Chi evade può ottenere un doppio vantaggio

L’Italia ha inventato una forma singolare di progressività fiscale: non sempre paga di più chi guadagna di più. Spesso paga soprattutto chi dichiara tutto. È questa la fotografia in negativo che emerge dall’ultimo Osservatorio di itinerari previdenziali.
Nel 2025 hanno presentato una dichiarazione dei redditi 42,8 milioni di persone, ma solo 34,1 milioni hanno versato almeno un euro di Irpef. Il 18,78% dei contribuenti, quelli sopra i 35mila euro lordi annui, sostiene da solo circa il 65% dell’imposta. Il 30,22 % ne paga quasi il 79%. Strano vero?
Attenzione, però: sarebbe scorretto trasformare i 24,8 milioni di italiani che non versano Irpef o dichiarano redditi miseri 24,8 milioni di evasori. Dentro quella cifra ci sono minori, persone senza reddito, incapienti, soggetti legittimamente esenti.  Il problema comincia dove la povertà fiscale dichiarata non coincide con quella reale. Ed è lì che il sistema produce il suo paradosso: chi evade può ottenere un doppio vantaggio. Prima paga meno tasse. Poi, se il reddito nascosto abbassa anche l’indicatore economico usato per le prestazioni agevolate, risparmia anche per i servizi.
Prendiamo l’università. L’Isee serve per stabilire riduzioni, esoneri, borse, mense e alloggi. In molti atenei, per esempio, nell’anno accademico 2026-2027 gli studenti in corso o fuori corso da un anno con Isee fino a 30mila euro non pagano la seconda rata; per gli altri studenti quella rata può arrivare a diverse migliaia di euro. Due famiglie con lo stesso reddito reale possono così sostenere costi molto diversi se una dichiara tutto e l’altra no.
Lo stesso vale per il nido. Nel 2026, per i bambini nati dal 2024, il bonus può arrivare a 3.600 euro l’anno con Isee entro 40mila euro; sopra quella soglia, o senza Isee valido, scende a 1.500 euro. La differenza è di 2.100 euro.
Il principio è giusto: aiutare di più chi ha meno. Ma se qualcuno nasconde redditi o patrimoni e riesce a far apparire più basso il proprio Isee, il beneficio destinato al debole premia il furbo.
Poi c’è il welfare universale. Nel 2024 sanità, assistenza sociale e welfare degli enti locali hanno richiesto oltre 332 miliardi. Per finanziarli sono serviti, in sostanza, tutti i 325,27 miliardi delle imposte dirette più almeno 7 miliardi di imposte indirette.
È giusto che un Pronto soccorso non chieda la dichiarazione dei redditi prima di curare un malato. Ma proprio per questo l’evasore gode dello stesso bene finanziato anche da chi ha pagato le imposte. Il vantaggio non è avere un ospedale migliore: è avere lo stesso ospedale contribuendo meno, o nulla, al suo finanziamento.
E c’è infine la concorrenza sleale. Un’impresa o un professionista che sottrae ricavi al fisco trattiene risorse che il concorrente corretto deve versare allo Stato. Può usarle per abbassare i prezzi, aumentare i margini, vincere le gare d’appalto, finanziare investimenti o guadagnare di più. Non è efficienza: è competizione alterata.
Qui torna utile, con prudenza, la curva di Laffer, quella che dimostra che oltre una certa pressione fiscale la produttività diminuisce. Non dimostra che tagliare le tasse faccia sempre aumentare il gettito. Ricorda però che aliquote, soglie e incentivi modificano i comportamenti. Se superando una soglia si pagano più imposte e insieme si perdono bonus, esenzioni e tariffe agevolate, la tentazione di non far emergere tutto il reddito o di smettere di lavorare e produrre cresce.
Il problema italiano, dunque, non il welfare. E neppure la progressività, che è un principio costituzionale. È un sistema che rischia di essere severo con chi dichiara e generoso con chi riesce a sembrare povero. Quando accade, l’evasore non sottrae soltanto denaro allo Stato: scarica il costo della propria furbizia sul contribuente onesto e, qualche volta, gli passa davanti anche nella fila dei benefici. È una distorsione che trasforma la solidarietà in un premio involontario alla sotto dichiarazione, ovvero a nascondere una parte dei propri redditi al fisco.

Fonte: L’Eco di Bergamo – 25 settembre 2026