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Fisco

La riforma del fisco secondo Matteotti: rigore e giustizia contro i populisti

Si può parlare di tasse con serietà e competenza, senza farne un tema da perenne campagna elettorale? La risposta viene da un aspetto poco conosciuto, e più che mai attuale, del pensiero del grande antifascista.

Di Matteotti, a cento anni dal rapimento e dal brutale assassinio per mano fascista, si sa quasi tutto. Delle lotte per i braccianti del suo Polesine. Del coraggio nel denunciare le violenze inaudite dello squadrismo in camicia nera. Della grande competenza, alimentata da uno studio incessante. Della precisione tagliente nei dibattiti alla Camera. Dell’audacia nell’irridere le sparate propagandistiche del dittatore. Della fiducia incrollabile nei principi dello Stato di diritto e nei fondamenti della democrazia parlamentare.

Sostanzialmente sconosciuta è, invece, la dedizione di Matteotti alla questione tributaria, che pure è stata centrale nella sua azione politica, basata sulla funzione redistributiva dell’imposizione a fini di giustizia sociale. Sono in pochi a saperlo, eppure Matteotti si è dedicato intensamente ad una materia che anche al suo tempo era oggetto di iniziative demagogiche e frammentarie, alle quali lui ha contrapposto proposte rigorose e moderne. Riscoprirle è come ricevere un’eredità imprevista: un metodo per quelle riforme fiscali di cui si sente un urgente bisogno anche oggi.

Matteotti dichiara subito la sua avversione per i programmi vaghi, le promesse vane. È durissimo con chi «vuol far credere che si faranno grandi cose, mentre tutto si riduce a ben poca cosa». Diffida di tutti i populismi: non dice che le imposte sono «bellissime» ma, a vent'anni, scrive che è dannoso incitare all'odio contro le tasse perché «dobbiamo limitarci a dimostrare che sono mal distribuite, ma diffondere nel tempo stesso la persuasione che sono assolutamente necessarie».

Matteotti pratica rigore intransigente, ben sapendo quanto gli costerà la sua scelta di campo. È competente e meticoloso, ma non è certo un tecnocrate, tutt’altro. Diffida delle alte burocrazie e del loro potere invisibile, così come dei governanti senza visione né programmi, che nominano commissioni pletoriche i cui consigli non ascolteranno mai. Il suo approccio alla vicenda fiscale è cristallino e lo dichiara apertamente: punta ad ottenere equità, uguaglianza, parità di trattamento. Pretende giustizia sociale. Sono i capisaldi di un programma politico rivolto al futuro, gli elementi costitutivi del suo progetto riformatore, concretamente ancorato alle esigenze della società del suo tempo.

Matteotti fa riferimento, quasi sempre nei discorsi cruciali, al “sistema tributario”. Una scelta linguistica che è una scelta di metodo e che si fa scelta politica: il fisco deve o, quanto meno, dovrebbe, assurgere a “sistema”, essere un complesso organico, dove ciascun elemento trova connessione con gli altri, con l’insieme e con il contesto.

Nulla di più attuale anche oggi, quando si propagandano per riforme epocali quelli che invece rischiano di essere solo provvedimenti estemporanei e disordinati. Ogni sua singola proposta è una tessera di un grande mosaico in costruzione che trova collocazione, metodicamente, in un sistema organico e coerente. Matteotti costruisce così trama e ordito del sistema fiscale che ha in mente, con il quale intende attuare un nuovo modello di giustizia collettiva, destinato ad imprimere una svolta ad una società in profonda evoluzione come quella del primo dopoguerra.

Uguaglianza sostanziale

A Matteotti non sarà consentito di vedere la Costituzione repubblicana, tuttavia la norma fondamentale in materia tributaria, l’art. 53, esprimerà la sua intuizione di un sistema tributario informato a progressività, al quale giunge nella sua ricerca della piena attuazione del principio di uguaglianza, declinato nell’accezione più forte, come principio di uguaglianza sostanziale. Lo stesso vale per il principio di concorrenza alle spese pubbliche che Matteotti coglie, collocando il dovere di contribuzione al centro dell’esistenza stessa dello Stato e intuendone la radice nel principio di solidarietà.

Centrale nella proposta matteottiana è l'imposta generale progressiva sul reddito. Si tratta di un tema nevralgico che segna anche il nostro presente perché, se al tempo non esisteva ancora, oggi la progressività si è in gran parte smarrita e la nostra Irpef è letteralmente dilaniata da tassazioni sostitutive, regimi forfetari, una miriade di trattamenti differenziati, innumerevoli sperequazioni. Matteotti critica severamente anche gli accordi personalizzati sulle imposte sul reddito (con una certa semplificazione, quelli che oggi chiameremmo “concordato fiscale”) che l’amministrazione fiscale del tempo rincorreva anche per l’incapacità di perseguire i veri evasori. Per Matteotti sono causa di ulteriori effetti incontrollabili di distribuzione ineguale del carico fiscale.

Difficile non essere d’accordo con Matteotti, per il quale solo una razionalizzazione del sistema con un prelievo unitario centrato sull’imposizione personale progressiva assicura vera equità, poiché è in grado colpire tutta la ricchezza dell’individuo.

Semplificare il sistema

Secondo Matteotti, tuttavia, il prelievo progressivo non deve crescere indefinitamente fino ad assorbire tutto il reddito: occorre ribassare, semplificare e unificare le aliquote di imposta perché oltre un certo limite il contribuente potrebbe sentire l’ostilità del prelievo e cercare di sottrarsi al dovere fiscale. È una visione modernissima, che lo spinge a cogliere nella semplificazione dei meccanismi impositivi una via per indurre il contribuente a pagare il dovuto.

Nella legge come strumento di garanzia in senso formale e sostanziale, Matteotti trova l’elemento che arricchisce in modo decisivo la sua azione in campo tributario. Legge vuol dire rappresentanza, l’irrinunciabile legame con il Parlamento, espressione di quel mondo reale nel quale è necessario che ciascun tributo trovi la propria funzione. Il culmine dell’impegno di Matteotti nella materia fiscale sarà l’opposizione alla legge sui “pieni poteri”, nel momento più drammatico dell’insediamento del regime fascista nel cuore delle istituzioni democratiche.

È la prima legge portata in Parlamento dal futuro dittatore ed è una legge per la riforma fiscale. Matteotti si scaglierà contro di essa nel segno altissimo della difesa delle regole democratiche e dello Stato di diritto al cospetto di avversari che pur di metterlo a tacere non smetteranno di tormentarlo con tutti i mezzi e con la violenza, sino al tragico epilogo.

Non occorre certamente attendere gli ultimi mesi della sua vita per rendersi conto della “visione costituzionale” di Matteotti, perché la sua tensione verso le garanzie dello Stato di diritto è costante, a partire dall’epoca giovanile.

Tuttavia, nel momento della conquista del potere da parte dei fascisti diventa più nitida e vibrante, come le sue parole: «chi non voglia distrutti o diminuiti i diritti e le funzioni del Parlamento, chi tiene alla libertà individuale, non può abdicare nelle mani di un Governo il sistema tributario, che investe i rapporti più sostanziali tra i cittadini e lo Stato. Chi abbia ferma coscienza dei propri diritti e doveri di rappresentante della nazione che lavora e produce, non può rendersi complice della concessione dei pieni poteri, la quale segnerebbe nella storia nazionale il precedente più pericoloso».

Le parole di Matteotti, purtroppo, non basteranno a salvare il Parlamento che rimarrà, per vent’anni e più, solo uno “scenario dipinto”, come disse Turati nel corso del dibattito in Aula. Seppur vane in quel momento, produrranno tuttavia un risultato straordinario. Sopravviveranno per oltre un secolo e torneranno attuali ogni volta che, nell’esercizio della potestà normativa tributaria, si assiste a invasioni di campo tra poteri dello Stato e il Parlamento rinuncia ad esercitare le sue prerogative.

Fonte: https://www.editorialedomani.it/economia/riforma-fisco-secondo-matteotti-rigore-giustizia-contro-populisti-ng1mx6jf

Evasione e deficit, la risposta dopo il voto

Il vice ministro del MEF Maurizio Leo, l’esperto fiscale di Giorgia Meloni e di FdI, candidato a sostituire Giancarlo Giorgetti alla guida del ministero in caso di rimpasto governativo post elezioni, ha firmato lo stop al decreto che rispolverava il vecchio e odiato (dalla destra) redditometro.

È stata la Meloni in persona ad imporglielo bloccando il passo falso del vice ministro che, a due settimane dal voto per le Europee, ha presentato un provvedimento che ha dato a tutti l’impressione di rimettere in pista proprio l’odiato strumento che consente al Fisco di accertare se ci sia equilibrio tra quanto guadagniamo e quanto spendiamo (per verificare se la differenza sia dovuta ad evasione fiscale). Un meccanismo contro cui i partiti di centrodestra, quando sono stati all’opposizione hanno sempre condotto durissime battaglie e quando sono stati al governo lo hanno sostanzialmente abbandonato nel dimenticatoio. Leo ha cercato di spiegare le sue buone ragioni, ha detto che nel tempo si era creato un vuoto normativo che andava tutto a scapito proprio dei contribuenti perché paradossalmente lasciava all’Agenzia delle Entrate un potere pressoché assoluto di controllare ogni piccolo movimento del conto corrente e non solo. Lui magari si illudeva di essere elogiato, e invece. Ma siccome in politica la comunicazione è tutto, come già spiegava il fratello di Cicerone nel suo celebre manuale, per il candidato elettorale, è apparso a chiunque che proprio il governo di centrodestra stava rimettendo nelle mani dell’Agenzia una fiocina appuntatissima. Altro che «fisco amico del cittadino».

E così, dopo le veementi proteste di Tajani e Salvini, entrambi timorosi di dover pagare un prezzo elettorale per una «colpa» non loro e nemmeno del loro partito, è stata Meloni in persona a dire stop: ha convocato a Palazzo Chigi Maurizio Leo, peraltro suo fedelissimo nel partito, e gli ha imposto il dietrofront, ossia un decreto che blocca l’applicazione dello strumento normativo fino alla sua definitiva riforma. «Noi non siamo il Grande Fratello - ha spiegato la presidente del Consiglio in un video social - vogliamo combattere la grande evasione di chi va in vacanza con lo yacht ma dichiara poche migliaia di euro, ma non intendiamo colpire il cittadino perbene e le famiglie con strumenti vessatori».

C’è però un aspetto poco colto nella vicenda. Leo, come Giorgetti, sa benissimo che dopo le elezioni di giugno la Commissione europea aprirà una procedura di infrazione a carico dell’Italia per deficit eccessivo: come è noto nel 2023 abbiamo segnato un catastrofico 7,4% contro il limite stabilito del 3: più del doppio. La procedura impedisce di finanziare in deficit le misure delle prossime leggi di Bilancio che oltretutto saranno gravate dalle regole del «nuovo» Patto di stabilità che si abbattono come un maglio sul nostro debito pubblico (l’altro giorno siamo stati rimproverati anche dal Fondo monetario).

Ci sarà dunque il problema di come finanziare alcuni misure-cartello che sono un po’ il distintivo del centrodestra: la riduzione delle aliquote IRPEF, la diminuzione del cuneo fiscale, ecc. Stiamo parlando di una montagna che varia tra i 20 e i 30 miliardi. Dove andarli a trovare? È probabile che un decreto come quello dell’incauto Leo, peraltro approvato nel più rigoroso silenzio senza il minimo battage di stampa, avesse proprio lo scopo di recuperare qualche soldo dall’evasione fiscale. I cosiddetti furbetti, a causa dei quali il peso fiscale è in grandissima parte sulle spalle dei dipendenti e dei pensionati, potrebbero contribuire alla ricerca di denaro fresco da parte del Tesoro. Ma di sicuro non glielo si può chiedere proprio in campagna elettorale.

Fonte: https://www.ecodibergamo.it/stories/premium/Editoriale/evasione-deficit-risposta-dopo-voto-o_2244206_11/

La preoccupazione per le tasse dei più ricchi

“Abbiamo fatto un primo passo per venire incontro alle fasce medio basse, ma ora dobbiamo occuparci del ceto medio. Dopo aver ridotto l’IRPEF al ceto medio-basso dobbiamo pensare a quelli con un imponibile oltre 50 mila euro”. Così si è espresso recentemente il viceministro dell'Economia Maurizio Leo a proposito della riforma dell’imposta sui redditi delle persone fisiche (IRPEF).

Dai dati più recenti disponibili delle dichiarazioni dei redditi (2022) si rileva che i contribuenti italiani sono 41'497'318 con un reddito complessivo di 912'363'572'464 euro. Ne consegue che il reddito medio è di 21'986 euro.

La riforma fiscale del governo Meloni, entrata in vigore nel 2024, prevede la diminuzione di 2 punti in percentuale dell’aliquota del secondo scaglione IRPEF (dai 15 mila ai 28 mila euro), che è stato unificato al primo (fino a 15 mila euro di reddito).

Questa modifica fiscale comporta che: chi ha un reddito inferiore ai 15 mila euro non ha riduzioni d’imposta; chi ha un reddito tra 15 mila e 28 mila euro ha uno sconto fiscale che aumenta (da zero a 260 euro) più il reddito cresce; oltre i 28 mila di reddito si ha una riduzione di 260 euro (con alcune eccezioni tra 50 mila e 240 mila euro); oltre 240 mila euro lo sconto è ancora di 260 euro. Chi dispone del reddito medio (circa 22 mila euro) avrà uno sconto fiscale di 140 euro.

Sostenere che questa riforma sia stata realizzata “per venire incontro alle fasce medio basse” è palesemente in contrasto con i numeri reali, perché la riduzione d’imposta va a favore soprattutto di chi sta sopra il reddito medio, mentre per i redditi più bassi lo sconto è minimo o addirittura inesistente.

Considerati questi numeri, di conseguenza ci si potrebbe aspettare che la prossima riforma prendesse seriamente in considerazione i redditi inferiori alla media e in particolare quelli al di sotto dei 15mila euro, che nulla hanno ricevuto. E invece il viceministro Leo vorrebbe diminuire l’aliquota dello scaglione più elevato, per i redditi al di sopra di 50 mila euro.

È il caso di ricordare che la precedente riforma fiscale, attuata due anni fa dal governo Draghi, è stata analoga a quella del governo Meloni (cioè riduzione di 2 punti dell’aliquota del secondo scaglione IRPEF), ma lo sconto massimo è stato di 920 euro, proprio per chi ha un reddito di 50 mila euro.

A proposito: i contribuenti al di sopra i 50mila euro di reddito in Italia sono 2'518'983, il 6% del totale. Pertanto risulta difficile comprendere perché il governo si preoccupi di diminuire ulteriormente le imposte al 6% dei contribuenti più ricchi, sostenendo incredibilmente che si tratti del “ceto medio”. Con l’aggravante di non voler intervenire sui redditi più bassi.

La Costituzione stabilisce che la solidarietà è un dovere inderogabile (art. 2), ma le ultime riforme fiscali attuano di fatto una solidarietà alla rovescia: un aiuto ai più ricchi e poco o nulla ai più poveri. Così facendo sicuramente non si rimuovono gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza dei cittadini (art. 3) e non stupisce che negli ultimi anni in Italia la povertà sia aumentata.

Come scriveva Prem Rawat “democrazia è pochi al servizio dei tanti e non tanti al servizio di pochi”.

L’anarchia fiscale di Giorgia Meloni

“Non penso e non dirò mai che le tasse sono una cosa bellissima, sono bellissime le libere donazioni non i prelievi imposti per legge”. Ecco la rivoluzione di Giorgia Meloni: i contribuenti non sarebbero più tenuti per legge (anzi, per Costituzione) a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, ma attraverso bellissime libere donazioni.

Il dizionario infatti conferma che “un’imposta è un tributo ovvero un prelievo coattivo di reddito effettuato dallo Stato per sostenere la spesa pubblica”. Giorgia Meloni ha detto basta a questa bruttissima pratica voluta dagli intellettuali. La riforma del Governo – di conseguenza – prevederebbe che ciascuno donasse liberamente allo Stato quello che ritiene giusto.

Al mondo non esistono sistemi tributari simili. Potrebbe essere definito un fisco anarchico: ognuno dà ciò che vuole. Oppure un fisco filantropico, poiché non ci sarebbe un obbligo di dare, ma ci si affiderebbe al buon cuore di chi dona. Potrebbe anche essere definito come volontariato fiscale o fisco opzionale. Una specie di nuovo hobby: se sono appassionato, verso nelle casse del fisco; se non mi piace, evito di pagare.

Giorgia Meloni non lo dice, ma in questo modo si attuerebbe la massima semplificazione. Niente più imposte dirette o indirette, aliquote, scaglioni, deduzioni, detrazioni, esenzioni, evasione fiscale, ma soltanto erogazioni liberali allo Stato.

D’altra parte Giorgia Meloni non dice nemmeno che cosa accadrebbe se la somma dei contributi volontari non fosse sufficiente a garantire le risorse per le spese pubbliche. Qui forse si nasconde un subdolo cavillo. Ci potrebbe essere il rischio di dover introdurre una tassa per pagare il servizio richiesto. Certo non sarebbe una cosa bellissima, ma necessaria. Altrimenti, non si riuscirebbe a completare il ponte sullo stretto o si dovrebbe interrompere a metà un’operazione chirurgica, tanto per fare un paio di esempi.

È probabile però che Giorgia Meloni abbia pensato ad una soluzione alternativa, poiché è noto che la parola tasse la indispone. Pertanto si potrebbe fare in questo modo: chi si presenta al pronto soccorso firma una cambiale, cioè contrae un debito con lo Stato. E lo Stato per pagare il debito, chiede un prestito ai cittadini, come già avviene con l’emissione di titoli di Stato. A questo punto il gioco è fatto: il contribuente è contemporaneamente debitore e creditore dello Stato. Basta compensare le cartelle fiscali e il conto si annulla.

Effettivamente bisogna ammettere che si tratta di una soluzione geniale. Una riforma che tutti aspettavamo da 50 anni, cioè da quando è entrato in vigore l’attuale sistema tributario fondato su imposte dirette e indirette (in particolare, IRPEF e IVA).

Resta però un problema. A livello europeo si è stabilito che l’IVA ordinaria non può essere inferiore al 15%. Ma Giorgia Meloni troverà sicuramente il modo di aggirare l’ostacolo posto dai burocrati europei. Per esempio dichiarando che non ci sono beni a cui applicare l’IVA ordinaria. A tutti i prodotti si applica l’IVA straordinaria allo 0%.

Anche questa volta risuonano le parole profetiche di Oscar Wilde: “Posso credere a tutto, purché sia sufficientemente incredibile”.

Gli italiani e le tasse il rapporto squilibrato

«Non dirò mai che le tasse sono bellissime». Con questa frase, pronunciata per enunciare l’azzeramento delle cartelle (un piccolo cadeaux per gli autonomi), la premier Giorgia Meloni entra ufficialmente nell’antologia delle citazioni fiscali.

Risponde al ministro Tommaso Padova Schioppa: «Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire a servizi indispensabili come la salute e la scuola». Correva, anzi tassava, l’anno di grazia 2008. La regina delle citazioni fiscali è attribuita a Benjamin Franklin («nella vita di sicuro ci sono solo la morte e le tasse»). Luigi Einaudi spiegava che il denaro dei contribuenti era sacro. Keynes affermava che «sfuggire alle tasse è l’unica impresa intellettuale che offra ancora un premio». L’Italia in questo è campione mondiale. L’ultima relazione sull’economia dell’Istat parla di mancate entrate tributarie per 72,3 miliardi di euro (tre manovre economiche). Se aggiungiamo quelle contributive arriviamo a 83,6 miliardi. Non c’è un caso simile forse in tutta Europa. Per rimanere all’Europa.

Insomma le tasse sono bellissime o no? Cominciamo col dire che è uno dei pochi modi che ha uno Stato per finanzarsi e dunque erogare servizi indispensabili, necessari alla collettività, come sanità, scuola, ordine pubblico e difesa militare. Altre forme di introito possono arrivare dalle imprese pubbliche (però la storia insegna che di solito le aziende di questo tipo più che ricavi producono perdite) o dalla svendita del patrimonio statale (ma ormai ci stiamo vendendo anche i gioielli di famiglia). Resterebbe l’antico rimedio di stampare moneta, ma così si produce solo inflazione, che di per sé è una tassa che svantaggia soprattutto i poveri, essendo lineare. L’ultimo il rimedio di prendere soldi a prestito con i titoli di Stato (ma è un cane che si morde la coda perché poi gli interessi si pagano con i soldi dei contribuenti, e dunque ancora tasse). Dunque né belle né brutte, ma inevitabili. Il problema è che le tasse diventano bruttissime quando non vengono versate in maniera equa. Sempre secondo i dati Istat, il gettito d’imposta è coperto per oltre la metà da lavoratori dipendenti. Inoltre per ogni contribuente che versa almeno un euro ce ne sono due che non versano nulla. Alla fine il 42% dei contribuenti paga il 91% del totale. In definitiva il 54% della popolazione ha redditi mediani inferiori a 10mila euro lordi l’anno. Possibile? Eppure - grazie a Dio - in Italia non ci sono 20 milioni di poveri. È questa l’anomalia tutta italiana: l’evasione fiscale. Che non è soltanto un peccato di omissione ma è anche un modo per prevalere sui contribuenti onesti, cornuti e mazziati.

L’impresa che paga le tasse sarà sfavorita dall’impresa che le evade perché la seconda avrà a disposizione più liquidità e dunque potrà fare concorrenza sleale con investimenti e offerte maggiori nelle aste. L’evasore, in quanto formalmente povero, sale in cima alla lista degli aventi diritti negli asili nido e nelle tasse universitarie dei figli, nei benefits fiscali decretati dal governo, nelle facilitazioni di ogni tipo. Il «finto povero» è una categoria parassitaria piuttosto odiosa, meno eroica di quanto venga dipinta. Se tutti pagassimo le tasse in maniera equa, come prescrive la Costituzione (articolo 53: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacitàù contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività») le tasse diverrebbero non dico bellissime, ma almeno «carine», diciamo «graziose», insomma presentabili, questo sì.

Fonte: https://www.ecodibergamo.it/stories/premium/Editoriale/gli-italiani-tasse-rapporto-squilibrato-o_2080681_11/

 

La faccia buona del "pizzo di stato": il viceministro Leo

Il nono decreto attuativo della legge delega sulla riforma fiscale, riguardante la riduzione delle sanzioni tributarie per gli evasori “di necessità”, ha ottenuto oggi l’assenso preliminare del Consiglio dei Ministri. Il viceministro Maurizio Leo, richiamando i principi previsti dalla legge delega che giustificano i comportamenti evasivi per “sopraggiunte impossibilità”, ha proposto l’adozione di un sistema sanzionatorio più mite che, agendo sulle attuali regole del ravvedimento operoso, stabilirà sanzioni amministrative e penali basate sulla proporzionalità (e non più su un minimo e un massimo) per rendere il pagamento di quanto dovuto più conveniente per gli evasori.

Depotenziata la legge "manette agli evasori"

L’obiettivo viene raggiunto con la revisione di precedenti misure legislative, in particolare il Dlgs 74 del 2000 - “manette agli evasori” - rispetto al quale vengono riscritte le norme sui reati di omesso versamento di imposte (ritenute, IVA ), prevedendo una sorta di salvagente (o un salvacondotto!), ovvero la non punibilità penale per chi non paga per causa di forza maggiore, a meno che decida di pagare ratealmente l’intera imposta, con sanzioni (ridotte) e interessi. La legge vigente, che viene ora soppiantata dal decreto, prevede per l’omesso versamento delle ritenute – sopra la soglia di 150'000 Euro - una pena detentiva da sei mesi a due anni.

L’intenzione del viceministro è quella di prevedere, per coloro che si trovano in difficoltà straordinarie nel saldare i loro conti con il fisco, una linea più morbida, con sconti sul fronte amministrativo e penale (“riduzioni da un quinto a un terzo” per le sanzioni amministrative, secondo quanto da lui affermato in conferenza stampa…) che saranno meglio precisati dal testo del decreto attuativo quando sarà definitivamente pubblicato.

I nuovi "sanculotti" all'assalto della Bastiglia fiscale

“Prosegue senza sosta” - ha dichiarato ancora il viceministro - “la rivoluzione fiscale del governo mirata a costruire un sistema più equo e giusto a vantaggio di cittadini e imprese”. Una rivoluzione che ha il sapore piuttosto amaro di una “involuzione” fiscale, sempre più basata sulla disuguaglianza e sulle differenze di trattamento, a parità di reddito (e di influenza sociale), delle diverse categorie di contribuenti. Ci saranno contribuenti che potranno invocare “sopraggiunte impossibilità” a pagare le imposte, ed altri che non potranno farlo – come i lavoratori dipendenti e i pensionati – a cui le imposte vengono sottratte dai loro redditi ancor prima che tocchino le loro tasche. Le disparità sono e rimangono del tutto evidenti.

In sostanza, si è dinanzi all'ennesimo regalo agli evasori, perdonati e graziati per il reato che è stato cancellato con l’approvazione del decreto governativo. Che segue, per altri versanti e crinali, la cancellazione del reato di abuso di ufficio "finalizzato", naturalmente, all'encomiabile proposito di "snellire" e velocizzare la giustizia. Con la speranza, altrettanto naturalmente, che la giustizia non diventi però così veloce da non avere il tempo per i giudici di coglierla, perché diventata inesistente, e quindi di applicarla... Il che sarebbe un danno assai peggiore di quanto accade oggi per le note lentezze di una giustizia che - almeno sulla carta - esiste. All'opposto, con l'iniziativa del viceministro Leo, si ha la sensazione di ritrovarsi nell'ennesimo invito ad assecondare l'evasione fiscale. Un incoraggiamento che nel Bel Paese ha storicamente una platea sterminata di fans, e che sembra essere diventato anche il tratto distintivo di questo governo.

Posizione non invidiabile per le speranze di ridurre il debito pubblico. Ma con una Presidente del Consiglio che mesi addietro non trovò di meglio che bollare le imposte come “pizzo di Stato”, è abbastante evidente che a ministri, viceministri e sottosegretari non resta che il famoso motto latino "ubi maior, minor cessat". Che tradotto in versione popolare sta per "attacca il ciuccio dove vuole la padrona". Se poi il ciuccio morirà soffocato dai debiti, tranquilli: nessuno pagherà, tanto tutto sarà stato depenalizzato...

Fonte: https://www.laportadivetro.com/post/la-faccia-buona-del-pizzo-di-stato-il-viceministro-leo

 

Una riforma fiscale irrazionale

Dilettanti allo sbaraglio. È difficile trovare altre parole per definire la scelta dei ridurre (da 4 a 3) le aliquote sull’imposta sui redditi delle persone fisiche (IRPEF) per il 2024 da parte dell’attuale Governo. Il giudizio può sembrare a prima vista eccessivo, ma è nei dettagli che si può cogliere l’effetto reale della riforma.

La novità è la diminuzione dell’aliquota dello scaglione di redditi compreso tra 15'000 e 28'000 Euro, che scende dal 25% al 23%, allineandosi allo scaglione precedente (fino a 15'000 Euro). Per valutare in concreto l’incidenza fiscale dell’accorpamento di questi due scaglioni, si può verificare il risparmio di imposta in relazione alla variazione dei redditi.

  • Al di sotto della no tax area (che arriva fino a 8'500 Euro) nulla cambia, perché non si pagano imposte.

  • Al di sopra del reddito esente fino ai 15.000 Euro di reddito (di solito un lavoratore part-time) non c’è alcun risparmio.
  • Tra 15'000 e 28'000 Euro di reddito si ha un risparmio crescente, che sale in relazione all’aumento del reddito.

Ad esempio, per chi ha un reddito di 20'000 Euro lo sconto è di 100 Euro, mentre per un reddito di 28'000 lo sconto è di 260 Euro.


  • Tra 28'000 e 50'000 Euro lo sconto è sempre di 260 Euro.
  • 
Anche sopra i 50'000 Euro il risparmio è di 260 Euro, ma che tende ad annullarsi soltanto se il contribuente usufruisce di detrazioni fiscali.
  • 
Per i redditi superiori a 240'000 Euro si applica lo sconto pieno di 260 Euro, poiché per questi redditi non sono previste detrazioni.

Proviamo ad interpretare ed esemplificare le cifre.


  • Se sei povero, non sono previsti sconti fiscali.
  • Se hai un reddito basso, il risparmio è maggiore per chi ha un reddito che si avvicina a quello medio.
  • 
Se hai un reddito medio-alto, ottieni il risparmio maggiore.
  • 
Se hai un reddito alto, lo sconto diminuisce se hai maggiori spese (universitarie, di trasporto, ecc.).
  • 
Sei hai un reddito altissimo, hai lo sconto pieno.

È evidente che questa distribuzione del risparmio fiscale non è equa e nemmeno ragionevole. Anziché intervenire con uno sconto progressivo sulle imposte (cioè maggiore per chi ha un reddito più basso), di fatto il Governo ha scelto di attuare un criterio regressivo (aumentando lo sconto sostanzialmente per i redditi più elevati). Inoltre, in questa tendenza che favorisce i contribuenti più abbienti, si intravvede una penalizzazione delle famiglie che hanno più spese e di conseguenza detrazioni fiscali.

Il disegno della riforma è talmente illogico che ci si domanda se si tratti di una scelta ideologica consapevole oppure dell’effetto di interventi decisi senza conoscenza delle ricadute reali. Difficile anche giudicare se la causa risieda in una politica regressiva o piuttosto in un’incompetenza tecnica. Forse si tratta di entrambe le caratteristiche di un Governo che ha l’intenzione di andare in una direzione tendenzialmente antisolidale e anticostituzionale, ma che di fatto adotta soluzioni pasticciate e irrazionali.

Non dimentichiamo che, come scriveva Robert Stevenson, “la politica è forse l’unica professione per la quale non si ritiene necessaria alcuna preparazione”.

Il viceministro Leo, la matematica e la Costituzione

Maurizio Leo, viceministro dell’economia, intervenendo alcuni giorni fa al Forum nazionale dei commercialisti ed esperti contabili, a proposito dell’imposta sui redditi ha dichiarato che “l'aliquota marginale del 43%, che poi si sostanzia in un 50% per i soggetti che hanno 50 mila euro, è pesante e induce all'evasione”.
Si tratta di un’affermazione stupefacente per almeno tre ragioni.

  • L’aliquota marginale più alta dell’imposta sui redditi sia in Germania sia in Francia attualmente è del 45%;
  • In Italia l’aliquota marginale più alta è del 43% (per redditi superiori a 50 mila euro), ma l’aliquota effettiva di chi ha un reddito di 50 mila euro è del 28,28% (23% per i primi 28 mila euro e 35% per i successivi 22 mila euro);
  • Chi pensa che un’aliquota elevata possa indurre all’evasione fiscale dovrebbe spiegare perché in Paesi come la Francia, il Belgio, la Danimarca, la Svezia o l’Austria, che hanno una pressione fiscale superiore a quella dell’Italia, l’evasione fiscale è di molto inferiore a quella rilevata nel nostro Paese.

Pochi giorni fa il viceministro Leo - in modo sorprendente - ha detto che “l'evasione fiscale è come un macigno, tipo il terrorismo".

Il paragone appare azzardato.

L’evasione fiscale è un furto ai danni dello Stato e dei contribuenti onesti. L’evasore non terrorizza nessuno, anzi, troppo spesso si tende a giustificarlo, magari sostenendo che le tasse sono eccessive. Come ha fatto il viceministro Leo.

Al viceministro Leo tornerebbe utile leggere le dichiarazioni di un suo predecessore, il ministro delle finanze Ezio Vanoni, che nel 1949 ha scritto: “Il fenomeno dell'evasione fiscale oggi si verifica su di una scala preoccupante e compromette un'equa ripartizione dei carichi tributari”.

Nonostante queste evidenti contraddizioni logiche e matematiche, il viceministro Leo in una recente audizione alla Camera ha ricordato che il Governo “ha già avviato la riforma IRPEF con il passaggio da quattro a tre aliquote per poi successivamente avviarci a due aliquote e poi, come obiettivo di legislatura e compatibilmente con le risorse disponibili, si potrà arrivare all’aliquota unica”.

È appena il caso di ricordare che anche i viceministri, per assumere la carica istituzionale, devono giurare sulla Costituzione. In quella Carta all’articolo 53 dal 1948 sta scritto: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Domanda: il ministro Leo è a conoscenza del significato del termine “progressività”? Persino Adam Smith, il teorico dell’economia classica capitalista, nel libro “La ricchezza delle nazioni” nel 1776 ha scritto: “Non è irragionevole che un ricco debba contribuire in misura superiore alla semplice proporzionalità rispetto al reddito”.

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