1. Il fallimento dell’autodichiarazione e la lezione dei dati
Da molti anni l’Associazione per la Riduzione del Debito Pubblico (ARDeP) sostiene che il contrasto all’evasione fiscale non possa essere affidato esclusivamente alle dichiarazioni rese dai contribuenti, ma debba poggiare sempre più su dati oggettivi acquisiti automaticamente dall’Amministrazione finanziaria.
Già circa dieci anni fa, in un nostro intervento (Nuove regole ISEE senza autocertificazione: tutti più ricchi?), avevamo evidenziato come il futuro della fiscalità dovesse essere costruito superando progressivamente il sistema fondato sull’autodichiarazione dei redditi e valorizzando invece le informazioni contenute nelle banche dati pubbliche.
Articolo ARDeP: https://www.ardep.it/289/nuove-regole-isee-senza-autocertificazione-tutti-piu-ricchi/
In quell’occasione osservavamo che sarebbe stato possibile ridurre drasticamente l’evasione consentendo ai contribuenti di dedurre una quota delle spese sostenute per l’acquisto di beni e servizi, a condizione che tali operazioni fossero registrate e trasmesse telematicamente all’Amministrazione finanziaria attraverso registratori di cassa “parlanti”. Un sistema che avrebbe trasformato la dichiarazione dei redditi in una semplice conferma dei dati già presenti nel cassetto fiscale del contribuente, analogamente a quanto avviene oggi per numerose spese inserite nelle dichiarazioni precompilate.
Respingevamo inoltre l’obiezione secondo cui una simile riforma sarebbe stata eccessivamente onerosa per le finanze pubbliche. Al contrario, sostenevamo che l’emersione dell’economia sommersa avrebbe ampiamente compensato i maggiori costi derivanti dalle deduzioni fiscali. Una valutazione che trovava fondamento nell’enorme dimensione dell’evasione fiscale stimata nel nostro Paese.
Oggi possiamo affermare che quel futuro, auspicato in tempi non sospetti, è finalmente arrivato.
La recente introduzione dell’obbligo di collegamento tra registratori telematici e sistemi di pagamento elettronico sta infatti producendo risultati che confermano in modo inequivocabile la validità dell’approccio basato sull’incrocio automatico dei dati. Secondo quanto riportato dalla stampa specializzata, a poche settimane dall’entrata in vigore delle nuove regole, il sistema avrebbe già fatto emergere circa 5 miliardi di euro di incassi precedentemente non intercettati dal Fisco [Fisco, con l’abbinamento Pos e scontrini emersi 5,3 miliardi, di Giovanni Parente e Gianni Trovati, in ilsole24ore.com].
Il dato assume una portata che va ben oltre il suo valore quantitativo. Esso dimostra che quando il controllo si basa sulle informazioni trasmesse direttamente dai sistemi informatici, anziché sulle sole dichiarazioni dei soggetti interessati, emergono immediatamente significative differenze tra il dichiarato e il reale.
La riflessione che ne deriva è inevitabile.
La prima esperienza, quella relativa all’ISEE, mostrò che quando il patrimonio viene rilevato attraverso banche dati anziché mediante autocertificazione, il patrimonio complessivo delle famiglie italiane risulta sensibilmente più elevato di quanto precedentemente dichiarato.
La seconda esperienza, quella relativa all’interconnessione tra registratori telematici e POS, mostra che quando i corrispettivi vengono rilevati automaticamente, gli incassi dichiarati crescono improvvisamente di miliardi di euro.
In entrambi i casi il medesimo fenomeno si ripete: quando il dato è dichiarato dal singolo contribuente i conti non tornano; quando invece il dato viene rilevato automaticamente dalle banche dati pubbliche, emergono ricchezze e redditi precedentemente non rappresentati.
Sarebbe naturalmente scorretto generalizzare e attribuire tali comportamenti all’intera collettività dei contribuenti. Milioni di cittadini e imprese adempiono correttamente ai propri obblighi fiscali e costituiscono il pilastro della convivenza civile e del finanziamento dei servizi pubblici.
Tuttavia, i risultati delle due esperienze richiamate inducono a ritenere che una quota molto significativa, ancorché non totalitaria, dei contribuenti abbia per anni tradito il patto fiduciario che dovrebbe legare cittadini e Stato. Un comportamento che non si sarebbe limitato al mancato versamento delle imposte dovute, ma che avrebbe consentito di accumulare nel tempo patrimoni e disponibilità finanziarie alimentati proprio dalle somme sottratte alla tassazione.
In altri termini, una parte dell’evasione fiscale non sarebbe stata semplicemente consumata, ma reinvestita e patrimonializzata, generando un meccanismo di autoalimentazione della ricchezza non dichiarata che ha progressivamente ampliato le disuguaglianze e penalizzato coloro che hanno sempre rispettato le regole.
2. Recuperare equità attraverso il confronto tra redditi e patrimoni
Se l’evoluzione tecnologica ha dimostrato che l’incrocio delle banche dati è oggi uno strumento efficace per individuare basi imponibili occultate, allora occorre compiere un ulteriore passo avanti.
ARDeP propone da tempo una soluzione semplice sotto il profilo concettuale e perfettamente coerente con i principi costituzionali di capacità contributiva e uguaglianza: confrontare il patrimonio detenuto da ciascun nucleo familiare con i redditi dichiarati al Fisco nel più lungo arco temporale consentito dalle informazioni presenti nell’Anagrafe Tributaria.
ARDeP ha già avanzato questa proposta nell’articolo L’imposta patrimoniale per ridurre il debito pubblico, successivamente ripreso anche da autorevoli testate giuridiche:
Studio Cataldi: Una tassa sui patrimoni incongrui per recuperare equità e coesione sociale.
L’obiettivo non è introdurre una nuova patrimoniale generalizzata. Al contrario, si tratta di individuare esclusivamente quelle situazioni nelle quali il patrimonio accumulato risulti oggettivamente incompatibile con i redditi dichiarati nel corso degli anni.
Per questa ragione riteniamo più corretto parlare di “Contributo di Equità sui Patrimoni Incongrui”, una definizione che descrive con maggiore precisione la finalità dello strumento e ne evita le indebite assimilazioni alle tradizionali imposte patrimoniali.
Non verrebbero colpiti i patrimoni coerenti con la storia reddituale del contribuente, né il risparmio legittimamente accumulato. L’intervento riguarderebbe esclusivamente quelle posizioni nelle quali la ricchezza detenuta non trovi adeguata giustificazione nei redditi fiscalmente dichiarati.
Si tratterebbe, in sostanza, di valorizzare l’immenso patrimonio informativo accumulato dall’Anagrafe Tributaria applicando la medesima logica che ha già dimostrato la propria efficacia nell’emersione delle ricchezze non dichiarate e dei corrispettivi sottratti al controllo fiscale.
3. Una questione di giustizia prima ancora che di gettito
Il tema non riguarda soltanto le entrate dello Stato o la riduzione del debito pubblico. Riguarda soprattutto la credibilità delle istituzioni e la coesione sociale.
In una comunità democratica il prelievo fiscale può essere accettato soltanto se i cittadini percepiscono che il sacrificio richiesto è distribuito equamente. Quando invece una parte rilevante della ricchezza nazionale riesce a sottrarsi stabilmente al concorso alle spese pubbliche, si produce una frattura profonda tra contribuenti onesti e contribuenti infedeli.
Le tecnologie oggi disponibili consentono finalmente di ridurre questa frattura. Le esperienze maturate negli ultimi anni dimostrano che il passaggio dall’autodichiarazione al controllo fondato sui dati produce risultati concreti e immediati.
Per questo ARDeP ritiene che sia giunto il momento di completare il percorso intrapreso: utilizzare in modo sistematico il patrimonio informativo dell’Anagrafe Tributaria per individuare le situazioni di manifesta incongruenza tra ricchezza posseduta e redditi dichiarati, introducendo un Contributo di Equità sui Patrimoni Incongrui quale strumento di giustizia fiscale, responsabilità civica e ricostruzione del patto di fiducia tra cittadini e Stato.
Solo così sarà possibile restituire credibilità al sistema tributario, alleggerire il peso fiscale che grava su chi paga regolarmente e rafforzare quella coesione sociale che rappresenta il presupposto indispensabile per qualsiasi progetto di crescita e di riduzione del debito pubblico.
Cleto Iafrate
Vice Presidente ARDEP; Sottufficiale della Guardia di Finanza; Segretario Provinciale SILF Taranto (Sindacato Italiano Lavoratori Finanzieri).