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Morgan Stanley: i possibili scenari per il debito italiano dopo il coronavirus

Il debito pubblico italiano potrebbe salire da 5 a 20 punti sul Pil a causa dello shock economico dovuto al coronavirus, e nel periodo successivo potrà, al più, stabilizzarsi sul nuovo livello. Con un rapporto debito/Pil che potrebbe anche raggiungere il 150%.

Un destino che l’Italia potrebbe condividere con la Spagna, che difficilmente potrebbe riportare il rapporto debito/Pil sul sentiero dell’abbassamento. E’ quanto scrivono gli analisti di Morgan Stanley in una nota intitolata “Il debito dopo il Covid-19”.

Gli scenari ipotizzati da Morgan Stanley sono tre.
Nel primo, che vede un aumento di 5 punti percentuali sul del debito pubblico, viene immaginato il caso in cui “l’epidemia di Covid-19 viene contenuta relativamente in fretta, con l’economia in forte ripresa”.
Il secondo scenario prevede un aumento di 10 punti e il terzo un aumento di ben venti punti. “Questi sarebbero i casi più estremi, in cui  non riesce a materializzarsi per intero la nostra previsione di un rapido e completo rimbalzo dell’attività economica” sulla rapida “revoca delle misure di allontanamento sociale”.

(Nel grafico in basso le proiezioni sull’andamento del debito italiano secondo Morgan Stanley)

Grafico

“C’è significativa incertezza attorno” alla simulazione sull’andamento dei debiti pubblici dopo il Covid-19 “poiché abbiamo una visibilità limitata sulle dimensioni e la durata dello shock economico o dell’impatto e della risposta fiscale”, ha scritto Morgan Stanley, “tuttavia, pensiamo che la periferia potrebbe gestire un considerevole aumento del debito pubblico, ipotizzando che non avvenga un brusco aumento nei costi di finanziamento (grazie al supporto della BCE) e un po’ di moderazione nella spesa pubblica, una volta che sia stata affrontata la minaccia per la salute pubblica”.

Le prospettive sarebbero meno problematiche per gli altri due Paesi presi in considerazione nell’analisi, Portogallo e Grecia, i quali dopo l’immediato innalzamento del debito pubblico avrebbero maggiori chance di riportarlo ai livelli pre-coronavirus.

Secondo Morgan Stanley l’impegno manifestato sinora dalla BCE “potrebbe non essere sufficiente, ma ci aspettiamo che la BCE farà di più se necessario. Inoltre, vediamo una possibilità di un’azione fiscale comune, sia attraverso la concessione ai paesi accedere al Mes, o forse anche attraverso l’emissione congiunta di coronabond”, hanno scritto gli analisti.
“Più in generale, poiché il virus è uno shock simmetrico, vediamo una migliore possibilità di una risposta fiscale comune rispetto alla crisi del debito nell’area dell’euro”, che vedeva colpiti soprattutto i Paesi mediterranei e l’Irlanda.

In merito alla possibilità di sfoderare i fondi del Mes sono intervenuti, un un’altra nota gli economisti di Morgan Stanley Jacob Nell, Joao Almeida e Markus Guetschow.

“Abbiamo visto l’Eurogruppo giungere ad un accordo sull’utilizzo del Mes, un accordo che, a nostro avviso, i leader dell’UE sosterranno.
Mentre resta da vedere se si opterà o meno per l’impiego di questo strumento, c’è da dire che questo potrebbe ancora fornire un’assicurazione ulteriore – e il suo utilizzo aprirebbe la porta ad operazioni OMT, qualora ciò si rendesse necessario – sebbene le pressioni per un’azione extra della BCE nel breve termine siano basse, data la flessibilità garantita dai 750 miliardi di euro del PEPP. Il punto interrogativo più grande in questa fase – dopo la lettera di nove dei leader che chiedono i coronabond – è se il Consiglio europeo concorderà su un’emissione congiunta. Ci aspettiamo alcuni sviluppi su questo fronte nel corso della giornata di oggi”.

(tratto dal sito https://www.wallstreetitalia.com )

 

Fermate il debito dei paesi poveri

Il debito pubblico dei paesi poveri sta rialzando la testa e fa paura. Stiamo parlando dei paesi con reddito pro capite inferiore a 2.700 dollari all’anno, quelli che il Fondo Monetario definisce LIDC, Low Income Developing Countries. In tutto 59, con una popolazione complessiva di un miliardo e mezzo di persone, il 20% dell’intera popolazione mondiale. In ordine decrescente partiamo dal Buthan, con un reddito procapite, anno 2017, di 2.510 dollari all’anno e arriviamo alla Somalia, con un reddito pro capite inferiore ai 280 dollari all’anno. La conclusione è che il 40% dell’intera popolazione appartenente ai paesi a basso reddito vive con meno di un dollaro e 90 centesimi al giorno, la soglia infernale al di sotto della quale non c’è più traccia di dignità umana. Oltre mezzo miliardo di derelitti concentrati soprattutto in Africa perché 35 dei 59 paesi più poveri si trovano sul suo territorio. E non si tratta solo di nazioni con fragilità ambientale o conflitti in corso. Fra i paesi condannati alla povertà ci sono anche quelli ricchi di petrolio o di minerali come Nigeria, Ciad, Zambia e Repubblica Democratica del Congo.

Le statistiche mettono in evidenza tre aspetti rispetto al debito pubblico dei paesi più poveri: è in crescita, è sempre più caro, espone un numero crescente di paesi a rischio default. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, dal 2012 al 2018 il debito pubblico dei paesi poveri è aumentato mediamente di tredici punti percentuali, passando dal 32 al 45% del loro PIL. Un aumento causato ogni volta da ragioni diverse, anche se solo in pochi casi si può imputare a spese per investimenti, l’unica forma di debito “sano” che crea le premesse per ripagarsi. Una costante che si ritrova in gran parte dei casi è la riduzione delle entrate accompagnata da un aumento delle spese. Più si allarga la forbice fra le due grandezze, più il debito cresce. Per cui è sempre sui due lati della catena che bisogna porre l’attenzione se vogliamo capire i processi di indebitamento.

Sul piano delle entrate il Fondo Monetario rileva che fra il 2013 e il 2019 la media del gettito fiscale dei paesi poveri è rimasta pressoché immutata, attorno al 13% del PIL. Ma come tutte le medie, nasconde il fatto che alcuni sono riusciti ad aumentare il proprio gettito, mentre altri l’hanno visto ridursi. L’aspetto curioso è che a navigare nelle acque peggiori sono stati i paesi fortemente dipendenti dalle materie prime. I paesi produttori di petrolio, ad esempio, sono quelli che registrano le entrate fiscali più basse e che hanno subito le perdite più gravi. Il loro gettito, infatti è passato dal 7% del PIL nel 2014 al 4,5% nel 2019. Tipico il caso della Nigeria, il cui gettito fiscale proviene in larga parte dal petrolio. Le sue entrate fiscali sono passate da 24 miliardi di dollari nel 2013 a 15 miliardi nel 2016 a causa del crollo del prezzo del greggio che nel 2014 si è ridotto del 60%, passando da 114 a 45 dollari al barile. Sorte ancora più drammatica per il Ciad, anch’esso produttore di petrolio, che per la stessa ragione ha dimezzato il proprio gettito fiscale, passato da 2,2 miliardi di dollari nel 2013 a 1,2 miliardi nel 2016. Triste effetto farfalla di una serie di concomitanze internazionali che fra il 2014 e il 2016 fecero crollare non solo il prezzo del greggio, ma anche di molte altre materie prime, gettando nella bufera paesi come Mozambico, Zimbabwe, Niger e vari altri paesi economicamente dipendenti dalle materie prime.

La frenata nelle entrate costrinse molti governi a ridurre anche le spese, ma considerata già la loro inadeguatezza rispetto ai bisogni del paese, giustamente non ci fu proporzionalità. Così crebbe lo scarto fra entrate e uscite dei paesi più poveri; se nel 2014 era mediamente attestato al 5% del loro Pil, nel 2017 lo troviamo all’8%. Una differenza che in prima battuta cercarono di arginare chiedendo aiuto ai governi occidentali. Ma i cordoni dei ricchi si erano fatti più stretti e di soldi sotto forma di donazioni ora ne arrivavano meno. I numeri parlano chiaro: prima del 2014 gli aiuti pubblici ai paesi più poveri viaggiavano su una media di 24 miliardi di dollari all’anno, nel 2017 li troviamo a 18 miliardi di dollari, una riduzione del 25%. Il peggio fu che i governi occidentali erano anche meno disponibili a concedere prestiti e ai paesi poveri non rimase altra scelta se non quella di bussare alla porta della Cina e dei privati. Alcuni analisti collocano i prestiti concessi dalla Cina ai paesi poveri attorno ai 200 miliardi di dollari, circa un quarto dell’intero debito che grava sulle loro spalle.

Ma la Cina non brilla per trasparenza ed è difficile dire se la cifra corrisponda al vero. Si può comunque dire che la Cina concede prestiti attraverso le sue banche di stato, spesso ai tassi di mercato e in cambio di contropartite commerciali. Dunque a condizioni simili a quelle dei soggetti privati che in ogni caso non si presentano come un fronte unico, ma come un mondo variegato formato non solo da banche, ma anche da fondi di investimento e perfino imprese commerciali. Basti dire che nel 2014 il Ciad ottenne un prestito di un miliardo e mezzo di dollari da Glencore, un’impresa commerciale svizzera che accordò il prestito come pagamento anticipato del petrolio che acquistava dal paese.

Quanto al mondo finanziario, il suo coinvolgimento nel debito del Sud si capisce meglio alla luce del quantitative easing, la decisione di molte banche centrali del Nord del mondo di immettere nel sistema economico grandi quantità di moneta fresca per arginare gli effetti della crisi del 2008. Gli economisti stanno ancora discutendo se la misura sia riuscita nel proprio intento, ma di sicuro è stata capace di stuzzicare gli appetiti di molti operatori finanziari, che hanno approfittato di tanto denaro in circolazione per fare il pieno di prestiti a buon mercato e riproporli, a loro volta, a governi e imprese del Sud del mondo a tasso maggiorato.

In definitiva è stato un po’ come tornare agli anni Settanta del secolo scorso, quando i rappresentanti delle grandi banche internazionali facevano il giro delle capitali africane o latino americane per piazzare i petrodollari che inondavano le loro casseforti. E come allora si pagavano mazzette per spingere i ministeri a presentare progetti costosi che avrebbero fatto lievitare i prestiti richiesti, anche oggi sta ricomparendo la grande corruzione internazionale. Un caso clamoroso è quello del Mozambico che si ritiene vittima di una truffa risalente al 2013, quando Ematum, società marittima mozambicana, si accorda con Privinvest, armatore libanese, per l’acquisto di alcuni pescherecci, ricorrendo a prestiti concessi da Credit Suisse e VTB. E per buttare l’operazione sulle spalle del governo mozambicano vengono dati 150 milioni di dollari ad alcuni funzionari governativi affinché producano degli atti che attestano l’impegno del governo a garantire la restituzione dei prestiti che strada facendo hanno raggiunto l’astronomica cifra di 2 miliardi di dollari. Nell’agosto 2019 il governo del Mozambico è ricorso alla magistratura britannica per ottenere l’annullamento degli impegni conseguenti alle garanzie fasulle. L’affare è complicato e il verdetto non è atteso a breve, ma comunque vada a finire, il Fondo Monetario Internazionale annovera la corruzione fra le principali cause di danno finanziario dei paesi del Sud del mondo: la corruzione riduce le entrate fiscali e gonfia le spese, con conseguente aumento del debito che per i poveri è sempre più caro che per i ricchi.

A titolo di confronto da alcuni anni il governo italiano paga interessi inferiori all’1% sui titoli di nuova emissione. Ai paesi poveri sono applicati tassi superiori al 2%, esponendo oltre la metà di loro al rischio default. Lo dimostra il fatto che una quindicina di paesi, secondo i calcoli della Jubilee Campaign, destina agli interessi il 18% delle entrate pubbliche già ridotte all’osso. Soldi tolti alla sanità, alla scuola, alla tutela ambientale, che rendono il mondo sempre più iniquo.

 

Il debito dei Paesi poveri è una marea che va arginata

Il debito pubblico dei Paesi poveri sta rialzando la testa e fa paura. Stiamo parlando dei Paesi con reddito pro capite inferiore a 2'700 dollari all’anno, quelli che il Fondo monetario definisce LIDC, Low Income Developing Countries. In tutto sono 59, con una popolazione complessiva di un miliardo e mezzo di persone, il 20% dell’intera popolazione mondiale.

In ordine decrescente partiamo dal Buthan, con un reddito procapite, anno 2017, di 2'510 dollari all’anno e arriviamo alla Somalia con un reddito pro capite inferiore ai 280 dollari all’anno. La conclusione è che il 40% dell’intera popolazione appartenente ai Paesi a basso reddito vive con meno di un dollaro e 90 centesimi al giorno, la soglia infernale al di sotto della quale non c’è più traccia di dignità umana. Si tratta di oltre mezzo miliardo di derelitti concentrati soprattutto in Africa, perché 35 dei 59 Paesi più poveri si trovano sul territorio di questo continente. E non si tratta solo di nazioni con fragilità ambientale o conflitti in corso. Fra i Paesi condannati alla povertà ci sono anche quelli ricchi di petrolio o di minerali come Nigeria, Ciad, Zambia, Repubblica Democratica del Congo.

Le statistiche mettono in evidenza tre aspetti rispetto al debito pubblico dei Paesi più poveri: è in crescita, è sempre più caro, espone un numero crescente di Paesi a rischio default. Secondo il Fondo monetario internazionale, dal 2012 al 2018 il debito pubblico dei Paesi poveri è aumentato mediamente di tredici punti percentuali, passando dal 32% al 45% del loro PIL. Un aumento causato ogni volta da ragioni diverse, anche se solo in pochi casi si può imputare a spese per investimenti, l’unica forma di debito 'sano' che crea le premesse per ripagarsi. Una costante che si ritrova in gran parte dei casi è la riduzione delle entrate accompagnata da un aumento delle spese. Più si allarga la forbice fra le due grandezze, più il debito cresce. Per cui è sempre sui due lati della catena che bisogna porre l’attenzione se vogliamo capire i processi di indebitamento.

Sul piano delle entrate il FMI rileva che fra il 2013 e il 2019, la media del gettito fiscale dei Paesi poveri è rimasto pressoché immutato, attorno al 13% del PIL. L’aspetto curioso è che a navigare nelle acque peggiori sono stati i Paesi fortemente dipendenti dalle materie prime. I Paesi produttori di petrolio, ad esempio, sono quelli che registrano le entrate fiscali più basse e che hanno subito le perdite più gravi. Il loro gettito, infatti è passato dal 7% del PIL nel 2014 al 4,5% nel 2019.

Tipico il caso della Nigeria il cui gettito fiscale proviene in larga parte dal petrolio. Le sue entrate fiscali sono passate da 24 miliardi di dollari nel 2013 a 15 miliardi nel 2016 a causa del crollo del prezzo del greggio che nel 2014 si è ridotto del 60% passando da 114 a 45 dollari al barile. Sorte ancora più drammatica per il Ciad, anch’esso produttore di petrolio, che per la stessa ragione ha dimezzato il proprio gettito fiscale passato da 2,2 miliardi di dollari nel 2013 a 1,2 miliardi nel 2016. Triste effetto farfalla di una serie di concomitanze internazionali che fra il 2014 e il 2016 han fatto crollare non solo il prezzo del greggio, ma di molte altre materie prime gettando nella bufera anche Paesi come Mozambico, Zimbabwe, Niger e vari altri economicamente dipendenti, appunto, dalle materie prime di cui sono ricchi.

La frenata nelle entrate ha costretto molti governi a ridurre anche le spese, e considerata già la loro inadeguatezza rispetto ai bisogni del Paese senza alcuna proporzionalità. Così è cresciuto lo scarto fra entrate e uscite dei Paesi più poveri, che se nel 2014 era mediamente attestato al 5% del loro PIL, nel 2017 è arrivato all’8%. Una differenza che in prima battuta si è cercato di arginare chiedendo aiuto ai governi occidentali. Ma i cordoni dei Paesi ricchi si erano già allora fatti più stretti e di soldi sotto forma di donazioni ne sono arrivati via via meno. I numeri parlano chiaro: prima del 2014 gli aiuti pubblici ai Paesi più poveri viaggiavano su una media di 24 miliardi di dollari all’anno, nel 2017 li troviamo a 18 miliardi di dollari, una riduzione del 25%.

Il peggio è stato che i governi occidentali si sono rivelati anche meno disponibili a concedere prestiti ai Paesi poveri, ai quali non è rimasta altra scelta che bussare alla porta della Cina e di grandi privati. Alcuni analisti collocano i prestiti concessi dalla Cina ai Paesi poveri attorno a 200 miliardi di dollari, circa un quarto dell’intero debito che grava sulle loro spalle. Ma la Cina non brilla per trasparenza ed è difficile dire se la cifra corrisponda al vero.

Si può comunque dire che la Cina concede prestiti attraverso le sue banche di Stato, spesso ai tassi di mercato e in cambio di contropartite commerciali. Dunque a condizioni simili a quelle dei soggetti privati che in ogni caso non si presentano come un fronte unico, ma come un mondo variegato formato non solo da banche, ma anche da fondi di investimento e perfino da imprese commerciali. Basti dire che nel 2014 il Ciad ottenne un prestito di un miliardo e mezzo di dollari da Glencore, un’impresa commerciale svizzera che accordò il prestito come pagamento anticipato del petrolio che acquistava dal Paese.

Quanto al mondo finanziario, il suo coinvolgimento col debito del Sud si capisce meglio alla luce del quantitative easing, la decisione di molte Banche centrali del Nord del mondo di immettere nel sistema economico grandi quantità di moneta fresca per arginare gli effetti della crisi del 2008. Gli economisti stanno ancora discutendo se la misura sia riuscita nel proprio intento, ma di sicuro è stata capace di stuzzicare gli appetiti di molti operatori finanziari che hanno approfittato di tanto denaro in circolazione per fare il pieno di prestiti a buon mercato e riproporli, a loro volta, a governi e imprese del Sud del mondo a tasso maggiorato. In definitiva è stato un po’ come tornare agli anni Settanta del secolo scorso, quando i rappresentanti delle grandi banche internazionali facevano il giro delle capitali africane o latino americane per piazzare i petrodollari che inondavano le loro casseforti. E come allora si pagavano mazzette per spingere i Ministeri a presentare progetti costosi che avrebbero fatto lievitare i prestiti richiesti, anche oggi sta ricomparendo la grande corruzione internazionale.

Un caso clamoroso è quello del Mozambico che si ritiene vittima di una truffa risalente al 2013, quando Ematum società marittima mozambicana, si accorda con Privinvest, armatore libanese, per l’acquisto di alcuni pescherecci, ricorrendo a prestiti concessi da Crédit Suisse e VTB. E per buttare l’operazione sulle spalle del governo mozambicano vengono dati 150 milioni di dollari ad alcuni funzionari governativi affinché producano degli atti che attestino l’impegno del governo a garantire la restituzione dei prestiti che strada facendo hanno raggiunto l’astronomica cifra di 2 miliardi di dollari.

Nell’agosto 2019 il governo del Mozambico è ricorso alla magistratura britannica per ottenere l’annullamento degli impegni conseguenti alle garanzie fasulle. L’affare è complicato e il verdetto non è atteso a breve, ma comunque vada a finire, il Fondo monetario internazionale annovera la corruzione fra le principali cause di danno finanziario dei Paesi del Sud del mondo: la corruzione riduce le entrate fiscali e gonfia le spese con conseguente aumento del debito che per i poveri è sempre più caro che per i ricchi.

A titolo di confronto da alcuni anni il governo italiano paga interessi inferiori all’1% sui titoli di nuova emissione. Ai Paesi poveri sono applicati tassi superiori al 2%, esponendo oltre la metà di loro a rischio default. Lo dimostra il fatto che una quindicina di Paesi, secondo i calcoli della Jubilee Campaign, destina agli interessi il 18% delle entrate pubbliche già ridotte all’osso. Soldi tolti alla sanità, alla scuola, alla tutela ambientale, che rendono il mondo sempre più iniquo.

 

Il macigno del debito pubblico è sempre più pesante

Cari giovani, il debito è un crimine contro il vostro futuro.

Ogni governo a parole si propone di ridurre il debito dello Stato, ma i risultati sono sempre esattamente l'opposto. L'anno 2019 si è chiuso ufficialmente con 2.409 miliardi di euro di debito in capo agli italiani (dato ufficiale Banca Italia 14/02/2020). Significa che ogni neonato ha sulle spalle 40.000 euro di debito; per una famiglia di (tre componenti) circa 120.000 euro; come un mutuo con relativi interessi da pagare.

Ciò che è più grave, nel 2019 il debito è aumentato di ulteriori 29 miliardi, in barba a tutti gli impegni di riduzione. Un debito pari al 134,8% della ricchezza prodotta dal Paese. Per ripagare il “macigno debito”, occorrerebbe un anno e quattro mesi di lavoro gratis dei cittadini e delle imprese. Inoltre con l’applicazione dei nuovi criteri UE sul debito pubblico, sono emersi ulteriori 64 miliardi di debito prima non contabilizzati.

A creare questo colossale debito hanno contribuito i governi Andreotti, Craxi, Berlusconi. Ha contribuito anche il governo Renzi, il governo sovranista Salvini - Di Maio e anche l’attuale. I provvedimenti presi nell’ultimo anno: reddito di cittadinanza, quota 100, riduzione tasse, gratuità asili ecc. sono caricati su un maggiore debito pubblico.

Nel governo sovranista, Salvini e Di Maio, facendo a gara a chi la sparava più grossa, sono arrivati ad affermare: “chi se ne frega del debito, il debito è delle banche”. Una completa idiozia e falsità. Il debito dello Stato per il 70% è finanziato dai risparmi investiti degli italiani, solo il 30% è finanziato dai fondi d’investimento esteri. Se il debito fosse declassato a “spazzatura” o l’Italia cadesse nel default (insolvenza), sarebbe anche il risparmio degli italiani a diventare carta straccia.

In Europa siamo il Paese con maglia nera per il debito. Peggio di noi c'è solo la Grecia. La Francia ha un indebitamento del 94,4%, il Regno Unito del 85,9%, la Germania del 61,9%, la Spagna del 97,6%, la media Europea è del 86%. Anche gli Stati Uniti hanno un indebitamento più basso: 105%.

Quanto costa a famiglia?

Uno sprovveduto potrebbe dire: “ma il debito è dello Stato non è mio”. Vero! Ma...il debito è costato nel 2019, ben 70 miliardi di interessi passivi, che divisi per 20 milioni di famiglie, significa 3.300 euro/anno che ogni famiglia paga d’interessi. Più lo spread sale, più elevati sono gli interessi da pagare; più lo spread scende, più leggero è il conto da pagare. Affermare, come hanno fatto due noti “statisti”: “chi se ne frega dello spread” è un’altra grave idiozia. 

Queste risorse che lo Stato “butta”, o meglio noi buttiamo, per interessi, sono meno risorse per migliorare le scuole, la sanità, i servizi al cittadino; e soprattutto sono meno investimenti per l'occupazione e il lavoro.

Dovremmo dire grazie all'Unione Europea e a Draghi che ha tenuto bassi i tassi, altrimenti la spesa di 70 miliardi avrebbe potuto essere di 100 (in tal caso sarebbero stati ben 5.000 euro a famiglia). Per rendere comprensibile “il macigno del debito” si pensi che l’istruzione (asili, università, ricerca) costa 75 miliardi, il servizio sanitario costa 120 miliardi. Noi rischiamo che gli interessi sul debito diventino il “servizio” più costoso. È una follia! Il debito va ridotto non perché ce lo chiedono gli altri, ma perché è un cappio al collo ai nostri figli.

Per il 2020 quali previsioni?

Ovviamente le previsioni di questo governo sono ottimistiche, ma non sono attendibili, la prospettiva per il 2020 rischia di essere peggiore del 2019. Cerchiamo di ragionare su dati oggettivi, non sulla propaganda che in Italia è continua per 12 mesi l’anno. Le ragioni sono semplici, vediamone alcune.

In Italia la popolazione attiva si riduce. Nell'anno 2019 i decessi sono stati 630.000 e i nati soltanto 430.000. In quattro anni la popolazione residente si è ridotta di 450.000 (se si riduce la popolazione il debito pro/capite aumenta).

La crescita economica è prevista a + 0,1%, ma è molto probabile, direi certo, che sarà negativa, per le numerose aziende in crisi, la guerra sulle tariffe tra Stati Uniti e Cina i cui costi ricadono anche sull’ Europa. La vicenda del Virus aggrava tutte le previsioni.

Se la ricchezza del paese non cresce, la conseguenza è che il rapporto debito/PIL, ora al 134,8%, peggiora. Se poi il debito o lo spread dovesse anche aumentare, peggiora due volte.

Molte spese sul bilancio dello Stato hanno aumenti direi “automatici” per rinnovo contratti, aumento dei costi nella scuola, sanità, pubblica amministrazione, potrebbero essere compensate con tagli alle spese improduttive, ma…

Le spese improduttive sono stimate in circa 20 miliardi sul bilancio dello Stato. Ma nessun governo ad oggi ha avuto il coraggio di tagliarle. Il caso Alitalia insegna.

La lotta all’evasione: è su questo capitolo che i politici ripongono le speranze di entrate aggiuntive, ma sarà possibile? Su 100 euro di tasse 23 sono evase. L'evasione complessiva è stimata a 200 miliardi di euro anno. Alcune categorie evadono per l’86% del reddito. Lo Stato, con le attuali tecnologie, conosce gli evasori... ma temo, che per l'anno in corso la situazione non migliorerà.

L’iva da sterilizzare: nel 2020 ci sono altri 40 miliardi che dovranno essere trovati per evitare l'aumento dell'IVA (si parla di rimodulazione che vuol dire aumenti).

In conclusione il debito nel 2019 è cresciuto di 29 miliardi, nel 2020 l’aumento rischia di essere superiore. L'Italia continua a camminare sull'orlo del baratro con un debito sempre più pesante e una situazione produttiva sempre più negativa. Ma questo nessuno lo dice.

In queste condizioni il lavoro per i giovani, resta un miraggio, soprattutto per i giovani del mezzogiorno dove il livello di disoccupazione ha raggiunto il 30%.

Nel 2019 oltre 100.000 giovani italiani, per lavorare sono andati all'estero, per il 2020 quanti saranno?

Questa situazione di “stagnazione”, di non crescita (che abbiamo da 10 anni), ha un nome: si chiama “delitto del debito”. Negli ultimi 14 anni abbiamo bruciato 1.000 miliardi di euro di ricchezza per pagare interessi sul debito. Se queste risorse fossero state investite in modo produttivo, non avremmo il livello di disoccupazione di oggi. Se l’Italia avesse un debito sulla media europea, i capitali verrebbero in Italia a fare investimenti produttivi e non, come avviene oggi, per speculare sul nostro spread.

C’è uno spiraglio di speranza?

L’economia circolare: l'Unione Europea ha deciso un programma di investimenti per 1.000 miliardi a favore dell'economia circolare per migliorare le condizioni ambientali; occorre darsi da fare, preparare i progetti per non perdere questo treno.

Flessibilità sul debito per investimenti: l'Unione Europea sta decidendo una maggiore flessibilità sul debito, purché tali risorse siano investite per produrre ricchezza e occupazione. Anche questa è un'altra possibilità aggiuntiva.

Lotta all’evasione e all’elusione, cioè a leggi compiacenti che consentono d’evadere. In Italia sono oltre 200 i miliardi di tasse evasi ogni anno. L’Italia deve impegnarsi di più in Europa per misure contro l'elusione fiscali delle multinazionali (vendono in Italia e fatturano in Irlanda, Lussemburgo, o nei paradisi fiscali dove non ci sono controlli fiscali).

Considerando tutti gli aspetti positivi e negativi, a cui va aggiunto il corona virus, il trend per il 2020 per l'occupazione, il reddito e il debito sarà negativo.

Il governo italiano

Se poi dovesse tornare un governo in conflitto con l'Europa allora il peggio sarebbe assicurato. È da auspicare che tutto il governo contribuisca ad una prospettiva di un governo stabile e affidabile:

- che dia un segnale di contenimento del debito, quantomeno uno spostamento di risorse dall’assistenzialismo agli investimenti produttivi o alle risorse necessarie per l’emergenza del corona virus;

- una lotta all'evasione fiscale fatta di nuovi provvedimenti concreti, non di impegni generici per il futuro;

- ai giovani urge un contratto erga omnes che metta al bando retribuzioni da fame nel lavoro precario e nelle centinaia di false cooperative. Lo strumento più semplice è il cosiddetto contratto “erga omnes”. Quando una categoria, ad esempio i metalmeccanici, rinnovano il contratto nazionale, occorre farlo diventare erga omnes, cioè a valore di legge.

Questi alcuni dei provvedimenti che sarebbero necessari, ma temo che si andrà nella direzione opposta, con ulteriori regalie e bonus assistenziali, in previsione dei prossimi appuntamenti elettorali.

Se poi, i litigi nel governo dovessero far precipitare la situazione, rischiamo di arrivare a “provvedimenti d’emergenza”. Quando un governo ricerca risorse d’emergenza, i provvedimenti cadono su entrate certe e immediate, cioè: casa, conti correnti, tagli su pensioni, salute e scuola. Scelte che sarebbero l'opposto dell'equità sociale. È già successo in passato, per non temere che si ripeta in futuro.

Per l’anno 2020 speriamo in bene... ma non c'è da stare allegri!

 

Paolo Landi - Fondazione consumo sostenibile

 

Debito: si può invertire la rotta

AAA 30 miliardi di euro cercansi. Potrebbe essere questo il contenuto di un ipotetico annuncio pubblicitario della finanza pubblica italiana per l’anno 2020. Sì, perché dagli ultimi dati resi noti dalla Banca d’Italia sull’indebitamento delle amministrazioni pubbliche al 31 dicembre 2019, emerge che per raggiungere il pareggio di bilancio mancano “soltanto” 30 miliardi di euro. Infatti, quello del 2019 è il “miglior” deficit dal 2007 e mostra un significativo cambiamento rispetto al 2018, in cui era stato raggiunto un pessimo risultato: 53 miliardi di euro in disavanzo.

L’attuale governo nell’ultima legge di bilancio si è impegnato a fondo per disattivare le clausole di salvaguardia, cioè per trovare 23 miliardi di euro per evitare l’aumento dell’IVA. Per mesi questo è stato l’obiettivo primario. E se d’ora in poi il target da raggiungere fosse costituito da quei 30 miliardi di euro che metterebbero i conti a posto? 

Sarebbe un risultato clamoroso, poiché dal dopoguerra ad oggi i conti pubblici si sono chiusi sempre rigorosamente in rosso. Se si riuscisse nel 2020 a chiudere il bilancio in pareggio, l’Italia diventerebbe improvvisamente un Paese tra i più affidabili, lo spread scenderebbe a livelli tendenti a zero e il costo per gli interessi sul debito calerebbe in modo ancora più significativo. In altre parole, si potrebbe innescare un ciclo virtuoso, che in breve tempo potrebbe portare il nostro Paese ad un avanzo primario di molto superiore al servizio pagato per il debito. 

A quel punto si aprirebbe un confronto finora inedito: decidere quante risorse utilizzare per ridurre il debito e quante investire per migliorare le condizioni del Paese. In questo modo potrebbero essere disponibili fondi adeguati per la conversione ecologica dell’economia, per gli investimenti nella ricerca, per la messa in sicurezza dei territori, per rafforzare il sistema educativo e scolastico, ecc.

Un libro dei sogni? Può darsi, ma resta il fatto che i numeri dimostrano che non siamo lontani dalla meta, che consiste nel vedere la curva del debito pubblico cambiare verso e iniziare a scendere verso il basso. Per raggiungere questo obiettivo bisogna fare uno sforzo ulteriore, recuperando risorse da chi finora ha dato di meno (evasori) e anche da chi potrebbe dare di più (grandi patrimoni e redditi elevati). In questa prospettiva persino una tassa di scopo potrebbe avere un senso. Fu necessaria per entrare nell’Euro, mentre adesso servirebbe per far parte del club dei Paesi che stanno riducendo il debito pubblico.

È utile ricordare che il calo del debito, oltre a mettere a disposizione più risorse per le spese sociali e per gli investimenti, tende a ridurre la vergognosa ingiustizia intergenerazionale che il debito rappresenta. L’Italia negli ultimi decenni di fatto ha posto una pesantissima ipoteca sulle nuove generazioni e su quelle che ancora devono venire. La zavorra sta in questi numeri: debito = 2.409 miliardi di euro (40 mila euro a testa in media per ogni cittadino italiano) e rapporto debito/pil al 134,8% (significa che per restituire il debito servirebbero i ricavi di tutta la produzione nazionale nell’arco di 16 mesi).

Gli ultimi dati mostrano come la disuguaglianza in Italia sia ancora aumentata. Tra i Paesi dell’OCSE peggio di noi ci sono soltanto gli USA. In Europa nella classifica basata sull’indice di Gini relativa al 2018 l’Italia precede soltanto Bulgaria, Lituania, Lettonia e Romania. Anche la Grecia, seppure con gravi problemi di austerity, è meno diseguale dell’Italia.

Non ci vuole molto a comprendere che disuguaglianza e debito di solito vanno a braccetto. Il debito in fondo è un meccanismo che crea ulteriore disuguaglianza, poiché tutti pagano con gli interessi e soltanto alcuni (i creditori) riscuotono. Anche per ragioni di equità, del presente e del futuro, è forse giunto il tempo per cambiare rotta. Potrebbero bastare 30 miliardi di euro, tenendo conto che il totale delle entrate pubbliche è di circa 800 miliardi di euro. Non è una missione impossibile.

Il Fondo Salva Stati? È il debito l’emergenza.

Nei primi decenni successivi alla Seconda guerra mondiale il nostro debito pubblico ha registrato variazioni di scarsa entità mantenendosi costantemente al di sotto del 100% del PIL. Tale tendenza è sostanzialmente proseguita, sia pure con differenti altalenanze, sino alla fine degli anni Settanta.

Una forte impennata del debito si è verificata negli anni tra il 1982 e il 1990, quando i governi che si sono succeduti hanno continuato a mantenere saldi primari negativi fino ad oltre il 15%, sorvolando tutti, chi più chi meno, sulla disciplina di bilancio. Anno dopo anno, con un’inflazione superiore al 10%, per trovare acquirenti di BOT e BTP il tasso medio dei nostri titoli di Stato si è sempre mantenuto in doppia cifra.

Così il debito, che nel 1980 era pari al 60% del PIL, dopo dieci anni ha superato la soglia di guardia del 100%. Per questa ragione agli inizi degli anni Novanta la nostra ammissione nell’Unione europea si presentava assai improbabile, visto che tra i requisiti per l’accesso era stato fissato un rapporto debito PIL del 60%. 

Questa condizione fu superata grazie all’autorevolezza di Guido Carli che, in qualità di ministro del Tesoro, prospettò che nel trattato di Maastricht fosse inserita anche la possibilità di aggiungere al vincolo del 60% del PIL quello del 3% del deficit, nel quale rientravamo e che ci saremmo impegnati a rispettare.

Quei vincoli di bilancio furono fissati con l’obiettivo di risanare nel medio periodo le finanze pubbliche e far ripartire l’economia dei Paesi aderenti su basi comuni e finanziariamente sostenibili. In Italia, tuttavia, il susseguirsi di governi deboli, litigiosi ed assai poco lungimiranti non ha reso possibile l’adozione di politiche incisive di contenimento del debito. 

Che ciò sarebbe stato possibile lo ha dimostrato il Belgio, che nel 1995 ha creato un «fondo speciale» per razionalizzare tutte le spese sociali e decimare sprechi e doppioni, riuscendo nel giro di soli quattordici anni a fare scendere il debito dal 160% all’80% del PIL. 

Nel nostro caso, l’incapacità di attuare interventi incisivi di contenimento della spesa corrente ha fatto sì che il rapporto debito/PIL salisse progressivamente fino all’attuale 132,8%. Ecco perché oggi siamo obbligati a sostenere una spesa per interessi – fortunatamente ancora molto bassi - che supera i 50 miliardi di euro annui. Ciò rende assai difficile ottenere reali avanzi di bilancio e contribuisce all’aumento del debito stesso.

D’altra parte, non siamo stati in grado nemmeno di realizzare politiche di investimenti pubblici che avrebbero stimolato una complessiva crescita economica del Paese e il conseguente aumento del PIL, determinando un abbassamento del rapporto con il debito. Tale condizione ci sottopone costantemente al ricatto della speculazione finanziaria internazionale, con la ricorrente minaccia di aumento dello «spread» tra i nostri «bond» e quelli tedeschi.

Negli ultimi mesi, peraltro, abbiamo assistito ad una assurda polemica sulla necessità di apportare sostanziali variazioni al Fondo salva Stati (MES), ritenuto, così come programmato, pericoloso per il nostro Paese, dando l’impressione che fosse ineludibile un suo utilizzo. 

In un Paese normale la discussione sul MES sarebbe stata utilizzata per introdurre un dibattito in Parlamento sulla necessità di contenere il debito, vera fonte di ogni problema, intervenendo, ad esempio, sull’evasione fiscale - che attualmente supera i 130 miliardi - ed attuando una razionalizzazione della spesa pubblica che comprende spese inutili per oltre 60 miliardi, come già dichiarato a suo tempo dall’ex commissario alla spending review Cottarelli.  Ciò non è avvenuto, anzi, si è accresciuta la spesa in disavanzo introducendo il Reddito di cittadinanza e Quota cento.

Non sono pochi poi, come noto, gli esponenti politici che contestano le regole europee e si dimostrano nostalgici degli anni ’80, proponendo di accrescere ulteriormente il deficit anche oltre i limiti del 3%.

Ancora una volta, insomma, la politica continua ad eludere le proprie improcrastinabili responsabilità, preferendo la solita retorica dialettica «acchiappavoti» ad una guida sagace, spedita e responsabile del Paese.

(tratto da L’Eco di Bergamo del 7 gennaio 2020)

Debito pubblico: uno scenario peggiore del previsto

Anche l’esercizio 2020 si preannuncia impegnativo per il governo dei conti pubblici. 

La situazione economica è caratterizzata dalle crescenti incertezze che pesano sul quadro macroeconomico internazionale, anche per l’acuirsi delle pressioni protezionistiche, che si traducono in un deciso rallentamento delle principali economie europee. A riflesso di una negativa dinamica del commercio internazionale (con il volume degli scambi che nella prima metà dell’anno si è contratto dell’1,4 per cento in termini tendenziali) e di un sensibile rallentamento delle attività nell’Area dell’euro, la crescita è rimasta debole. 

Le prospettive dell’economia italiana, già largamente al di sotto della media europea, ne risentono ulteriormente. Le difficoltà interessano ampi comparti della domanda aggregata e in particolare le componenti interne. I consumi delle famiglie sono in decelerazione, nonostante l’ancora buona intonazione del mercato del lavoro e il benefico effetto che la bassa inflazione esercita sul reddito disponibile reale.

Gli investimenti, pur mostrando una maggiore vivacità, non sembrano nel complesso in condizione di dare un impulso adeguato all’esigenza sempre più vitale di aumentare lo stock di capitale della nostra economia. Le insufficienti aspettative di domanda inducono le imprese a ridimensionare i piani di produzione e decumulare le scorte di magazzino. Il rallentamento deriva, innanzitutto, dalle difficoltà dell’industria manifatturiera su cui più pesano le incertezze che ancora permangono sul disegno da perseguire nel medio termine per adeguati investimenti in ricerca e innovazione, istruzione e formazione di capitale umano, infrastrutture e salvaguardia del territorio, energie rinnovabili e green economy. 

Mitiga l’insoddisfacente dinamica della domanda interna l’andamento della bilancia commerciale, con le esportazioni nette che, stando agli ultimi dati disponibili, continuano a fornire un contributo positivo, ma sono fortemente esposte agli effetti delle guerre commerciali in corso e ai fattori di rischio geopolitico. 

Ciò si riverbera in misura rilevante anche sugli equilibri della finanza pubblica. La condizione dei conti del nostro Paese, infatti, pur in un contesto di tassi di interesse assai più favorevole di quello prefigurato nel DEF dello scorso aprile, appare fragile ed esposta a rischi, nel breve come nel medio termine.

Nonostante il miglioramento del quadro tendenziale, infatti, soprattutto per la minore spesa per interessi (l’indebitamento scenderebbe all’1,4 per cento del Pil nel 2020 rispetto al 2 per cento del DEF e l’avanzo primario crescerebbe di 3 decimi di punto nel 2020 sempre rispetto al DEF), continua a risultare determinante l’aumento delle imposte indirette legato alle “clausole di salvaguardia”. Al netto delle clausole il disavanzo si pone di poco al di sotto del 3 per cento e le scelte operate con la legge di bilancio per il 2019 assottigliano ancora i margini di manovra per nuovi interventi. 

Per rispondere alle difficoltà poste dal quadro economico il disegno di politica di bilancio prefigurato nella manovra sembra ispirato, per l’intero triennio 2020-2022, ad un orientamento tendenzialmente espansivo. 

Nelle valutazioni del Governo gli stimoli derivanti dalla disattivazione delle clausole di salvaguardia, da un’iniziale riduzione del cuneo fiscale e dal sostegno degli investimenti, sarebbero in grado di portare il tasso programmatico di sviluppo allo 0,6 per cento nel 2020 e all’1 per cento nel 2021 e 2022. 

Oltre alla revisione in senso peggiorativo dell’obiettivo di indebitamento (dall’1,4 al 2,2 per cento del PIL, con un seppur lieve peggioramento anche del saldo strutturale), per il finanziamento degli interventi si prevedono misure di razionalizzazione della spesa pubblica; interventi di contrasto all’evasione e alle frodi fiscali; una riduzione delle spese fiscali, nuove imposte ambientali e altre misure fiscali. 

Non meno difficile appare il quadro ove si guardi al debito pubblico. I recenti aggiornamenti delle previsioni disegnano uno scenario peggiore di quanto previsto in aprile in occasione della presentazione del DEF, sia in termini di stock delle passività lorde delle Amministrazioni pubbliche, sia sotto il profilo delle prospettive di breve e medio termine. 

Dopo la crescita nel 2019 di nove decimi del rapporto deficit/PIL, nel triennio di previsione 2020-22 la scelta di riorientare in senso espansivo la fiscal stance (con il 2020 che vedrebbe una variazione del deficit strutturale lievemente positiva e una variazione dell’avanzo primario strutturale pari a -0,3 punti di PIL) riduce rispetto al quadro del DEF il ritmo di discesa del rapporto, il quale si contrae nelle previsioni del Governo di mezzo punto il prossimo anno (da 135,7 a 135,2) e in misura più apprezzabile nel biennio successivo (di 1,8 e 2 punti rispettivamente). Al graduale rientro contribuirebbe, da un lato, il pur lento rafforzamento dell’avanzo primario, dall’altro, l’effetto di snowball che, in presenza di un tasso di crescita del PIL maggiore del costo medio del debito, sia nel 2021 che nel 2022, cesserebbe di essere sfavorevole e diverrebbe riduttivo anziché accrescitivo del rapporto. 

Tuttavia, le traiettorie del rapporto debito/PIL, disegnate tanto nel quadro tendenziale quanto in quello programmatico, non rispettano la “regola del debito” prevista dalle vigenti normative europee “in nessuna delle configurazioni”, anche nel più favorevole criterio forward looking. Il mancato conseguimento dei pur modesti obiettivi di crescita potrebbe incidere sulla tenuta dei conti pubblici e compromettere il programma di riduzione del debito pubblico che continua a rappresentare un elemento cardine nella sostenibilità del sistema.

(tratto dal documento “Programmazione dei controlli e delle analisi per il 2020” approvato dalle Sezioni Riunite della Corte dei Conti – dicembre 2019)

L’acqua, la diga e il MES

C’è una diga che trattiene l’acqua. Ma negli ultimi giorni ha piovuto molto. C’è il rischio che l’acqua tracimi o addirittura che la diga crolli. A logica bisognerebbe anzitutto ragionare sul modo più efficace e meno dannoso per togliere un po’ di acqua dal bacino e di conseguenza abbassare la pressione contro la diga. Invece, tutti stanno discutendo sulle procedure da utilizzare quando l’acqua tracimerà o la diga crollerà. Insomma, anziché prevenire si litiga su chi e come dovrà spostare le macerie.

Questa metafora può adeguatamente rappresentare la surreale vicenda dell’attuale confronto pubblico sulla riforma del MES, il “Trattato per il meccanismo europeo di stabilità”, più noto come “Fondo salva Stati”. Anziché preoccuparsi del debito pubblico italiano, che il 30 settembre 2019 ha raggiunto la cifra netta record di 2.393 miliardi di euro (fonte Banca d’Italia), la classe politica italiana si dà battaglia, senza esclusione di colpi, sul funzionamento del meccanismo che fornisce prestiti ai Paesi in crisi.

Mentre l’acqua continua a salire (alla fine del 2018 il rapporto debito/PIL ha raggiunto il record storico del 134,8%), si discute su chi ci perderà di più per il fatto che le valli sottostanti la diga verranno allagate. C’è chi dice che i terreni e le case verranno svalutate e chi invece sostiene che la diga terrà e quindi non c’è pericolo. Ma il confronto si ferma qui.

Restiamo in attesa di qualche statista lungimirante o politico di buon senso che provi a ragionare su come evitare l’innalzamento dell’acqua, magari facendola defluire in modo graduale e regolamentato, fino a raggiungere una situazione di stabilità e di sicurezza per chi vive a valle della diga. Perché poi a pagare di più sono sempre i più poveri.

Pare che tutto ciò sia già scritto in una Carta che “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” (art. 9), che “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà” (art. 2) e soprattutto “assicura la sostenibilità del debito pubblico” (art. 97). Ma è noto che conoscere e rispettare le Carte non è più di moda. Si preferisce la discussione pubblica da bar o da social, facendo la gara a chi la dice più grossa, tanto il popolo sovrano non ne capisce nulla…

MES trattato senza anima

MES: trattato senz’anima

I politici non sempre dicono la verità, ma ogni tanto hanno la capacità di attrarre l’attenzione su tematiche che i cittadini farebbero bene a seguire di più. Un caso del genere si è verificato di recente quando è stato portato alla ribalta ciò che i media hanno battezzato “Trattato salva stati”, il cui vero nome è “Trattato per il meccanismo europeo di stabilità”, in sigla MES. Un’analisi più dettagliata ci dice che il vero obiettivo del trattato non è la salvezza degli stati, bensì dell’euro minacciato da crisi di sfiducia ogni volta che gli stati si sovraccaricano di debiti.

La storia del MES inizia nel 2010, un periodo in cui più di uno stato europeo dell’area euro, si trova costretto ad accrescere il proprio debito, quale per salvare le proprie banche travolte da gestioni fallimentari, quale per tamponare gli effetti di una crisi economica che si sta trasformando in crisi sociale. È di questi tempi l’emergere degli stati maiali, appellativo attribuito non con l’intento di offendere chicchessia, ma perché il caso ha voluto che i paesi in maggiore difficoltà siano Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna, le cui iniziali hanno permesso a qualche giornalista fantasioso di elaborare la sigla PIIGS, un acronimo che in inglese suona appunto come maiali. Il debito, che in condizioni normali attrae gli investitori ansiosi di collocare i propri capitali, può trasformarsi in un potente repellente se diventa così alto da non dare più affidamento di restituzione. E poiché l’afflusso di capitali rafforza le monete, mentre la fuga le indebolisce, questa è la ragione per la quale il debito pubblico è diventato uno dei temi di maggiore attenzione per l’Unione Europea, in particolare per i paesi che condividono l’euro. Attenzione esercitata attraverso due modalità. La prima vigilando affinché nessuno stato si indebiti oltre misura. La seconda, soccorrendo i paesi in maggior difficoltà affinché la crisi rimanga circoscritta al loro interno. Una sorta di cordone sanitario per evitare che vengano risucchiati nella crisi anche gli altri paesi e soprattutto l’euro.

Nel 2010 i primi stati a manifestare un gran bisogno di prestiti, ma ormai così decotti da non ricevere più neanche un euro dai privati, furono Irlanda e Grecia, che però trovarono un’Europa non ancora organizzata per intervenire in maniera centralizzata a sostegno dei paesi membri afflitti da crisi finanziarie. Per cui inizialmente la situazione venne tamponata con prestiti bilaterali da parte dei singoli governi. Quello italiano, ad esempio, nel 2010 a titolo unilaterale prestò alla Grecia una diecina di miliardi di euro, essi stessi raccolti a debito. Solo più tardi venne formato un fondo comune d’intervento che dopo vari appellativi, nel 2012, assunse il nome definitivo di MES (ESM in inglese). All’inizio, però, il MES non poteva essere considerato un organismo facente parte a pieno titolo all’architettura dell’Unione Europea perché non sussistevano tutti i presupposti giuridici per includerlo. Solo più tardi gli aspetti giuridici mancanti vennero integrati e nel giugno 2019 i governi dell’area euro si sono accordati su una bozza di trattato che dà pieno accoglimento al MES nella casa europea. Il tutto in vista della firma definitiva concordata per una data di dicembre di quest’anno. Ed è stato proprio l’approssimarsi dell’imminente scadenza ad avere riacceso il dibattito attorno al MES.

Il trattato, che per diventare pienamente operativo deve ottenere la ratifica dei parlamenti dei 19 paesi aderenti all’eurozona, oltre a definire compiti, struttura e dotazione del fondo, stabilisce anche a chi può essere offerta assistenza e a quali condizioni. Premesso che il fondo elargisce solo prestiti, per giunta finalizzati anche al salvataggio delle banche, divide i possibili paesi richiedenti in due categorie: quelli con un debito moderato e quelli con un debito elevato. Ai primi chiede come contropartita solo l’impegno a proseguire sulla strada della moderazione. Ai secondi invece, impone regole molto più stringenti. Ed è proprio questa differenziazione che alcuni reputano inaccettabile perché è come se i paesi dell’eurozona venissero ufficialmente divisi in buoni e cattivi, creando differenze ancora più marcate fra i paesi a debito moderato e quelli a debito pesante. A detta dei critici, gli investitori privati potrebbero inserirsi in questa crepa per imporre tassi di interesse più elevati ai paesi inseriti nella lista dei cattivi, prendendo a pretesto che la stessa Unione Europea li classifica come inaffidabili. In conclusione si potrebbe andare verso una definitiva conferma del differenziale esistente fra paesi dell’eurozona (il famoso spread), che invece di ridursi potrebbe continuare a crescere portando all’assurdo che i paesi forti paghino interessi bassi e quelli più in difficoltà interesse alti.

Un’altra critica mossa al Trattato è che i paesi a debito elevato potrebbero ricevere prestiti dal MES solo se fanno un tentativo di ristrutturazione del proprio debito. Che significa ottenere sconti dai creditori sul capitale da restituire. Un’ipotesi che molti vedono come una iattura perché metterebbe in difficoltà banche, assicurazioni e fondi pensione tradizionalmente forti detentori di titoli di stato. E poiché queste istituzioni gestiscono risparmio dei cittadini, alla fine sarebbero i cittadini stessi a subire i contraccolpi della ristrutturazione. Se le cose dovessero funzionare davvero così è tutto da verificare, ma la critica è infondata perché il Trattato non contempla l’obbligo di ristrutturazione, termine che non è mai citato neanche negli allegati. Ciò che invece è contemplato è che il prestito ai paesi più indebitati sia condizionato alla firma di un accordo (meglio noto come Memorandum of Understanding) in cui siano elencate le riforme che il paese ricevente deve attuare per ridurre il proprio debito. Certo, fra queste può essere compresa anche la ristrutturazione, ma le esperienze passate ci dicono che altre sono le richieste più usuali. Valga come esempio la Grecia che dal MES e suoi antenati ha ricevuto prestiti a più riprese, ogni volta dovendosi impegnare a tagliare salari, pensioni, sussidi ai più poveri, in nome dell’abbattimento del debito.

Il trattato istituzionalizza anche la presenza della Troika, recitando testualmente che il rispetto del Memorandum sarà verificato in collaborazione con la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale. In conclusione il Trattato sancisce il primato della finanza senza tenere in alcuna considerazione le esigenze sociali, i diritti umani, la salvaguardia della democrazia, concetti che non sono mai citati neanche di sfuggita. L’anima sociale: ecco il vero aspetto che manca al Trattato. Caratteristica che emerge anche dalla decisione di lasciare che ogni stato risolva i propri problemi arrangiandosi da solo, sollecitando l’intervento degli altri solo quando l’instabilità dell’uno minaccia la stabilità di tutti. Il MES insomma rappresenta un altro passo avanti verso la costruzione dell’Europa di tipo condominiale dove si sta assieme solo perché si condivide il tetto, le scale e l’ascensore, ma per il resto ognuno è estraneo all’altro, se non nemico. Tutt’un’altra Europa rispetto a quella sognata da Spinelli e gli altri padri fondatori che in tema di debito pubblico avrebbero chiesto soluzioni condivise a partire dall’emissione di titoli europei e di maggiore intervento da parte della Banca Centrale Europea. Da un punto di vista tecnico le modalità per conciliare riduzione del debito e salvaguardia sociale esistono. Ma il loro utilizzo dipende da come batte il cuore.

Francesco Gesualdi

Salva-Stati (Mes), cos’è: rischi e opportunità. Ecco la guida

Le polemiche politiche sulla riforma del MES, meglio noto come fondo Salva-Stati hanno coinvolto l’opinione pubblica a tal punto che l’hashtag #StopMes è diventato virale sui social newtwork in più di un’occasione. Un fenomeno insolito dato l’argomento, tecnico ed economico, ma anche piuttosto comprensibile, considerata la tendenza di molti politici ad utilizzare la rabbia dei cittadini come arma per portare avanti le battaglie di partito. 

Nessuno si è però preoccupato di spiegare davvero cosa sia questo fondo Salva-Stati, come funzioni, quali ripercussioni potrà avere sull’Italia e quali siano i pro e i contro della riforma che l’Unione Europea dovrebbe approvare all’unanimità – altrimenti non se ne fa niente –  il prossimo 13 dicembre, giorno in cui è in programma il summit tra i capi di Stato e di Governo, cui parteciperà anche il Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, attualmente bloccato tra due fuochi. In pochi hanno cercato di far capire quali siano i motivi alla base delle schermaglie politiche interne alla maggioranza, diventate l’ennesima arma in mano alle opposizioni. 

Cerchiamo dunque di fare chiarezza sul Mes.

FONDO SALVA-STATI (MES): CHE COS’È

Mes sta per Meccanismo Europeo di Stabilità, in inglese Esm (probabilmente l’avrete sentito chiamare anche così). Nasce nel 2012 per superare il Fondo Salva-Stati Efsf, a sua volta creato nel 2010 per cercare di affrontare la crisi del debito sovrano e andare in soccorso – in qualità di prestatore di ultima istanza – dei Paesi che a causa dei loro conti traballanti perdono la possibilità di finanziarsi sul mercato. Nel corso degli anni ne hanno infatti usufruito Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro, ricevendo complessivamente 254,5 miliardi di prestiti.  

Questo fondo ha a disposizione un capitale pari a circa 700 miliardi di euro, il che lo rende la prima istituzione finanziaria mondiale. Attenzione però, perché in quest’ambito occorre fare una prima precisazione: questi soldi, diversamente da ciò che qualcuno vorrebbe far credere, non derivano solo dai contributi erogati annualmente dagli Stati Membri – che anzi hanno partecipato solo per 80 miliardi di euro -, ma sono stati racimolati sommando finanziamenti in capo ai fondi precedenti e investimenti effettuati sul mercato. Praticamente per l’88,6% del totale questo fondo si autofinanzia da solo.

Quanti soldi ha messo l’Italia? In totale 14 miliardi di euro, una cifra che rende il nostro Paese il terzo azionista del fondo (siamo anche la terza economia dell’Eurozona), preceduta da Francia e Germania. 

FONDO SALVA-STATI (MES): COME FUNZIONA

Il Mes è controllato direttamente dai ministri delle Finanze dell’Eurogruppo (quindi oggi anche da Roberto Gualtieri). Stabilisce che gli Stati che chiedono soldi in prestito devono rispettare delle condizioni che spesso e volentieri si traducono in un programma di aggiustamento dei conti (piuttosto duro come dimostra chiaramente l’esperienza greca) e in un’analisi del loro debito pubblico effettuata dalla ormai nota Troika (Commissione Ue, Fmi e Bce) che svolge anche funzioni di controllo, ma che con la riforma uscirà di scena per lasciare spazio a istituzioni solo europee. I Paesi che ricevono l’assistenza del fondo Salva Stati non ottengono solo un prestito economico, ma tutta una serie di stimoli che possano aiutarli a risollevarsi: vengono comprati titoli di Stato sul mercato primario e secondario, vengono aperte delle linee di credito precauzionali, si partecipa alla ricapitalizzazione indiretta e indiretta degli istituti bancari più in difficoltà per evitare il “too big to fail”.

COSA PREVEDE LA RIFORMA DEL FONDO SALVA-STATI (MES) 

Attualmente in sede Europea è in discussione una riforma del MES che dovrebbe entrare in vigore il 1° gennaio 2024. Questi cambiamenti sono oggetto di negoziazione da quasi un anno, il che spunta una delle armi attualmente utilizzate dalla Lega per attaccare il Governo. Se è infatti vero che Il Premier Conte e il ministro delle Finanze, Roberto Gualtieri, si stanno occupando direttamente della vicenda, è altrettanto vero che la bozza di riforma del Mes è stata approvata dall’Eurogruppo lo scorso 14 giugno, quando il numero uno di via XX Settembre era Giovanni Tria e al Governo con il M5S c’era la Lega e non il Pd. Il Presidente del Consiglio ha anche precisato (con toni piuttosto aspri) che il Carroccio ha partecipato a ben 4 tavoli di Governo in cui si è discusso di questa riforma. Salvini ha risposto che il suo partito diceva di essere contrario. 

Scopo delle nuove regole che l’Ue vorrebbe introdurre è quello di completare l’Unione bancaria, dopo decenni di lotte tra i vari Stati, e rafforzare l’Unione monetaria. 

Al centro della riforma – e delle polemiche – c’è il cosiddetto backstop (che non c’entra niente con il meccanismo che da tre anni blocca la Brexit, ndr.), una funzione tramite la quale il fondo Salva-Stati dovrebbe diventare “il paracadute finale” delle banche. Traduciamo: quando una banca di uno Stato Membro è in crisi, per salvarsi può contare sui Fondi nazionali per le risoluzioni bancarie che sono finanziati tramite risorse delle banche stesse. Nei casi in cui il Fondo di Risoluzione impegnato nel salvataggio non abbia abbastanza soldi per evitare il default dell’istituto, i soldi che servono potranno essere chiesti al MES, il cui ruolo sarà rafforzato, in modo da evitare speculazioni finanziarie che possano acuire la crisi dei vari istituti e le loro ripercussioni sugli Stati. Con l’introduzione del backstop il MES non potrà più ricapitalizzare direttamente le banche in difficoltà (cosa che fino ad oggi non ha mai fatto, pur potendo), e saranno previsti dei cambiamenti per accedere alle linee di credito precauzionali: gli Stati dovranno firmare una lettera d’intenti che assicura il rispetto delle regole del Patto di stabilità, che – ricordiamolo – prevede un rapporto deficit-pil inferiore al 3% e un rapporto debito-pil inferiore al 60%.

Il fondo avrà anche la possibilità di fare da mediatore tra gli Stati e gli investitori privati nel caso in cui serva ristrutturare il debito pubblico. Se al MES arriva la richiesta d’aiuto di uno Stato, il fondo può – non deve ! – chiedere ai privati di partecipare al salvataggio, il che vuol dire ristrutturare il debito e determinare perdite secche per chi ha in pancia i titoli di Stato del Paese in questione. Non c’è però alcun obbligo né automatismo, aspetto che va sottolineato in virtù delle polemiche in atto. 

Sono inoltre previsti – altro nodo importante – cambiamenti riguardanti le Clausole di azione collettiva (note come Cacs) nei casi in cui sia necessario procedere con la ristrutturazione del debito sovrano di un Paese. Le modifiche comportano che, già dal 2022, i titoli del debito pubblico di un Paese saranno soggetti a una Cac unica e non più doppia come oggi, sarà dunque più semplice avere l’ok degli azionisti per ristrutturare il debito sovrano. 

FONDO SALVA STATI (MES): COSA C’È ALLA BASE DELLE POLEMICHE

Ci sono due polemiche parallele e legate tra loro che hanno però la stessa base: il debito pubblico. La prima, internazionale, vede contrapposti i Paesi del Nord Europa a quelli del Sud. In sostanza gli Stati nordici sono restii a partecipare a un meccanismo che consenta di prestare soldi ai Paesi meno virtuosi caratterizzati da un forte debito pubblico (come l’Italia), quelli del Sud invece vogliano evitare il ripetersi di condizioni che possano portarli a finire “come la Grecia”, ottenendo dei soldi in cambio di programmi economici che comportano conseguenze economiche durissime per la popolazione. 

Sul fronte interno preoccupa proprio il fatto che il nostro elevatissimo debito pubblico possa costringere, in caso di bisogno, l’Italia a tagliare in modo prepotente il proprio debito. Repubblica sottolinea però che “per l’Italia la questione non si pone, perché una delle clausole per accedervi (al MES ndr.) è non avere squilibri eccessivi, e l’Italia è sotto monitoraggio Ue da anni per il debito”. Non solo, il timore è che queste regole spingano gli investitori internazionali a smettere di comprare i Btp di fronte alla prima incertezza sulla tenuta dei nostri conti proprio per paura che l’Italia possa eventualmente andare incontro ad una ristrutturazione del debito sovrano. E date le continue tensioni politiche interne, le possibilità che le preoccupazioni sul futuro del Paese si riaccendano non sono per nulla remote. 

A causa delle tensioni interne al Governo, nelle ultime ore sta montando anche un’altra polemica relativa alle conseguenze del possibile passo indietro o dell’eventuale richiesta di rinvio del nostro Paese sulla firma della riforma. Come detto, i cambiamenti passeranno solo se votati all’unanimità e dunque il Sì dell’Italia è decisivo. Nei mesi scorsi, tra l’altro, era stata proprio l’Italia, insieme alla Spagna e alla Francia, a sostenere la riforma del Mes – backstop compreso – chiedendo ed ottenendo che la ristrutturazione del debito non fosse automatica (come volevano Germania e Olanda), ma opzionale. Se una volta ottenuto l’ok alla sua linea, il nostro Paese dovesse tirarsi indietro, secondo molti osservatori il rischio sarebbe quello di trovarsi in uno stato d’Isolamento che farebbe perdere forza all’Italia in sede europea in un periodo in cui si sta trattando sul bilancio dell’Eurozona e sullo schema di assicurazione dei depositi, quest’ultimo considerato fondamentale da Roma. 

LE RASSICURAZIONI DI GUALTIERI

A cercare di placare gli animi è intervenuto il ministro delle Finanze: “Le condizioni per l’accesso di un paese ai prestiti del MES non sono cambiate, anzi, per una fattispecie specifica, sono state sia pur solo parzialmente alleggerite. Soprattutto è bene chiarire come la riforma del MES non introduca in nessun modo la necessità di ristrutturare preventivamente il debito per accedere al sostegno finanziario”.

Gualtieri ha inoltre chiarito che: “A proposito della riforma del Meccanismo europeo di stabilità si è ingenerata nel dibattito italiano molta confusione. L’Italia non ha avuto, non ha e non avrà bisogno dei prestiti MES: il debito italiano è sostenibile, ha una dinamica sotto controllo anche grazie alla politica fiscale prudente e a sostegno della crescita che il paese porta avanti”.  Secondo lui, dunque per l’Italia non c’è nessun pericolo, anzi il Mes rappresenta “un potente elemento di stabilizzazione dei mercati finanziari e una difesa contro possibili crisi e deve pertanto essere considerato come un nostro alleato, non come un nemico”.

LA POSIZIONE DI BANKITALIA

Qualche giorno fa il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco aveva lanciato l’allarme: “I piccoli e incerti benefici di una ristrutturazione del debito devono essere ponderati rispetto all’enorme rischio che il mero annuncio di una sua introduzione possa innescare una spirale perversa di aspettative di default. Dovremmo tutti tenere a mente le terribili conseguenze dell’annuncio del coinvolgimento del settore privato nella risoluzione della crisi greca dopo il vertice di Deauville a fine 2010”. 

Ieri, 21 novembre, fonti di Bankitalia hanno però smorzato i toni, facendo sapere che Via Nazionale non è a sfavore della riforma, ma ha voluto mettere in guardia sui possibili rischi, sottolineando che i cambiamenti non implicano nessuna ristrutturazione del debito e dunque che l’Italia e le sue banche (che possiedono 400 miliardi di titoli di Stato) possono dormire sonni tranquilli: “La riforma dell’Esm – dicono le fonti di Bankitalia – non prevede né annuncia un meccanismo di ristrutturazione dei debiti sovrani”. “Come nel trattato già in vigore non c’è scambio tra assistenza finanziaria e ristrutturazione del debito e anche la verifica della sostenibilità del debito prima della concessione degli aiuti è già prevista dal trattato vigente”. 

FAVOREVOLI E CONTRARI

Il dibattito è accesso anche tra gli esperti. Ritportiamo due testimonianze emblematiche. A schierarsi a favore della riforma c’è Lorenzo Bini Smaghi, che sulle pagine del Corriere della Sera, sottolinea: “Il punto importante, che si stenta a capire nel dibattito italiano, è che la decisione del Mes di concedere o meno il sostegno finanziario a un paese, e a quali condizioni, dipende – nel nuovo come nel vecchio trattato – dalla volontà politica degli Stati membri creditori”.

“Il nuovo trattato – continua – prevede vari rafforzamenti del Mes, tra cui l’incremento delle risorse, anche per finanziare il Fondo di risoluzione unico europeo. Consente ai Paesi che rispettano il patto di Stabilità di ottenere un programma ‘precauzionale’, per evitare il contagio in caso di crisi sistemica. Il sostegno del Mes consente peraltro di accedere all’intervento illimitato della Banca centrale europea (Omt), con forte effetto stabilizzatore sui mercati”. 

Contrario alla riforma è invece Carlo Cottarelli, su La Stampa si chiede: “Se gli investitori sanno che il fondo salva stati, quello che può intervenire in caso di problemi, chiederà probabilmente una ristrutturazione del nostro debito come condizione per un prestito, come pensate che si comportino? Smetterebbero di comprare titoli di stato al primo segnale di tensione”.

Giornalista siciliana. Laurea magistrale in Editoria e Scrittura presso l’università "La Sapienza" e master in Informazione multimediale e giornalismo politico-economico presso la "Business School del Sole 24Ore". Collabora con diversi giornali online, occupandosi prevalentemente di politica ed economia.

[Vittoria Patané pubblicato su https://www.firstonline.info/salva-stati-mes-cose-rischi-e-opportunita-ecco-la-guida/]

Se si scopre che il debito è di 58 miliardi in più…

Proprio il giorno in cui il Governo era intento a definire i dettagli della manovra economica per il 2020, la Banca d’Italia rendeva noti gli ultimi dati sul debito pubblico, con la spiacevole sorpresa di una revisione al rialzo di 58,3 miliardi di euro.

Il fatto è così macroscopico che mostra chiaramente la sproporzione tra quello che la politica riesce a fare ogni anno e la situazione finanziaria in cui siamo immersi da decenni in Italia.

Tornando ai numeri, perché il debito pubblico è stato ricalcolato con 58,3 miliardi in più? Ecco la spiegazione fornita dalla Banca d’Italia: “è stato rivisto il criterio di valutazione di alcune categorie di depositi, prevedendo l’inclusione nel debito pubblico degli interessi maturati (ma non ancora pagati) non appena siano capitalizzati (ossia inizino a produrre essi stessi interessi), anziché al momento del pagamento. Per l’Italia la modifica si applica ai Buoni Postali Fruttiferi. I BPF erano inclusi nel debito pubblico al valore facciale e, secondo il criterio metodologico precedentemente definito in sede europea, gli interessi venivano contabilizzati per cassa, al momento del pagamento”.

In altre parole, finora il calcolo del debito non era realistico, perché non teneva conto degli interessi maturati sui Buoni Postali. Davvero paradossale: gli interessi non venivano contabilizzati, mentre tutti sappiamo che il debito effettivo è dato dal debito iniziale più gli interessi. Ne consegue che i dati sul debito forniti sinora erano poco attendibili, perché non corrispondevano a quanto realmente dovuto ai creditori in quel momento.

Ovviamente questa modifica del criterio di calcolo, cambia anche il risultato del rapporto debito/PIL. Finora il debito alla fine del 2018 era stato calcolato in 2.322 miliardi, mentre ora è stato rettificato in 2.380,3 miliardi. Di conseguenza, il rapporto debito/PIL è passato dal 132,2% al 134,8%.

Sarà interessante vedere in che modo il Governo terrà conto di questa “piccola” variazione, che ha una consistenza pari a circa due volte la manovra economica prevista per il 2020.

L’ipoteca del debito pubblico

Sui giovani italiani gravano due ipoteche: quella climatica e quella del debito pubblico. Se l’Italia non facesse fronte ai propri impegni climatici sarebbe un danno per tutti. Ma se l’Italia non risolve il problema del debito, questo pesa sui giovani italiani, non sui francesi o tedeschi.

Ci vorrebbe una Greta del debito pubblico. Vedo oggi una grande consapevolezza sui temi ambientali e climatici, la mobilitazione deve andare avanti e deve essere presa sempre più sul serio, ma oltre all’ipoteca climatica, sui giovani pende anche quella del debito pubblico. 

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Debito pubblico: 40 mila euro a testa

40 mila euro a testa: sarebbe il peso del debito pubblico se fosse suddiviso in parti uguali tra tutti i cittadini italiani. La Banca d’Italia ha reso noto l’ultimo dato sull’indebitamento delle amministrazioni pubbliche: 2.410 miliardi di euro (al 31 luglio 2019). Considerando che gli italiani sono poco più di 60 milioni, mediamente il debito sarebbe di 40 mila euro pro capite.

Per arginare il problema di solito si propone di ridurre l’evasione fiscale, che ogni anno sottrae alle casse pubbliche oltre 100 miliardi di euro. L’obiettivo potrebbe essere raggiunto con controlli più efficaci. Purtroppo la Corte dei Conti nell’ultimo rendiconto ha rilevato che le entrate per accertamenti sostanziali siano diminuite in un anno del 32,8%, passando da 7,3 miliardi nel 2017 a 5,6 miliardi nel 2018.

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I conti che non tornano

2.386 miliardi di euro: è l’ammontare del debito pubblico dell’Italia al 30 giugno 2019 (fonte: Banca d’Italia). Si tratta dell’ennesimo record storico, che in realtà non fa quasi più notizia poiché probabilmente è destinato ad essere superato a breve.

Se si confronta la cifra del debito attuale con quella del giugno 2018, c’è da essere assai preoccupati. Infatti, nel giugno dello scorso anno il debito era arrivato a 2.330 miliardi: il che significa che in 12 mesi (che sostanzialmente coincidono con il tempo in cui hanno governato M5S e Lega) il debito è aumentato di 56 miliardi di euro.

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Il debito pubblico tra infrazione europea e ricette per ridurlo

La Commissione europea ha avviato per la prima volta nella sua storia una procedura di infrazione per debito eccessivo contro il nostro Paese, perché la traiettoria del nostro debito pubblico (arrivato al 132 % del PIL, pari a 2.370 miliardi) dopo essere aumentata negli anni della crisi ed essere stata stazionaria nell’ultimo triennio, ora rischia di aumentare di nuovo.

Secondo il rapporto della Commissione Ue, in mancanza di correttivi, nel 2021 potremmo arrivare al 135% del PIL e secondo il Fondo monetario, al 2025 potremmo superare il 139%: Tutto ciò contrasta con gli accordi presi in sede europea, che prevedevano un percorso di graduale e costante discesa del debito, come chiedono anche la BCE e la Banca d’Italia. Se continuasse a crescere, il debito rischierebbe di apparire non sostenibile agli occhi degli investitori, che ogni anno debbono prestarci circa 400 miliardi, e ciò provocherebbe un aumento dei tassi d’interesse, perché per continuare a prestarci soldi gli investitori chiederebbero una remunerazione maggiore, correlata al maggior rischio, che potrebbe sfociare anche nella mancata sottoscrizione dei nostri titoli pubblici. Già un aumento dei tassi è comunque negativo, perché sottrae allo Stato risorse che potrebbero essere impiegate in modo diverso: oggi paghiamo circa 65 miliardi l’anno di interessi sul debito. Se avessimo i tassi non dico tedeschi, ma spagnoli o portoghesi, pagheremmo 20 o 30 miliardi di meno per interessi, soldi che potrebbero essere impiegati per ridurre le tasse oppure per investire di più in scuola, sanità, ricerca…

Eppure la riduzione del debito pubblico, che è l’assillo principale dei nostri partner europei perché una nostra difficoltà finanziaria potrebbe mettere in crisi la moneta comune con riflessi negativi anche negli altri Paesi dell’euro, sembra non interessare i nostri politici, che si affannano a promettere sempre nuove spese o nuove riduzioni di tasse, e i nostri concittadini che continuano a credere in quelle promesse impossibili e a votare i politici che le strombazzano. Occorrerebbe invece prendere coscienza che la riduzione del debito è un nostro interesse primario, sia per ridurre gli interessi e poter ridurre le tasse o spendere di più per i servizi pubblici, sia per proteggere i nostri risparmi che potrebbero essere compromessi da una crisi del debito pubblico. Secondo Banca d’Italia le famiglie italiane hanno patrimoni complessivi per poco meno di 10 mila miliardi (5.300 miliardi di immobili e 4.200 miliardi di attività finanziarie). Una crisi del debito, che potrebbe condurre l’Italia fuori dall’Euro verso la vecchia liretta, avrebbe come prezzo immediato una riduzione del valore dei nostri patrimoni e risparmi che gli esperti valutano tra il 30 e il 40%. Saremmo dunque tutti più poveri.

Ridurre il debito, del resto, non sarebbe doloroso. Basterebbe gestire la spesa pubblica in modo prudente e soprattutto convogliare le risorse disponibili verso la crescita economica perché per far scendere il debito occorrere che il tasso di crescita del PIL sia superiore al tasso d’interesse medio dei titoli di Stato. Oggi invece non è così, e siamo l’unico grande Paese europeo che ha questa caratteristica negativa: quest’anno il nostro PIL crescerà dello 0,1-0,2%, mentre il tasso medio sui titoli di Stato è attorno all’1,4%. In queste condizioni il debito non può che aumentare.

In attesa di ottenere l’inversione del rapporto tra crescita del PIL e tasso d’interesse sul debito, potremmo almeno dare ai nostri partner e ai mercati l’impressione che abbiamo la volontà di ridurre il debito. Potremmo per esempio convogliare alla riduzione del debito (attraverso il Fondo di ammortamento dei titoli di Stato, che andrebbe ribattezzato Fondo di riduzione del debito) tutti gli incassi straordinari dello Stato, come i proventi della lotta all’evasione fiscale, i patrimoni confiscati alla criminalità organizzata e ai corrotti, oltre ai proventi delle privatizzazioni, che andrebbero accelerate ed estese sia alle aziende nazionali e locali, sia agli immobili di Stato, Regioni e Comuni (Banca Intesa San Paolo ha presentato al governo un Piano per favorire queste cessioni a livello centrale e locale).

Se ci impegnassimo in un serio piano di promozione della crescita del PIL, se contenessimo la spesa pubblica ai livelli attuali, se dessimo al mondo l’impressione di voler davvero ridurre il debito anche con misure “psicologiche”, riusciremo ad evitare la procedura europea di infrazione e a riportare il debito sul percorso di riduzione che stiamo pericolosamente abbandonando. E staremmo tutti meglio.

 

Ridurre il debito si deve e si può a cominciare da… Chieri

Il valore del debito pubblico italiano è una cifra a tredici caratteri, difficile da visualizzare e anche da leggere, tanto è grande. Sul sito dell’ ARDEP questo numero si aggiorna ogni tre secondi e rappresenta la stima dello stok del debito nazionale, basata sui rapporti mensili della Banca d’Italia.
La nostra Associazione è impegnata da anni a sensibilizzare l’opinione pubblica su questa emergenza, che minaccia il nostro futuro e quello dei nostri figli e nipoti e che incide direttamente sulla nostra vita e sulle nostre scelte.

Il debito pubblico rappresenta il totale delle passività di tutte le Amministrazioni Pubbliche- non solo dello Stato – ovvero dei crediti che soggetti diversi – famiglie, imprese, banche, anche estere - vantano nei confronti di esse. Queste passività servono a finanziare il fabbisogno finanziario della pubblica amministrazione affinchè essa possa fronteggiare il costo dei servizi e degli investimenti pubblici non coperti dal gettito delle imposte e tasse. Il bilancio dello Stato da anni è in attivo (avanzo primario) ma gli interessi sul debito non solo ci sottraggono questo “attivo” ma creano un deficit ,“passivo”, che deve essere coperto con altro debito i cui interessi sottraggono ulteriori risorse al bilancio pubblico.

Questa spirale ha fatto crescere e continua a far crescere - 2100 euro ogni secondo - il nostro debito che oggi ammonta a 2.410 miliardi di euro, equivale a circa 36 mila euro per ogni italiano, compresi i neonati e al 133% del prodotto interno lordo, valore quest’ultimo che rappresenta la ricchezza che il nostro paese riesce a produrre annualmente.

Perché bisogna ridurre il debito pubblico? Non solo perché l’Italia, come gli altri Paesi che appartengono all’area dell’Euro si è impegnata a rispettare determinati criteri di buona amministrazione, ma anche per altre ragioni, che ricordo in breve:

  • l’economia italiana stenta a crescere e l’aumento degli interessi che crescono con l’aumento del debito, rende più difficile finanziare la spesa pubblica;
  • l’Italia, con il suo debito molto alto è più esposta di altri paesi a turbolenze sui mercati quando aumentano i rischi di crisi finanziarie, politiche e tecnologiche, ma anche di crisi di fiducia nei “fondamentali” del Paese.
  • l’aumento dei tassi di interesse rende il servizio del debito più oneroso e debbono essere sottratte al bilancio dello stato ulteriori risorse prima destinate a servizi per i cittadini.

In casi limite di interessi molto alti è necessario un intervento da parte di altri Paesi o istituzioni internazionali, come il Fondo Monetario Internazionali. Le conseguenze di questo intervento sono disastrose e vengono pagate da tutti i cittadini per evitare il fallimento dello Stato perché ad essere più penalizzati sono proprio loro in qualità di creditori interni . Se lo Stato non è più in grado di pagare i propri debiti, i creditori perderanno quanto è loro dovuto e se i creditori sono anche cittadini essi saranno penalizzati sia come risparmiatori, sia come contribuenti.

Se un debitore non paga sarà molto difficile che trovi chi gli presta ancora soldi, salvo pagare interessi molto alti. Lo Stato sarà costretto quindi a ridurre le proprie spese – sanità, scuola, ambiente, etc. - oppure ad aumentare il prelievo fiscale.

Ma è proprio impossibile alleggerire questo “macigno”, del cui peso eccessivo pare che molti, tra cui anche chi si dedica all’amministrazione del bene comune, non siano così consapevoli né preoccupati? Il debito pubblico si deve e si può ridurre. L’ ARDEP ha nel corso degli anni suggerito molte ricette ma nessuna di queste ha potuto essere messa concretamente in pratica per far comprendere i tangibili vantaggi che derivano dalla riduzione del debito.

Un’occasione utile si è presentata nel corso del mio mandato di amministratore pubblico , svolto nell’ultimo quinquennio in una delle più belle cittadine del Piemonte: Chieri. Un’esperienza amministrativa i cui risultati positivi hanno avuto un riconoscimento anche dalla recente competizione elettorale, che ha visto confermare al governo della città la coalizione politica uscente.

All’inizio del mandato lo stok del debito comunale, cherappresenta una piccola parte del debito pubblico nazionale insieme a quello degli oltre ottomila enti locali e regioni era prossimo alla soglia dei 20 milioni di Euro. Alla fine del mandato lo stesso debito ammontava a poco più di 5 milioni. Se rapportato al valore economico della produzione (componenti positivi della gestione del Conto Economico 2018) si è ridotto da oltre l’80% al 25%.Un risultato che per la sua bontà ha sorpreso favorevolmente anche le forze politiche di opposizione al governo della città.

È un dato importante, ma come ci insegnano i nostri economisti, da solo significa poco. Si può ridurre il debito se si aumentano le imposte e tasse ai cittadini, oppure se si riducono i servizi e non si avviano investimenti pubblici.

Non è stato il caso in questione: una rigorosa revisione della spesa ha permesso di neutralizzare i significativi tagli di risorse praticati da parte dello Stato nei confronti degli enti locali nel 2015: per la nostra città si trattava di ridurre circa il 6 per cento della spesa corrente, ovvero quella spesa che sostiene la prestazione continua dei servizi pubblici ai cittadini. Una seconda azione ha riguardato il controllo del gettito tributario attraverso una puntuale verifica delle banche dati comunali: nel quinquennio sono stati recuperati oltre 4 milioni di imposte e tasse evase. L’allargamento della base imponibile ha permesso di ridurre su alcuni tributi, come la TARI, il prelievo e di sostenere con maggiori agevolazioni i redditi più bassi. La crescita del gettito fiscale sostenuta anche da attive politiche sul lavoro e dall’avvio di importanti investimenti locali ha permesso di realizzare risparmi sulla gestione utilizzati per finanziare le opere pubbliche senza ricorrere a nuovo debito.

Parte di questi risparmi, non impiegabili a causa dei limiti imposti dagli equilibri di finanza pubblica nazionali sono stati utilizzati per rimborsare anticipatamente mutui e prestiti obbligazionari, contribuendo in tal modo a ridurre in modo sensibile e più veloce lo stock del debito comunale

La riduzione del debito ha abbattuto del 70% il valore degli interessi passivi annualmente corrisposti alle banche liberando risorse sia per finanziare nuovi e maggiori servizi pubblici, sia per finanziare nuovi investimenti. Il valore di questi ultimi ha raggiunto una quota record rispetto ai precedenti quinquenni amministrativi: 32 milioni di Euro contro i 20 del precedente mandato. Il dato più importante riguarda il loro finanziamento avvenuto con risorse proprie del Comune e con i risparmi della gestione, senza la necessità di ricorrere a prestiti onerosi.

Occorre ricordare insieme a questi dati positivi anche le criticità che si sono manifestate nel periodo amministrativo, superate solo con un grande impegno e una forte coesione degli amministratori , uniti ad un clima di fiducia e di collaborazione sviluppato fin dall’inizio con i dipendenti del Comune. La carenza di risorse umane, dovuta all’impossibilità di sostituire il personale cessato dal servizio e il blocco dei rinnovi contrattuali hanno rappresentato un forte limite all’azione amministrativa e alla realizzazione del programma; l’improvvisa crisi finanziaria della società, totalmente partecipata dal Comune, che gestiva le farmacie comunali, indotta da comportamenti illeciti di un collaboratore ha provocato l’ammanco di oltre un milione di euro e ha comportato la necessità di ricapitalizzare la società con uno sforzo finanziario significativo per le finanze del Comune. Diseducativi sono stati i recenti condoni e le cancellazioni di cartelle per la riscossione coattiva dei debiti verso la città: oltre 2,4 milioni di crediti del Comune affidati a Equitalia (soprattutto sanzioni al codice della strada e mancato pagamento di tariffe per i servizi pubblici come mensa e asili nido) sono stati annullati due mesi fa con un decreto del Governo.

Nonostante i suddetti limiti il quinquennio si è chiuso con una “dote” importante: oltre 14 milioni di fondo cassa che sono passati dalle mani del sindaco uscente a quelle del sindaco entrante, come prevede la legge.

Con un debito prossimo al suo azzeramento, che potrebbe avvenire entro la fine del mandato appena iniziato se il percorso virtuoso verrà mantenuto dalla nuova amministrazione , esistono i presupposti per procedere ad una diminuzione della pressione fiscale complessiva del Comune.

Ridurre il debito si può, e l’esperienza raccontata dimostra che i vantaggi sono evidenti . E’solo un esempio, ma significativo di come il buon governo delle risorse che sono di tutti i cittadini possa produrre importanti risultati a beneficio del bene comune, riducendo un po’ il peso di quel “macigno” che ognuno di noi porta sulle proprie spalle.

Giugno 2019
Anna Paschero

 

Quella lettera da Bruxelles sul debito italiano

Dall’Europa è arrivata all’Italia una lettera di richiesta di chiarimenti, perché il rapporto tra il nostro debito pubblico e il Prodotto Interno Lordo nel 2018 è aumentato dello 0,8%, passando dal 131,4% del 2017 al 132,2% dello scorso anno. C’è chi si è mostrato sorpreso per questa missiva, ma i dati diffusi a fine aprile da Eurostat facevano presagire proprio ciò che poi è avvenuto.

Mentre la tendenza europea va nella direzione della diminuzione del rapporto debito/PIL, l’Italia va nel verso opposto. Infatti, sono soltanto 3 su 28 i Paesi dell’Unione in cui il debito pubblico è aumentato lo scorso anno (Grecia, Italia e Cipro), mentre in Francia è rimasto invariato: in 24 Paesi Ue su 28 il debito è sceso e non di poco: nella zona euro di ben due punti, dall’87,1% nel 2017 all’85,1% nel 2018; nella Ue è calato dall’81,7% all’80% in relazione al PIL. E non si tratta soltanto di una tendenza annuale: nell’ultimo triennio in Europa il rapporto debito/PIL è diminuito mediamente di quasi 5 punti in percentuale.

Inoltre, sono ben 13 i Paesi che nel 2018 hanno messo a segno un surplus di bilancio: si tratta di 8 stati della zona euro (Germania, Olanda, Grecia, Austria, Lituania, Lussemburgo, Estonia, Slovenia) e 5 nazioni fuori dall’Eurozona (Repubblica Ceca, Danimarca, Croazia, Bulgaria e Svezia). Guardando ai Paesi più popolosi, il rapporto debito/PIL della Germania è sceso dal 64,5% del 2017 al 60,9% del 2018, in Spagna è sceso dal 98,1% al 97,1%, mentre in Francia è rimasto stabile al 98,4%.

La performance più impressionante è quella del Portogallo, il cui debito è calato dal 124,8% al 121,5%, mentre il deficit annuale è stato quasi azzerato: dal 3% allo 0,5%. Nel 2016 il debito portoghese era superiore al 129% del Pil e dunque si è ridotto di ben 8 punti in percentuale.
La Grecia è il paese che ha un debito più alto (181,1%), mentre l’Italia si colloca al secondo posto con un debito pari al 132,2%. Seguono Portogallo (121,5%), Cipro (102,5%), Belgio (102%), Francia (98,4%) e Spagna (97,1%).

In un Paese normale – a fronte di questi dati – ci si interrogherebbe seriamente sui motivi per cui l’Italia persiste a seguire la via dell’indebitamento, mentre quasi tutti gli altri Paesi europei riescono a ridurre il proprio debito anche in modo significativo. Oppure ci si domanderebbe per quale ragione negli ultimi 30 anni le posizioni tra Belgio e Italia si sono scambiate (infatti nel 1990 il rapporto debito/PIL dell’Italia era intorno al 100% e quello del Belgio al 130%).

Invece la maggior parte degli italiani si stupisce che da Bruxelles scrivano per chiedere spiegazioni, o peggio se la prende con l’Europa dei burocrati, facendo finta di non sapere che le regole dell’Unione le abbiamo sottoscritte anche noi.

La situazione è alquanto paradossale e persino irragionevole. Navighiamo con un’evidente falla nella chiglia dell’imbarcazione Italia e ce la prendiamo con chi ci segnala che stiamo imbarcando troppa acqua. C’è persino chi sostiene che per migliorare il galleggiamento la cosa migliore sia far entrare altra acqua nella stiva, allargando il buco esistente sul fondo della nave.

Forse non ce ne rendiamo nemmeno conto, ma alle lettere allarmate che arrivano dall’Europa stiamo rispondendo con le cartoline scherzose dalle vacanze in Italia. Speriamo di non dover chiedere – tra non molto – i francobolli alla Grecia…

Giugno 2019
Rocco Artifoni

 

L’imposta patrimoniale per ridurre il debito pubblico

L’ARDeP (Associazione per la Riduzione del Debito Pubblico) è un’associazione civica composta da cittadini che hanno in comune la sensibilità al problema del debito, cercano di segnalarne il pericolo e di offrire il loro contributo di idee per favorirne la riduzione.

L’associazione, presieduta da Rocco Artifoni, è stata ideata e fondata dal Prof. emerito Luciano Corradini, il quale nel settembre nero del 1992, quando lo Stato rischiava seriamente la bancarotta, decise di decurtarsi parte della retribuzione a vantaggio del debito pubblico. E per un anno e mezzo versò all’erario il 10% del suo stipendio di docente universitario. 

Lo scopo di quella iniziativa, spiegato poi in una lettera al presidente Amato, era quello di denunciare le conseguenze nefaste dell’evasione fiscale e richiamare i politici a una gestione più attenta e responsabile del bilancio statale.

Ebbene, oggi sono qui per parlare di una delle proposte dell’ARDeP per ridurre il debito pubblico. Prima di introdurla, però, vorrei fare un breve cenno al problema del debito pubblico e dell’evasione.

  1. Nell’ultimo ventennio il nostro debito è più che raddoppiato, a marzo scorso il suo ammontare era pari a 2.358,8 miliardi (fonte Banca d’Italia). Siamo il paese europeo che spende la cifra più alta in assoluto per interessi sul debito. Anche lo scorso anno abbiamo dovuto staccare un assegno miliardario per pagare gli interessi agli investitori di tutto il mondo, pena la dichiarazione di insolvenza; un assegno di ben 65 miliardi, l’equivalente di due manovre di bilancio.
    Se il debito venisse ridotto, questi denari potremmo utilizzarli per fare altro, per esempio, potremmo impiegarlo per le politiche sociali. Si consideri che Germania e Francia riservano quasi il 10% della loro spesa pubblica alla scuola, contro il 7,5 dell’Italia. Per di più la Francia ha un budget di spesa ben più alto dell’Italia, pari a oltre 1.200 miliardi, contro i nostri 850 miliardi.
    Sempre nel corso dell’ultimo ventennio anche la ricchezza delle famiglie italiane è cresciuta progressivamente, tanto da sfiorare la soglia dei 10 mila miliardi di euro, oltre quattro volte il valore del debito, di cui le attività reali (abitazioni, terreni) valgono circa 6.000 miliardi e quelle finanziarie (conti, depositi, titoli, azioni, ecc.), al netto delle passività (mutui, prestiti personali), valgono 4.000 miliardi.
    Semplificando i dati e ragionando per medie aritmetiche, possiamo affermare che è come se ogni italiano residente avesse un debito di circa 39 mila euro e al contempo detenesse un patrimonio di circa 160 mila euro (composto per il 60% circa da immobili e per il 40% circa da contanti).
    Questa massa di ricchezza, ovviamente, non è equamente distribuita. Pare che il 50% della ricchezza sia finito nelle mani del 10% delle famiglie.
  2. Sull’evasione fiscale, invece, non ci sono dati certi, l’unica certezza è che in Italia da decenni l’evasione viaggia a 12 cifre. In Italia, infatti, ogni anno sfuggono a tassazione circa 270 miliardi, che se venissero tassati frutterebbero alle casse dell’erario non meno di 100 miliardi di imposte all’anno.
    Ragionando anche qui per medie aritmetiche, possiamo affermare che è come se ogni famiglia occultasse al fisco ogni anno circa 11 mila euro di reddito (le famiglie sono 24,5 milioni).  Le famiglie, ovviamente, non evadono tutte e non tutte allo stesso modo. Si stima che per alcune categorie di contribuenti l’evasione sia pari addirittura all’80% del reddito totale prodotto.
    In realtà, proprio il mancato incasso di questi denari ha comportato l’arricchimento di alcune famiglie, a svantaggio di altre, che da decenni subiscono una pressione fiscale veramente eccessiva.
    Stando così le cose, se per ridurre il debito pubblico pensassimo di varare un’imposta patrimoniale senza un preventivo accertamento circa la reale provenienza dei patrimoni, non faremmo altro che aggiungere ingiustizia ad iniquità.
    Ciò in quanto alcuni patrimoni, evidentemente, sono stati alimentati anche dai proventi dell’evasione, cioè sono il frutto dell’autoriciclaggio delle imposte evase, complice una normativa troppo timida nel contrasto dell’autoriciclaggio. Si consideri che fino al 2015 l’attività di autoriciclaggio - in qualunque forma fosse realizzata - non era punibile in quanto la condotta dell’autoriciclatore era considerata come naturale prosecuzione del delitto presupposto [1].

Se la parola “equità fiscale” ha un senso, occorre procedere con un “atto di giustizia ripartiva”, cioè bisogna anzitutto tassare i patrimoni di provenienza illecita.

La proposta dell’ARDeP - denominata APC, che sta per Aliquota Personale Congrua - consiste nell’utilizzo di strumenti informatici per la creazione di liste selettive di patrimoni da sottoporre a tassazione. Si tratta di “individuare” a monte liste di contribuenti con gravi incongruenze in relazione al rapporto tra i redditi dichiarati e il patrimonio posseduto. 

Più nel dettaglio, bisogna mettere a confronto il patrimonio detenuto da ciascun nucleo familiare con i redditi dichiarati al fisco nel più lungo arco di tempo consentito dal sistema informativo dell’anagrafe tributaria (l’intera vita lavorativa o comunque gli ultimi 15…20 anni).

Da questa relazione ben si potrebbe addivenire ad una percentuale di congruità da utilizzare per tassare i grandi patrimoni. 

Nulla da temere per chi non ha "scheletri nell'armadio", perché con questo metodo verrebbero alla luce solo i patrimoni intestati a prestanome, quelli provenienti da attività illecite e, in particolare, dall’autoriclaggio dell’evasione.

Si tratta, ripeto, di un’imposta straordinaria che colpisce non tutti i patrimoni, ma solo quelli incongrui, da destinare alla riduzione del debito pubblico. In questo modo ciascun cittadino contribuirebbe alla riduzione del debito in modo molto diverso in base alla sua fedeltà fiscale. L’aliquota personale con cui tassare il patrimonio, infatti, non dipenderebbe dall’ammontare del patrimonio, ma dal reddito dichiarato nel lungo periodo considerato.

Una volta che il software avrà selezionato i grandi patrimoni incongrui da sottoporre a tassazione, i contribuenti selezionati dovranno dimostrare la provenienza lecita del loro patrimonio. 

I contribuenti onesti, anche se in possesso di ingenti patrimoni, risulteranno “congrui” a questa verifica e saranno perciò esentati dall’imposizione. Gli altri, invece, contribuiranno alla riduzione del debito con un’imposta che dipenderà dalla quota di patrimonio “ingiustificato” detenuto. 

Lo stesso discorso andrebbe esteso anche all’imposta di successione e donazione, si dovrebbe prevedere un criterio di calcolo dell’imposta basato sul medesimo principio.

L’imposta di successione dovrebbe dipendere dalla congruità dell’asse ereditario al reddito prodotto e dichiarato in vita dal de cuius. 

Noi dell’ARDeP riteniamo che dopo decenni di evasione scandalosamente elevata questa proposta possa rivelarsi un efficace strumento, certamente non l’unico, per ridurre il debito pubblico, ma soprattutto utile per recuperare equità, solidarietà e coesione sociale.

I dati relativi al patrimonio immobiliare sono tutti disponibili in Anagrafe tributaria e quelli relativi al patrimonio mobiliare sono disponibili presso l’Anagrafe dei conti e dei rapporti finanziari. Un archivio nel quale annualmente tutti gli operatori finanziari (Banche, Poste, ecc.) trasmettono il saldo e la giacenza media di tutti i rapporti in essere relativi all'anno precedente. 

Il primo passo da compiere sarebbe quello di rendere obbligatoria per tutti la presentazione della Dichiarazione Sostitutiva Unica (DSU), che oggi viene presentata dai soli contribuenti che intendono richiedere il modello ISEE per accedere a vantaggi fiscali o prestazioni sociali.

Si consideri che il dato del patrimonio mobiliare da dichiarare in DSU fino al 2015 era autocertificato. Da quell’anno in poi è stato introdotto l’obbligo di verifica del dato da parte dell’INPS sulla base delle risultanze dell’Anagrafe dei conti e dei rapporti finanziari. 

Ebbene, il primo anno (quello in cui sono iniziati i controlli) le dichiarazioni con patrimonio nullo sono passate da quasi il 70% al 16%.  Ciò significa che fino all’anno 2015 il 54% circa delle autocertificazioni presentate ai fini ISEE erano infedeli.

Questo dato, oltre a gettare un’ombra di sospetto sull’attendibilità di qualsiasi dato reddituale auto-dichiarato, dimostra quanto l’anagrafe dei conti e dei rapporti finanziari sia stata utile ed efficace per correggere i vizi degli italiani.

Ebbene, la nostra proposta prevede proprio l’estensione in chiave antievasione dell’utilizzo dell’Anagrafe dei conti e dei rapporti finanziari.

Giugno 2019
Cleto Iafrate

[1] Per un approfondimento su questo punto, C. Iafrate, AUTORICICLAGGIO. LA CASSAZIONE CORREGGE IL TIRO, MA CI SONO ANCORA MARGINI DI MIGLIORAMENTO, in ficiesse.it.

Lo shock fiscale di cui ha bisogno l’Italia

Ha ragione Salvini, quando per l’Italia sottolinea “la necessità di uno shock fiscale”. Il problema è nella scelta del tipo di shock da metter in atto.

Per Salvini è la flat tax al 15%, a costo di sforare il tetto del 3% del deficit. La conseguenza, facile da pronosticare, sarebbe uno shock sullo spread, cioè un aumento vertiginoso degli interessi sul debito pubblico.

Un altro tipo di shock potrebbe essere assai più utile per le casse pubbliche: cercare di azzerare il deficit, assicurando - come prevede la Costituzione - l’equilibrio di bilancio (art. 81) e la sostenibilità del debito pubblico (art. 97), con la conseguenza di un drastico calo degli interessi sui titoli di stato.

Questo obiettivo si potrebbe raggiungere senza comprimere la spesa pubblica, cioè senza attuare politiche di austerità. Come?

  1. Pagare le imposte in base alla reale capacità contributiva (art. 53 Cost.). Il che significa anzitutto che tutti i redditi devono essere cumulati e non più soggetti a tassazioni separate e/o di favore.
  2. Comprendere nella base imponibile anche il patrimonio mobiliare, tenendo conto del carico famigliare con un’adeguata quota di esenzione dall’imposizione. Per esempio, si potrebbe rendere l’ISEE obbligatorio per tutti, utilizzandolo come punto di riferimento per la tassazione progressiva.
  3. Introdurre concrete misure di contrasto all’evasione fiscale, attraverso l’ampliamento delle deduzioni e delle detrazioni fiscali per far emergere l’economia sommersa (per il Fondo Monetario Internazionale quasi il 23% del PIL italiano), creando un reale contrasto di interessi tra fornitore e cliente.
  4. Ripristinare una maggiore progressività delle imposte, poiché attualmente sopra i 28.000 euro tutti i contribuenti pagano quasi la stessa aliquota (dal 38 al 43%). Ma la capacità contributiva di chi ha un reddito di 30.000 euro è ben diversa da chi incassa 300.000 euro. E non è giusto fare parti uguali tra diseguali. Si potrebbe adottare, come in Germania, una semplice funzione matematica che automaticamente aumenta l’aliquota con l’accrescere dell’imponibile.
  5. Rendere progressiva anche l’imposta sugli utili delle aziende (anziché l’attuale flat tax del 24% dell’ IRES), come avviene negli USA, dove si applicano 7 aliquote a scaglioni.
  6. Utilizzare almeno un calcolo proporzionale per le sanzioni, come accade in alcuni Paesi del Nord Europa, in cui le tariffe sono stabilite in funzione del reddito e/o del patrimonio. Per esempio, ad un automobilista assai ricco un eccesso di velocità o un divieto di sosta può costare molte migliaia di euro.
  7. Ristabilire un’imposta più seria sulle successioni e sulle donazioni, con una quota di esenzione più bassa e con aliquote progressive (attualmente per la discendenza diretta si tratta del 4% indipendentemente dall’ammontare del patrimonio).

Mettere in atto queste proposte comporterebbe un adeguato aumento delle entrate tributarie e una diminuzione delle disuguaglianze. Si tratterebbe di una vera rivoluzione fiscale nella direzione indicata dalla Costituzione, che considera inderogabile la solidarietà economica e compito della Repubblica la rimozione degli ostacoli che impediscono l’uguaglianza tra i cittadini.

Giugno 2019
Rocco Artifoni 

La deriva dei conti pubblici italiani

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La legge di stabilità approvata nel dicembre scorso ha previsto per il 2019 un deficit del 2% rispetto al Prodotto Interno Lordo (PIL).

Recentemente Matteo Salvini ha ipotizzato di sforare il 3%, limite stabilito dal Trattato di Maastricht, sottoscritto anche dall’Italia.

Dato che il PIL italiano nel 2018 è stato di 1.757 miliardi di euro (fonte ISTAT), l’1% in più di deficit corrisponde a 17,5 miliardi di euro, che verrebbero chiesti in prestito agli investitori e ai risparmiatori. Ma questo incremento del deficit previsto porta inevitabilmente ad aumentare il costo degli interessi sul debito, che sostanzialmente si identifica con l’aumento dello spread.

Gli operatori del settore stimano che un aumento del deficit oltre il 3% comporterebbe per l’Italia una crescita dello spread di almeno 100 punti, cioè un aumento degli interessi sul debito dell’1%. Dato che il debito pubblico al 31 marzo 2019 ammontava a 2.358,8 miliardi di euro (fonte Banca d’Italia), se l’aumento rimanesse costante nel tempo, si tratterebbe di un costo aggiuntivo di 23,5 miliardi di euro, seppure spalmati in circa 7 anni (scadenza media dei titoli di stato italiani).

È evidente che farsi prestare 17,5 miliardi di euro per poi doverne restituire 41 (17,5 + 23,5), seppure in 7 anni, non è un grande affare.

Per non parlare delle eventuali sanzioni (di parecchi miliardi di euro) che potrebbero arrivare dall’Unione Europea per eccesso di deficit e di debito, nonché violazione del Trattato di Maastricht.

A confermare questa prospettiva negativa per l’Italia, a differenza di tutti gli altri paesi europei, il 29 maggio è stato pubblicato dalla Corte dei Conti il Rapporto 2019 sul coordinamento della finanza pubblica, nel quale si legge: "il 2018 si configura come l’esercizio nel quale il rapporto debito pubblico/Pil torna a crescere in misura marcata, portandosi al 132,2 per cento (dal 131,4 nel 2017). Secondo i dati Eurostat, nell’insieme dell’Area dell’euro l’incidenza del debito sul Pil è scesa di 2 punti, all’85,1 per cento: è rimasta invariata in Francia (98,4 per cento); si è ridotta di 3,6 punti in Germania (60,9 per cento); è calata di un punto in Spagna (al 97,1 per cento) e di 0,5 punti in media (al 124,2 per cento) nei tre Paesi (Grecia, Belgio e Portogallo) che, con l’Italia sono ancora al di sopra della soglia del 100 per cento. L’aumento del 2018 colloca per l’Italia l’indicatore al suo massimo livello dal primo dopoguerra e in crescita di 32,7 punti di Pil rispetto al 2007".

È appena il caso di segnalare che più deficit e debito significano meno risorse disponibili per le spese pubbliche e per le politiche sociali.

E non bisogna dimenticare che "il debito è come qualsiasi altra trappola, abbastanza facile cadervi dentro, ma abbastanza difficile poi uscirne" (Henry Wheeler Shaw).

Maggio 2019
Rocco Artifoni

I paradossi della flat tax all’italiana

Se si accende la spia rossa del debito

Se si accende la spia rossa del debito

Quando si accende una spia rossa nel cruscotto dell’automobile sarebbe opportuno fermarsi e cercare di capire qual è il problema, per evitare che il danno comprometta la possibilità di continuare il viaggio.

Di recente sulla vettura “Italia” si sono accese molte lampadine di allarme.

La Banca d’Italia ha segnalato che nel 2018 il debito pubblico è aumentato di 53,2 miliardi di euro, cioè 10 miliardi in più rispetto alla media degli ultimi 3 anni. Lo spread, cioè il differenziale tra titoli di stato italiani e tedeschi, è quasi raddoppiato in un anno (da 136 a 259 punti), il che significa che il costo degli interessi sul debito è aumentato di 1,23 punti in percentuale. Infatti, la spesa per gli interessi è passata da 65,6 miliardi di euro nel 2017 a 67,9 miliardi nel 2018.

L’ISTAT ha calcolato che nel 2018 il Prodotto Interno Lordo dell’Italia è cresciuto dello 0,9%, mentre l’anno precedente era salito dell’1,5%. Di conseguenza il rapporto tra debito e PIL nel 2018 ha raggiunto un nuovo record storico: 132,1% (nel 2017 era del 131,3%).

Tutto ciò è accaduto prima che entrassero in funzione due novità importanti, decise dalla maggioranza di governo, come quota 100 per il pensionamento anticipato e il reddito di cittadinanza per chi si trova sotto la soglia di povertà. Questi provvedimenti, a prescindere dalle valutazioni di merito, sono onerosi per le casse dello stato per parecchi miliardi di euro. Di fatto andranno ad aggravare la situazione debitoria, poiché si tratta di misure finanziate prevalentemente a deficit.

In questo scenario che non promette nulla di buono sulle prospettive economico-finanziarie dell’Italia, forse sarebbe necessario che l’autista fermasse l’automobile in un’area di sosta, per cercare di trovare un rimedio alle spie accese che segnalano problemi alla vettura. Oppure potrebbe continuare ad ignorare le luci rosse che lampeggiano o anche abbassare la luminosità del cruscotto per non vedere più le spie luminose. Ma questa non è un’alternativa vera: è soltanto un modo irrazionale di rinviare i problemi che si stanno aggravando.

Chi fa politica dovrebbe porsi al servizio della comunità, prendendo atto della situazione reale. Non serve far finta di nulla o rischiare di fondere il motore dell’auto. A volte è saggio decidere di fermarsi e cambiare strada. Per farlo occorre un navigatore particolare, che si chiama senso dello stato e salvaguardia del futuro, perché in realtà saranno i giovani a portare il fardello del debito.

In questi casi vale sempre la frase del teologo americano James Freeman Clarke che due secoli fa scrisse: “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo paese”.

Debito pubblico un colossale caso di corruzione

Un Governo ingiusto

Debito pubblico, un colossale caso di corruzione

La natura e la rilevanza del debito pubblico italiano è l’effetto del più colossale caso di corruzione ai danni del popolo. Proviamo a riavvolgere il nastro e a ripartire dagli anni settanta.

In quegli anni grandi riforme ispirate dalla Costituzione videro la luce ed una stagione di rivendicazioni sociali ed economiche finalmente approdarono nel porto sicuro della giustizia sociale, segno che le lotte coinvolsero grandi strati della popolazione di fronte alle quali i governi dovettero piegarsi. Entrò in vigore una riforma fortemente progressiva dell’Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche), fu deciso l’intervento della Banca d’Italia a tutela del debito italiano, fu introdotta la scala mobile.

Eventi internazionali mutarono il quadro economico: le crisi petrolifere crearono un sistema finanziario importante che iniziò a contare sempre di più. La Banca d’Italia se ne accorse in ritardo e, soprattutto in occasione di alcuni scandali bancari in cui figurarono coalizzati banche private, Ior, mafia, politica e settori deviati dello Stato, cercò di fare luce e chiarezza, pagando un prezzo molto alto. La finanza che governava davvero l’Italia e la politica corrotta di quegli anni fecero guerra a tutto quello che poteva ostacolare questo processo inarrestabile di “mutazione genetica” e fecero, ingiustamente, incriminare i vertici della Banca d’Italia, giusto il tempo di creare le premesse per quello che è stato da molti definito “il colpo di Stato” finanziario ed economico più silenzioso ed efficace dalla fine della seconda guerra mondiale: il divorzio della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro.

Dopo questa scelta, unitamente a fattori internazionali, il nostro debito in rapporto al Pil raddoppia e nulla più resterà come prima. Il divorzio in realtà fu un accordo di non belligeranza. I conflitti, fino a quel momento forti e drammatici tra politica e Banca d’Italia che sostanzialmente vertevano sui rischi dei processi di finanziarizzazione per l’intero assetto internazionale, europeo ed italiano, furono barattati con l’allentamento dei controlli in cambio di un generale abbassamento del livello del conflitto. La politica e la finanza avrebbero lasciato in pace la Banca d’Italia ed in cambio questa avrebbe ridotto i controlli su un sistema finanziario infettato e colluso con la criminalità organizzata e con forti poteri diffusi che vedevano nella finanza ombra, e nella deregolamentazione, il nuovo Eldorado.

Il drastico allargamento della forbice tra top e down della scala sociale è un tratto caratteristico degli ultimi 30 anni della nostra storia. Fino agli anni ‘80 nei paesi avanzati il divario di ricchezza si era attenuato. Ma nella disuguaglianza c’è un forte vissuto di deprivazione relativa: uno “smottamento” per il Censis; la perdita relativa di ricchezza dei molti nei confronti dei più ricchi accresce invidia e risentimento sociale, alimentano il populismo e l’avventura politica; abbiamo sbagliato a pensare che il processo, molto accelerato, di benessere potesse non avere mai fine.

Le dinamiche di privatizzazione, utilizzate come risoluzione dei problemi, rappresentarono in realtà la capitolazione dinanzi ai nuovi padroni del mondo. Svelare questi meccanismi e renderli patrimonio comune può aiutarci ad arricchire il discorso pubblico sul debito e a non restare all’angolo cadendo nelle trappole della illusoria “crescita”, insostenibile dal punto di vista ambientale, e nel gioco al massacro dei “tagli”, ormai insostenibili dal punto di vista sociale.

Questa prospettiva evita anche di farci cadere nella ideologia nazionalistica o sovranista per cui la colpa delle nostre condizioni socio-economiche è da attribuire ai migranti o a categorie sociali fragili, e quindi a smontare la retorica xenofoba e razzista.

Gli italiani non possono prendersela con coloro che non erano neanche nati in quegli anni e che non erano neanche presenti in Italia, ma che solo dopo molto tempo approdarono sulle nostre coste in cerca di dignità. Ci siamo fatti mali anche da soli e con noi molti paesi del mondo. Gli squilibri economici nel mondo, alla base del “non ci sono i soldi” e “prima i nostri” sono un fenomeno di lungo corso e non il portato della crisi degli ultimi 10 anni.

Occorre rifiutare “l’ideologia dell’ordine dei conti”, facendo pagare un debito pubblico, a questo punto incolpevole per il 99% della popolazione, ai ricchi e super-ricchi con patrimoniali straordinarie ed ordinarie e reintroducendo una reale progressività e cumulabilità.  Altro che “flat tax” nella versione scandalosa ed incostituzionale in cui è stata presentata dal governo in carica!

Il recente studio “Fisco & Debito”, promosso da Cadtm Italia, dimostra come tutti i governi italiani, dal 1983 ad oggi, si sono inseriti nel solco delle riforme neo-liberiste globali, che realizzano disuguaglianze scandalose e governano con ogni mezzo il processo autoalimentandolo senza soluzione di continuità.

È evidente che fenomeni mondiali sono alla base dell’aumento del debito pubblico dei paesi vulnerabili e ciò smonta anche l’attribuzione delle responsabilità ad un’Europa che, d’altra parte, con i suoi vincoli e con le sue storture istituzionali, non indica un’uscita democratica dall’attuale capitalismo finanziario.

L’obiettivo resta il ripudio concordato del debito pubblico mondiale, almeno nella parte alimentata dalle speculazioni finanziarie, dagli interessi passivi che non dovrebbero maturare sui titoli del debito pubblico, dalle spese militari, dalle grandi opere inutili e dannose, dalle privatizzazioni di servizi essenziali, dai salvataggi bancari scandalosi, dai contratti asimmetrici come i derivati.

Questi approcci e queste ricerche possono ridefinire un discorso pubblico nuovo, un metodo di approccio sociale e politico che può sortire effetti liberatori nella direzione di una nuova giustizia sociale ed economica mondiale. Tutto ciò dimostra come gli effetti di questi processi possono essere inquadrati dentro il più ampio fenomeno corruttivo che vede da una parte la finanza, la criminalità organizzata, settori imprenditoriali collusi, la politica governativa debole e succube dei poteri forti e dall’altra un popolo che subisce  ignaro e per lo più distratto dalla “politica del nemico”, guarda caso povero, fragile, debole, solo oppure lontano e irraggiungibile.

Gli italiani tra risparmio privato e debito pubblico

Debito Pubblico e Quarta Rivoluzione Industriale

di Angelo Grasso

Presi come siamo dalla pressante contingenza rappresentata dalla fine del Quantitative Easing da parte della BCE, fine che decreterà sicuramente l'innalzamento dello spread BTP/Bund, noi Italiani non riusciamo ad alzare lo sguardo oltre l'orizzonte temporale del brevissimo termine.

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Avvenire: il dibattito sul debito pubblico

Elenco degli articoli che fanno parte del dibattito sul tema del debito pubblico, sul quotidiano L'Avvenire:

Contro il debito. Equità fiscale, riorganizzazione della spesa e formazione civica

Sessanta miliardi all’anno d’interessi. E “liberarsi dagli interessi” non basta.
 
  mercoledì 28 marzo 2018

Caro direttore, 

grazie per l’attenzione che con il suo giornale, “Avvenire” ha dato e dà alla questione del debito pubblico. È sicuramente il problema principale del nostro Paese, da cui discendono tutti gli altri (lavoro, strutture e infrastrutture, servizi alla persona, sanità, scuola, università, ricerca... ).

Uno Stato che deve spendere oltre 60 miliardi annui per pagare gli interessi sul proprio debito è chiaro che fa fatica a elevare l’erogazione delle proprie prestazioni.

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Ciò che Matteo Salvini vorrebbe ignorare

di Rocco Artifoni

"Se serve, ignoreremo il tetto del 3%", è la dichiarazione di guerra ai parametri europei sul fronte dei conti pubblici del leader leghista Matteo Salvini. Il fatto che questa frase sia stata pronunciata in una conferenza stampa a Strasburgo, autorizza a pensare che non si tratti di una battuta.

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DEBITO, LE TRE IPOTESI NELLA TRATTATIVA CON L'UE

di Carlo Cottarelli 

Cipro, Croazia e Italia. Cosa hanno in comune questi tré Paesi, oltre ad aver la fortuna di essere bagnati dal nostro stupendo Mediterraneo? Sono gli unici tré Paesi rimasti nella lista di quelli che la Commissione europea, nel suo annuale esercizio di sorveglianza macroeconomica pubblicato il 7 marzo (il «Semestre Europeo»), continua a considerare come caratterizzati da eccessivi squilibri macroeconomici.

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Un'operazione-verità sul debito pubblico per ottenere giustizia

Tommaso Valentinetti
Fatalità o colpa? Un confronto sull'origine del problema
Caro direttore, la sua idea di aprire su Avvenire uno spazio pubblico di confronto sul tema del debito pubblico italiano è da salutare molto positivamente, soprattutto... (continua su il sito de L'Avvenire)

Quei 40 miliardi di euro che servirebbero

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di Rocco Artifoni

Leggendo i report della Banca d’Italia, apprendiamo che nel 2016 i conti pubblici hanno riportano un disavanzo di circa 40,7 miliardi di euro, mentre la ricchezza delle famiglie italiane è aumentata di 41,1 miliardi di euro.

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La finanza pubblica secondo la Corte dei Conti

di Rocco Artifoni

Nell’impostazione della Costituzione italiana il Governo (Titolo III dell’Organizzazione della Repubblica) è composto da tre Istituzioni: il Consiglio dei Ministri, la Pubblica Amministrazione e gli Enti Ausiliari. Tra questi ultimi “la Corte dei conti esercita il controllo preventivo di legittimità sugli atti del Governo, e anche quello successivo sulla gestione del bilancio dello Stato” (art. 100).

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Quel debito che non cala mai

Rocco Artifoni

Purtroppo anche nel 2016 le previsioni del Governo sulla riduzione del debito pubblico italiano si sono dimostrate errate. La Banca d’Italia ha pubblicato le stime del debito e del fabbisogno delle amministrazioni pubbliche per l’anno 2016. Al termine dello scorso anno il debito pubblico era pari a 2.217,7 miliardi di euro, mentre un anno prima il debito ammontava a 2.172,7 miliardi. Di conseguenza il debito nel 2016 è aumentato di 45 miliardi di euro.

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Carta di Genova

di Luciano Corradini

19 luglio 2016

A 15 anni dal G8 di Genova e nell’anno del Giubileo della misericordia ci siamo dati appuntamento per condividere una delle questioni globali più urgenti:

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Seduti sul Debito

di GIORGIO GANDOLA

Ce l’hanno detto in tutte le lingue: «I rischi per l’Italia derivano dal debito troppo alto». Quel parametro fuori controllo (136% del pil) influenza tutti gli altri, toglie credibilità all’azione di governo, mette le banche sull’altalena anche se stanno meglio, per esempio, di alcune francesi e tedesche. E in definitiva impedisce al Paese di guardare al futuro con maggiore serenità. (segue nell'allegato)

Considerazioni inattuali sul pareggio di bilancio

Ultimamente pare che quasi tutti se la prendano con il pareggio di bilancio inserito in Costituzione. Sarebbe questa la fonte di tutti i nostri mali. Per alcuni persino il pareggio di bilancio in sé sarebbe un obiettivo errato. Chi l’ha detto che i conti debbano essere in pareggio? Così si va ragionando, da sinistra e da destra, da vecchi partiti e da nuovi movimenti. Anche l’attuale Governo vorrebbe maggior flessibilità, spostando nel tempo il raggiungimento del pareggio di bilancio, alzando la percentuale stabilita per il deficit o rinegoziando il fiscal compact, cioè i tempi per la riduzione del debito pubblico.

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Ricchi di debiti

Ad Aprile del 2011 non eravamo un sorvegliato speciale.

Un giornale on-line7 l’11 Aprile 2011 scrive: «Il settimanale finanziario “Milano Finanza” ha confrontato gli andamenti dei titoli di stato italiani e di quelli tedeschi. Da inizio anno i rendimenti dei primi sono in calo mentre quelli dei titoli governativi, in Germania, sono saliti molto. Addirittura raddoppiando sulla scadenza a un anno.

Il mercato pare così voler sottolineare che l’Italia (ma anche la Spagna, che ha tendenze analoghe) è fuori dalla bufera europea del debito sovrano ma anche che la Germania dovrà pagare parecchio per i salvataggi di Irlanda, Grecia e Portogallo».

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Una manovra corretta

Il testo della legge di stabilità contiene alcune novità positive per le famiglie e per la solidarietà

Quando il governo Monti ha presentato la prima bozza della legge di stabilità, non abbiamo risparmiato le critiche (si veda in proposito: “una manovra contro i più poveri”). In seguito, al testo presentato sono state apportate diverse correzioni, grazie anche ad emendamenti parlamentari, arrivando all’approvazione definitiva della legge con alcuni aspetti decisamente più positivi rispetto alle premesse. Vediamo alcuni significativi esempi:

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L’imbroglio del debito pubblico

La spesa per gli interessi penalizza le politiche sociali. Più tasse sui ricchi anche per contrastare mafie, corruzione ed evasione fiscale.

“Lo spread è un imbroglio”, ha detto recentemente l’ex presidente del consiglio dei ministri. Un paio di giorni dopo la Banca d’Italia ha reso noto che ad ottobre 2012 il debito pubblico italiano ha raggiunto nuovi record sia in valore assoluto (2.014 miliardi di euro) che in relazione al Prodotto Interno Lordo (126,1 %).

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L'idea per ridurre il debito

In allegato, un articolo apparso su TarantoOggi con l'intervista a Cleto Iafrate, consigliere dell'ARDeP.

Non possiamo lasciare il debito ai nostri figli

La provocazione ancora attuale di Luciano Corradini.

Sono trascorsi 20 anni, ma la situazione non è molto cambiata. Il 26 settembre del 1992 Luciano Corradini, professore di pedagogia all’Università di Roma e vicepresidente del Consiglio nazionale della pubblica istruzione, si reca in un ufficio postale e versa 500 mila lire come “contributo volontario al risanamento del bilancio dello Stato” italiano. Quello stesso giorno scrive a Giuliano Amato, presidente del Consiglio dei Ministri: “ho deciso di versare mensilmente all’erario 500 mila lire, oltre ovviamente a ciò che debbo in quanto cittadino, finché perdureranno le attuali difficoltà dell’Italia”. E in effetti in quel periodo il nostro Paese era “sull’orlo del baratro, cioè della bancarotta.

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Abolire le Province, ridurre le Regioni, privatizzare per ridurre il debito

Le proposte dell'Associazione per la riduzione del debito dopo il declassamento di Standard and Poors

Il declassamento dell'Outlook dell'Italia da parte di Standard and Poors, particolarmente preoccupante in questa fase di gravi difficolta' finanziarie per i Paesi deboli dell'euro, si basa su due valutazioni: la nostra bassa crescita e il rischio.che le incertezze politiche compromettano gli impegni di riduzione del debito, che pesa come un macigno sul futuro dell'Italia.

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L’insostenibile pesantezza del debito pubblico

E così ormai stiamo arrivando a quota 30mila: è la cifra in euro del debito pubblico medio pro-capite. Cioè, l’ammontare del debito pubblico italiano (l’ultimo dato è di 1.742 miliardi di euro) diviso per il numero dei cittadini residenti in Italia. Per una famiglia di 4 persone (come la mia) si tratta di 120mila euro.

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