Bankitalia: il debito pubblico in mani estere sale al 35,9%

Il debito pubblico italiano vola, apparentemente senza freni, ma incontra sempre di più l’interesse degli investitori internazionali. È un messaggio in chiaroscuro quello che traspare dal rapporto «Finanza pubblica: fabbisogno e debito», diffuso ieri dalla Banca d’Italia. Nel mese di giugno il debito riferibile alla Pubblica amministrazione del nostro Paese è infatti ulteriormente lievitato di 26,2 miliardi di euro, per attestarsi così a 3.207,2 miliardi e segnare un nuovo primato assoluto.

Una quota in costante aumento di tale ammontare – il 35,9% a fine maggio, secondo i dati più recenti a disposizione, due decimi in più rispetto al mese precedente e valore mai registrato dai tempi successivi alla crisi dell’autunno 2011 – prende però la via dell’estero ed è detenuta presso soggetti non residenti: un’indicazione che, se non altro, testimonia la capacità che l’Italia conserva di attirare investitori sul mercato e di alleviare quindi l’onere determinato dalla gestione delle finanze pubbliche.

Il fabbisogno pubblico

Scendendo nel dettaglio, le statistiche raccolte dalla Banca d’Italia evidenziano che l’incremento registrato a giugno riflette il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (13,3 miliardi), la crescita delle disponibilità liquide del Tesoro (+9,8 miliardi, a 61,7 miliardi), oltre all’effetto degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio (3,1 miliardi). Uno sguardo ai sottosettori segnala invece come la variazione del debito sia imputabile alle Amministrazioni centrali (26,9 miliardi) e solo in parte compensata dalla diminuzione del debito delle Amministrazioni locali (0,7 miliardi).

Sempre a giugno, le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 43,2 miliardi, in diminuzione dell’1,3% (0,6 miliardi) rispetto al corrispondente mese del 2025. Da inizio anno la stessa voce risulta invece pari a 261,0 miliardi, in aumento dell’1,4% (3,6 miliardi) rispetto al primo semestre dell’anno precedente.

Le note relative alle controparti del debito italiano indicano una continua diminuzione della quota detenuta dalla stessa Banca d’Italia (16,7% dal 17,2% del mese precedente), dinamica che si riscontra anche fra le famiglie e imprese italiane (14,5% nella rilevazione di maggio dal 14,7%). Resta invece invariata la percentuale di debito in mano alle banche e alle altre istituzioni finanziarie nazionali (rispettivamente al 20,3% e 12,1%).

Il dato più rilevante, sotto questo aspetto, è come accennato quello che riguarda la dinamica oltre frontiera. A fine maggio l’ammontare nei portafogli degli istituti finanziari esteri aveva infatti raggiunto 1.140 miliardi di euro, 922 miliardi dei quali titoli di Stato. A conti fatti si tratta di 77 miliardi in più rispetto al livello al quale ci si era attestati alla fine dello scorso anno, mentre l’incremento supera addirittura 400 miliardi quando si fanno partire i calcoli dal marzo del 2023, mese in cui la quota detenuta da soggetti non residenti in Italia aveva raggiunto il livello minimo al 25,9 per cento.

Altrettanto interessante è notare come la stessa percentuale relativa registrata lo scorso maggio sia la più alta mai rilevata dall’ottobre 2011, il mese precedente la grande bufera che aveva interessato le finanze del nostro Paese, culminata con l’arrivo di Mario Monti alla guida del Governo. Dalle rilevazioni della Banca d’Italia appare evidente come da quell’evento si sia poi innescata una lunga fase di disaffezione da parte dei grandi investitori internazionali, fino appunto a tre anni e mezzo fa.

L’inversione di tendenza che si è innescata da quel momento ha senz’altro portato giovamento al Tesoro e alle finanze pubbliche, contribuendo a contenere quanto possibile gli oneri legati all’interesse sui titoli di Stato in un periodo di generale aumento dei rendimenti obbligazionari su scala globale a causa delle azioni attuate dalle Banche centrali per contrastare l’inflazione. A testimoniarlo è lo stesso andamento dello spread BTp-Bund: dai 170-180 punti base attorno ai quali viaggiava nel marzo 2023, quello che a suo modo viene considerato il barometro delle tensioni che aleggiano attorno al nostro Paese si è più che dimezzato fino ai 78 punti di ieri, con un movimento dovuto evidentemente in gran parte agli acquisti provenienti dall’estero: mani “amiche”, in questo caso.

Fonte: Il Sole 24 Ore – 15 Agosto 2026