Il rigore non basta, sul debito serve di più

Un merito che quasi tutti i commentatori riconoscono a questo governo è di essere stato in grado di tenere la barra dritta nella gestione dei conti pubblici. Non c’è dubbio che la riduzione del deficit al 3% del prodotto interno lordo (Pil), obiettivo che sembra ormai raggiunto, è un traguardo importante, perché contribuisce ad abbassare lo spread e dunque il costo degli interessi sul debito pubblico e anche il costo del finanziamento per imprese e famiglie.

Si può obiettare che la riduzione del deficit non era fra gli obiettivi enunciati in campagna elettorale dai partiti che formano l’attuale maggioranza di governo e che questo scollamento fra promesse elettorali e fatti non fa bene alla democrazia. Nelle elezioni del 2022 gli elettori hanno premiato il centro-destra perché prometteva ben altro. L’obiezione ci pare legittima. E tuttavia non possiamo non vedere i rischi cui l’Italia sarebbe andata incontro se si fosse tenuto fede alle promesse elettorali e non si fosse riusciti a ridurre il deficit.

Forse la fortuna dell’Italia è stata il fatto che il disgraziato esperimento del governo inglese di Liz Truss è avvenuto a settembre del 2022, poco prima delle elezioni italiane. Quell’esperimento consistette nell’annuncio di un drastico calo delle tasse e generò una fuga di capitali dal Regno Unito che rischiò di mettere in forse la tenuta finanziaria del Paese. Il che a sua volta portò alla caduta del governo in meno di due mesi dal suo insediamento. E contribuì anche alla storica disfatta del partito conservatore nelle successive elezioni politiche. Quell’esperimento fu la dimostrazione plastica di quanto sia importante una gestione prudente dei conti pubblici. Per il governo Meloni e per il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, sarebbe stato impossibile non tenere conto di quel drammatico fallimento.

Alla luce di queste esperienze, la domanda che ci si pone oggi è a che punto siamo. Nel momento in cui usciamo dalla procedura di infrazione, l’aggiustamento dei conti pubblici può considerarsi cosa fatta? O ci manca ancora molta strada da fare? Alle prossime elezioni possiamo dimenticarci dei conti pubblici e tornare a promettere più spese e meno tasse? La risposta onesta a questa domanda è che, con un debito al 136% del Pil, siamo solo all’inizio di un percorso di risanamento che durerà molti anni e continuerà a rappresentare, come è accaduto fino ad oggi, un vincolo molto serio rispetto alle legittime aspettative di maggior fondi per tanti beni pubblici meritevoli (sanità e scuola in primis, ma, purtroppo, anche difesa). Non solo: non si può ancora dire che l’Italia sia fuori dal tunnel, ossia dal rischio che eventi interni o internazionali, i famosi cigni neri, ripropongano momenti di grande tensione sui mercati finanziari.

Dall’inizio dell’Unione Monetaria, il deficit dell’Italia è stato quasi sempre sotto il 3% o poco sopra; eppure il problema del debito ha assillato tutti i governi e la crisi del debito del 2011 avvenne dopo che per vari anni il deficit si era collocato sotto o in prossimità del 3 per cento. Il punto è che il debito pubblico è un lascito negativo che può pesare per decenni sulle alterne fortune della nazione. Il debito che ci tormenta oggi ha origini lontane, nell’aumento del deficit degli anni settanta che si tradusse in aumento del debito pubblico negli anni ottanta. Dalla prima grande manovra di risanamento, quella del governo Amato nel 1992, sono passati oltre tre decenni e dopo tanto tempo ci troviamo con un debito più alto di quello di allora (136% a fronte del 104% del 1992), con un avanzo primario, ossia al netto degli interessi, risicato, come allora, e con alcuni cambiamenti in meglio abbiamo la protezione del Mes, anche se non ci piace, e, soprattutto, del “Trasmission Protection Instrument” della Bce e importantissimi cambiamenti in peggio: in questi tre decenni la crescita economica dell’Italia si è quasi azzerata e ha preso avvio un drastico calo demografico che pesa come un macigno sulla sostenibilità del sistema di welfare e dunque del debito pubblico.

Quasi tutti i previsori istituzionali vedono un aumento rilevante del debito/Pil nel lungo termine, a meno che non vengano prese ulteriori misure restrittive, ed è per questo motivo che lo spread, pur molto ridotto, rimane il più alto di tutta l’Eurozona (oggi affiancato a quello della Francia). Ovviamente queste proiezioni sono molto aleatorie, ma il confronto con il trentennio passato suggerisce che è molto difficile liberarsi da un alto debito pubblico e che, in ogni caso, questo è un compito che richiede non anni, ma decenni. Per molto tempo dunque dovremo attuare politiche di bilancio molto prudenti. Soprattutto, bisognerà trovare il modo di ridare fiato alla crescita economica, ossia al denominatore del rapporto debito/Pil. Con tutta evidenza non è un compito facile, ma è difficile credere che l’Italia sia condannata ad aeternum ad una crescita tanto più bassa di quella degli altri Paesi europei. Alcuni cambiamenti in atto o comunque possibili potranno alleggerire il compito: un aumento della occupazione femminile, che è ai minimi in Europa, una diffusione di pratiche di invecchiamento attivo, un aumento dei flussi migratori regolari, l’intelligenza artificiale. In ogni caso, un discorso onesto su debito pubblico e crescita economica è l’ingrediente centrale per alleggerire gli oneri sulle future generazioni e forse anche per ridare vitalità alla democrazia italiana, riducendo la distanza fra ciò che si promette e ciò che si fa.

Fonte: La Repubblica, 29 dicembre 2025