurarci che saremo liberati da ciò che nell’immaginario collettivo si sta affermando come un’angheria.

Messaggio indirizzato soprattutto ai più ricchi che avendo di più sono anche quelli che hanno la sensazione di pagare di più. E poiché a determinare gli importi fiscali è l’aliquota, ossia la percentuale di tassazione, tutti i governi italiani degli ultimi trent’anni si sono prodigati per abbassare le aliquote sui redditi più alti, fino ad arrivare ad oggi che si propone la flat tax, letteralmente tassa piatta. Vale a dire aliquota unica, magari del 15%, sia che si guadagni 20mila euro che due milioni di euro l’anno. Unico elemento d’abbattimento il carico familiare, anch’esso però uguale per tutti, per cui il principio alla fine non cambia.

Un principio, quello della flat tax, opposto all’imposta progressiva che spacchetta ciò che guadagniamo in scaglioni applicando a ciascuno di essi aliquote differenziate. Molto basse sui primi gradini per diventare sempre più alte su quelli aggiuntivi.

Una gradualità basata sulla constatazione che il reddito risponde a bisogni diversi via via che cresce: le quote più basse non possono essere toccate o devono essere toccate poco perché servono per i bisogni fondamentali. Viceversa le quote che si aggiungono sono accantonate o spese per beni di lusso, per cui possono essere tassate più pesantemente senza paura di compromettere la vita delle famiglie, ma anzi migliorandola perché si arricchiscono di servizi pubblici. Dunque la progressività è un principio fondamentale di equità, che però i sostenitori della flat tax contestano sulla base di due argomentazioni: ostacola la crescita e incentiva l’evasione. Ma è proprio così?

Secondo certe teorie è bene che i soldi rimangano in tasca a chi ne ha molti per avere chi investe invece che consumare. E poiché l’investimento è ritenuto sinonimo di crescita, la conclusione è che la concentrazione fa bene alla collettività. Ma in un articolo apparso il 5 gennaio 2019 sul New York Times, Paul Krugman dimostra che negli Stati Uniti il massimo livello di crescita si è avuto negli anni sessanta del secolo scorso, quando sopra il milione di dollari (valore di oggi) si pagava una tassa del 70%.

Il fatto è che la crescita è un fenomeno complesso che si avvera solo se si realizzano varie condizioni che stanno in equilibrio fra loro: capitali che investono, ma anche adeguata capacità del sistema di assorbire ciò che viene prodotto; altrimenti i capitali non si indirizzano verso gli investimenti produttivi, ma verso quelli finanziari che oltre certi limiti mandano il sistema in tilt come è successo nel 2008. Per questo l’equa distribuzione dei redditi è un importante fattore di stabilizzazione.

Ed anche rispetto all’idea che le alte aliquote favoriscono l’evasione fiscale, ci sono studi che smentiscono questo luogo comune. Mettendo a confronto i livelli di pressione fiscale con i livelli di economia sommersa esistenti nei vari paesi (dati Ocse e Fondo Monetario Internazionale), Rocco Artifoni dell’associazione Ardep, dimostra che non esiste correlazione automatica fra i due fenomeni perché ci sono Paesi con alta pressione e bassa evasione fiscale e al contrario Stati con bassa pressione e alta evasione fiscale.

Ad esempio Francia e Svezia, rispettivamente con pressioni fiscali del 46,2% e 44% del Pil hanno entrambi un tasso di economia sommersa attorno all’11%. Viceversa l’Italia, con una pressione del 42,4% ha un sommerso pari al 22,97% del Pil, in buona compagnia con Messico e Turchia che registrano economie sommerse rispettivamente del 28% e del 27,4% pur avendo pressioni fiscali del 16,2% e del 24,9% del Pil.

Mentre l’effetto positivo della flat tax su crescita ed evasione è tutto da dimostrare, si può dire per certo che impoverisce le casse pubbliche. Nel caso italiano c’è chi parla di 50 miliardi, chi di 15, ma tutti concordano che una perdita ci sarebbe e che sarebbe importante. Del resto già le controriforme attuate dal 1983 al 2017, che hanno ridotto la cumulabilità dei redditi ed abbassato l’aliquota più alta dal 72 al 43%, hanno prodotto gravi distorsioni.

Secondo una ricerca di Cadtm su fisco e debito, nel solo 2016 il trattamento fiscale più favorevole rispetto al 1980 ha consentito ai percettori di redditi superiori ai 250.000 euro di trattenere per sé 4,7 miliardi di euro, invece che versarli allo stato. Una conferma di come un fisco poco progressivo o addirittura piatto contribuisca fortemente ad accrescere le distanze fra i più ricchi e il resto della popolazione. E se non bastasse può essere utile un raffronto storico: nel 1991, quando la controriforma era già in corso, ma non in fase così avanzata come oggi, l’1% delle famiglie più ricche possedeva il 6,2% del patrimonio complessivo detenuto dalle famiglie. Nel 2015, la loro quota la troviamo quasi raddoppiata all’11,7%.

L’assurdo è che mentre in Italia si propone la flat tax, negli Stati Uniti si sta tornando a discutere della necessità di aumentare di nuovo le aliquote sui redditi più alti se non al 91%, come esisteva fino al 1963, almeno al 70%, come era previsto fino al 1981.

La principale esponente di questa istanza è la deputata democratica Alexandra Ocasio-Cortez, che chiama in causa più esigenze compresa quella di garantire maggiori entrate alle casse federali considerato che gli Stati Uniti sono il paese che in termini assoluti ha il debito pubblico più alto del mondo. Ma più che una questione di soldi, l’onorevole Ocasio-Cortez ne fa un problema di democrazia, di coesione sociale, perfino di felicità. Negli Stati Uniti le disuguaglianze hanno raggiunto livelli da brivido anche grazie a un fisco accomodante: l’1% più ricco ormai detiene il 40% di tutto il patrimonio posseduto dalle famiglie.

Una concentrazione di ricchezza che si traduce inevitabilmente in una concentrazione di potere economico e politico. Del resto non c’è bisogno di andare oltre oceano per constatare come ricchi magnati, proprietari di testate televisive e giornalistiche, riescano ad arrivare alle massime cariche dello stato grazie alle enormi somme investite nelle campagne elettorali, ormai non più definibili competizioni politiche, bensì esercizi di marketing.

Ma le disuguaglianze sono un acido che corrode la società ancora più nel profondo, perché intacca  l’anima delle persone. Nel suo volume Why men rebel , il sociologo americano Ted Gurr introduce il concetto di “frustrazione da deprivazione relativa”per descrivere quel sentimento di insoddisfazione mista a risentimento che si prova di fronte a chi ha più di noi, non per meriti conquistati sul campo ma in forza di privilegi e posizioni di rendita. E se la rabbia diventa estesa e profonda può sfociare  in vere e proprie proteste che a seconda della piega che prendono possono diventare anche violente. Così le disuguaglianze conducono alla disgregazione sociale anche per la perdita di fiducia che si insinua fra le persone.

Una ricerca condotta nel 2016 da Eric Gould per conto del Fondo Monetario Internazionale conferma: “le disuguaglianze abbassano il sentimento di fiducia verso gli altri, non solo negli Stati Uniti, ma in tutte le economie avanzate”. E se la preoccupazione del Fondo è per le ripercussioni che l’abbassamento di fiducia può avere sulla crescita economica, la nostra preoccupazione è per la felicità delle persone, perché senza fiducia non può esistere coesione sociale e senza coesione sociale non può esistere quel senso di solidarietà che permette anche ai più deboli di trovare serenità.

I paradossi della flat tax all’italiana

I paradossi della flat tax all’italiana

Chissà che cosa direbbe Milton Friedman, l’economista americano che nel dopoguerra propose la flat tax, di fronte all’introduzione in Italia di questa forma di imposta. La domanda si pone perché la tassa piatta all’italiana in effetti è assai diversa da quella ideata da Friedman.

Anzitutto, la flat tax nelle intenzioni del suo ideatore nasce come proposta per evitare le disparità di imposizione fiscale, poiché ogni categoria di contribuenti cerca di ottenere un trattamento di favore, ovviamente a scapito di tutti gli altri.

Questo obiettivo se l’era posto anche Salvatore Scoca, relatore dell’art. 53, durante i lavori dell’Assemblea Costituente italiana: “Se esaminiamo la nostra legislazione, vediamo che, accanto alle leggi normali di imposta, si sono inserite troppe eccezioni, troppe norme singolari, le quali creano differenze di trattamento tra classi di cittadini ed altre classi, e tra le varie località del territorio dello Stato, e rendono ardua la stessa conoscenza della materia. Questa delle riduzioni e delle esenzioni è una grave menda della nostra legislazione, ed occorre che sia eliminata per l’avvenire”.

Per impedire che i più forti, capaci di esercitare pressioni sulla classe politica, possano ottenere privilegi fiscali, la Costituzione italiana espresse i criteri della capacità contributiva e della progressività dell’imposta, mentre Friedman ipotizzò una tassazione con aliquota uguale per tutti.

Di fatto in Italia il regime della flat tax è stato introdotto soltanto per i lavoratori autonomi entro il limite di determinati ricavi. In questo modo si accentuano di fatto le differenze di trattamento, poiché un imprenditore che ha ricavi per 65.000 euro paga 9.750 euro di imposta, mentre un lavoratore dipendente con eguale reddito paga 21.320 euro, cioè più del doppio. In altre parole, se la tassa non è piatta per tutti, è profondamente ingiusta.

Il secondo problema sta nel fatto che la normativa italiana prevede, per chi aderisce al regime della flat tax in un determinato anno, la possibilità di continuare ad applicare questo regime anche per l’anno successivo indipendentemente dai limiti di reddito. La giornalista Milena Gabanelli in un recente video ha mostrato come si potrebbe arrivare a pagare un’imposta del 15% anche su ricavi di 1 milione di euro. Quindi, tra le pieghe della flat tax per redditi limitati, si è infilata anche una super flat tax consentita per legge.

Chi aderisce al regime della flat tax, diversamente da altre tipologie di imposte sui ricavi degli imprenditori, non può dedurre i costi sostenuti per la produzione del reddito. In un paese come l’Italia, con oltre 100 miliardi di euro sottratti al fisco ogni anno, non è difficile comprendere come questa misura rischi di incentivare gli acquisti in nero.

Se il lavoratore autonomo non ha alcun interesse a documentare una spesa, tende ad evitare gli acquisti con fattura, in modo da non dover pagare le imposte indirette. I sostenitori della flat tax dichiarano che l’applicazione di questa imposta avrebbe come conseguenza la diminuzione dell’evasione fiscale, ma in realtà c’è il rischio opposto, cioè di ampliare ulteriormente l’economia sommersa.

Anche in questo caso si può verificare una notevole differenza in relazione all’atteggiamento che lo stato dovrebbe avere nei confronti di chi tradisce il dovere della solidarietà fiscale.

Il Milton Friedman Institute in una recente pubblicazione scrive: “A un sistema così congegnato, che unisce una tassazione più contenuta a poche regole semplici e chiare, sarebbe infine essenziale l’affiancamento di un sistema sanzionatorio duro e in grado di garantire certezza della pena per coloro che praticassero forme di elusione o evasione”. Ma in Italia, a differenza degli USA, gli evasori in carcere sono come le mosche bianche.

Milton Friedman in una intervista del 1996 disse: “Non ho mai sostenuto che l’imposta ad aliquota unica potrà, ad esempio negli Stati Uniti, sostituire altre tasse quali l’imposta sulla proprietà”. Resta da spiegare come sia possibile ridurre l’imposta sui redditi attraverso la flat tax in un paese come l’Italia in cui le tasse sui patrimoni e sulle proprietà sono quasi inesistenti, comprese quelle sulle donazioni e sulle successioni ereditarie.

E’ opportuno sottolineare che negli Stati Uniti la flat tax non è stata introdotta. L’economista americano era ben consapevole della difficoltà: “In tutta franchezza ciò che io ritengo essere altamente auspicabile dal punto di vista economico credo non abbia alcuna possibilità di essere adottato nel prossimo futuro”.

Infatti negli USA la legislazione vigente prevede un sistema fiscale progressivo sia per i redditi delle persone fisiche sia per le imprese con sette scaglioni con aliquote diverse. In Italia invece il reddito delle società è tassato in modo proporzionale (24%), mentre gli scaglioni per i contribuenti sono soltanto cinque, con proposte governative per ridurli ulteriormente nei prossimi anni.

È paradossale constatare come nel paese in cui è stata teorizzata la flat tax venga utilizzata la progressività fiscale, mentre nel paese che ha espresso il principio costituzionale della progressività del sistema tributario sia stata introdotta un’imposta proporzionale sui redditi.

È evidente come la flat tax all’italiana sia palesemente incoerente, applicata in modo disomogeneo e con effetti di inaccettabile iniquità. Di conseguenza è logico ipotizzare che persino Milton Friedman si sarebbe dissociato da questa caricatura distorta della sua proposta.

Un Governo ingiusto

Un Governo ingiusto

L’attuale Governo, sostenuto da M5S e Lega, ha chiesto al Parlamento di approvare una manovra economica di circa 33 miliardi di euro, le cui risorse sono finanziate in gran parte a debito. Nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire: ai posteri viene rilasciata l’ennesima cambiale da pagare.

Non solo: se i Governi precedenti, dal 2011 in poi, erano stati criticati per aver ipotecato le manovre degli anni successivi con pesanti clausole di salvaguardia (12,5 miliardi per evitare l’aumento dell’IVA nel 2019), l’attuale Governo le ha aumentate a 23 miliardi (nel 2020) e a 28,8 miliardi (nel 2021). Insomma, nei prossimi anni sarà necessaria una manovra economica esclusivamente per evitare l’aumento dell’IVA. Così facendo, si persiste nel caricare pesi insopportabili sulle spalle delle prossime generazioni, continuando a realizzare deficit, ad aumentare il debito e a condizionare le possibilità futura di spesa pubblica.

La manovra economica per il 2019 introduce la cosiddetta “flat tax” (in realtà è una “dual tax”), che per i contribuenti con partita Iva prevede la possibilità di aderire a un regime forfettario del 15% sui ricavi fino a 65 mila euro e del 20% sulla quota eccedente fino a 100 mila euro. La misura è palesemente ingiusta, poiché ai redditi dei lavoratori dipendenti con 65.000 euro viene applicata un’aliquota media del 32,8% e del 36,17% con 100.000 euro. Per quale ragione i lavoratori autonomi possono pagare circa la metà delle tasse pagate dai lavoratori dipendenti?

Il Governo ha anche inserito un mini condono per chi ha dichiarato ma non ha versato le imposte tra il 2000 e il 2017. Lo sconto fiscale è molto elevato: si pagherà dal 16% al 35% del dovuto a seconda del reddito ISEE. La misura appare iniqua nei confronti di chi invece ha versato il dovuto.

Sulle pensioni più alte è stata aggiunta un’imposta: il cosiddetto prelievo di solidarietà, per cinque anni, che riguarderà gli assegni superiori a 100mila euro. Sarà pari al 15% per la parte eccedente fino a 130mila euro, al 25% dai 130mila ai 200mila, al 30% dai 200mila fino ai 350mila, al 35% fra i 350mila fino a 500mila e al 40% oltre i 500mila. Di fatto è aumentato in modo sensibile il criterio di progressività, arrivando quasi a raddoppiare l’aliquota per i redditi più alti. Chiedere ai più ricchi di contribuire maggiormente alle spese pubbliche potrebbe essere considerata una scelta giusta, se fosse applicata a tutti. Scegliere come target da colpire soltanto i pensionati non può essere considerato equo.

C’è un altro aspetto da considerare: la persistente tendenza ad ignorare il dettato costituzionale in diversi punti. Per far approvare la manovra il Governo l’ha presentata con il classico maxi-emendamento poche ore prima del voto, non lasciando ai parlamentari nemmeno il tempo di leggerne il contenuto. Sono scene già viste, seppure in questo caso abbiano raggiunto limiti estremi, ma proprio per questa ragione risultano ancora più sconcertanti.

La Costituzione stabilisce che tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge (art. 2), che ogni disegno di legge sia esaminato da una commissione e poi approvato dal Parlamento (art. 72), che siano assicurati l’equilibrio tra le entrate e le spese del bilancio dello Stato (art. 81) e la sostenibilità del debito pubblico (art. 97). È evidente che il fisco di fatto non è per tutti “uguale”, che per la legge di bilancio non c’è stato un vero “esame” e che l’equilibrio e la sostenibilità dei conti pubblici non sono affatto “assicurati”.  Se in una società democratica non si rispetta la Carta costituzionale, è anzitutto il popolo che si vorrebbe rappresentare a subirne le conseguenze più negative.

Come scriveva Martin Luther King “può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla”. Purtroppo il nuovo Governo si è incamminato in modo deciso sulla via del passato, che ci ha condotto all’enorme debito pubblico italiano. Per uscirne servirebbe un vero cambiamento di rotta. Non servono reiterati annunci di vittoria e proclami di promesse mantenute, che fanno l’occhiolino alle prossime elezioni. Abbiamo urgente necessità di politici seri e credibili, che anzitutto rispettino la Costituzione e che siano esempio di equità per tutti i cittadini.

La lettera di Gesù bambino al governo italiano

L’aumento della ricchezza e della disuguaglianza

Di solito si fa il confronto tra il tanto posseduto dai più ricchi e il poco rimasto nelle mani dei più poveri. In questo modo è facile verificare quanto il sistema economico mondiale sia diseguale ed ingiusto. Ma a conclusioni analoghe si può giungere anche soltanto analizzando l’evoluzione della ricchezza nel mondo.

Leggi tutto...

Bisogno di progressività

di Francesco Gesualdi

La Corte dei Conti ha certificato che nel 2016 la spesa complessiva dello stato italiano ha totalizzato 829 miliardi coperti per l’86,5% da entrate fiscali, ossia ricchezza prelevata ai cittadini, e per il restante 13,5% da altre entrate come affitti, concessioni, vendite di immobili, indebitamento.

Leggi tutto...

FLAT TAX: LA TASSA CHE PIACE AI RICCHI

Uno studio scientifico con cui Mazzei svela chi ci guadagnerebbe veramente con la "tassa piatta", ovvero le cifre che i liberisti Matteo Salvini, Armando Siri e Nicola Rossi non vi faranno vedere mai.

Leggi tutto

La Flat Tax è incostituzionale

di Alfonso Gianni

La Flat Tax non è certo una novità nel dibattito teorico e nei vari tentativi di implementazione, in particolare nei paesi dell’est europeo postcomunista. Fu ideata da Milton Friedman nel 1956

Leggi tutto...

Una nuova cultura della legalità fiscale

di Rocco Artifoni

Talvolta capita davvero di guardare la pagliuzza e non la trave. Così viene da pensare osservando in modo critico il dibattito politico sul rispetto dei parametri europei per il deficit di bilancio. Da Bruxelles chiedono all’Italia di diminuire il rapporto deficit/PIL dello 0,2%, che corrisponde a 3,4 miliardi di euro.

Leggi tutto...

Se l’Irpef non è uguale per tutti

di Sergio Beraldo e Giovanni Esposito

Imposte sostitutive come la cedolare secca sugli affitti sono spesso giustificate con la volontà di far emergere base imponibile. Invece creano solo disparità di trattamento tra redditi uguali. E aumentano la percezione di iniquità del sistema fiscale.

<<Segue>>

Perché la “forfait tax” è iniqua

Rocco Artifoni

Anzitutto è sbagliata la definizione: non si tratta di una “flat tax”, ma di una “forfait tax”.
Ci riferiamo all’imposta sostitutiva - per l’ammontare di 100mila euro annui - che il sistema tributario italiano prevede per i cittadini stranieri che decidano di trasferire la residenza fiscale in Italia relativamente ai redditi prodotti all’estero.

Leggi tutto...

Come rottamare il sistema tributario

Prima gli 80 euro mensili ad alcuni lavoratori dipendenti, poi 500 euro agli insegnanti, successivamente 500 euro ai diciottenni e adesso 800 euro alle donne in stato di gravidanza. La distribuzione governativa di mance sembra

Leggi tutto...

Fisco, allarme per le sanatorie

Dall'Agenzia delle Entrate e da Equitalia prima è arrivato un vociare perplesso e scontento. Poi il malessere, visti i provvedimenti annunciati e in seguito entrati nella legge di bilancio, è diventato un vero e proprio atto di accusa

Leggi tutto...

Tasi, i conti sull’abolizione

Favoriti i redditi più alti e chi ha più di 54 anni. Senza il gettito Imu e Tasi sugli immobili i comuni resteranno privi di circa 3,5 miliardi di euro di risorse da dover compensare

di Federico Fubini

Ogni volta che un governo cancella una tassa, crea dei vincenti e qualche volta dei perdenti. Non sempre con questo gesto esprime la sua visione della società, specie quando il gettito in gioco non è enorme, ma di certo contribuisce a spostarne in modo sottile gli equilibri.

Continua a leggere sul sito de "Il Corriere della Sera"

 

Il sistema tributario tra restaurazione e beneficenza

Tornare indietro di 167 anni: è questa la proposta di Silvio Berlusconi & Matteo Salvini, che propongono una “flat tax”, cioè un’aliquota fiscale unica del 20% o addirittura del 15%. Infatti la tassazione proporzionale era stata inserita nell’art. 25 dello Statuto Albertino approvato il 4 marzo 1848: «Essi (cioè i cittadini) contribuiscono indistintamente, nella proporzione dei loro averi, ai carichi dello Stato».

Leggi tutto...

IVA: alla ricerca di verità

IvaPare che a breve l’aliquota ordinaria dell’IVA salirà dal 21% al 22%. L’IVA è stata introdotta in Italia nel 1973 con l’aliquota del 12%. In 40 anni ci sono stati 8 aumenti. L’ultimo l’ha effettuato il Governo Berlusconi il 17 settembre 2011, quando l’IVA è passata dal 20% al 21%.

Leggi tutto...

La società civile prende la parola

In vista delle prossime elezioni alcune associazioni chiedono ai candidati di prendere precisi impegni per le politiche fiscali

Le elezioni si avvicinano e giustamente la società civile prende la parola, stilando documenti, inviando appelli o chiedendo impegni ai candidati dei diversi schieramenti. Segnaliamo alcune proposte in particolare nel campo dell’economia e del fisco.

Leggi tutto...

Il catasto? Non può più essere un problema....

Egregio Viceministro Martone,
Lei ha spiegato, nel corso di una recente trasmissione televisiva, che le ingiustizie nell' applicazione dell' IMU derivano dall'inadeguatezza del catasto. Dell'aggiornamento del  catasto se ne sente parlare da quasi 20 ma finora nulla e' stato concretamente fatto su base nazionale.

Leggi tutto...

Una manovra contro i poveri

Il governo Berlusconi-Tremonti nell’ottobre 2011 aveva alzato l’aliquota ordinaria dell’IVA di un punto, passando dal 20 al 21%. Inoltre, aveva programmato un ulteriore aumento di 2 punti per le due aliquote IVA più elevate (quella al 21 e quella ridotta al 10%), se i conti dello Stato non fossero “tornati”.

Leggi tutto...

L' evasione fiscale aumenta al Nord. Come introdurre una tassazione più equa ed efficace

Il metodo è relativamente semplice:  incrociare i dati dei consumi con quelli dei redditi. Risultato: verificare l’eventuale incongruenza tra tenore di vita e guadagni dichiarati, cioè l’evasione fiscale. Così hanno fatto i ricercatori del Centro studi Sintesi per stilare la classifica dell’evasione fiscale dei contribuenti italiani (presunta ma  certamente non inventata …).

Leggi tutto...

Criteri per proposta fiscale

Criteri per una proposta di riforma del sistema tributario su base costituzionale (ARDeP gennaio 2012)

Premessa : capacità contributiva e criteri di progressività

La Costituzione stabilisce all’art. 53 due principi relativi alla materia tributaria. Il primo afferma che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”; il secondo che “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”... (sSegue nell'allegato)

Tassiamo il prelievo di contante!

Quale sarebbe la soluzione più semplice per cancellare l'evasione fiscale? Eliminare il denaro! Il denaro fisico! Se lo Stato abolisse il denaro cartaceo e metallico tutte le transazioni sarebbero tracciabili. La moderna tecnologia basata sui pagamenti elettronici ci consentirebbe oggi la felice attuazione di questa proposta. Se gli Stati sono riusciti a sostituire completamente l'oro e l'argento con la cartamoneta, sicuramente potrebbero fare altrettanto eliminando totalmente il denaro fisico. Se gli Stati sono riusciti a far accettare la circolazione della cartamoneta dal valore intrinseco pressochè nullo al posto di metallo prezioso, sarà ancor più facile sostituire carta di nessun valore con file elettronici.

Leggi tutto...

Riforma delle aliquote Irpef

Ci risiamo. Il Ministro Tremonti ha dichiarato di ritenere "giusto un sistema con 3 aliquote" Irpef. Non so come possa utilizzare il termine "giusto". Basta rileggere l’art. 53 della Costituzione per capire quanto sia improprio parlare di "giustizia" per un sistema basato soltanto su 3 aliquote, mentre dovrebbe essere "informato a criteri di progressività".

Leggi tutto...

Per un fisco più equo e solidale

Per un fisco più equo e solidale

Rivedere la tassazione sui risparmi e sui redditi da affitto

Il risparmio è certamente un bene, che giustamente la Costituzione «incoraggia e tutela» (art. 47). È sicuramente un valore, soprattutto se lo intendiamo come saggia propensione a “non fare mai il passo più lungo della gamba”, tramandataci dai nostri nonni. È il contrario della propensione moderna ad acquistare beni senza avere le risorse per farlo. Molte persone si muovono in pubblico con automobili lussuose, ma poi confessano in privato che in realtà la vettura non è di loro proprietà, almeno fino a quando non avranno finito di pagare l’ultima rata.

Allegati:
Download this file (011 5 8 Artifoni Per fisco equo e solidale.doc)Articolo

Leggi tutto...

La cedolare sugli affitti che favorisce solo i ricchi

Spett.le Redazione,

il Governo ha appena approvato un Decreto Legislativo che prevede una tassazione separata e con aliquota unica proporzionale (20%) per i redditi provenienti dall'affitto di immobili. Mi sembra una tassa in evidente contrasto con l'art. 53 della Costituzione. Anzichè tassare in base al cumulo dei redditi (come avviene adesso), si passa ad una imposta che non è più basata sul criterio di progressività.
Infatti non distingue nemmeno tra chi affitta 1 appartamento e chi ne affitta 10 o 100: pagheranno tutti la stessa aliquota! Una scelta che evidentemente favorisce i grandi possessori di immobili, cioè i più ricchi. Ne consegue anche che, a parità di entrate fiscali, il mancato introito (la differenza tra quanto pagato adesso da chi è soggetto ad aliquote alte e la cedolare secca) dovrà essere recuperato con altre imposte, che presumibilmente riguarderanno tutti, cioè anche i più poveri.

Quindi, in sintesi i più ricchi pagheranno di meno e i più poveri di più. Non stupisce, ma resta una scelta ignobile...

Si dice che questa misura sia stata presa per contrastare l'evasione fiscale, perchè facendo pagare una tassa più bassa si incentiverebbe l'affitto legale rispetto all'affitto in nero. In realtà, se l'obiettivo fosse l'azzeramento degli affitti in nero, basterebbe introdurre la detrazione fiscale delle spese per affitti. Il costo della detrazione sarebbe compensato con le maggiori entrate fiscali perchè tutti gli affitti sarebbero dichiarati (l'inquilino avrebbe tutto l'interesse di un affitto con contratto regolare e lo pretenderebbe). In questo modo lo stato non ci perderebbe, i più ricchi pagherebbero tutte le tasse e i più poveri (quelli che non posseggono una casa) pagherebbero meno (detrazione fiscale). E soprattutto ne guadagnerebbe la giustizia sociale e la legalità...

La rivoluzione fiscale

Cominciamo dal principio, cioè dalla Costituzione (altrimenti da che cosa?). Leggiamo l'articolo 53: "Tutti concorrono alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività". Ma che cos'è la "capacità contributiva?".

 

Leggi tutto...

formiche

banner ARDeP 2016 compressor