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Fisco

Riforma del catasto ed equità fiscale

Il rischio di crisi di governo sulla riforma del catasto, sventata per un voto di differenza, ma ancora incombente, è frutto di un sospetto, e in quanto tale indice di preoccupante fragilità per l’esecutivo di larga maggioranza. La materia del contendere è infatti di per sé innocua, trattandosi solo di avviare una ricognizione dei valori immobiliari entro il 2026, con l’impegno scritto di evitare ricadute fiscali fino a quella data.

Ma, su una materia delicata come la tassazione della casa, il centrodestra compatto, Brunetta escluso, non si fida, e fiuta l’essenza del problema, e cioè che, prima o poi, se un immobile acquista un maggior valore catastale, dovrà pagare una imposta superiore all’attuale. Poco importa se in compenso vi saranno immobili oggi super valutati che scenderanno le scale fiscali.

Il sospetto insomma è fondato, ma allora il vero problema è chiedersi se è giusto o no proporre la questione. E a noi pare giusto. Non possiamo in eterno andare avanti con l’ipocrisia di valori catastali spesso ridicoli e sottoporre chi compra e vende case alla doccia scozzese di aliquote alte ma basate su moltiplicatori irrisori. Liberiamo il dibattito sull’equità delle aliquote Imu dalla finzione. Si va avanti così da decenni, con l’aggravante di un catasto lasciato lì a prendere polvere nell’era della digitalizzazione, che comunque avanza e crea ulteriori scompensi e diseguaglianze territoriali.

L’Europa lo sa bene, e nel PNRR presentato dall’Italia c’è una condizione ben chiara: se si vogliono ricevere aiuti addirittura senza restituzione, non si può più accettare questa presa in giro dell’aliquota alta su un bene svalutato. Il Parlamento ha approvato festosamente il piano ed è felice di ricevere in questi giorni la prima tranche dei miliardi di Bruxelles, il Consiglio dei ministri ha varato all’unanimità una scelta che fa parte di un ben più vasto progetto di riforma fiscale, ma poi in Commissione e speriamo non in Aula, i partiti vanno per conto proprio, ammiccando a questo o quel pezzo di elettorato. Lo stesso atteggiamento usato per la questione concorrenza, a difesa di interessi costituiti (balneari, ambulanti, tassisti, farmacisti) senza aver attenzione ai tanti, soprattutto giovani, che per l’uso di beni di tutti come spiagge e suolo pubblico, vorrebbero semplicemente partecipare ad una gara senza pagare sottobanco una licenza o aspettare un’eredità.

Le nostre città sono profondamente cambiate. Una casa che era considerata popolare nel centro di Milano o nei nuovi quartieri della movida pagava poche tasse perché valeva poco un cortiletto scuro, un appartamento a ringhiera, ma oggi a Brera o sui Navigli ci sono dei piccoli gioielli che modernizzano il passato. Una mansardina era una soffitta ed è impagabile oggi con vista sul Duomo. Non parliamo poi di vecchie cascine diventate dimore di lusso in Toscana o depositi di acqua diventate piscine da sogno.

Dunque, le imposte saliranno, ed è già grasso che cola il lungo tempo che è passato e la bellezza di altri quattro anni per arrivare ad una revisione delle aliquote, ponendo fine a metodi arcaici come il calcolo basato sui vani anziché sui metri quadrati, come fa qualsiasi agenzia immobiliare che mette in vetrina costi di mercato e magari informa già in partenza che il catasto è basso. Non si può fare marketing con il bilancio dello Stato.

Il governo Monti ci aveva provato con le cattive, aumentando l’IMU, ed è stato mandato a casa. Ora Draghi dà tutto il tempo della «ricognizione» per consentire almeno una meditazione. Usiamolo per dare un senso a parole di cui tanto ci si compiace, come giustizia sociale ed equità fiscale.

Fonte: https://www.ecodibergamo.it/stories/Editoriale/riforma-del-catasto-ed-equita-fiscale_1422858_11/

 

Catasto, centro destra mobilitato contro Draghi

Non c’è pace sul catasto. Del resto, nel nostro Paese quando si parla di modernizzare il sistema di controllo degli immobili, scatta la mobilitazione dei professionisti della disinformazione, con la libera docenza in demagogia e populismo. Complice, per la verità, una soffocante pressione fiscale che si trasforma in una arma impropria mediatica proprio di chi le tasse o non le paga o scegli “l’autoriduzione”. Morale: il percorso politico del Disegno di Legge Delega rimane accidentato.

Alla ripresa dei lavori, sospesi dal 20 gennaio, della VI Commissione Permanente Finanza, la maggioranza si è divisa sull’art. 6 relativo alla revisione del catasto. Un’ora appena di discussione per dirsi ciò che è chiaro da mesi. Tuttavia l’emendamento presentato dal centrodestra alla revisione dei criteri per la mappatura catastale non ha superato la conta, ma per un solo voto: 22 a 23.

Una spaccatura sufficiente a far dire al leader della Lega Matteo Salvini di ritenersi “autonomo” sulla partita fisco. In precedenza, non erano valse le sollecitazioni del Governo, attraverso la sottosegretaria Maria Cecilia Guerra, che ha chiesto il ritiro di tutti gli emendamenti che riguardano la materia del catasto, ritenendo tale richiesta un elemento decisivo non solo per la prosecuzione dell’esame del disegno di legge, ma anche per il proseguimento dell’azione del Governo.

L’attuale sistema estimativo catastale è fondato su una disciplina che risale, nella sostanza al 1939 (L. 1249 del 11 agosto 1939) e che riguarda, per il solo catasto fabbricati, uno stock immobiliare censito di 76 milioni e mezzo di immobili. Le recenti attività di fotoidentificazione hanno fatto emergere 1 milione 200 mila unità immobiliari urbane non censite a catasto, i cosiddetti immobili “fantasma”.

In attesa della mediazione proposta da Forza Italia attraverso la riscrittura dell’articolo, annunciata per la prossima riunione della Commissione, sembra utile menzionare che già da parte dell’Unione Europea era stata segnalata, fin dal 2019, la necessità di una riforma del catasto italiano, che con atto (COM (2019)512 final) raccomandava all’Italia di riformare i valori catastali non aggiornati.

L’art. 6, rubricato “Principi e criteri direttivi per la modernizzazione degli strumenti di mappatura degli immobili e la revisione del catasto dei fabbricati” si propone di modificare il sistema di rilevazione catastale e di disporre di strumenti più efficaci per individuarne e controllarne le consistenze, da offrire ai Comuni e all’Agenzia delle Entrate. Gli obiettivi sono quelli di portare alla luce le principali distorsioni del sistema che riguardano il corretto classamento degli edifici, gli immobili non ancora censiti, o che non rispettano la reale consistenza di fatto, la reale destinazione d’uso e infine gli immobili abusivi.

Ma, aspetto di rilievo dell’intera operazione, oltre ovviamente l’emersione dell’abusivismo edilizio, riguarda la predisposizione di modelli organizzativi che possano permettere la condivisione dei dati e dei documenti in via telematica tra Agenzia delle Entrate e gli stessi Comuni, secondo il paradigma dell’interoperabilità dei rispettivi sistemi informativi con l’utilizzo di metodologie innovative.

L’art. 6 prevede di integrare le informazioni già presenti nel catasto dei fabbricati attribuendo a ciascuna unità immobiliare entro il 1 gennaio 2026, un valore patrimoniale ed una rendita attualizzata ai valori di mercato, quest’ultima da aggiornare periodicamente in base alle fluttuazioni del mercato immobiliare. Tali informazioni, come stabilisce l’articolo di legge, non saranno tuttavia utilizzate per determinare la base imponibile dei tributi che colpiscono gli immobili, restando invariate le attuali rendite catastali.

La formulazione dell’articolo in questione sembrerebbe pertanto porre un espresso divieto di utilizzare, per finalità fiscali, le informazioni integrative da acquisire attraverso la suddetta attività, che viene pertanto ritenuta irrilevante ai fini della determinazione della capacità contributiva. Aspetto quest’ultimo che, seppur poco giustificabile – il catasto è uno strumento squisitamente fiscale – rende del tutto incomprensibile la posizione del centro destra che accusa, ciononostante, il Governo di voler aumentare la tassazione sugli immobili.

Ma è più comprensibile tale posizione, e preoccupazione, ove riferita ad una prospettiva di sviluppo di un sistema di anagrafe immobiliare integrata (già istituita con legge dal 2010) che dovrebbe andare a formare un’unica banca dati finalizzata ad attestare, ai fini fiscali e per ciascun immobile censito a catasto, il soggetto titolare di diritti reali, attraverso la piattaforma SIT (Sistema Integrato del Territorio) in via di estensione sul territorio nazionale a fianco dell’archivio nazionale dei titolari di diritti reali (AdT).

L’interoperabilità delle banche dati fiscali rappresenta la base, indispensabile, come si legge nel Documento approvato dalla Commissione Parlamentare di Vigilanza sull’Anagrafe Tributaria il 12 gennaio 2022, per un’amministrazione finanziaria efficiente, sia in termini di contrasto all’evasione fiscale e ai reati finanziari, oltre che di semplificazione degli adempimenti fiscali dei cittadini. Degli 80 miliardi annui stimati di evasione fiscale, quella sugli immobili ne rappresenta oltre 6 tra IMU, affitti in nero e case fantasma.

La digitalizzazione della Pubblica Amministrazione è in questo momento di particolare attualità in quanto rientra, come la stessa riforma del fisco, tra le linee di intervento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Fonte: https://www.laportadivetro.org/catasto-centro-destra-mobilitato-contro-draghi/

 

 

Fisco, il “grande freddo” del parlamento… ma non è un capolavoro

È trascorso più di un anno da quando le Commissioni Finanze e Tesoro di Camera e Senato, in sezioni congiunte, hanno avviato il loro programma di lavoro per svolgere una indagine conoscitiva sullo stato del sistema fiscale italiano e per proporre indicazioni utili all’Esecutivo all’avvio della tanto attesa, nonché più volte richiesta, riforma del fisco italiano. Un anno occupato da sei mesi di lavoro e 61 audizioni per scrivere un documento conclusivo di 21 pagine di indirizzo politico al Governo, che il 5 ottobre 2021, con un certo ritardo sui tempi programmati, ha approvato il disegno di legge contenente la delega per la revisione del sistema fiscale.

Il disegno di legge (AC 3343) è stato presentato, in prima lettura, il 29 ottobre alla Sesta Commissione Finanze della Camera dei Deputati che ha iniziato il proprio esame sul documento il 17 novembre successivo. Il 14 gennaio, scadenza prevista per la presentazione degli emendamenti ai 10 articoli del disegno di legge da parte dei partiti, sono pervenute 467 proposte emendative – di cui 454 ammesse – all’esame della commissione. Nel frattempo i deputati della VI commissione finanze si sono riuniti nove volte, l’ultima il 20 gennaio scorso, e hanno lavorato in tutto 13 ore e 35 minuti, (90 minuti medi per ogni sessione) prima di sospendere, causa elezione Presidente della Repubblica i propri lavori sull’esame del documento, al momento in cui si scrive non ancora ripresi.

Una cronaca che si commenta da sola e che, anche senza entrare nel merito delle posizioni politiche espresse con le richieste correttive al disegno di legge, evidenzia come il tema del fisco continui ad essere ancora un tabù, come tale destinato ad essere nascosto per quasi tutti i decisori politici, come la polvere, sotto il tappeto. Salvo a farlo emergere – le elezioni non sono poi così lontane – come mezzo per ottenere consenso. Basta leggere molti degli emendamenti che chiedono la cancellazione della riforma del catasto e quelli che aumentano la soglia di ricavi da assoggettare alla Flat tax sui quali l’accordo tra i due principali schieramenti appare come un’impresa impossibile.

Vicenda quest’ultima che richiama tristemente alla memoria il destino della legge delega fiscale n. 23 dell’11 marzo 2014 (“Delega al Governo per la realizzazione di un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita”). L’Art. 2 avrebbe dovuto provvedere alla riforma del catasto degli immobili, per correggere le sperequazioni delle attuali rendite aumentate a seguito dell’introduzione di un nuovo moltiplicatore per il calcolo dell’imposta municipale (IMU). Il termine per l’attuazione della delega, scaduto il 27 giugno 2015 non ha consentito allora, insieme alla razionalizzazione dell’imposta sul valore aggiunto e di altre imposte indirette, l’attuazione della riforma del catasto dei fabbricati, con la conseguenza di perpetuare una delle ingiustizie più evidenti del sistema di tassazione degli immobili.

Fonte: https://www.laportadivetro.org/fisco-il-grande-freddo-del-parlamento-ma-non-e-un-capolavoro/

 

Lo studio: “Il sistema fiscale italiano è regressivo, contribuisce alle disuguaglianze. Per correggerlo serve una tassa sul 5% più ricco”

Le conclusioni di un paper cofirmato da Andrea Roventini della Scuola superiore Sant'Anna e Alessandro Santoro dell'Università di Milano Bicocca. Per il 5% della popolazione che ha i redditi più alti la tassazione risulta regressiva. E se si osserva l'andamento delle aliquote medie all'aumentare della ricchezza netta, la regressività riguarda l'intera architettura. Per invertire la rotta, è la proposta, servono una tassa personale progressiva (eliminando quindi le flat tax sui redditi da capitale) e una wealth tax dell'1% oltre i 600mila euro.

 

Il sistema fiscale italiano sembra disegnato apposta per aumentare le disuguaglianze. Per il 5% della popolazione che ha i redditi più alti risulta addirittura regressivo: in pratica l’aliquota media pagata da quei contribuenti diminuisce all’aumentare del loro reddito, con il risultato che per chi guadagna più di 500mila euro si ferma intorno al 37%. Meno di quella applicata a chi sta nelle fasce più basse della piramide. Se poi si osserva l’andamento delle aliquote medie all’aumentare della ricchezza netta, si scopre che la regressività riguarda l’intera architettura: più si sale nella classifica del patrimonio posseduto, più diminuisce l’aliquota media dovuta. Sono i risultati – eclatanti – di un paper pubblicato dall’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna e firmato da Andrea Roventini dell’ateneo pisano, Alessandro Santoro dell’Università di Milano Bicocca (consigliere del Tesoro e presidente della commissione che scrive la relazione annuale sull’evasione fiscale) e dai ricercatori Demetrio Guzzardi ed Elisa Palagi. La conclusione del lavoro è che per correggere la rotta – considerato che la regressività è in contrasto con l’articolo 53 della Costituzione – “occorrono misure radicali come una tassa sulla ricchezza“.

Il lavoro presenta nuove evidenze sulla distribuzione dei redditi in Italia, ottenute riconciliando per la prima volta dati macro e microeconomici, usando informazioni più accurate sui consumi e migliorando le stime sui redditi da capitale che sono usualmente molto sottorappresentati. Il risultato è una revisione al rialzo dei numeri che descrivono le disuguaglianze nella Penisola: la concentrazione di reddito nelle fasce che comprendono il 10%, l’1% e lo 0,1% di contribuenti con introiti maggiori risulta più alta di una percentuale tra il 2 e il 3% e la quota di reddito nazionale in mano a quelle fasce è sempre cresciuta dalla crisi finanziaria del 2008. Al contrario il 50% più povero tra 2004 e 2015 ha visto via via ridursi la propria quota di reddito nazionale al lordo delle tasse, ad un ritmo maggiore che negli Usa. “La disuguaglianza di reddito prima delle tasse è cresciuta lasciano indietro i poveri, mentre la quota dei redditi aumentava costantemente”. I più danneggiati dall’allargamento dei divari sono i soliti: gli under 35, le donne, gli abitanti del Meridione.

Partendo dai nuovi dati gli autori calcolano le aliquote effettive pagate dai contribuenti in base a reddito e distribuzione della ricchezza. Trovando che al crescere dei redditi l’aliquota “è solo moderatamente progressiva fino al 95esimo percentile circa” per poi rivelarsi addirittura regressiva. Un chiarimento è d’obbligo, visto che sulla carta l’imposizione è ovviamente crescente al salire del reddito (lo era fino allo scorso dicembre e lo rimane dopo il taglio delle aliquote da cinque a quattro con la riforma Irpef entrata in vigore a gennaio, di cui lo studio non tiene conto): l’aliquota media dipende in maniera cruciale dal tipo di introito e dall’incidenza dei contributi sociali, che sono regressivi così come le imposte indirette sui consumi (Iva). Per chi guadagna oltre 78mila euro l’anno, cioè il top 5%, il sistema diventa regressivo perché in quella fascia fino al 45% del reddito deriva dal possesso di strumenti finanziari e aziendali e di conseguenza non è soggetto all’Irpef bensì gode di aliquote piatte come quella sui dividendi, al 26%. E sopra non ci si pagano contributi. Risultato: il gruppo a più alto reddito, sopra i 500mila euro, si vede applicare “le aliquote stimate più basse, intorno al 37%“.

L’evidenza dell’iniquità è ancora più schiacciante quando si ordinano gli individui in base alla ricchezza netta: “Visto che i redditi da capitale sono proporzionali alla ricchezza”, spiega il paper, “maggiore è la ricchezza più alto è il flusso di redditi tassati in maniera proporzionale“, cioè non soggetti all’Irpef ma ad un’aliquota piatta. “Questo porta a una complessiva regressività del sistema nel suo complesso, quando si considera la ricchezza”. Cosa che, secondo gli autori, “fornisce ulteriore supporto per l’introduzione di una tassa sulla ricchezza in linea con il lavoro di Saez e Zucman“.

Dalle simulazioni risulta del resto che anche introducendo una tassa personale progressiva applicabile a tutte le fonti di reddito (cioè eliminando le tasse piatte sui redditi da capitale) non si otterrebbe una sensibile riduzione della progressività. L‘unica strada per garantire perlomeno un sistema di tassazione proporzionale per i redditi più alti, è la conclusione dello studio, consiste nell’affiancare alla tassa personale progressiva “una wealth tax solo sul top 5% della distribuzione della ricchezza”. L’ipotesi è quella di un prelievo dell’1% oltre i 600mila euro di ricchezza netta: in questo modo si colpirebbe il 10% più ricco ma “l’incidenza sarebbe significativa solo per il 5% più ricco” e si otterrebbe una lieve progressività lungo tutta la distribuzione dei redditi. Oltre ad un aumento del gettito stimato in 27,5 miliardi. “Questi nuovi risultati dovrebbero essere tenuti in conto nell’attuale dibattito sulla riforma del sistema fiscale italiano“, auspicano gli autori.

Lo stato della discussione non promette nulla di buono: l’esame della riforma in commissione Finanze alla Camera è in stallo, con il centrodestra sulle barricate contro la revisione del catasto descritta come una patrimoniale occulta (anche se nel 2014 ne ha votata una identica). Dall’ipotesi di qualsiasi intervento sulle ricchezze, pure raccomandato anche dal Fondo monetario internazionale, il Parlamento ha deciso di tenersi ben lontano e il governo ne ha preso atto. Con le elezioni politiche in calendario nel 2023, è materia radioattiva.

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/02/22/lo-studio-il-sistema-fiscale-italiano-e-regressivo-contribuisce-alle-disuguaglianze-per-correggerlo-serve-una-tassa-sul-5-piu-ricco/6501975/

 

Un fisco più equo e progressivo. Quattro pilastri da cui partire

A distanza di quasi 50 anni dell’introduzione dell’imposta sulle persone fisiche, l’Italia sta ancora cercando la strada per tassare i suoi cittadini con una certa equità. Memore del dettato costituzionale che impone di ispirare il sistema fiscale al principio di progressività, quando la riforma partì nel 1974 prevedeva 32 scaglioni, col primo al 10% su 13.321 euro e l’ultimo al 72% oltre 3,3 milioni di euro, precisando, ovviamente, che stiamo parlando di redditi rivalutati secondo il costo della vita di oggi. Ma appena dieci anni dopo gli scaglioni li troviamo ridotti a nove e rimodulati secondo diversi livelli di reddito. La scelta, proseguita anche negli anni successivi, fu quella di innalzare marcatamente le aliquote medie sui redditi fino a 50mila euro, mentre si procedeva con aumenti più leggeri fino a 500mila euro, applicando addirittura una riduzione oltre tale soglia.

L’ ultima riforma del 2007, poi rimasta in vigore fino al 2021, aveva praticamente raddoppiato le aliquote medie fino a 33mila euro, aveva fatto crescere di 1012 punti quelle applicate fino a 120mila euro, di 1-10 punti quelle fino a 532mila euro, mentre aveva fatto scendere di 3 punti le aliquote sui redditi fino a un milione di euro e addirittura di 16 punti quelle oltre 3,3 milioni di euro. Probabilmente il legislatore si era accorto che il 90% dei contribuenti italiani si trova al di sotto di 50mila euro e per garantire allo Stato un adeguato gettito fiscale aveva deciso di inasprire la pressione fiscale su tali fasce. Tuttavia, le aliquote ufficiali sono solo l’aspetto più in vista del sistema fiscale, non la vera misura di ciò che i cittadini pagano. In effetti, almeno in Italia, esiste tutto un sistema di detrazioni e agevolazioni che di fatto riducono anche in maniera drastica gli importi da pagare. Chi le ha censite ne ha contate 602.

Ogni tipo di reddito ha la propria: non solo quello da lavoro dipendente, da pensione, da lavoro autonomo, da attività sanitaria libero professionale intramoenia, da partecipazioni a commissioni tributarie, ma anche quello ottenuto dai parlamentari e molte altre cariche elettive. Niente di male, ma il guaio delle detrazioni è che fanno perdere trasparenza al sistema fiscale e lo rendono altamente disuguale senza che nessuno se ne renda veramente conto. Per di più, lo espongono a forti pressioni di tipo clientelare, nel senso che rischiano di essere favorite le categorie con maggiore capacità di battere i pugni sul tavolo e quelle che i politici hanno interesse ad accontentare.

Recentemente in Italia si è riacceso il dibattito sulla riforma del sistema fiscale, anche su pressione dell’Unione Europea che l’ha posta come condizione per il rilascio dei finanziamenti necessari all’attuazione del PNRR. Ma il risultato una misura inserita all’ultimo momento nella Legge di bilancio approvata nel dicembre 2021, che ha più l’aria del provvedimento tampone che della vera riforma strutturale orientata a sanare i vizi di fondo. Le aliquote sono state portate da cinque a quattro, lasciando immutata quella del 23% fino a 15mila euro, riducendo le due successive fino a 50mila euro e appesantendo di 2-5 punti quella fra 50 e 75mila euro su cui si applica l’ultima aliquota del 43%, che prima scattava oltre i 75mila euro. Contemporaneamente sono state ritoccate anche numerose detrazioni e il risultato finale è che tutti gli scaglioni di reddito godono di una riduzione d’imposta, a volte più marcata sui redditi bassi, a volte sui redditi medio alti a seconda del tipo di reddito percepito. Per lo Stato, il risultato previsto è una perdita di 7 miliardi di euro che sarà coperta con nuovo debito. Il solito vizio di fare le riforme sociali non con operazioni di livellamento tributario, ma scaricando il peso sulle generazioni future.

La speranza è che la recente modifica rappresenti solo il primo passo di una più profonda operazione di equità fiscale, che deve basarsi su quattro principi: no tax area, cumulo dei redditi, progressività estesa ai redditi alti, obbligo di dichiarazione comprendente non solo i redditi percepiti ma anche i patrimoni detenuti. Una vera no tax area va introdotta per garantire a tutti un minimo vitale inviolabile. Il cumulo dei redditi va sancito per evitare di sottoporre a progressività quasi esclusivamente i redditi da lavoro e da pensione, mentre si garantisce la flat tax ai redditi derivanti da proprietà patrimoniali: un doppio regime che contribuisce a rendere i ricchi sempre più ricchi a danno dell’erario, come testimonia la recente ricerca realizzata dal Centro Einaudi e da Intesa Sanpaolo sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani nel 2021. Dall’indagine emerge che nell’ultimo anno i risparmi degli italiani sono aumentati di 110 miliardi di euro, mentre i risparmiatori sono diminuiti del 6,5%. Sono aumentate le disuguaglianze.

La progressività deve essere moltiplicata sui redditi alti, quelli oltre 100mila euro, anche se sono pochi i percettori di redditi così elevati. L’equità redistributiva è un valore che va applicato indipendentemente dalla statistica. Oltre a rafforzare la cultura della giustizia, alte aliquote sui super redditi contribuiscono a riempire le casse pubbliche perché alti prelievi su alti redditi forniscono gettiti ragguardevoli anche se il numero di contribuenti è basso. E per finire, l’obbligo esteso a tutti di presentare la propria situazione economica sia da un punto di vista reddituale che patrimoniale, avrebbe come minimo una funzione antifrode in quanto permetterebbe di verificare la congruità dei redditi. Se una persona dichiara 5mila euro all’anno, ma possiede depositi bancari, titoli borsistici, auto di lusso, case, qualcosa non torna.

Sulla base di questi principi l’Associazione per la riduzione del debito pubblico (ARDeP) propone di tornare ad un sistema molto differenziato con l’introduzione immediata di 20 scaglioni fino al limite di 300mila euro, riservandosi di fissarne di ulteriori fino a 600mila euro o anche oltre. Ma un altro aspetto interessante della proposta è l’introduzione di una no tax area, ipotizzata a 10mila euro, che assorba la giungla di detrazioni d’imposta oggi esistenti. In altre parole, fino a 10mila euro nessuno dovrebbe pagare niente. Ed è proprio in virtù di questo riconoscimento che Ardep propone che chi percepisce redditi inferiori, riceva un’integrazione da parte dello Stato fino al raggiungimento del limite esente. In termini tecnici questo meccanismo si definisce “imposta negativa sul reddito”, ma più popolarmente potrebbe essere chiamato “reddito di cittadinanza di tipo compensativo”.

L’imposta negativa sul reddito può funzionare solo se tutti hanno l’obbligo di dichiarare i propri redditi, anche se fossero pari a zero. In questo modo si contribuirebbe a risolvere anche la piaga dell’evasione fiscale. Il primo passo verso la legalità è l’emersione dalla clandestinità, ricordandoci che al momento risultano oltre 5 milioni di cittadini che non presentano dichiarazioni al fisco. E a conclusione della propria proposta, ARDeP dimostra che il suo impianto, oltre a garantire un reddito di almeno 10mila euro a tutti i contribuenti, non ridurrebbe di un centesimo l’attuale gettito IRPEF. Anzi lo innalzerebbe di 24 milioni di euro attestandolo su 165 miliardi e 140 milioni di euro. Ma con una diversa partecipazione contributiva da parte dei diversi scaglioni di reddito. Fondamentalmente calerebbero le aliquote medie di chi percepisce redditi fino a 50mila euro, mentre salirebbero quelle di chi ha redditi oltre tale soglia. Un riequilibrio contributivo che converrebbe non solo all’equità, ma anche alla dignità e alla convivenza sociale.

(tratto da Avvenire del 26 gennaio 2022)

 

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