Logo ARDeP

Fisco

In Italia il fisco regressivo penalizza i redditi bassi

Un rapporto della scuola Sant’Anna di Pisa e dell’Università Bicocca di Milano evidenzia le contraddizioni del nostro sistema tributario con i super-ricchi che pagano meno tasse degli altri.

Le tasse non sono uguali per tutti e questo in un Paese come l’Italia, alle prese con un’evasione purtroppo ancora elevata, è un dato di fatto. Ma a fotografare il paradosso di un sistema fiscale regressivo, che cioé penalizza chi fa fatica ad arrivare a fine mese, è uno studio congiunto realizzato dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e dall’Università di Milano-Bicocca. Nel complesso il sistema fiscale italiano appare “blandamente progressivo” e “diventa addirittura regressivo” per il 5% degli italiani più abbienti, che pagano un’aliquota effettiva (pari al 36%) inferiore a tutti gli altri contribuenti. Il rapporto inoltre conferma che esistono importanti differenze legate alla tipologia di reddito prevalente: sono i lavoratori dipendenti a pagare più imposte, seguiti dai lavoratori autonomi, dai pensionati. A pagarne meno chi percepisce redditi provenienti da rendite finanziarie e locazioni immobiliari. Da qui la necessità, segnalata dai ricercatori, di avviare una riforma del sistema fiscale in chiave inclusiva.

Lo studio, da poco pubblicato sul Journal of the European Economic Association, combina diverse fonti di dati: dichiarazioni dei redditi, indagini campionarie di ISTAT e Banca d’Italia e stime sulla distribuzione del patrimonio netto. Oltre a distribuire l’intero reddito nazionale, conteggia a livello individuale l’ammontare delle tasse e imposte raccolte dallo Stato (IPEF, IRAP, IMU, imposte sugli interessi, dividendi e tutte le transazioni finanziarie, imposte sui consumi e contributi sociali oltre ad ulteriori imposte minori. « In questo modo - commenta Andrea Roventini, autore dello studio, direttore dell’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna - abbiamo dimostrato che l’intero sistema fiscale italiano è solo blandamente progressivo per il 95% più basso della distribuzione del reddito, con un’imposizione fiscale che sale dal 40% al 50%. Il sistema diventa addirittura regressivo per il 5% dei contribuenti più ricchi con un’aliquota effettiva che scende fino al 36% per chi guadagna oltre i 500mila euro annui. Il sistema fiscale è addirittura sempre regressivo se si considera la distribuzione del patrimonio invece che quella del reddito».

La minore incidenza fiscale per i redditi più elevati è spiegata principalmente da fattori come l’effettiva regressività dell’IVA, il minor peso dei contributi sociali per i redditi superiori ai 100 mila euro, la maggiore rilevanza per i contribuenti più ricchi delle rendite finanziarie e dei redditi da locazioni immobiliari, tassati con un’aliquota del 12% o del 26%.

E mentre i ricchi continuano ad accumulare ricchezza i ricercatori stimano un calo del reddito reale degli italiani (dal 2004 al 2015) del 15%, che sale al 30% per la metà più povera della popolazione. Ad essere penalizzati i giovani tra 18 e 35 anni, che hanno perso circa il 42% del loro reddito.

La disuguaglianza di genere risulta significativa per tutte le classi di reddito e raggiunge valori estremi nell’1% più ricco della distribuzione, con le donne che guadagnano la metà degli uomini. Lo studio certifica che la metà più povera degli italiani detiene meno del 17% del reddito nazionale e vive con meno di 13mila euro all’anno. Invece l’1% più ricco ha circa il 12% del reddito nazionale, con una media di 310 mila euro all’anno, ottenuti soprattutto da redditi finanziari, profitti societari e redditi da lavoro autonomo, in gran parte derivante dal ruolo di amministratori societari. Solo una ridottissima parte dei redditi dei più ricchi è ottenuta grazie al lavoro dipendente. Ci sono poi i “Paperoni”, 50 mila italiani che rappresentano lo 0,1% della popolazione con entrate superiori al milione di euro annuo.

I ricercatori hanno messo a confronto la situazione italiana con quella di altri Paesi come la Francia e gli Stati Uniti. A destare preoccupazione il trend in diminuzione della quota di reddito detenuta dalle fasce di reddito meno abbienti. «A differenza della situazione in Francia, dove le fasce più deboli hanno visto un modesto aumento della loro quota di reddito - dice Alessandro Santoro autore dello studio e pro-rettore al Bilancio dell’Università di Milano-Bicocca - in Italia si osserva l’opposto, con le fasce più povere che diventano sempre più svantaggiate».

Fonte: Avvenire del 13 gennaio 2024.

"Senza fine": fisco e artigiani, demagogia di Giorgia Meloni

Sostenere che non ci sia limite alla demagogia della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sa di bombardamento sulla Croce rossa, visto il non modico uso personale che ne fa nel mondo e dintorni. Del resto, sarebbe un controsenso stabilire limiti in uno stato democratico, perché - per nostra fortuna - è proprio la democrazia ad offrire libertà di tribuna ai demagoghi, con la speranza che essi si spengano per cause naturali al responso delle urne. Ma ieri, 10 novembre, la presidente che ha deciso di combattere "la madre di tutte le battaglie" (premierato e presidenzialismo) si è superata nel suo intervento all'Assemblea nazionale della CNA (Confederazione nazionale artigiani).

All'Assemblea Nazionale della CNA

Davanti a una folla di piccoli imprenditori, dal Secondo dopoguerra storicamente vicini alla sinistra (la famosa politica verso i ceti medi di togliattiana memoria) fino al tonfo delle ideologie, Giorgia Meloni non ha esitato a lisciare all'inverosimile il pelo al popolo delle partite IVA, tuonando contro "l'insopportabile equazione secondo cui un artigiano, una partita IVA, deve essere un evasore per nascita”; equazione che rappresenta “una menzogna una falsità ideologica che per troppi anni ha giustificato un atteggiamento persecutorio e infondato".

Nella sostanza, ha voluto rassicurare la platea dei presenti che l’approccio del suo governo è cambiato rispetto al passato perché oggi è rivolto “a non disturbare chi vuole fare” ma, nello stesso tempo, esso punta a combattere l’evasione fiscale “quella vera, non quella presunta”. Intenzione encomiabile. Peccato, che questa sana intenzione strida con il rapporto appena pubblicato dal Ministero dell’Economia e Finanze. Si tratta della “Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale contributiva 2023”[1] scritta da esperti in economia, statistica e materie giuridico-finanziarie, tra cui un rappresentante della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che analizza i dati sulla contabilità nazionale determinando il tax gap, termine con cui si rappresenta la differenza tra quanto incassato dal fisco e quanto si sarebbe dovuto incassare senza evasione. Nel 2020, ultimo anno elaborato, l’evasione tributaria e contributiva è stata di 86,9 miliardi di euro (76 di mancate entrate tributarie e 10,9 di mancate entrate contributive), pari al 5,3 per cento del PIL, il Prodotto Interno Lordo italiano.

L'evasione IRPEF da lavoro autonomo

L’imposta più evasa è stata l’IRPEF da lavoro autonomo e da impresa per 28,2 miliardi di Euro. Al secondo posto ci sono 22,9 miliardi di IVA e a seguire l’IRES (imposta sul reddito delle società) per 8,5 miliardi di Euro e l‘IRAP (imposta regionale sulle attività produttive) per 4,6 miliardi. Il resto è rappresentato dall’IRPEF da lavoro irregolare, dalle imposte locali e da alcune tasse e imposte minori. In percentuale, le imposte non pagate dalla categoria nel suo insieme di cui parla la presidente del Consiglio rappresentano l’84,4% del totale evaso.

Se poi ci addentriamo nell'analisi per individuare quanto è evasa un’imposta specifica sul totale del gettito atteso, vediamo che l’IRPEF da lavoro autonomo (lavoratori indipendenti e partite IVA) è l’imposta più evasa perché il suo tax gap è del 69,7%. Ora, se la matematica non è un'opinione, l'equazione contro cui si è scagliata con la sua abituale veemenza la presidente del Consiglio è davvero insopportabile? O, piuttosto, lo è, ma per chi paga le tasse, quindi, sopportabilissima per quel 69,7 per cento che evade?

Ora, la Presidente Meloni non è nuova a uscite roboanti, ma discutibili, nella sua esasperata ricerca del consenso a qualunque costo, anche a costo di scivolate discutibili sul piano civico, come quando parlò di "pizzo di Stato" per descrivere la politica fiscale. Frase peraltro confutata dalla Corte dei Conti che nella sua relazione al Rendiconto Generale dello Stato dichiara che l’attività di controllo si concentra su posizioni rilevanti riferite a importi superiori a 10 milioni di Euro, mentre invece dovrebbe essere più estesa per contrastare l’evasione diffusa che caratterizza la situazione italiana. Situazione diffusa, altro che "pizzo di Stato". Infatti, i controlli eseguiti dall’Agenzia delle Entrate nei confronti dei soggetti presenti nelle attività più numerose sono stati nel 2021 il 2% e quindi le probabilità di questi soggetti di essere concretamente sottoposti a controllo sono molto limitate.

Situazione questa che appare non certamente persecutoria, né infondata, nei confronti degli autonomi e delle partite IVA.

Note

[1] RELAZIONE SULL’ECONOMIA NON OSSERVATA E SULL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA ANNO 2023 (art. 10-bis.1 c. 3 Legge 31 dicembre 2009, n. 196) in: https://www.finanze.gov.it/export/sites/finanze/.galleries/Documenti/Varie/Relazione-evasione-fiscale-e-contributiva-2023_26set-finale.pdf

[2] CORTE DEI CONTI SEZIONI RIUNITE IN SEDE DI CONTROLLO RELAZIONE SUL RENDICONTO GENERALE DELLO STATO 2022 - pag. 17 in: https://www.corteconti.it/Download?id=f99ce2c6-4baa-4338-8032-060831415f71

Fonte: https://www.laportadivetro.com/post/senza-fine-la-demagogia-di-giorgia-meloni

L’equità fiscale e il costo dell’illegalità

Riportiamo il testo della relazione tenuta il 27 aprile 2023 presso l’Università Bicocca di Milano all’interno del percorso “Messaggeri di legalità: formati contro la mafia”.

Oggi vi parlerò di numeri. Un grande magistrato diceva che se vogliamo trovare la mafia, dobbiamo seguire i soldi ed i soldi sono rappresentati da numeri. Il titolo della relazione riguarda due aspetti: l'equità fiscale e il costo dell’illegalità. In entrambi i casi c'entrano i soldi e ci sono i numeri.

Perché l'equità fiscale? Mi riferisco in particolare a due articoli della Costituzione. Anzitutto il secondo comma dell'art. 3: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. La nostra Costituzione non è soltanto un elenco di principi, di diritti e di doveri: è anche un programma politico che ci assegna un preciso compito. Nella società esistono alcune disuguaglianze ed è compito della Repubblica contrastarle, eliminando quegli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo di ogni persona.

L'altro riferimento è l'art. 2: “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Da notare che la solidarietà viene definita come dovere inderogabile. Se non ci sono deroghe, significa che la solidarietà non è un optional, una possibilità, un lusso, ma un obbligo.

Questi riferimenti costituzionali dimostrano come l'equità fiscale sia un aspetto fondamentale della vita politica, economica e sociale.

Perché bisogna pagare le tasse? Permettetemi due citazioni. “Mi piace pagare le imposte: così facendo compro civiltà” (Oliver Wendell Holmes - Giurista americano). “Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali istruzione, sicurezza, ambiente e salute”. (Tommaso Padoa Schioppa - Ministro dell’Economia).

Nella società di solito avvertiamo una visione negativa delle tasse e delle imposte. Invece da queste due citazioni emerge una prospettiva alternativa: le tasse rappresentano la civiltà, poiché sono necessarie per il bene comune.

Se noi oggi siamo qui, è perché sono state pagate le tasse e con quei soldi è stata costruita quest'aula. Semplificando, potremmo affermare che il fisco è uno strumento indispensabile per realizzare i servizi di una società.

“Fisco”, viene dal latino fiscus, che significa cesto: il contenitore che raccoglie i contributi di ogni singolo cittadino o di ogni singolo membro di un gruppo. Guardate ad esempio cosa succede fra gli studenti che abitano insieme, che di solito creano una cassa comune in cui mettono i soldi necessari per le spese comuni. Il fisco nella sostanza è il deposito dove vengono messi i soldi, per poter poi costruire l'università, l’ospedale, la strada, ecc.

La Costituzione ci indica come dobbiamo raccogliere questi soldi tramite l’art. 53: “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Il primo comma dell'art. 53 prescrive che tutti, nessuno escluso, sono tenuti a partecipare alle spese pubbliche tenendo conto della capacità contributiva di ciascuno. Attenzione: nella Costituzione non c'è scritto “in funzione del reddito”, c'è scritto “in ragione della capacità contributiva”. Pertanto, bisogna chiedersi cosa sia effettivamente la capacità contributiva. Ad esempio: una persona che è così ricca da poter evitare di lavorare, deve pagare il fisco anche se non ha un reddito? Poiché dispone di un grande patrimonio, una persona ricca deve dare comunque il suo contributo, tenendo conto della sua capacità di contribuire alle spese comuni, visto che anche lui utilizza le strade, manda i figli a scuola, va dal medico, ecc.?

Il secondo comma dell'art. 53 ci segnala che il fisco deve essere informato a criteri di progressività. La progressività può essere rappresentata con una parabola, mentre la proporzionalità con una linea retta. La differenza tra proporzionalità e progressività è stata un argomento di discussione nell'Assemblea Costituente. Salvatore Scoca, il relatore dell’art. 53 della Costituzione, intervenendo in Parlamento, ha detto: “L’attuale sistema tributario è regolato dall’art. 30 dello Statuto Albertino e basato sul criterio di proporzionalità (…), il che costituisce una grave ingiustizia che danneggia le classi sociali meno abbienti e da correggere in sede di calcolo del reddito complessivo, netto, da quelle spese che provvedono alle loro necessità personali e a quelle dei suoi famigliari, essendo queste spese che concorrono a formare la loro capacità contributiva, così da colpire il reddito nella sua reale misura, applicando una progressività tale che diventi la spina dorsale del nostro sistema tributario”.

La proporzionalità era il criterio utilizzato nei 100 anni precedenti alla Costituzione. Salvatore Scoca sostiene che si tratta di una palese ingiustizia che penalizza i più poveri. Perché, come si legge nella Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana: “non c’è niente di più ingiusto che fare le parti uguali fra disuguali”.

Inoltre, Scoca fa riferimento al reddito netto, cioè al reddito totale detratte le spese che servono alle necessità personali e famigliari; quello che resta è la reale capacità contributiva. Per esempio: se io guadagno 30'000 euro, ma poi per vivere ne spendo 20'000, dovrei pagare le imposte soltanto sui restanti 10'000 euro. Attualmente in Italia non funziona così, ma è opportuno ricordare qual è la prospettiva indicata dall'Assemblea Costituente.

Il secondo comma dell’art. 53 stabilisce che non è giusto applicare a tutti i contribuenti la stessa aliquota: ci deve essere una progressività. Da notare che il criterio della progressività fiscale era già stato accettato due secoli prima anche da Adam Smith, il principale teorico del libero mercato: “non è irragionevole che un ricco debba contribuire in misura superiore alla semplice proporzionalità rispetto al reddito”. Persino il padre del liberismo economico sosteneva che le tasse non dovessero necessariamente essere flat.

A questo punto è utile sapere quanti sono i soldi che entrano nel cesto del fisco. Nel 2022 in Italia il gettito fiscale complessivo è stato di 911 miliardi di euro. Così suddiviso: 301 miliardi di imposte dirette (IRPEF, IRES e altre), 251 miliardi di imposte indirette (IVA, accise, tabacchi, …), 108 miliardi di altre entrate (locazioni, rendite, ecc.) e 251 miliardi di contributi (INPS, INAIL e altri). Dato che il Prodotto Interno Lordo (PIL) dell’Italia nel 2022 è stato di 1.909 miliardi di euro, le entrate fiscali rappresentano quasi la metà dell’intera ricchezza prodotta dalla nazione.

Ho riportato questi dati perché spesso sono ignorati dal dibattito politico. Spesso i parlamentari e i ministri si concentrano su aspetti particolari, ma perdono di vista il generale. Fanno le loro proposte pro o contro le singole spese e forme di entrate, ma non si preoccupano dell’equilibrio generale del bilancio pubblico.

A questo punto dobbiamo fare un po’ di storia, analizzando l’evoluzione delle aliquote fiscali dell’imposta sui redditi. Quando nel 1974 è entrata in vigore l'IRPEF, l’imposta sui redditi delle persone fisiche, la normativa prevedeva 32 scaglioni. Per dare concretezza alla progressività fiscale, era previsto che chi aveva un reddito basso avrebbe dovuto pagare l’aliquota minima, il 10% e man mano che il reddito si accresceva, la proporzione aumentava: 13%, 16%, 19%, ecc., fino ad arrivare all'aliquota più alta del 72%. Attenzione: non è che il contribuente più ricco pagava il 72% di tasse su tutto il suo reddito, ma soltanto in relazione al reddito dell’ultimo scaglione. Per i primi 2 milioni di lire per tutti (poveri e ricchi) veniva applicata la stessa aliquota (il 10%). Da notare che lo scaglione in cui si applicava l’aliquota del 72%, rivalutato al valore di oggi, corrisponderebbe ad un reddito annuo di 3 milioni e 300 mila euro. Perciò pochissimi contribuenti rientravano nello scaglione del 72%, ma il criterio della progressività era evidente. La progressività si potrebbe anche sintetizzare con uno slogan: quanto meno le somme aggiuntive ci servono per le nostre necessità, tanto più dobbiamo versare al fisco per le spese comuni.

Ovviamente si può discutere se un’aliquota del 72% sia comunque eccessiva. Qui ci interessa notare che nel 1974 la forbice tra il primo ed il 32° scaglione era di 62 punti (dal 10% al 72%), mentre attualmente la differenza si è ridotta a 20 punti (dal 23% al 43%). Successivamente sono intervenute varie riforme: dagli iniziali 32 scaglioni del 1974 si è passati a 9 scaglioni nel 1983, a 7 nel 1989, a 5 nel 1998, a 4 nel 2022, mentre nel 2024 si prospetta di passare a 3 scaglioni e si punta in futuro alla flat tax per tutti.

Come si può constatare, negli ultimi 50 anni l'aliquota per i più poveri è aumentata, mentre l'aliquota per i più ricchi è diminuita. Si è mantenuta, quindi, una certa progressività, ma di molto ridotta, più schiacciata, che favorisce sostanzialmente i più ricchi e sfavorisce i più poveri rispetto all’impostazione iniziale. Questa linea involutiva è stata realizzata nel corso dei decenni con lievi differenze tra maggioranze parlamentari. Che fossero governi di destra, di centro o di sinistra: tutti sono andati sostanzialmente nella stessa direzione.

Il principale motivo addotto per giustificare la diminuzione del numero degli scaglioni è la difficoltà di calcolo, sostenendo che più sono gli scaglioni, più è difficile calcolare l’imposta da applicare al reddito. In realtà si potrebbe evitare di utilizzare gli scaglioni, applicando una funzione continua, che consenta un automatico incremento dell’aliquota in relazione ad un aumento del reddito imponibile. Questo metodo viene attualmente utilizzato in Germania per il calcolo delle imposte. Per i contribuenti tedeschi, che hanno un reddito tra 14'000 euro e 57'000 euro, si applica un'aliquota media variabile dal 24% al 42%. Il fisco tedesco mette a disposizione un pagina web in cui il contribuente inserisce la cifra del proprio reddito e il sistema in automatico calcola l’imposta da pagare.

Pertanto chi ha un reddito di 14'000 euro paga il 24% di imposta, chi ha un reddito di 57'000 euro paga il 42% e per tutte le posizioni intermedie l'aliquota media varia e si adegua alla cifra del reddito. Per esempio, chi ha un reddito di 36'000 euro, paga il 35% di tasse. Non è difficile: uno studente delle scuole superiori è in grado di programmare una funzione di questo genere.

In Germania utilizzano la progressività continua, mentre in Italia continuiamo ad utilizzare gli scaglioni con i salti di aliquota. Infatti in Italia attualmente abbiamo 4 aliquote: 23%, 25%, 35% e 43%. Di conseguenza per il reddito che supera € 28'000, l'aliquota passa dal 25% al 35%, con un salto di 10 punti che non è lineare e non è giustificato.

L’imposta sui redditi delle persone fisiche si applica, oltre che a livello nazionale, anche a livello regionale e comunale, attraverso le addizionali IRPEF. In Regione Lombardia, ad esempio, le aliquote si riferiscono agli stessi scaglioni nazionali con questa sequenza: 1,23%, 1,58%, 1,72% e 1,73%. Come si può notare a livello regionale l’aliquota più elevata è circa il 40% più alta della prima aliquota, mentre a livello nazionale la differenza è circa del 90%. Ciò significa che l’imposta regionale ha una progressività assai minore. Non solo: l’ultima e la penultima aliquota regionale sono quasi identiche. In questo modo di fatto a tutti i redditi superiori a 28'000 euro viene applicata quasi una flat tax.

L’IRPEF comunale dipende - seppure entro certi limiti - dalle scelte dei singoli comuni. Ecco due esempi molto diversi. Mantova ha stabilito una quota esente fino a 23'000 euro; oltre questa soglia di reddito si applicano tre aliquote: 0,39%, 0,62% e 0,80%. In questo caso la progressività è ben presente. Invece Bergamo applica a tutti la stessa aliquota: 0,80%. Così facendo Mantova contribuisce ad aumentare la progressività complessiva dell’IRPEF, mentre Bergamo la diminuisce, utilizzando una vera flat tax comunale.

Se teniamo conto dell’involuzione delle aliquote nazionali, dello schiacciamento di quelle della Lombardia e della flat tax di comuni come Bergamo, ci accorgiamo di quanto il criterio della progressività oggi sia stato compresso e persino svilito.

Ad aggravare la situazione è il fatto che l’IRPEF per scaglioni di reddito non si applica a tutti i contribuenti. Infatti, per i lavoratori autonomi è stata introdotta una tassazione proporzionale, ossia ad aliquota unica, per redditi fino a 30'000 euro. In seguito la soglia è stata alzata a 65ì000 euro e attualmente ha come limite 85'000 euro. Di conseguenza, un lavoratore autonomo che ha un reddito di € 85'000, attualmente paga € 12'750 di tasse, cioè un’aliquota proporzionale del 15%. Invece, un lavoratore dipendente con identico reddito paga € 31'600 di imposta IRPEF, utilizzando le aliquote a scaglioni. È vero che ci sono delle differenze tra lavoratore dipendente e autonomo, perché magari il lavoratore autonomo ha delle spese in più; ma questo gli viene già riconosciuto attraverso una riduzione (in genere del 22% o del 33% in base all’attività svolta) dell’imponibile sul quale si calcola la tassazione. È evidente come questa notevole differenza di trattamento fiscale a parità di reddito sia ingiusta e inaccettabile.

C'è poi un altro problema: la diversità di trattamento fiscale tra persone fisiche e persone giuridiche. Le persone fisiche, i singoli contribuenti, pagano le imposte sui redditi, cioè sul reddito lordo, con limitate deduzioni o detrazioni per alcuni tipi di spese, come ad esempio per la sanità o per figli a carico. Di fatto non è possibile sottrarre dai redditi tutte le spese effettivamente sostenute per nutrirsi, vestirsi, ecc. Invece, per le persone giuridiche viene utilizzato il criterio del reddito netto. Le imprese - giustamente - non pagano le tasse sui ricavi, ma sugli utili. Una società che ha 1 milione di euro di ricavi e 800'000 euro di spese, paga le tasse sui 200'000 euro di utili. Questa diversità di trattamento tra persone fisiche e persone giuridiche è irragionevole.

È opportuno qui sottolineare che tutta la nostra Costituzione è basata su una concezione personalistica delle relazioni, cioè un’idea di società che si fonda sulla persona. Pertanto è paradossale che il sistema tributario tenga in considerazione più l'impresa che la persona.

Le imprese pagano le imposte sugli utili con l’applicazione di una tassa proporzionale: i singoli lavoratori autonomi pagano il 15% (IRPEF), le persone giuridiche pagano il 24% (IRES). In realtà le società attualmente devono pagare anche l'IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive), con un’aliquota inferiore al 4%, ma l’attuale Governo ha previsto di abolire questa imposta. È opportuno ricordare che l'IRAP è la principale tassa regionale che finanzia il sistema sanitario. Ad oggi non è chiaro come le Regioni potranno compensare la perdita del gettito dell’IRAP preannunciata dalla riforma fiscale.

Il fatto che le imprese paghino un’imposta del 24% uguale per tutte, comporta che una società con un utile di € 30'000 paghi il 24% di tasse, così come una società con un utile di 30 milioni di euro, cioè con un utile mille volte superiore alla precedente.

Negli Stati Uniti, per fare un paragone, il sistema fiscale è strutturato in modo diverso.

Negli USA attualmente sono previste 7 aliquote per le persone fisiche e 8 aliquote per le persone giuridiche. Le aliquote per le società vanno dal 15% al 39% sulla base degli scaglioni, così come avviene per i singoli contribuenti.

Tra l’altro, Milton Fridman, l’economista americano considerato il principale teorico della flat tax, aveva ammesso che la sua proposta non sarebbe mai stata applicata in America e così in effetti è stato.

Nonostante tutto ciò, c’è chi continua a sostenere che in Italia le imprese siano tassate in modo eccessivo. In realtà i dati Eurostat rivelano che nel 2018 il gettito proveniente dalla tassazione dalle società in Italia era inferiore al 2% del PIL. In Francia e in Germania il gettito era quasi al 3% del PIL, in Olanda in percentuale era il doppio dell’Italia, mentre in Belgio era superiore al 4% del PIL.

Analizzando le imposte indirette, la tassa più importante è l'IVA. Si tratta di un'imposta proporzionale sui consumi. L’aliquota ordinaria in Italia è al 22%. Per alcuni beni di prima necessità (per esempio il pane) o per alcuni servizi (per esempio il ristorante) è prevista un’aliquota ridotta (del 4%, 5% o 10%). Quando è stata introdotta l'IVA, nel 1972, l’aliquota ordinaria era del 12%; con il passare degli anni è sempre aumentata ed attualmente è quasi raddoppiata.

Dagli economisti l’imposta sui consumi viene considerata regressiva, sulla base del fatto che chi è più povero tendenzialmente spende tutto quello che guadagna e di conseguenza paga l’IVA su tutto il reddito, mentre chi è ricco paga l'IVA soltanto sulla porzione di reddito che utilizza per gli acquisti, con la possibilità di accantonare e investire la parte rimante di reddito. È vero che la Costituzione tutela il risparmio, ma così facendo si rischia di tutelare soltanto i risparmiatori ricchi. Per questa ragione in Costituzione è stato inserito il criterio della progressività, per riequilibrare il sistema tributario altrimenti sbilanciato a favore dei più abbienti.

Attualmente in Italia una multa per divieto di sosta è uguale per tutti. Una persona ricca ed una povera pagano la stessa tariffa. È giusto? È del tutto evidente che l’ammontare di una sanzione uguale per tutti non implica lo stesso sacrificio. Di fatto si penalizzano i più poveri, mentre i più ricchi, disponendo di maggiori risorse, possono permettersi di ripetere la violazione senza particolari problemi.

In Norvegia la sanzione è correlata alla capacità contributiva di chi ha violato la norma stradale. Ad esempio, Caterina Andersen, considerata la donna più ricca della Norvegia, recentemente ha dovuto pagare una multa per eccesso di velocità, che è stata stabilita in relazione al suo patrimonio, valutato un miliardo di euro. Di conseguenza la multa è stata calcolata in 25'000 euro. Ciò nonostante in Norvegia c’è chi ha protestato, sostenendo che la sanzione era insufficiente. Purtroppo in Italia non ci si pone nemmeno la domanda se sia giusto che le multe vengano pagate da tutti con la stessa cifra.

In Assemblea Costituente Salvatore Scoca in merito alla tassazione ha fatto riferimento al “reddito complessivo”. Il presupposto era che per ciascuno venissero sommati tutti i redditi e applicata l’imposta sul totale. La capacità contributiva anzitutto deve essere basata sul cumulo dei redditi, indipendentemente dall’origine: da lavoro, da rendita, da locazione, da capitale, ecc.

In Italia, invece, attualmente la maggior parte delle tipologie di redditi sono tassate separatamente, in modo proporzionale, senza cumulo: per esempio sugli interessi bancari o sulle plusvalenze si paga il 26%; sulle cedole dei titoli di stato il 12,5%; sulle cedolari delle locazioni il 10% o il 21%, a seconda del territorio in cui è ubicato l’immobile.

Tutto ciò comporta che le persone più ricche tendenzialmente paghino imposte con percentuali più basse rispetto al ceto medio. Ciò è possibile perché i più ricchi in genere dispongono di patrimoni diversificati: azioni, titoli di stato, appartamenti, ecc. Dato che si tratta di redditi non cumulabili, la tassazione media risulta inferiore al primo scaglione dell’IRPEF, che è al 23% per redditi fino a 15'000 euro.

In Italia si pagano molte imposte dirette e indirette, sui redditi e sui consumi, ma poche tasse sui patrimoni. Si tratta di circa 40 miliardi di euro su 911 miliardi di euro di entrate: meno di un ventesimo. Eppure il patrimonio degli italiani è molto consistente. Gli Italiani sono tra i più ricchi d'Europa e del mondo, con un patrimonio, stimato dall'ISTAT e dalla Banca d'Italia, che supera i 10'400 miliardi: circa metà sono relativi al valore degli immobili e metà sono liquidità (contante, depositi bancari, titoli di stato, azioni, ecc.).

La Banca d’Italia ci informa che alla fine del 2022 il debito pubblico italiano ammontava a 2'762 miliardi di euro. Il che è una cifra enorme, ma il patrimonio privato degli italiani è quasi quattro volte più elevato del debito pubblico; anche solo la liquidità dei contribuenti italiani è il doppio del debito pubblico. L’Italia ha il più grande debito pubblico d’Europa, ma gli italiani - mediamente - sono tra i cittadini europei più ricchi.

Una domanda sorge spontanea: forse noi italiani abbiamo pagato meno tasse di quelle che avremmo dovuto e ci siamo tenuti più soldi in tasca? Siamo così ricchi perché abbiamo impoverito lo stato?

In Italia ogni anno viene stimata un’evasione fiscale superiore ai 100 miliardi di euro. Il bilancio dello stato - prima della pandemia - chiudeva ogni anno con un deficit di circa 40 miliardi di euro. Detto in un altro modo: la cassa comune ogni anno ha un buco di 40 miliardi di euro, mentre alcuni italiani nascondono nelle proprie tasche 100 miliardi di euro. È stato calcolato che dal 1980 ad oggi sono stati sottratti al fisco come minimo 3ì000 miliardi di euro. Senza evasione fiscale in Italia il debito pubblico non esisterebbe. Ma chi sono gli evasori?

Dalla Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva pubblicata nel 2022 dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) risulta che il tasso di evasione dei tributi dei lavoratori dipendenti è del 2,8% (probabilmente qualche prestazione in nero dopo il lavoro o qualche straordinario pagato in nero); invece la propensione all’evasione fiscale dei lavoratori autonomi è del 68,3%, con tendenza in aumento negli ultimi anni (nonostante la flat tax al 15%). Si tratta di un livello di evasione fiscale elevatissimo: 2 euro su 3 dai lavoratori autonomi non vengono dichiarati al fisco!

L'evasione fiscale pro-capite annua dei contribuenti italiani supera 3'000 euro, con una pressione fiscale al 43%. Talvolta in Italia si cerca di giustificare l’evasione sostenendo che è causata da una pressione fiscale eccessiva. In realtà la pressione fiscale in Italia è molto vicina alla media degli stati europei. La differenza sta nel fatto che l’evasione media dei cittadini degli altri stati dell’Europa è circa la metà rispetto a quella degli italiani.

Ovviamente se tutti pagassero onestamente le imposte, le tasse potrebbero anche diminuire, ma occorre tener conto che l’Italia deve pagare anche molti interessi sul debito pubblico: 66 miliardi di euro nel 2022.

Nel Documento di Economia e Finanza (DEF), che è stato presentato ad aprile 2023 dal Governo, si prevede che tra pochi anni gli interessi sul debito pubblico supereranno 100 miliardi di euro annui. In percentuale gli interessi aumenteranno dal 3,5% a 7,1% del PIL, cioè oltre il doppio. Si tratta di uno spreco di risorse enormi, dovute al debito che si è accumulato, a causa del fatto che qualcuno non ha pagato le tasse dovute. Risorse che verranno sottratte alle spese comuni.

Il DEF stima che nel 2070 il nostro debito pubblico corrisponderà al 165% del PIL (attualmente è a 145%). Non solo: se il tasso d’immigrazione diminuisse del 30%, il debito pubblico supererebbe il 200% del PIL.

A questo punto vorrei affrontare più direttamente il tema dell’illegalità. Come premessa segnalo quali sono stati nel 2021 i fatturati delle principali aziende italiane (fonte Mediobanca). Anzitutto le Assicurazioni Generali con 99,9 miliardi di euro; poi abbiamo Enel con 88 miliardi e Eni 76,6 miliardi: a seguire le banche Intesa con 20,8 miliardi e Unicredit con 18 miliardi di fatturato annuo.

Secondo la stima della Commissione Parlamentare Antimafia in Italia le mafie hanno ricavi pari a 150 miliardi euro all’anno. Di conseguenza le mafie sono di fatto la prima “impresa”, con un fatturato superiore del 50% alle Assicurazioni Generali e simile a quello di Enel ed Eni messi insieme.

Non solo: mentre le normali aziende hanno una redditività relativamente bassa, cioè gli utili di solito sono inferiori al 10% del fatturato, le mafie producono guadagni elevatissimi. Secondo Confesercenti, infatti, le mafie hanno un utile del 70% rispetto al giro d’affari; quindi si tratta di oltre 100 miliardi all’anno di guadagno netto: una cifra enorme.

A conferma della forza economica delle mafie, attualmente sono 50'000 i beni confiscati alle mafie, secondo i dati forniti dall'Agenzia nazionale per i beni confiscati e sequestrati. La Lombardia è al quinto posto della graduatoria per regioni, con oltre 3'600 tra aziende e immobili confiscati.

L’illegalità in Italia ha un giro d’affari rilevante. Ecco i dati rilevati da diverse fonti:

prostituzione 3,9 miliardi di euro; abusivismo edilizio 5 miliardi; traffico illegale di rifiuti 8,8 miliardi; spaccio di stupefacenti 22,5 miliardi; gioco d'azzardo illegale 23 miliardi; agromafie 24,5 miliardi; lavoro irregolare 42 miliardi (con l'evasione di 25 miliardi); corruzione 60 miliardi, ecc. Secondo l’Istat, fra il 2017 e il 2020 il valore medio dell’economia sommersa è stato pari a 200 miliardi di euro all’anno.

In conclusione, il costo dell’illegalità in Italia è enorme e si può indicare in centinaia di miliardi di euro che ogni anno vengono sottratti al cestino del fisco. Una sottrazione di risorse che penalizza soprattutto le fasce più deboli già colpite da un sistema tributario iniquo. Di fatto si tratta di un tradimento della Costituzione.

Il primo passo per cambiare è prenderne coscienza.

 

Vent'anni dopo: come i "Tre moschettieri", ritorna il fallimentare concordato preventivo

Previsto dalla nuova legge delega di riforma fiscale è in programma nel Consiglio dei Ministri di domani, 3 novembre, l’approvazione del Decreto Legislativo sul nuovo concordato preventivo a valenza biennale, strumento, a dire del Governo, che rientra nell’ambito della lotta all’evasione fiscale in un’ottica di prevenzione agli illeciti, in alternativa all’uso di forme repressive e punitive per debellarla.

Ma attenzione, la novità non si rivolge alla totale platea dei contribuenti, ma è riservata ai titolari di reddito di impresa, lavoratori autonomi e professionisti. Con tale strumento viene stipulato un accordo tra l’Agenzia delle Entrate e tali contribuenti – che risultano da un milione a un milione e mezzo - con il quale viene concordata, per due anni, (2024–2025) la base imponibile su cui calcolare IRPEF, IRES e IRAP, a prescindere dai redditi effettivamente conseguiti .

L’accordo si basa sul fatto che, in base ai dati del MEF, solo poco più del 2 per cento delle dichiarazioni di tali categorie di contribuenti vengono sottoposte a controlli per l’impossibilità di svolgere accertamenti fiscali a tappeto. E sempre secondo i dati pubblicati dal MEF, le categorie a cui si rivolge, sono proprio quelle che contribuiscono maggiormente a innalzare l’asticella del valore dell’evasione fiscale nel nostro Paese.

L’adesione al concordato preventivo, che viene proposto dall’Agenzia delle Entrate ai singoli contribuenti – secondo una stima del loro reddito lordo sulla scorta dei dati disponibili - comporterà l’esclusione di questi ultimi dai controlli, in modo tale da stimolarli a pagare le tasse beneficiando di uno sconto fiscale attraverso il blocco della base imponibile per due anni. I soggetti interessanti non saranno comunque esonerati dalla presentazione delle dichiarazioni e comunicazioni di legge, dove dovranno indicare il fatturato effettivo, anche se le imposte da pagare saranno quelle concordate con il Fisco.

La scelta di aderire o meno all’accordo con il Fisco sarà decisa dal contribuente in base ad una sua valutazione di convenienza. Occorre ricordare che già 20 anni fa l’allora ministro Tremonti aveva avviato un progetto di concordato preventivo biennale con il quale, tra l’altro, i soggetti interessati erano esonerati dall’emettere scontrini e altri documenti fiscali: misura che fu particolarmente apprezzata dai commercianti. L’iniziativa non ebbe il successo sperato, perché il gettito fu di gran lunga inferiore a quello previsto e venne presto abbandonata. È difficile comprendere per quale motivo oggi, con un’evasione fiscale di gran lunga superiore, dovrebbe essere una manovra vincente, dopo l’insuccesso di venti anni fa. Sicuramente riscuoterà invece l’approvazione degli interessati, che avranno la convenienza ad aderire ad un contratto che li vede ampiamente favoriti dal fatto che i dati disponibili dall’Agenzia delle Entrate – sulla quale quest’ultima baserà le proprie proposte di concordato – sono stati per il 98% dei casi – secondo il MEF - non sottoposti a controlli di congruità e quindi passibili di dubbia fedeltà.

Una misura che stride di fronte ad altre, contenute nella Legge di Bilancio, con la quale si anticipano già al 2024 alcune misura di riforma fiscale; in particolare, l’accorpamento dei primi due scaglioni di reddito con l’aliquota unica al 23% applicata sui redditi di lavoro dipendente e di pensione comporterà nessun vantaggio economico ai percettori di reddito fino ai 15.000 Euro, che continueranno a pagare le imposte con l’aliquota del 23% senza alcun sconto fiscale, ma un vantaggio economico ai redditi via via superiori e oltre i 28.000 euro di 260 euro annui.

Fonte: https://www.laportadivetro.com/post/vent-anni-dopo-come-i-tre-moschettieri-ritorna-il-fallimentare-concordato-preventivo

"Poche storie, la Riforma fiscale è un incentivo a non pagare"

Nel giorno della "bagarre" sulla tassazione agli extraprofitti bancari, dopo il conseguente crollo dei relativi titoli in Borsa (9 miliardi di capitalizzazione bruciati, compensati dal rialzo odierno) può sembrare persino marginale occuparsi della Riforma fiscale che nella sostanza appare una evidente contraddizione dei provvedimenti del governo Meloni. Un governo che sembra aver riscoperto la questione sociale, sostenuto anche dalle dichiarazioni del leader della Lega Matteo Salvini sulla destinazione (aumento mutui, in particolare) del "prelievo" alle banche.

Fumo negli occhi? Desiderio di accreditarsi come novelli Robin Hood che tolgono ai ricchi per restituire ai poveri? Riequilibrio all'interno dei rapporti tra Lega e Fratelli d'Italia con i primi alla ricerca di nuovo consenso popolare con accenti populisti? Offrire risposte esaurienti non è semplice. Soprattutto non è semplice cercare di spiegare come i due provvedimenti possano essere messi in relazione, in primis, con i principi espressi dalla nostra Carta Costituzionale, come ha più volte ricordato nei suoi interventi Rocco Artifoni.[1]

Ma, andiamo con ordine. Con la sua definitiva approvazione parlamentare la legge delega di riforma fiscale ha tagliato in questi giorni il nastro di partenza per continuare il suo percorso e la sua concreta attuazione con l’emanazione dei decreti delegati entro i prossimi 24 mesi. Essa rappresenta, al momento, una sorta di "cornice" all’interno della quale dovranno essere definite, nel dettaglio, le norme che costituiranno l’insieme e non solo l’ossatura del nuovo sistema tributario. Una "cornice" non priva di incongruenze e in alcuni casi di contenuti particolari ("sostegno ai giovani che non hanno compiuto il trentesimo anno di età") e affermazioni propagandistiche (per esempio, "casa" bene da tutelare, come sanità, istruzione e previdenza complementare) che non dovrebbero trovare spazio in una legge delega.

Gli effetti che produrrà sul fronte del gettito fiscale, ovvero sui circa 550 miliardi di euro di entrate fiscali del bilancio dello Stato, non sono noti perché saranno precisati solo nella relazione tecnica di accompagnamento ai vari decreti, in quanto la legge delega si limita a precisare, all’art. 22, che "dall’attuazione della delega non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, né incremento della pressione tributaria".

Dal momento che il nuovo sistema porterà ad una "riduzione del carico fiscale" (Art. 2 c. 1°) occorre intanto chiedersi come questa riduzione troverà risorse alternative per finanziare la spesa pubblica e i servizi ai cittadini, visto che viene in modo esplicito esclusa qualunque introduzione di nuove imposte e tasse, né di revisione dei dati catastali e dell’imposta di successione, neppure per i miliardari. Anzi è prevista l’eliminazione di "micro-tributi" che concorre anch’essa a ridurre le entrate dello Stato. In sostanza: "meno tasse per tutti", che equivale, visto che la spesa dello Stato si finanzia principalmente col gettito fiscale, ad una precisa volontà politica di limitare l’area del "welfare" spostando il finanziamento di servizi essenziali, come sanità e istruzione, verso il privato. "Meno tasse per tutti", ma soprattutto per le fasce di reddito più elevate visto che la riduzione a tre scaglioni di reddito, rispetto ai quattro attuali, limita matematicamente la progressività dell’imposta.

Abbandonata l’idea della "flat tax" per i lavoratori dipendenti, ("riduzione IRPEF nel rispetto del principio di progressività e nella prospettiva della transizione del sistema verso l’aliquota impositiva unica") la delega rimedia con la previsione di applicare una aliquota sostitutiva IRPEF e relative addizionali in misura agevolata su straordinari, premi di produttività e tredicesime di questi lavoratori. Un contentino a questi contribuenti bisognava pur darlo, viene da pensare con un pizzico di malizia!

Per contro le differenze presenti nell’attuale sistema pre-riforma tra trattamento fiscale dei lavoratori dipendenti e dei lavoratori autonomi e imprese, vengono definitivamente consolidate: ulteriori sgravi agli autonomi con l’aliquota secca del 15% e l’estensione della cedolare secca alle attività commerciali che agevolano i grandi patrimoni.

Ai lavoratori dipendenti il prelievo fiscale continuerà ad essere riscosso alla fonte, ad autonomi ed imprese il prelievo verrà "concordato" con essi attraverso la definizione di regole che evitano controlli e sanzioni con la consulenza dei propri commercialisti. In un Paese come il nostro, paese di "azzeccagarbugli", dove l’evasione fiscale è stimata in oltre 100 miliardi all’anno e dove il fisco non riesce ad incassare più di 1100 miliardi tasse evase accertate, la norma rappresenta un incentivo a non pagare.

In un contesto come quello sopra delineato e nella prospettiva di evitare un probabile ulteriore aumento del debito dello Stato, non resta che augurarsi che la riforma fiscale della Presidente Meloni, come già accaduto per quelle di coloro che l’hanno preceduta a Palazzo Chigi, non giunga mai al suo traguardo. In caso contrario, le alternative possibili sono: ridurre la spesa pubblica o limitare l’applicazione della riforma a interventi sporadici compatibili con le risorse di bilancio disponibili di volta in volta. Situazione quest’ultima che contribuirà a rendere ancora più inefficiente e iniquo l’intero sistema che si vuole riformare.

[1]
https://www.laportadivetro.com/post/fisco-al-rovescio-nuovi-criteri-di-gestione-delle-entrate-e-il-debito-pubblico-cresce 
https://www.laportadivetro.com/post/umanità-dispersa-negli-abissi-dell-ingiustizia

Fonte: https://www.laportadivetro.com/post/poche-storie-la-riforma-fiscale-è-un-incentivo-a-non-pagare

 

formiche

banner ARDeP 2016 compressor