L’affondo che Bayrou ha rivolto all’Italia avrebbe potuto aprire una discussione adulta su fisco, concorrenza tra ordinamenti e tenuta del nostro come degli altri patti sociali. Invece si è imboccata la scorciatoia più comoda: la polemica di giornata, la gara di dichiarazioni, il rimbalzo delle responsabilità.
Destra e sinistra, per una volta, sembrano aver camminato parallele: poche idee, molte reazioni. Ma le reazioni non sono politiche pubbliche. E, soprattutto, non pagano le scuole, gli ospedali, le pensioni.
Che cosa c’era da discutere, seriamente? Almeno tre questioni. La prima: la flat tax “per nuovi residenti” non ha effetti sistemici paragonabili a una riforma generale, ma tocca comunque un nervo scoperto europeo, quello della concorrenza fiscale. Vogliamo un’Unione in cui ogni Paese gioca a ribasso per attirare basi imponibili mobili, oppure un’architettura comune di principi minimi e controlli seri? La seconda: in Italia la progressività non è un ornamento retorico, è un comando costituzionale. Ci crediamo ancora? E se sì, dove la vediamo all’opera?
La terza: può sopravvivere a lungo un sistema che, mentre moltiplica regimi sostitutivi e forfettari, chiede la parte più faticosa del contributo fiscale quasi solo a lavoratori dipendenti e pensionati?
Qui sta il punto che Bayrou, quali che fossero le sue intenzioni, ci ha servito su un piatto d’argento. La progressività in Italia è da tempo in crisi profonda. Oggi meno della metà del gettito erariale proviene da imposte davvero progressive, circa il 40%, mentre la gran parte è composta da imposte indirette e sostitutive.
Per una serie di ragioni non proprio tutte ragionevoli si è operato, a mano a mano, un capovolgimento silenzioso della norma: ciò che la Costituzione immaginava come eccezione è diventato regola; ciò che doveva reggere il sistema (l’imposta personale progressiva) è rimasto un simulacro attorno a cui abbiamo costruito deroghe sempre più ampie. Davanti a questi numeri non bastano slogan: servono scelte.
Si potrebbe far cadere l’ipocrisia: se la progressività è stata già svuotata nella pratica, tanto vale ammetterlo, e confrontarsi apertamente su quale sistema sia più giusto e più efficace. Dichiarando senza nascondersi che si vuole cambiare la Costituzione in uno dei suoi cardini: il principio di equità e di uguaglianza, proclamato a parole e poi nei fatti sistematicamente tradito.
Anche la politica locale, intanto, si incarica di ricordarci che si può sempre peggiorare. Il “reddito di cittadinanza regionale”, che in vista delle prossime elezioni locali affiora come proposta da sinistra, ma che vanta ben note esperienze nel curriculum della destra, cosa è se non l’illustrazione perfetta di un Paese che si rassegna a certificare la diseguaglianza? Stesso bisogno, trattamento diverso a seconda del Cap. Ognuno rinchiuso nella sua gabbia di diversità.
Questo è l’opposto dell’eguaglianza sostanziale; ed è in contraddizione con l’idea stessa di livelli essenziali delle prestazioni. Non è solo un problema di fattibilità economica – che pure esiste – è un errore di politica pubblica. Le reti di sicurezza devono essere nazionali per missione, altrimenti si scambia l’uguaglianza per la lotteria territoriale.
E l’Europa? Anche qui, il silenzio pesa. L’Unione ha fatto passi avanti sul fronte della minima imposizione effettiva alle multinazionali, ma mantiene differenziali su corporate tax e regimi agevolativi che, di fatto, funzionano da calamite di basi imponibili e talenti. Se difendiamo il mercato unico per merci e capitali, perché accettiamo che la concorrenza tra ordinamenti fiscali rimanga una gara senza regole, con premi esagerati a chi si posiziona a valle? Il paradosso è che poi ci indigniamo per i “nomadi fiscali” senza chiederci quale sia il campo di gioco e chi scriva le regole.
Che fare, allora? Primo: ripartire dai princìpi, misurandoli. Stabilire un indicatore semplice di progressività effettiva del sistema e legare a quell’indicatore gli obiettivi di legislatura. Vogliamo che la quota di gettito da tributi progressivi salga dal 40 al 50%? Diciamolo, fissiamo tempi e tappe.
Secondo: riportare nella base Irpef, per quanto possibile, redditi oggi dispersi in regimi sostitutivi, semplificando davvero e senza demonizzare: la semplificazione è un valore, la frammentazione no.
Terzo: limitare i regimi speciali alla loro ratio originaria – contrasto all’evasione, rischi peculiari, semplificazione per micro- attività – e non alla comoda scorciatoia o all’inerzia dell’abitudine.
Quarto: costruire una posizione italiana in Europa che si qualifichi per promuovere armonizzazione, trasparenza integrale degli incentivi, clausole anti- transfer pricing, cooperazione rafforzata su imposizione dei redditi mobili. Infine, un punto politico. La progressività non è un tema per convegni, è il punto nodale del patto che tiene insieme chi studia e chi lavora, chi investe e chi cura, chi ha avuto di più e chi chiede una seconda possibilità. Non parlarne non lo rende meno urgente. E non affrontarlo, per anni, ci ha già consegnato un sistema che non funziona. È credibile promettere crescita, coesione o servizi migliori senza mettere mano a questa architettura? No, non lo è. È una favola. E non a lieto fine.
Fonte: Avvenire – 07/09/2025