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Fisco

Riforma fiscale secondo Meloni: "arricchiamo quelli già ricchi"

Si fa fatica a giustificare l’enfasi con la quale, nel leggere il testo del provvedimento, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito "una vera svolta per l'Italia" la sua riforma fiscale (approvata dal CdM il 16 marzo scorso), almeno per ciò che finora è stato reso di dominio pubblico.

Giova appena ricordare che quest’ultimo rappresenta il terzo tentativo di riforma del fisco dopo l’ingloriosa fine delle due “rivoluzioni fiscali” precedenti, ovvero quella del Governo Renzi, (dimissionario a fine 2016) con Legge 23 dell’11 marzo 2014, che doveva dare vita, tra l’altro, al riordino del catasto e quella del Governo Draghi del 23 novembre del 2021 rimasta incompiuta per la fine anticipata della legislatura, ma applicata parzialmente all’IRPEF per effetto della Legge di Bilancio del 2022. 

Restaurazione spacciata per rivoluzione

Più che di svolta epocale per l’Italia e di “rivoluzione attesa da 50 anni” come è stata definita da Palazzo Chigi, si tratta in realtà di una vera e propria restaurazione in quanto, “nella prospettiva della transizione del sistema (IRPEF) verso l’aliquota impositiva unica” è rivolta a ristabilire le condizioni offerte ai propri sudditi da Carlo Alberto di Savoia nel marzo del 1848 con l’emanazione dello Statuto Albertino, la prima Costituzione italiana ottriata (ovvero concessa dall’alto dal sovrano). Infatti, l’art. 25 dello Statuto decretava che i “regnicoli contribuiscono indistintamente, nella proporzione dei loro averi ai carichi dello Stato”.

L’art. 53 della Costituzione Repubblicana ha sancito un principio democratico sostanzialmente diverso: quello della progressività del carico tributario, dove l’imposta che i cittadini, anche apolidi o stranieri, devono pagare. In altri termini, deve essere proporzionale all’aumento della loro possibilità economica. Ovvero, l’imposta deve crescere con il crescere del reddito, aumentando il prelievo sui redditi più elevati in modo tale da garantire i diritti sociali e fondamentali a tutti i cittadini, a prescindere dalla loro capacità contributiva. L’IRPEF è l’imposta deputata a garantire tale principio, su cui si basa lo Stato sociale della nostra Repubblica.

Sempre Giorgia Meloni ha dichiarato che saranno abbassate le tasse con la riduzione a soli tre dei quattro attuali scaglioni di reddito utilizzati per calcolare l’IRPEF, rideterminando le relative aliquote fiscali. Le ipotesi alternative avanzate dai tecnici riguardano due diverse modalità di articolazione di scaglioni e aliquote IRPEF ancora allo studio. Confrontando il carico fiscale IRPEF dal 2007/2021 (cinque scaglioni), quello della mini riforma del Governo Draghi, (quattro scaglioni) e le due ipotesi alternative del Governo Meloni (tre scaglioni) emerge la seguente situazione:

La prima osservazione che appare subito è che la diminuzione del carico fiscale riguarda, in generale, tutti gli scaglioni di reddito meno il primo, che resta, dal 2007 fermo all’aliquota del 23% (detrazioni di imposta a prescindere). I contribuenti sono più di 17 milioni e rappresentano il 43% dell’intera platea con un reddito medio lordo pro capite di 7.068 €.

La montagna ha partorito il topolino

Al contrario i redditi medio alti (oltre 50'000 Euro) sono quelli che hanno ricevuto e che riceveranno con la nuova riforma maggiori benefici. Sono poco più di 2 milioni, rappresentano poco più del 5% del totale con un reddito medio lordo pro capite di 91'605 € (dati ultima dichiarazione redditi 2021).

Uno sguardo ai nostri vicini di casa: la Francia e la Germania, che utilizzano un sistema di imposizione progressiva rispettivamente a cinque e quattro scaglioni di reddito con entrambe l’aliquota d’imposta iniziale del 14%, calcolano quest’ultima solo una volta superata la franchigia di base (la nostra No Tax Area, che è di 8'174 € per i lavoratori dipendenti e di 8'400 € per i pensionati) che è rispettivamente pari a € 9'964 in Francia e a € 10'347 in Germania. A differenza di quanto avviene in Italia, l’imposta nei due Paesi viene calcolata solo sull’importo superiore alla franchigia di base e non sull’intero importo quando viene superato di un solo Euro, sistema quest’ultimo produttivo di evasione e di dichiarazioni infedeli.

Per concludere, sulla scia dei dati tecnici indispensabili per comprendere meccanismi così complessi come quelli che riguardano il sistema fiscale italiano, la riforma del governo Meloni, spacciata come "epocale" e "rivoluzionaria" non è altro che quel topolino di cui scrive nel suo ultimo articolo Rocco Artifoni[1], che non si vede ancora, ma che si vedrà nei prossimi mesi con l’emanazione dei decreti delegati. Ovvero, la riforma resta purtroppo in linea con le precedenti, ma in più con gravi omissioni come quella della mancanza del riordino del catasto. Dichiarare tra gli obiettivi della riforma l’abbassamento delle tasse in ragione dell’equità, quando il solo 5% dei contribuenti più ricchi ne potrà beneficiare, è decisamente "discutibile", per usare un eufemismo. Dunque, appare più che legittimo il contrasto esercitato in questi giorni dai sindacati nelle piazza e nei luoghi di lavoro e dalle forze di opposizione in Parlamento.

Note 

[1] https://www.laportadivetro.com/post/lo-zoo-della-riforma-fiscale-del-governo-meloni

Fonte: https://www.laportadivetro.com/post/riforma-fiscale-secondo-meloni-arricchiamo-quelli-già-ricchi

Lo "zoo" della riforma fiscale del governo Meloni

La montagna stavolta ha partorito diversi animali. Il riferimento è al Consiglio dei ministri che ieri, 16 marzo 2023, ha approvato, con procedura d’urgenza, un disegno di legge di delega al Governo per la riforma fiscale.

Anzitutto, ecco un topolino, difficile da individuare, poiché - nonostante la procedura d’urgenza - si tratta di un disegno di legge che dovrà essere discusso ed eventualmente approvato (magari con modifiche) dal Parlamento. Di conseguenza, i tempi sicuramente non saranno brevi. Inoltre, una volta entrata in vigore la legge delega, il Governo avrà 24 mesi di tempo per emanare i decreti attuativi per la revisione del sistema fiscale. La promessa della “flat tax” (una tassa proporzionale sui redditi) per tutti è diventata l’obiettivo di legislatura (cioè nel 2027), senza spiegare come verrà garantita la progressività costituzionale.

Un gatto che si morde la coda, perché è il Parlamento che eventualmente dovrebbe dare una delega al Governo per attuare una legge di riforma fiscale. Invece, in questo caso è il Governo che ha scritto una proposta di legge che prevede che il Parlamento deleghi il Governo: un cortocircuito un po’ ridicolo e anche poco rispettoso della divisione dei poteri tra legislativo ed esecutivo.

Un gattopardo, che ovviamente non è un animale, ma è il simbolo di ciò che cambia nella forma per rimanere sostanzialmente simile a se stesso. Questo perché per realizzare la riforma e la riduzione delle imposte sui redditi servono risorse, che verranno recuperate tagliando le deduzioni e le detrazioni fiscali. Insomma, il gettito fiscale e le imposte reali non cambieranno di molto. Verrà modificata soltanto la modalità del calcolo: aliquote fiscali più basse, ma con meno sconti sulle imposte da pagare.

Un camaleonte è invece la preannunciata riduzione dell’IRES (imposta sui redditi delle società) e l’abolizione dell’IRAP (imposta regionale sulle attività produttive), per la quale avverrà una revisione organica volta all’abrogazione del tributo e alla contestuale istituzione di una sovraimposta IRES, tale da assicurare un equivalente gettito fiscale. Per cui l’IRES sarà ridotta ma anche aumentata!

Nello zoo del disegno di legge delega potremmo intravvedere anche altri animali, ma per individuarli meglio è opportuno attendere i tempi previsti dall’iter legislativo e dai decreti attuativi. Nel frattempo il rischio che il sistema tributario continui ad assomigliare ad una giungla resta assai elevato.

Fonte: https://www.laportadivetro.com/post/lo-zoo-della-riforma-fiscale-del-governo-meloni

La legalità fiscale va insegnata a scuola

L’evasione fiscale rappresenta per l’Italia una questione centrale nella relazione tra finanza pubblica e sistema economico, non solo per un’evidente tensione etica verso l’equità, ma anche per i riflessi sull’efficienza del sistema Paese.

Tollerare l’evasione si traduce in un sussidio implicito ai settori meno efficienti dell’economia e rende necessario un aggravio della pressione fiscale, indispensabile per raccogliere il volume di risorse necessarie allo svolgimento dei vari servizi di pubblica utilità. Ne deriva una perdita di competitività per i settori più efficienti. Varie stime valutano l’evasione fiscale in 100 miliardi annui e l’economia sommersa superiore al 20% del Pil. Se a ciò si aggiunge l’economia criminale, si stima che più di un quarto del nostro Pil risulti ignoto al fisco. Ciò riduce le entrate necessarie a garantire un efficace funzionamento della macchina statale. Inoltre, compromette la possibilità di realizzare un efficiente sistema di Welfare e, per di più, distorce la distribuzione del carico fiscale e dei benefici ricevuti, a sfavore di chi sceglie di non evadere.

È mancato fino ad oggi un impegno politico serio e determinato per combattere questo fenomeno anche perché, se si dà credito a buona parte dei media e a molti esponenti politici, l’evasione fiscale viene percepita come una forma di difesa del cittadino nei confronti dello Stato. Ne consegue che la necessità di portare avanti una seria lotta all’evasione venga considerata dai più come la minaccia di uno Stato autoritario, piuttosto che una battaglia di giustizia sociale. Siamo abituati a sentire politici anche di primo piano che, specie nelle ricorrenti consultazioni elettorali, si fanno vanto del fatto che il loro partito non abbia messo mai e non metterà mai «le mani in tasca degli italiani», paragonando un atto legittimo dello Stato all’azione di un «ladro». Da parte loro, molti evasori fiscali giustificano la loro scelta attribuendola alla presenza di «aliquote fiscali» troppo elevate, guardandosi però bene dal riconoscere che questa situazione è proprio la conseguenza del loro comportamento irresponsabile. Le aliquote, infatti, potrebbero essere sensibilmente contenute proprio se a pagare le tasse fossero tutti e non solo quelli che scelgono di non evaderle per senso civico o perché non hanno la possibilità di farlo in quanto impiegati, operai o pensionati.

Al di là di ogni più o meno giustificata, molte volte lo è, retorica vittimistica, l’evasione fiscale in Italia è in gran parte alimentate da un fenomeno culturale che si caratterizza per un limitato senso dello Stato e per una assai poco diffusa «moralità fiscale». Questa condizione, peraltro, rende assai complessa e limitata l’azione di contrasto all’evasione condotta dalle istituzioni a ciò preposte quali l’Agenzia delle entrate e la Guardia di finanza. Occorre dunque un urgente cambiamento radicale nel rapporto fisco-cittadino. A cominciare dall’introduzione nell’ordinamento formativo delle scuole medie di una materia autonoma, avente pari dignità rispetto agli altri insegnamenti, che formi i cittadini di domani sui valori costituzionali fondanti della convivenza civile, di cui la legalità fiscale rappresenta una delle maggiori espressioni. È molto importante che sin dalla giovane età si radichi la consapevolezza che pagare le tasse è uno dei doveri fondamentali di un cittadino; non pagare le tasse è uno dei peggiori reati che un cittadino possa commettere, perché danneggia tutta la collettività; pagando le tasse si aiutano i più poveri. Una preziosa occasione per procedere con fermezza in questa direzione è data oggi dal Pnrr, che tra le riforme da realizzare per usufruire di ingenti somme pone in primo piano proprio quella dell’amministrazione fiscale.

Fonte: https://www.ecodibergamo.it/stories/premium/Editoriale/la-legalita-fiscale-va-insegnata-a-scuola_1447385_11/

La restaurazione fiscale

Basta guardare questo grafico per comprendere che in 50 anni (dal 1974 ad oggi) le aliquote fiscali sui redditi (IRPEF) hanno subìto un’involuzione, per diverse ragioni.

L’aliquota più elevata è scesa dal 72 al 43%, cioè i ricchi hanno pagato sempre meno. Gli scaglioni sono diminuiti da 32 a 4: così facendo il criterio della progressività costituzionale è stato compresso.

Senza dimenticare che ai lavoratori autonomi con redditi fino a 85 mila euro viene applicata un’imposta proporzionale al 15% (flat tax), con un trattamento assai privilegiato rispetto ai lavoratori dipendenti e ai pensionati. Tutto ciò nonostante sia noto che, complessivamente, il 78% dell’evasione fiscale deriva da evasione dell’IVA e dell’IRPEF da lavoro autonomo (fonte: OCPI su dati NADEF 2022).

Inoltre, dal calcolo dell’imposta progressiva sono state sottratte diverse tipologie di redditi, che vengono tassati a parte con aliquote sostitutive più basse e non progressive (dal 10 al 26%), eliminando di fatto il cumulo dei redditi.

Con queste premesse, non ci si può stupire dell’aumento delle disuguaglianze. In Italia, negli ultimi 20 anni l’1% più benestante della popolazione ha aumentato la quota di ricchezza dal 15% al 20% e il 10% più ricco è passato dal 40% al 55% del totale (fonte: Oxfam).

Il Governo presieduto da Giorgia Meloni ha preannunciato una riforma del fisco, con l’intenzione di passare da 4 a 3 aliquote. Insomma, si prosegue nella deriva degli ultimi 50 anni.

Infatti, in Assemblea Costituente nel presentare l’art 53 si chiariva: “L’attuale sistema tributario è regolato dall’art. 30 dello Statuto Albertino e basato sul criterio di proporzionalità (…), il che costituisce una grave ingiustizia che danneggia le classi sociali meno abbienti e da correggere in sede di calcolo del reddito complessivo, (…) così da colpire il reddito nella sua reale misura, applicando una progressività tale che diventi la spina dorsale del nostro sistema tributario” (Salvatore Scoca).

Se le parole hanno ancora un significato, non di riforma bisognerebbe parlare, ma dell’ennesima restaurazione fiscale.

Il condono agli evasori e la giustizia a pagamento

Fanno il condono e poi la chiamano pace fiscale. Il governo di Giorgia Meloni non sfugge all’italica tradizione dei colpi di spugna sulle tasse dovute allo Stato non versate. Anche se naturalmente ricorre a una definizione gentile, come a suo tempo hanno fatto i precedenti esecutivi adoperando termini come «scudo», «tregua», «sanatoria» e via condonando.

Si può dire che tutta la classe politica dal Dopoguerra a oggi abbia fatto ricorso a questo strumento. Persino l’austero Mario Draghi, che ha cancellato con il decreto Sostegni le cartelle esattoriali fino a 5mila euro dal 2000 al 2010, non si è sottratto alla tradizione. Lo abbiamo già scritto: se è vero come diceva Beniamino Franklin che a questo mondo di certo ci sono solo la morte e le tasse, in Italia il detto non vale, anzi forse la massima andrebbe rovesciata: in Italia di certo ci sono la morte e i condoni. E a proposito di morte in passato di condoni ce ne sono stati anche due detti «tombali», perché il contribuente regolarizzava una volta per tutte la sua posizione: chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, scurdammoce o passato.

Stavolta però c’è una sorta di salto di qualità. Al provvedimento ha lavorato anche il ministero della Giustizia, poiché il testo prescrive che se si versano i debiti pregressi con lo Stato i reati annessi vengono cancellati, concedendo una sorta di «grazia» agli evasori. La misura messa in cantiere da via Arenula e da via XX Settembre estingue infatti ben tre reati: l’omessa dichiarazione dei redditi (che prevede da un anno e 6 mesi a 4 anni di reclusione), l’omesso versamento (da sei mesi a tre anni) nonché la dichiarazione infedele (da due anni a 4 anni e mezzo). Si sta cercando di dar vita a una «causa estintiva per comportamento riparatorio». Se l’evasore versa quanto è dovuto, compresa la sanzione accessoria, la giustizia chiuderà un occhio. Ecco così questa inedita prescrizione fiscale, non però «erga omnes», che è lo spirito di ogni legge, ma a pagamento e dunque per chi se lo può permettere.

Siamo sicuri che non si stia violando l’articolo 3 della Costituzione («Tutti i cittadini (…) sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di (…) condizioni personali e sociali»)?Naturalmente si tratta di una misura «a tempo», dettata dall’emergenza, che poi è sempre la solita necessità di grattare dal fondo del barile in tempi di vacche magre, recuperando «risorse già date per perse». Ma intanto in questo modo si premiano gli evasori e soprattutto i furbi che hanno alterato i dati contabili, con buona pace dei contribuenti onesti.

Inutile aggiungere che questo provvedimento di fatto rientra nella direzione di incoraggiare l’evasione fiscale (come le cartelle inferiori a mille euro rottamate). D’ora in poi molti cittadini potrebbero trovare conveniente non dichiarare le tasse e di conseguenza non pagarle. Male che vada c’è sempre il condono, dal punto di vista giudiziario non si rischia niente, arriverà un bel colpo di spugna (dettato dall’emergenza, si capisce, che da noi è cronica). Insomma: per pagare c’è sempre tempo. Al Mef hanno persino introdotto la parola «perdono fiscale». La cultura ebraico-cristiana del perdono (nei giubilei venivano cancellati i debiti) e la morale cattolica però c’entrano poco con la storia recente di questa specialità tipicamente italiana, che – come abbiamo già scritto anche in questo caso - è sempre stato un mezzo per acquisire consenso, evitare tensioni sociali e soprattutto raccattare gettito laddove era difficile e complicato esigerlo. Inoltre il perdono di solito è associato al termine «pentimento» e in questo caso non risulta che l’evasore si debba pentire di qualcosa. Anzi, a ben vedere, potrebbe pensare di aver fatto proprio bene, visto come è andata a finire.

Fonte: https://www.ecodibergamo.it/stories/premium/Editoriale/il-condono-agli-evasori-e-la-giustizia-a-pagamento_1447047_11/

 

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