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Debito pubblico italiano, nuovo record ad agosto 2020

Secondo quanto comunicato dalla Banca d'Italia al 31 agosto 2020 il debito pubblico era salito a quota 2.579 miliardi di euro. Si tratta del nuovo massimo storico

In questa pagina l'evoluzione del debito pubblico italiano nel 2020. Le varie letture, mese per mese, diffuse da Bankitalia.

DEBITO PUBBLICO ITALIANO DI AGOSTO 2020 A 2.579 MILIARDI

15 ottobre 2020 - Ancora in forte aumento il debito pubblico italiano nella rilevazione relativa al mese di luglio. Secondo quanto comunicato dalla Banca d'Italia al 31 agosto 2020 il debito pubblico aveva sfiorato i 2.579 miliardi di euro rispetto ai 2.561 miliardi di inizio mese (dato rivisto). Si tratta del nuovo massimo storico.

L'incremento mensile è stato pari a oltre 18 miliardi di euro; rispetto al dato dello stesso mese dello scorso anno (2.464 miliardi di euro, dato rivisto) il debito pubblico è cresciuto di quasi 115 miliardi.

A fine 2019 il debito pubblico italiano era pari a poco meno 2.410 miliardi.

Immagine - l'evoluzione del debito pubblico italiano nell'ultimo anno (elaborazione SoldiOnline):

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LEGGI ANCHE: Il debito pubblico italiano nel 2019

DEBITO PUBBLICO ITALIANO DI LUGLIO 2020 A 2.560 MILIARDI

15 settembre 2020 - Ancora in forte aumento il debito pubblico italiano nella rilevazione relativa al mese di luglio. Secondo quanto comunicato dalla Banca d'Italia al 31 luglio 2020 il debito pubblico aveva superato i 2.560 miliardi di euro rispetto ai 2.530 miliardi di inizio mese. Si tratta del nuovo massimo storico.

L'incremento mensile è stato pari a quasi 30 miliardi di euro; rispetto al dato dello stesso mese dello scorso anno (2.467 miliardi di euro, dato rivisto) il debito pubblico è cresciuto di 93 miliardi.

A fine 2019 il debito pubblico italiano era pari a poco meno 2.410 miliardi.

Immagine - l'evoluzione del debito pubblico italiano nell'ultimo anno (elaborazione SoldiOnline):

DEBITO PUBBLICO ITALIANO DI GIUGNO 2020 A 2.531 MILIARDI

14 agosto 2020 - Ancora in forte aumento il debito pubblico italiano nella rilevazione relativa al mese di giugno. Secondo quanto comunicato dalla Banca d'Italia al 30 giugno 2020 il debito pubblico era salito a quasi 2.531 miliardi di euro rispetto ai 2.510 miliardi di inizio mese (dato rivisto rispetto alla precedente comunicazione).

Si tratta del nuovo massimo storico. A fine 2019 il debito pubblico italiano era pari a poco meno 2.410 miliardi.

L'incremento mensile è stato pari a circa 20,6 miliardi di euro; rispetto al dato dello stesso mese dello scorso anno (2.444 miliardi di euro, dato rivisto) il debito pubblico è cresciuto di 86,63 miliardi.

DEBITO PUBBLICO ITALIANO DI MAGGIO 2020 A 2.508 MILIARDI

15 luglio 2020 - In forte aumento il debito pubblico italiano nella rilevazione di maggio. Secondo quanto comunicato dalla Banca d'Italia al 31 maggio 2020 il debito pubblico era salito a quota 2.508 miliardi di euro rispetto ai circa 2.467 miliardi di inizio mese.

Si tratta del nuovo massimo storico. A fine 2019 il debito pubblico italiano era pari a poco meno 2.410 miliardi.

L'incremento mensile è stato pari a oltre 40 miliardi di euro; rispetto al dato dello stesso mese dello scorso anno (2.422 miliardi di euro, dato rivisto) il debito pubblico è cresciuto di 85,61 miliardi.

DEBITO PUBBLICO ITALIANO DI APRILE 2020 A 2.467 MILIARDI

15 06 2020 - In forte aumento il debito pubblico italiano nella rilevazione di aprile. Secondo quanto comunicato dalla Banca d'Italia al 30 aprile 2020 il debito pubblico era salito a quota 2.467 miliardi di euro rispetto ai circa 2.431 miliardi di inizio mese.

Il debito pubblico italiano ha bissato il massimo storico registrato a luglio 2019. A fine 2019 il debito pubblico italiano era pari a poco meno 2.410 miliardi.

L'incremento mensile è stato pari a circa 36 miliardi di euro; rispetto al dato dello stesso mese dello scorso anno (2.430 miliardi, dato rivisto) il debito pubblico è cresciuto di 36,64 miliardi.

DEBITO PUBBLICO ITALIANO DI MARZO 2020 A 2.431 MILIARDI

15 05 2020 - Nella rilevazione relativa al mese di marzo 2020 il debito pubblico italiano ha evidenziato una flessione. Secondo quanto comunicato dalla Banca d'Italia al 31 marzo 2020 il debito pubblico era sceso a quota 2.431 miliardi di euro rispetto ai circa 2.447 miliardi del mese precedente.

Il massimo storico resta quello registrato a luglio 2019 (2.467 miliardi di euro). A fine 2019 il debito pubblico italiano era pari a poco meno 2.410 miliardi.

DEBITO PUBBLICO ITALIANO DI FEBBRAIO 2020 A 2.447 MILIARDI

15 04 2020 - Nella rilevazione relativa al mese di febbraio 2020 il debito pubblico italiano ha evidenziato una crescita. Secondo quanto comunicato dalla Banca d'Italia al 29 febbraio 2020 il debito pubblico era risalito a quota 2.447 miliardi di euro rispetto ai circa 2.444 miliardi del mese precedente (un dato rivisto per contemplare l’ampliamento del perimetro delle Amministrazioni pubbliche definito dall’Istat in accordo con l’Eurostat).

Il massimo storico resta quello registrato a luglio 2019 (2.467 miliardi di euro). A fine 2018 il debito pubblico italiano era pari a poco meno 2.380 miliardi (134,8% del PIL).

DEBITO PUBBLICO ITALIANO DI GENNAIO 2020 A 2.443 MILIARDI

16 03 2020 - Nella rilevazione relativo del primo mese del 2020 il debito pubblico italiano ha evidenziato una crescita. Secondo quanto comunicato dalla Banca d'Italia al 31 gennaio 2020 il debito pubblico era risalito a quota 2.443 miliardi di euro rispetto ai circa 2.409 miliardi del mese precedente. Il massimo storico resta quello registrato a luglio (2.466 miliardi di euro). A fine 2018 il debito pubblico italiano era pari a poco meno 2.381 miliardi (134,8% del PIL).

Il decremento mensile è stato pari a oltre 34 miliardi di euro; rispetto allo stesso mese dello scorso anno il debito pubblico è cresciuto di 22,7 miliardi.

 

COS'E' IL DEBITO PUBBLICO

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Il debito pubblico (o debito delle amministrazioni pubbliche) è rappresentato dall'esposizione di uno Stato e di altri soggetti pubblici nei confronti di altri soggetti economici. I creditori possono essere nazionali o esteri e possono essere individui, imprese, banche o stati esteri. In Italia viene diffuso dalla Banca d'Italia attraverso il  supplemento "Finanza pubblica, fabbisogno e debito" e viene annunciato con circa un mese e mezzo di delay (quindi a metà marzo, per esempio, viene comunicato il debito pubblico di gennaio).

Per valutarne l'entità, rappresentarlo rispetto alla ricchezza economica di una nazione e quindi confrontarlo con altri debiti pubblici nazionali lo si rapporta solitamente al PIL, il Prodotto Interno Lordo di una nazione.

Tratto da Soldionline - Macroeconomia - 15/10/2020

Fonte: https://www.soldionline.it/notizie/macroeconomia/debito-pubblico-italiano-2020

Emergenza e nuovi scopi di politica monetaria

Dopo gli eccessi dell’inflazione degli anni Settanta e Ottanta, negli ultimi trent’anni con l’ingresso in Europa ci siamo abituati a pensare che il controllo dell’inflazione dovesse essere il solo obiettivo della politica monetaria. A sostenere questa tesi è stata soprattutto la Germania, memore dei disastri della repubblica di Weimar negli anni Trenta dello scorso secolo, quando un’enorme inflazione annullò il valore del marco. Alla BCE, quindi, è stato demandato il compito di alzare preventivamente i tassi ogni qual volta l’inflazione si fosse attestata molto vicina al 2%, ponendo attenzione affinché questo limite non fosse superato. Un cambio di rotta importante nell’esercizio della politica monetaria europea è intervenuto dal 2015 quando, per il perdurare della crisi finanziaria iniziata nel 2008, Mario Draghi annunciò che avrebbe fatto tutto il possibile («whatever it takes») per scongiurare la crisi dell’euro.

Da qui l’introduzione del «Quantitative easing» (allentamento quantitativo), rappresentato da un notevole acquisto di titoli pubblici da parte della BCE, con il corrispettivo trasferimento di liquidità alle banche. Con questa assai opportuna iniziativa si è raggiunto lo scopo di mettere al riparo dalla speculazione finanziaria non solo l’euro, ma anche i Paesi europei più indebitati come il nostro. Tuttavia, l’inflazione ha continuato a mantenersi molto bassa e le banche non sono riuscite a convertire questa enorme liquidità in crediti alle imprese, in assenza di affidabili opportunità d’investimento.

Oggi, per contrastare le gravi conseguenze economiche provocate dalla pandemia, si stanno creando le premesse per una svolta epocale nella politica monetaria dei Paesi occidentali. La Riserva Federale Americana (FED) ha solennemente affermato che il suo principale obiettivo sarà quello di favorire la crescita e l’occupazione, anche a costo di provocare un aumento durevole dell’inflazione oltre il 2%. Ciò avrà non poche conseguenze per le economie degli altri Paesi occidentali perché, nella prospettiva di una maggiore inflazione, il dollaro continuerà a svalutarsi nei confronti delle altre monete.

Le conseguenze maggiori riguarderanno l’euro che rivalutandosi rispetto al dollaro renderà ancora più difficili le nostre esportazioni già frenate dalla caduta della domanda globale. Decidere, come ha fatto la FED, di tornare a privilegiare l’aumento dell’occupazione ci fa ritornare indietro agli anni Settanta, quando le banche centrali stimolarono una forte crescita dell’inflazione per generare maggiore occupazione e un aumento della domanda interna. Tuttavia, quella scelta portò, soprattutto in Europa, ad una diffusa «stagflazione» in quanto ad una maggiore inflazione non si accompagnò una crescita dei consumi e degli investimenti. Oggi, però, i maggiori problemi che caratterizzano molti Paesi della UE sono rappresentati non solo da una bassa crescita ma anche da un consistente indebitamento.

In questa situazione, una maggiore liquidità destinata ad investimenti produttivi sarebbe di stimolo alla crescita e il conseguente aumento dell’inflazione potrebbe rappresentare uno strumento indispensabile per alleggerire il peso dell’indebitamento. In questa direzione si sta opportunamente muovendo la Comunità europea. Ai finanziamenti attraverso il SURE, il MES e il Recovery Fund - che se ben spesi contribuiranno certamente al graduale rilancio dell’economia - si sta accompagnando una politica monetaria espansiva da parte della BCE. Dal primo luglio, infatti, ai 750 miliardi di euro previsti per gli interventi di «Quantitative easing» si è aggiunto un programma di 1.350 miliardi di acquisto titoli per far fronte all’emergenza COVID, chiamato PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme).

Dopo l’approvazione di tale programma, che fino ad oggi ha comportato l’acquisto di 500 miliardi di titoli, il Consiglio direttivo della BCE si è impegnato ad effettuare una politica monetaria prevalentemente orientata a favorire la crescita e l’occupazione. Si tratterà ora di vedere se, nel caso fosse necessario, la BCE si spingerà anche a superare, Germania permettendo, la soglia del 2% dell’inflazione, seguendo l’orientamento della FED.

(Tratto da ecodibergamo.it del 29 Settembre 2020)

Debito record - Cosa serve per la nostra credibilità

Sulla bilancia sotto pressione del debito pubblico italiano pesa anche il Covid. Ieri la Banca d’Italia ha annunciato il nuovo record, che a giugno ha raggiunto i 2.560 miliardi. Il rapporto debito/PIL è di circa il 160 per cento: un record storico davvero inquietante se pensiamo che il primato apparteneva al periodo tra il 1919 e il 1924 per gli effetti devastanti della Grande Guerra. Siamo terzi nel mondo (nel mondo) per ammontare di BOT, BTP e CCT e quant’altro collocati nelle aste pubbliche. Ci superano solo il Giappone e la «solita» Grecia, nostra tradizionale sorella minore di sventura in economia. Ma il dato del Giappone è da ridimensionare poiché il suo debito sovrano è «interno» ovvero detenuto da possessori nipponici e soprattutto perché il governo del Sol Levante è titolare di attività finanziarie elevatissime che gli permettono di pagare gli interessi sul debito.

Naturalmente l’accresciuto fabbisogno di spesa è sacrosanto e nessuno osa mettere becco sui nostri conti in Europa: il clima è (giustamente) cambiato e i parametri di Maastricht sembrano un ricordo lontano. Però qualche motivo di preoccupazione rimane. È vero, l’Unione europea ormai non ci dà più fastidio, è un guardiano rientrato nella sua guardiola in tutt’altre faccende affaccendato. Ma qualcuno che non ha bisogno degli ammonimenti europei per turbare i nostri sonni c’è: i mercati internazionali, i fondi privati e pubblici, detentori del nostro debito (che è molto più internazionale di quello nipponico e dunque molto più a rischio). Una crisi improvvisa e violenta come quella del 2011 potrebbe abbattersi sui nostri conti trascinandoci nella bufera. Inutile dire cosa accadrebbe se i mercati di mezzo mondo considerassero non più «sostenibile» il nostro debito, ovvero che ritenessero che non può più essere restituito. Sarebbe una sciagura nella sciagura visto quello che stiamo vivendo. Per il momento questo pericolo non è all’orizzonte: lo «spread», l’indicatore della sostenibilità dei nostri titoli, è sotto controllo e la Banca centrale europea continua la linea del «whatever it takes» inaugurata da Mario Draghi, ovvero è pronta a sostenere i nostri titoli pubblici con massicce operazioni finanziarie (almeno si spera, perché in fondo la decisione è politica).

Tutto questo non durerà in eterno e prima o poi dovremo mettere mano a questo macigno che pesa soprattutto sulle teste delle nuove generazioni. Ci sono diversi mezzi (anche in combinato disposto) per mettere mano ai nostri gravosi conti, tutti più o meno dolorosi: aumentare le tasse (una follia), generare inflazione (ma non abbiamo più una moneta sovrana e poi il rimedio sarebbe peggiore del male), tagliare la spesa corrente (è l’ossessione di Carlo Cottarelli ma è più facile a dirsi che a farsi), ristrutturarlo, ovvero in parole povere, non pagare i debitori (ma poi le aste dei titoli andrebbero deserte). Come si vede tutti rimedi difficili, quasi impossibili da adottare. Significa che non c’è niente da fare? No, tutt’altro. Gli studi finanziari dimostrano che i mercati si fidano di uno Stato debitore in due casi: quando stanno riducendo progressivamente il debito (è stato il nostro caso negli ultimi decenni ma ora, causa Covid, ci siamo inevitabilmente fermati) e quando si provvede a un piano serio di investimenti. Ed è questo il nostro caso. Se l’enorme tesoro del Recovery Fund portato a casa da Giuseppe Conte verrà utilizzato al meglio attraverso investimenti seri che riattivano l’economia, creano lavoro, snelliscono la burocrazia e modernizzano il Paese, i mercati continueranno a credere nel nostro Paese. Se invece utilizzeremo quel denaro in spesa pubblica e opere assistenziali, allora, prima o poi, il vento seminato produrrà tempesta e la parola d’ordine sarà «sell», vendere. A quel punto si salvi chi può. Pare che in Parlamento l’assalto alla diligenza del Recovery Fund sia già iniziato con la presentazione di 558 progetti. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha smentito e parla di pochi, mirati, progetti. Speriamo abbia ragione lui.

(Tratto da Eco di Bergamo - Mercoledì 16 Settembre 2020)

Fonte: https://www.ecodibergamo.it/stories/premium/Editoriale/debito-recordcosa-serveper-la-nostracredibilita_1370975_11/

Cernobbio, Mattarella: da Ue occasione unica per uscire da crisi, Italia non faccia debiti inutili

I fondi europei per la ripresa dopo la pandemia da Covid-19 sono «un’occasione unica» per i singoli Stati e per la stessa Unione, da non sprecare di fronte alle generazioni future. È il monito lanciato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, intervenuto a Cernobbio al workshop The European House Ambrosetti in collegamento video. «Il debito inciderà su coloro che ci seguiranno nel tempo. Non dobbiamo compromettere con scelte errate la speranza con chi verrà di accesso a condizioni sociali ed economiche se non migliori quantomeno pari a quelle di cui noi abbiamo usufruito. Le prossime generazioni guarderanno in modo critico al periodo che stiamo vivendo e vedranno come sono state amministrate somme così ingenti e nel caso di inattività o di scarsa efficacia della nostra azione, si domanderanno perché una generazione che ha potuto godere per un così lungo periodo di circostanze favorevoli non sia invece riuscita a realizzare infrastrutture essenziali per la crescita», accrescendo solo il debito. «Condizioni così propizie agli investimenti, come quelle attuali, penso ai tassi di interesse, sono difficilmente ripetibili. Se agiremo con assennatezza l’UE uscirà da questo periodo, altrimenti fosco e confuso, con basi più solide», e «con più ampia efficienza a livello internazionale».

Le parole «semplici e significative» che la presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, ha rivolta all’Italia quando il Paese fu travolto dai contagi, all’inzio del lockdown, «hanno attenuato il senso di solitudine e smarrimento». Ma ad esse «han fatto seguito azioni concrete». Quella della Commissione «non è stata solo una esortazione alla solidarietà ma un esercizio di una responsabilità istituzionale, avanzando proposte innovative e coraggiose la cui approvazione non appariva scontata, proposte la cui agibilità politica appariva inimmaginabile fino a poche settimane prima», eppure — ha sottolineato il Capo dello Stato, nel collegamento con i lavori di Cernobbio condotti da Enrico Letta — «ineludibili» se non si voleva portare l’Europa unita alla distruzione. «Il Consiglio di Luglio rappresenta una svolta di portata straordinaria e manifesta un livello di ambizione all’altezza delle aspirazioni. Il risultato punto di arrivo e punto di partenza: se con gli strumenti assicureremo la ripresa avremo compiuto un passo importante nel cammino di rafforzamento della coesione e della integrazione nell’esercizio condiviso di una sovranità democratica». La risposta dell’Europa — ha evidenziato Mattarella — è frutto della «decisione condivisa tra le varie istituzioni UE: con il Parlamento UE «che si era speso negli anni per una maggiore condivisione»; «condivisa con la BCE, con la attuale presidenza di Christine Lagarde e con la precedente, di Mario Draghi, e dagli stessi Stati membri, con la spinta data da Parigi e Berlino al Recovery Fund.

 

(Tratto da Corriere della sera - Economia - Sabato 5 Settembre 2020)

Fonte: https://www.corriere.it/economia/finanza/20_settembre_05/cernobbio-mattarella-ue-occasione-unica-uscire-crisi-non-facciamo-debiti-inutili-6ed5ff6c-ef41-11ea-94cc-1f80cc642b17.shtml

Il debito buono è un’opportunità

Le stime dell’Autorità di controllo sui conti pubblici (UPB), divulgate dal governo con il Documento di economia e finanza, ci dicono che abbiamo scavalcato i 2.500 miliardi di euro di debito. Ci troviamo, cioè, con 25 punti in più di debito pari a 450 miliardi, dovuti per metà alla caduta del PIL procurata dal lockdown, pari a oltre l’8%, e per l’altra metà dai provvedimenti adottati dal governo per contrastare la recessione per complessivi 100 miliardi, pari al 6,2% del PIL. Il rapporto debito/PIL è così salito a circa il 160% del PIL e il rapporto deficit/PIL a quasi il 13%, assai lontano dal 3% stabilito a Maastricht. Tra settembre e dicembre sarà necessario il ricorso al mercato per collocare 150 miliardi di BOT e BTP e ciò non dovrebbe comportare alcun problema sempre che la situazione politica, dopo le elezioni del 20 settembre prossimo, non si complichi.

In concreto, l’attuale situazione economica ha connotati ancor peggiori di quelli evidenziatisi a fine 2011, quando Mario Monti si trovò costretto a porre riparo alla crisi a colpi di «austerity». A determinare tuttavia uno scenario meno preoccupante è intervenuta una svolta radicale nelle politiche dell’Unione, ispirata a principi di solidarietà, che avrà conseguenze certamente positive per l’Italia.

Dal 2021 infatti nel nostro bilancio, accanto alle normali emissioni di BOT e BTP, ci sarà il supporto di circa un 10% di debito costituito da prestiti europei a tassi vicini allo zero. Ci saranno i 209 miliardi del Recovery Fund (di cui 80 a fondo perduto), i 20 miliardi della BEI destinati alle imprese, 28,5 miliardi del SURE già attivato dal ministro Gualtieri e destinato al finanziamento degli ammortizzatori sociali. C’è da augurarsi che ci siano anche i 36 miliardi del MES per spese sanitarie dirette e indirette. Quest’ultimo, se non fossero prevalsi incomprensibili calcoli politici, sarebbe potuto essere attivo sin dallo scorso giugno.

Questa nuova diversificazione delle fonti di provvista gioverà indubbiamente a determinare una minore pressione sui mercati e, soprattutto, determinerà un nostro consistente risparmio in termini di spesa per interessi, che pesa oggi per circa 60 miliardi l’anno sul bilancio dello Stato. Se d’incanto questa spesa venisse eliminata, ci troveremmo con un avanzo primario dell’1,7%, frutto delle politiche di bilancio degli ultimi trent’anni ispirate dal rispetto dei parametri di Maastricht. Con riferimento a questi temi, il quotidiano «La Repubblica» ha recentemente pubblicato un interessante studio condotto da Nicola Nobile e Maddalena Martini di Oxford Economics nel quale, tra l’altro, si dice: «Questi programmi potrebbero portare nell’arco dei prossimi dieci anni un risparmio per le casse dello Stato di 25-30 miliardi se compariamo le condizioni ipotizzate con le condizioni di mercato riservate ai titoli italiani». C’è anche chi ipotizza, del resto, che se nei prossimi anni l’inflazione e i tassi crescessero, i nostri prestiti a tasso zero con l’Ue aumenterebbero di giorno in giorno la loro convenienza e il risparmio in termini di tassi di interessi potrebbe salire fino ad oltre 50 miliardi.

Tutto ciò nel presupposto che questi prestiti siano spesi bene. Non a caso Mario Draghi, nel Meeting di Rimini dello scorso agosto, ci ha ricordato che esiste «un debito buono e uno cattivo». È cattivo quando è destinato a spese improduttive, è buono quando è indirizzato ad investimenti in grado di stimolare la crescita. Ecco perché, avendo gli interventi dell’Europa contribuito a modificare positivamente il nostro scenario economico, sarebbe assurdo non cogliere queste nuove favorevoli occasioni e continuare a privilegiare, per i soliti interessi elettorali, il debito cattivo fatto di sprechi e utilizzo a pioggia delle risorse pubbliche.

La stessa Europa, attraverso il New generation UE, ci ha prospettato l’assoluta necessità di ritrovare il sentiero della crescita con consistenti e razionali investimenti nella green economy e nella digitalizzazione che siano in grado di guardare anche al futuro dei nostri giovani.

 

(Tratto da L’Eco di Bergamo e dal sito ecodibergamo.it - Giovedì 3 Settembre 2020)

In 20 anni quasi raddoppiato il debito pubblico italiano

La denuncia in un report di Unimpresa. Il risparmio invece regge sempre al 20% del PIL, sparita l'inflazione. Focus sul 2000-2020

Nel primo ventennio del duemila il debito pubblico italiano, causa anche il Covid, è quasi raddoppiato, passando da poco più del 90% nel 2000 al 160% del PIL quest'anno. L'analisi arriva da Unimpresa che dimostra come politica e governi di tutti i colori abbiano da tempo girato la testa dall'altra parte sul tema del terzo debito statale al mondo e su come tagliarlo.

Il prodotto interno lordo italiano tornerà invece, sempre per la matassa analisi, alla fine dell’anno sotto i livelli del 2000, quando l’economia del nostro Paese cresceva del 4%. Dieci anni più tardi, nel 2010, il PIL è aumentato al ritmo dell’1,8% e alla fine del 2020 dovrebbe registrarsi un brusco calo del 12%. L’inflazione è passata dal 2,2% del 2000 all’1,8% del 2010, mentre quest’anno dovrebbe fermarsi poco sopra soglia zero (0,2%). In calo gli investimenti, dal 20,8 del PIL del 2000 al 18% del 2018, mentre resta alta la quota di risparmi, stabile sopra il 20% del PIL.

Questi i dati principali di una ricerca del Centro Studi di Unimpresa sul ventennio 2000-2020 – in cui si denuncia l’assenza di una politica industriale – secondo la quale anche sul fronte delle finanze statali si sono registrati contraccolpi negativi: il debito pubblico si attestava al 91% del PIL nel 2000, al 112% nel 2010 e, alla fine di quest’anno, dovrebbe salire fino al 150-160%, quasi il doppio; tra il 2000 e il 2020 la spesa per la previdenza e per le pensioni è passata dal 15% al 22% del PIL. L’unico elemento positivo è quello relativo all’occupazione: il tasso di occupazione era al 57,2% nel 2000 e oggi si attesta al 63,2%, anche se questo dato non tiene conti degli inattivi e di quanti, smettendo di cercare un impiego, escono dal mercato del lavoro, restringendo, così, il bacino dei potenziali lavoratori.

(tratto da Milano Finanza del 29 agosto 2020)
Fonte: https://www.milanofinanza.it/news/in-20-anni-quasi-raddoppiato-il-debito-pubblico-italiano-202008291354025292

Le asimmetrie pericolose

Delle tante disuguaglianze – di reddito, patrimonio, genere o accesso all’istruzione – che la pandemia rischia di esasperare, quella generazionale è forse la più perniciosa. Perché non se ne avvertono i morsi nel breve, visto che si sfogherà solo fra qualche tempo con chi oggi è ancora un bambino. È la disuguaglianza alimentata dai debiti pubblici fuori controllo, i cui costi vengono caricati sulle spalle dei giovani. Ed è frutto di una duplice asimmetria. La prima, quella tra i diversi Paesi, l’ha stigmatizzata ieri Francesco: «Alcune Nazioni potenti – ha detto il Papa nell’udienza generale – possono emettere moneta per affrontare l’emergenza, mentre per altre questo significherebbe ipotecare il futuro».

L’Italia è purtroppo tra gli Stati 'deboli' finanziariamente. Non abbiamo cioè margini di bilancio che ci consentano di indebitarci con tranquillità per affrontare l’enorme recessione in corso. Dobbiamo aumentare il sostegno pubblico, certo, e lo stiamo facendo. Potremo anche accedere ai prestiti comunitari, un aiuto considerevole, e lo faremo. Ma dovremmo al contempo già da ora immaginare una strategia d’uscita. Per riequilibrare i conti, se non vogliamo appunto scaraventare l’intero fardello sugli adulti di domani. A parole, nel merito, concordano tutti.

Alla prova dei fatti, invece, nessun governo ha il coraggio di aggredire lo stock del debito o migliorare la qualità della spesa pubblica attraverso una seria revisione delle agevolazioni fiscali. Perché entra in gioco una seconda asimmetria, ben nota ai modelli di economia politica: quella tra distribuzione anche temporale di costi e benefici delle riforme. Risanare in nostro debito avrebbe un beneficio enorme per i bambini. Che però non votano (i giovani votano poco).

E i politici sanno che gli elettori tendono a premiare un governo quando questo assicura loro dei risultati immediati, senza considerare i costi associati all’espansione del bilancio pubblico. A meno che – ed è già capitato, troppo spesso altrove, in diverse occasioni – una classe dirigente non abbia la forza politica di portare alle urne i cittadini parlando di come sogna il Paese, in sua assenza, tra vent’anni.

(tratto da "L'Avvenire" del 27 agosto 2020)
Fonte: https://www.avvenire.it/economia/pagine/le-asimmetrie-pericolose

Il Covid ha aperto la borsa ma resta il macigno del debito

Quando c’è crisi non si deve badare a spese. Sembra una contraddizione in termini, ma in economia funziona così. I disavanzi del settore pubblico devono intervenire copiosamente per compensare la caduta della spesa privata. Ed è quello che sta succedendo in questi mesi, un po’ ovunque nel mondo. In Italia, dopo anni di morigeratezza del nostro costume finanziario, abbiamo scoperto che i soldi si possono sempre trovare all’occorrenza, anche perché lo Stato, checché se ne dica, non è «come una famiglia».

Perfino durante l’ultima grande crisi del decennio scorso abbiamo sentito dire che i soldi erano pochi e che la tenuta dei conti pubblici veniva prima del soddisfacimento dei bisogni sociali. Il risultato è stato che un pugno di affaristi si è arricchito a dismisura, mentre la maggioranza della popolazione ha visto peggiorare sensibilmente la propria condizione materiale di vita. Milioni di persone, insomma, sono entrate nella nuova crisi con le ferite ancora aperte di quella precedente.

Ma torniamo ai soldi che d’incanto si sono materializzati in questo periodo (ci sarebbe molto da dire sul loro impiego, ma non è questa la sede). Tre manovre in sei mesi per un valore di oltre 100 miliardi di euro; deficit di bilancio che, complice anche la caduta del reddito nazionale, va verso il 13% del PIL; debito pubblico che sfonda la soglia dei 2500 miliardi di euro (proiezione a fine anno tra i 2.547 e i 2.577 miliardi, 160-170% del prodotto lordo), senza la contabilizzazione dei nuovi prestiti europei (Recovery fund, eventualmente il Mes, Sure se partirà).

Un quadro di finanza pubblica nel quale balza agli occhi anche l’impennata del fabbisogno statale, salito a 100 miliardi nel mese di luglio, come da ultime stime della Ragioneria Generale dello Stato. +241% rispetto allo stesso periodo del 2019. Questo perché da inizio anno, e fino a giugno, gli incassi sono diminuiti del 9,2% e i pagamenti sono aumentati del 16,1%.

Dove non poterono le piazze spagnole, greche e portoghesi nel decennio scorso, poté il coronavirus. E meno male, potremmo dire. Forse, dopo la fine della pandemia, sarà più semplice dimostrare la natura ideologica e di classe dell’austerità. O, almeno, è quello che ci si augura.

Nel frattempo, si dovrebbe ragionare su una soluzione globale al debito europeo. Lo Stato non è «come una famiglia», dicevamo. Quindi, a maggior ragione, può gestire con più flessibilità i propri debiti, evitando che il peso della loro sostenibilità ricada per intero sulle spalle dei ceti popolari.

Beninteso, le politiche ultra-espansive della Bce hanno reso meno oneroso il servizio del debito in questi anni e ci tengono al riparo da assalti speculativi. Ma non basta. È stato stimato che nel quadriennio 2019-2022 il nostro Paese dovrà pagare la bellezza di 300 miliardi di euro di interessi sul proprio debito. O forse anche più. Davvero pensiamo che, passata la pandemia, potremo caricare sui cittadini, oltre a questa subdola tassa, il peso di un risanamento monstre per ritornare nei ranghi del patto di bilancio? Ancora meno spesa pubblica corrente rispetto al livello corrente di raccolta fiscale?

Siamo in Europa, c’è bisogno di una soluzione europea. Come è noto, nei Trattati viene fissata una soglia massima per quanto riguarda il rapporto debito/Pil: 60%. La Bce dovrebbe comprare tutto il debito degli Stati della zona euro in eccedenza rispetto a questa soglia e trasformarlo in titoli a lunghissima scadenza (40-50 anni) o, addirittura, perpetui, che non scadono mai. Nessuno pagherebbe i debiti per gli altri, ma tutti beneficerebbero di un alleggerimento delle scadenze e quasi tutti godrebbero di tassi inferiori a quelli di mercato o pari a zero, nel caso si scegliesse la strada dei perpetual bond.

Per l’Italia, questo significherebbe non rifinanziare qualcosa come 1300-1400 miliardi di euro di debito, con un recupero di spesa per interessi nell’ordine di oltre 20 miliardi all’anno. Ossigeno, maggiore stabilità. Fuori dall’Europa, di questi tempi, sarebbe stata molto dura per un Paese come il nostro. Ma l’Europa può fare molto di più. Lo consentono i suoi fondamentali macroeconomici e la credibilità delle sue istituzioni. Con la pandemia alcuni santuari sono caduti, ora si tratta di spingere più avanti.

(tratto da “il manifesto” del 22 agosto 2020)
Fonte: https://ilmanifesto.it/il-covid-ha-aperto-la-borsa-ma-resta-il-macigno-del-debito/

Quel fardello del debito

Quasi 100 miliardi di euro: è l’aumento del debito pubblico negli ultimi 12 mesi (da giugno 2019 a giugno 2020). Il dato emerge dalla pubblicazione della Banca d’Italia del 14 agosto 2020. Non è una sorpresa, considerando i fondi stanziati negli ultimi mesi per contrastare la crisi economica innescata dalla pandemia. Resta però un fatto allarmante, che dovrebbe aprire un dibattito su come e quando si ipotizza di “coprire” questo ulteriore debito pubblico. Invece, per il momento nessuno affronta il problema. Se ne riparlerà probabilmente quando lo spread ricomincerà a salire. O quando le giovani generazioni chiederanno conto a chi ha messo sulle loro spalle un fardello così pesante come il debito pubblico italiano.

 

L’accordo europeo per il Recovery Fund | Paesi “frugali”, vantaggi per l’Italia e fake news

 

1. Si discute in Europa di Recovery Fund come possibile strumento per fronteggiare la grave crisi economica e sociale avviata dall’emergenza Covid-19 e uno dei motivi del contendere è la riluttanza dei cosiddetti paesi “frugali” a concedere prestiti a fondo perduto ad alcuni paesi mediterranei, considerati troppo spendaccioni. L’Italia guida la classifica di questi paesi, da mettere “sotto osservazione” secondo quanto dichiarato più volte dal premier olandese Rutte e dal premier austriaco Kurz.

Con l’accordo del 21 luglio viene definito, dopo un serrato confronto,  il programma che segna la nuova politica fiscale europea, con 750 miliardi di fondi, ma con una riduzione dei sussidi a fondo perduto: saranno 390 i miliardi anziché 500, il resto in prestiti. L’accordo prevede anche una riduzione del bilancio dell’Unione per il 2021-2027 che viene rifinanziato per 1.074 miliardi: una cifra contenuta rispetto al budget 2014-2020 e alle proposte che erano in discussione prima della pandemia.

Per quanto riguarda l’Italia, grazie ai nuovi criteri di allocazione delle risorse, al nostro Paese spetterà un ammontare di fondi superiore a quello previsto a fine maggio: 209 miliardi di euro, circa 82 di sussidi a fondo perduto e 127 di prestiti (rispetto ai circa 90 inizialmente previsti). Il piano di spesa prevede l’impegno del 70% delle risorse nel biennio 2021-2022 e il restante 30% entro la fine del 2023. I prestiti dovranno essere rimborsati un anno prima rispetto alla bozza della Commissione, tra il 2027 e il 2058.

Il rapporto sussidi / prestiti si riduce allo 1,1[1]. Per l’Italia, il rapporto sovvenzioni/prestiti si riduce notevolmente rispetto alla media europea arrivando a 0,64, a riprova di come il nostro paese, considerato meno affidabile, si trovi già in una situazione penalizzata.

A ciò si aggiunge il rischio che tali aiuti, secondo quanto richiesto, soprattutto dall’Olanda, siano fortemente condizionati dall’obbligo di fare delle riforme strutturali al fine di ridurre il rapporto debito/Pil. Ad esempio il premier olandese Rutte per dare il semaforo verde ha fatto esplicito riferimento all’abolizione di quota 100 per quanto riguarda le pensioni.

Riguardo le precondizioni per accedere al Recovery Fund, la Commissione deciderà entro due mesi se promuoverlo in base al tasso di rispetto di politiche verdi, digitali e delle raccomandazioni Ue 2019-2020: per l’Italia riforme di pensioni, lavoro, giustizia, pubblica amministrazione, istruzione e sanità. Di fatto si tratta degli stessi interventi che la Troika aveva imposto alla Grecia di Tsipras. Più in particolare, è difficile immaginare quale ulteriore riforma del mercato del lavoro potrà essere richiesta all’Italia, dopo l’approvazione del Jobs Act. Forse il ritorno, come già ora succede in via straordinaria per la pandemia, alla totale liberalizzazione a-causale dei contratti a termine? Inoltre, dulcis in fundo, sempre su  richiesta del premer olandese Rutte, il giudizio di Bruxelles sarà però votato anche dai ministri a maggioranza qualificata: un gruppo di Paesi che rappresenta il 35% della popolazione potrebbe bloccarlo, anche se i “piccoli” nordici per riuscirci dovrebbero trovare l’appoggio di un partner medio-grande.

Non è implausibile che le condizioni poste per accedere invece al Fondo Salva Stati (MES) risultino meno stringenti, essendo tali risorse (però, di gran lunga inferiori) vincolate al solo uso per l’emergenza sanitaria. Paradossi della governance europea!

2. Ma con quale autorità l’Olanda e i paesi frugali possono imbastire lezioni di risparmio ai paesi del Sud Europa? Al riguardo, crediamo sia utile un confronto fra la situazione debitoria dell’Italia e quella di altri Paesi dell’area euro. Roberto Artoni in un recente articolo su Sbilanciamoci.info. fa notare (vedi figura sottostante) che nel 2019, prima dell’emergenza Covid-19:

“Il debito pubblico italiano è pari al 130 % del Pil, contro poco meno del 100 % di Francia e Spagna; è invece sensibilmente inferiore in Olanda e Germania (intorno al 50 %).  Il quadro è radicalmente diverso se si esaminano i debiti finanziari delle famiglie e delle imprese. In Olanda si raggiunge lo straordinario livello del 250 %, in Francia il 200 %, il 150 % in Spagna; infine, Italia e Germania si collocano intorno al 100%”.

Avevamo già denunciato qualche anno fa che

“secondo una survey del McKinsey Global Institute, sulla base dei dati della Bank for International Settlements (Banca dei regolamenti internazionali) riferiti al 2017,  il paese più indebitato al mondo risulta essere il Lussemburgo per un ammontare pari al 434% del Pil, seguito da Hong Kong (396%), terzo il Giappone (373%). Con riferimento alle nazioni europee, quelle più indebitate sono l’Irlanda e il Belgio (345%), seguite da Portogallo (322%), Francia (304%), Olanda e Grecia (entrambe al 294%), Norvegia, 287%, Gran Bretagna (281%), Svezia e Spagna (275%). L’Italia (265%) si colloca nelle retrovie, con un valore di poco superiore alla Danimarca, Finlandia, Svizzera, Austria e Germania. Se disaggreghiamo tale dato, l’Italia ha il 151% di debito pubblico (seconda in Europa – dopo la Grecia, e terza al mondo, con il Giappone che detiene il primato di paese con lo Stato più indebitato: 214%). Ma si trova negli ultimi posti in classifica per debito delle famiglie (41%, contro il 127% della Svizzera, il 117% della Danimarca, il 107% dell’Olanda, il 102% della Norvegia, l’87% della Gran Bretagna). Meglio dell’Italia è solo la Polonia (36%). Con riferimento al debito delle imprese, anche in questo caso la situazione italiana è tra le più virtuose. Lussemburgo, Irlanda, Belgio, Norvegia, Svezia, Francia, Portogallo, Spagna presentano valori doppi rispetto all’Italia e solo Grecia e Germania si trovano in una situazione migliore (seppur di poco)”.

Tale situazione evidenzia che l’Italia, per quanto riguarda la capacità di risparmio privato, è un paese assai più “frugale” dell’Olanda e di molti dei paesi che perseguono una linea di rigore. Danimarca e Olanda, infatti, presentano, un debito privato che è superiore al PIL di 2,5 volte, una volta e mezzo il debito privato italiano. Si rammenta che, poiché il debito pubblico gode di più garanzie, un elevato debito privato è una mina vagante per la solvibilità economico-finanziaria di un paese.

Chi è allora il paese più “frugale”?

3. L’Olanda inoltre è uno dei paesi europei dove è possibile praticare l’elusione fiscale per imprese straniere e quindi a scapito del fisco dei paesi di provenienza. Sono almeno 15mila le società più o meno di comodo create in terra olandese, grazie anche alla presenza di un diritto societario snello e norme favorevoli agli azionisti di lungo periodo. Il che, tradotto in termini pratici, significa spesso la possibilità di esercitare un controllo totale sull’azienda anche con una quota di minoranza (alla faccia del cd. “libero mercato”).

Fa abbastanza impressione vedere che in questa lunga lista sono presenti alcuni “campioni” dell’economia italiana, alcuni addirittura controllati dallo Stato.

Tra le imprese pubbliche, troviamo infatti, ENI[2], Saipem[3], ENEL[4] e Cementir[5]; tra quelli private, tra le tante, i nomi più prestigiosi sono Exor (la finanziaria della famiglia Agnelli), FCA, Ferrari, Campari, Mediaset, Luxottica, STMicroelectronics.

Se, da un punto di vista giuridico, in piena logica neoliberista, nulla piò impedire ad una società privata di spostare la propria sede finanziaria laddove le è più conveniente dal punto di vista fiscale, risulta poco digeribile che tale strategia venga perseguita da imprese a maggioranza proprietà statale. In tal modo lo Stato stesso partecipa alla sottrazione di risorse sue proprie a vantaggio del fisco di un altro paese.

È difficile calcolare il danno erariale. Uno studio dell’Ong Oxfam afferma che se l’Europa:

“applicasse anche ai suoi Stati membri i criteri elaborati per le giurisdizioni extra europee, nella blacklist dei tax haven (paradisi fiscali, ndr.)  entrerebbero a pieno titolo ben cinque nazioni dell’Unione. L’elenco rivisto, nel dettaglio, comprenderebbe infatti Cipro, Malta, Olanda, Lussemburgo e Irlanda: Paesi che giocano un ruolo di primo piano nella corsa globale al ribasso in materia di fisco societario”.

Secondo uno studio della United Nations University, le multinazionali del Pianeta avrebbero trasferito nei paradisi fiscali redditi d’impresa per 600 miliardi di dollari. Le corporation europee avrebbero contribuito per un terzo della cifra. Il mancato introito per l’Italia sarebbe pari a 6,5 miliardi: cifra che sale a 35 miliardi se consideriamo anche Spagna, Francia e Germania.

Il dumping fiscale europeo, che in termini quantitativi, vede Olanda e Lussemburgo al primo posto (tra i paesi con il più alto debito privato), è causa di una riduzione delle entrate fiscali che va ad aggravare il debito pubblico. Di fatto, il debito pubblico tende a finanziare i profitti delle grandi corporation. Nulla di nuovo sotto il sole.

Fa specie che chi gode maggiormente del dumping fiscale sia poi il più feroce assertore della necessità di ridurre il debito pubblico.

4. Il nodo del dumping fiscale apre la questione dell’armonizzazione delle politiche fiscale europee e la necessità di arrivare quanto prima ad una politica fiscale comune europea. Tra gli argomenti al centro del vertice europeo del 17-19 luglio vi è stato anche quello della definizione del bilancio pubblico europeo per il prossimo settennato. Al moment attuale, la quota media che finanzia a livello nazionale tale bilancio è di circa l’1,1% del PIL. Una cifra talmente irrisoria che è a mala pena sufficiente a finanziare la politica agricola europea (PAC), il circuito Erasmus e i progetti di ricerca europei (in particolare gli Horizon 2020).

È oggi all’0rdine del giorno, anche a seguito dell’emergenza economica imposta dalla pandemia del Covid-19, il tema dell’ampliamento dell’autonomia fiscale europea con la possibilità di ricorrere a nuovi mezzi di finanziamento sui mercati finanziari, grazie all’emissione di titoli di credito. Anche su questo tema, si registra l’opposizione dei paesi “frugali” (che poi, come abbiamo visto, tanto fugali non sono), timorosi che tale emissione possa dar vita ai famigerati Euro bond a vantaggio dei paesi europei più indebitati.

In tale contesto, L’Italia non brilla per iniziativa. Né può essere altrimenti, visto che sul piano fiscale, l’Italia presenta un sistema tributario tra i più antiquati e ineguali d’Europa. La proposta del premier Conte di ridurre temporaneamente l’Iva per rilanciare l’economia in difficoltà ne è la prova. È la classica goccia in mezzo al mare.

Sulla base anche di direttive europee di circa 20 anni fa, i vari correttivi introdotti dai governi precedenti (indipendentemente dal colore politico) hanno perseguito il medesimo duplice scopo: a. ridurre la progressività delle aliquote sulle imposte dirette e b. aumentare il peso dell’imposizione indiretta con l’aumento dell’aliquota Iva. A queste due tendenze si è aggiunta l’assoluta immobilità e opposizione nell’intervenire sui nuovi cespiti di ricchezza, che oggi sono al centro del processo di valorizzazione del capitalismo: rendita finanziaria, diritti di proprietà intellettuale, ristrutturazione e sfruttamento dello spazio e dell’ambiente (gentrification, ovvero rendita immobiliare, e carbon tax).

Riguardo il primo punto, può essere utile sottolineare che oggi le aliquote fiscale sulle imposte dirette sono tutte concentrate sui redditi medio-bassi: da 0 a 15.000 euro, il 23% (con la no-tax area sino a 7.500 o 8.000, a seconda dei casi), da 15.001 a 28.000, il 27%, da 28.001 a 55.000, il 38%, da 55.001 a 75.000, il 41% e da 75.001 a +∞ il 43%. Si può notare che per i redditi che arrivano sino a 55.000 euro di imponibile lordi (pari a circa 1900 euro netti al mese), gli scaglioni aumentano di 10 punti. Sopra tale livello, quindi per i redditi medio-alti, l’aliquota aumenta da 38 a 41 e a 43, quindi in modo molto limitato, quasi come fossimo in presenza di una flat tax. Un sistema impositivo che avrebbe intenzioni effettivamente redistributive dovrebbe seguire una logica opposta: una crescita delle aliquote più contenuta per gli scaglioni più bassi e più marcata man mano che le fasce di reddito crescono. Oggi, la struttura fiscale è invece funzionale ad una distribuzione del reddito più favorevole ai ricchi che ai poveri.

Riguardo invece l’Iva, l’Italia presenta una delle aliquote più elevate (il 22% contro il 19% della Germania, il 20% della Francia e del Regno Unito, il 21% della Spagna e dell’Olanda). Poiché l’Iva è un’imposta regressiva, il combinato disposto che ne consegue, a fronte di una progressività che tende a declinare per i redditi più elevati, è un’ulteriore peggioramento nella distribuzione del reddito a favore della sua concentrazione.

In conclusione, una seria riforma fiscale che ne aumenti la progressività risulta più che mai auspicabile, con l’aggiunta di nuove tasse che vadano a colpire i nuovi cespiti di ricchezza (plastic tax, carbon tax, digital tax, Tobin tax). Si tratta di una discussione che comincia a farsi strada ma che trova in Italia una forte opposizione non solo della destra padronale, populista e conservatrice ma anche in molti ambienti della sinistra, ancora schiacciati dal mantra che “si può parlare di tasse solo se vengono diminuite”.

È chiaro, come persino dichiarato anche dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle Considerazioni finali 2020 dell’assemblea di Bankitalia, lo scorso 29 maggio, che invece della proposta di riduzione di una singola tassa (come proposto dal governo) sia necessaria una “riforma complessiva del fisco”.

5. Il tema della riforma fiscale deve essere affrontato soprattutto in chiave europea. Ma le conclusioni del vertice europeo non sembrano andare in questa direzione. Il bilancio europeo, al momento, è l’unico strumento, per poter avviare una “road map” che porti all’armonizzazione dei sistemi fiscali dei diversi paesi membri, inglobando progressivamente entrate fiscali e spese pubbliche nel bilancio europeo a scapito dei bilanci nazionali. Ma la possibilità di trovare un accordo che confermasse la cifra di 750 miliardi di interventi a vantaggio dei paesi più bisognosi (come volevano Macron e Merkel) ha portato a una diminuzione del bilancio europeo, come invece chiedevano a gran voci i paesi “frugali”.

Il bilancio dell’Unione europea per il 2021-2027 sarà in tutto di 1,074 miliardi di euro (l’1% del Prodotto nazionale lordo dell’Unione). Una cifra di gran lunga inferiore dei 1300 miliardi di euro chiesti dagli eurodeputati nella sessione plenaria del Parlamento europeo dello scorso maggio. I Paesi frugali e la Finlandia avrebbero voluto diminuirlo ancora di qualche miliardo. Tale riduzione è anche dovuta al fatto che i vari programmi europei legati alla ricerca (riduzione da ad 13,5 miliardi a 5 miliardi per i fondi Horizon 2020[6]), alla sanità, all’innovazione, alla transizione ecologica e digitale sono stati ridotti in modo considerevole per far aumentare gli sconti dei paesi “frugali”. Nei prossimi sette anni l’Olanda otterrà 1,9 miliardi di rimborsi (+25% rispetto al precedente budget), la Svezia, 1.1 miliardi (+62%), l’Austria 565 milioni (+120%) e la Danimarca 377 milioni di euro (+280%).

Il risultato è che l’onere maggior per sostenere il bilancio pubblico europeo spetterà ai paesi più grandi in misura più che proporzionale rispetto alla popolazione. In particolare, la quota parte aggiuntiva che l’Italia dovrà versare corrisponde a 96,3 miliardi[7].

In conclusione, ecco la ciliegina sulla torta, di cui pochi parlano[8]: l’Italia verserà 96,3 miliardi in più per il bilancio europeo per riceverne 82 come sussidi e 125 come prestiti. Quindi, se c’è qualcosa che viene dato “a fondo perduto”, sono i 13,3 miliardi che l’Italia mette in più rispetto a quelli che riceve come sussidio, mentre i soldi reali che ottiene sono tutti a prestito.

Non proprio un ottimo affare. E già sappiamo che i soldi che l’Italia riceverà (a partire dal 2021 e che dovrà restituire entro il 2058) non saranno gratis.

* * * * *

Note:

[1] Prima del vertice europeo del 17-19 luglio i sussidi erano 500 miliardi e i prestiti erano 250 in un rapporto 2 a 1. Dietro la pressione dei paesi “frugali”, tale rapporto è stato poi ridotto.

[2] la sede di Eni International B.V., una delle più importanti consociate della multinazionale italiana controllata dallo Stato tramite ministero dell’Economia e della Cassa Depositi e Prestiti. Fondata nel 1994, la holding olandese controlla decine di società del gruppo.

[3] La società di servizi petroliferi, controllata al 30% da ENI, è presente nei Paesi Bassi con la controllata Saipem International BV che controlla a sua volta più di trenta società del gruppo.

[4] Ad Amsterdam, Enel Finance International N.V. (EFI), la sussidiaria di Enel S.p.A. che gestisce i servizi finanziari del gruppo.

[5] Il colosso del costruttore ed editore romano Francesco Gaetano Caltagironeè stata acquisita dall’IRI nel lontano 1992, la società è stata trasferita nei Paesi Bassi lo scorso anno e ciò ha permesso, grazie appunto al diritto societario olandese, all’imprenditore romano di continuare a influenzare le strategie della società, seppur in minoranza.

[6] La riduzione dei fondi di ricerca europei Horizon 2020 è particolarmente preoccupante per l’Italia, dal momento che essi rappresentano la prima fonte di finanziamento della ricerca, soprattutto universitaria.

[7] È scritto nero su bianco sulla Table A1 Allocation Key, allegata al “Commission Staff Working Document“, (Brussels 27.5.2020, SWD(2020) 98 final

[8] Fra questi Marco Bersani su Attac.

Fonte: http://effimera.org/laccordo-europeo-per-il-recovery-fund-paesi-frugali-vantaggi-per-litalia-e-fake-news-di-andrea-fumagalli/

Cifre, tempi, controlli: come funziona il Recovery fund per l'Italia

Il Recovery fund approvato stanotte al Consiglio UE ha un valore complessivo di 750 miliardi, 390 miliardi in “grants” (sussidi diretti) e 360 in “loans” (prestiti garantiti dall’UE, a tassi molto bassi). È lo stesso ammontare della proposta della Commissione, ma con una diversa distribuzione tra sussidi e prestiti: meno sussidi, più prestiti, questo l’equilibrio raggiunto. Un equilibrio che però non ha danneggiato l’Italia, che avrà diritto alla stessa quantità di sussidi (tra 81 e 82 miliardi) e a una maggior quota di prestiti (circa 127 miliardi).

LA SVOLTA: IL DEBITO COMUNE

Il Recovery fund è collegato al Bilancio pluriennale dell’Europa. I 750 miliardi saranno raccolti sui mercati. Vuol dire che per la prima volta esisterà un debito comune europeo, ovvero un debito “garantito” da ciascuno degli Stati membri, sebbene poi le risorse vengano distribuite in base alle necessità createsi con il coronavirus. Per capirsi, tutti contribuiranno al debito europeo da 750 miliardi, ma a usufruirne maggiormente saranno Paesi come Italia e Spagna in base alla perdita di PIL e lavoro che hanno registrato per colpa di Covid-19.

I PASSAGGI ISTITUZIONALI CHE MANCANO

Il Recovery fund non è immediatamente disponibile. L’accordo dovrà essere ratificato dai Parlamenti di tutti i Paesi membri e dall’Europarlamento. Un iter che dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno.

EROGAZIONE E RIMBORSI DEI FONDI

Il Fondo distribuirà le risorse tra il 2021 e il 2023 e resterà in vita fino al 2026. Due i criteri per la ripartizione: per il primo periodo ci si baserà sul livello di disoccupazione nel 2015-2019, per il 2023 invece il riferimento sarà la perdita di PIL reale nel 2020-2021. Il 70% degli aiuti dovrà essere impiegato nel 2021 e 2022. Il restante 30% invece nel 2023. I soldi saranno erogati a rate, in base all’effettiva realizzazione di riforme messo nero su bianco dagli Stati. La Commissione resta il “controllore” principale, ma con l’ultima intesa si è definita la possibilità per uno Stato membro di porre obiezioni e “frenare” sull’avanzamento del piano in un altro Paese. La formulazione definitiva non dovrebbe però costituire un formale potere di veto per il singolo Stato membro. Il rimborso della parte di denaro presa a prestito inizia nel 2027.

PERCHE' L’ITALIA NON PERDE SOLDI

L’Italia mantiene la stessa quota di sussidi, e aumenta la quota di prestiti, poiché il taglio alla parte “grants” del Recovery fund è avvenuta su alcuni fondi specifici e non ha toccato le risorse ad “allocazione diretta”, basate su PIL, disoccupazione e impatto della crisi. È una parziale buona notizia. Perché i sussidi tematici tagliati riguardavano transizione ecologica e altri capitoli fondanti del Green new deal.

CHI CI CONTROLLERA' E CON QUALE PROCEDURA

Il compromesso trovato dai 27 dopo le furiose battaglie tra Conte e Rutte si basa sul “super freno di emergenza” per i Paesi che non fanno le riforme. I Paesi beneficiari dei fondi dovranno rispettare le raccomandazioni specifiche della Commissione, oltre agli obiettivi del Green deal e della digitalizzazione. Sarà la Commissione a valutare i piani nazionali di riforma, che però dovranno essere approvati dal Consiglio UE a maggioranza qualificata. Qualora un Paese abbia dubbi sull’attuazione delle riforme in un altro Paese, potrà bloccare l’erogazione dei fondi chiedendo, in sede di Comitato economico e finanziario, di portare la questione al Consiglio europeo. Ora è noto che il Consiglio UE delibera all’unanimità, e che quindi è sufficiente il veto di un Paese per bloccare tutto. Nell’intesa finale non si accenna alla modalità deliberativa del Consiglio nel caso un Paese “deferisca” un altro Paese: non si parla né di veti né di unanimità né di maggioranza qualificata. Di sicuro, il “super freno”, se attivato, allunga di almeno tre mesi l’erogazione di fondi, che verrebbe di fatto sospesa.

LA CONTROPARTITA AI PAESI “FRUGALI”

Per ottenere l’accordo dell’Olanda e degli altri tre Paesi “frugali” vi è stato anche un forte aumento degli sconti (rebate) di cui godono nel bilancio comunitario. I rebate, introdotti per la prima volta su richiesta del Regno Unito ai tempi di Margaret Thatcher, in alcuni casi sono stati raddoppiati. Alla Danimarca sono andati 322 milioni annui di rimborsi (rispetto ai 222 milioni della proposta di sabato); all'Olanda 1,921 miliardi (da 1,576 miliardi); all'Austria 565 milioni (da 287), e alla Svezia 1,069 miliardi (da 823 milioni).

Fonte: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/cifre-tempi-controlli-come-funziona-il-recovery-fund-e-cosa-e-in-ballo-per-l-italia

Debito globale e riduzione delle disuguaglianze



Da un recente studio della Lombard Odier, una banca svizzera specializzata negli investimenti finanziari, emergono dati interessanti sul debito globale e sull’indebitamento dei singoli Paesi.

Anzitutto, si vede che il debito globale mondiale negli ultimi decenni è aumentato in modo preoccupante: nel 1999 ammontava a 79 mila miliardi di dollari (224% del PIL mondiale), nel 2008 è salito a 178 mila miliardi (278% del PIL) e nel 2018 è arrivato a 243 mila miliardi di dollari (317% del PIL globale). Questo peggioramento dell’indebitamento è rappresentato nell’inquietante titolo del report: “Fear and loathing in global debt”. Nella presentazione dell’analisi si specifica che “il significativo aumento del debito globale negli ultimi due decenni pone domande legittime della sua sostenibilità” e che “oggi potremmo aver raggiunto i limiti del modello di crescita guidato dal debito”.

Di solito il principale criterio per valutare la condizione di uno Stato è il debito pubblico in relazione al prodotto interno lordo (PIL). Lo scenario può cambiare radicalmente quando vengono presi in considerazione tutti i debiti: della pubblica amministrazione, delle imprese, dei contribuenti e delle società finanziarie.
È quello che ha fatto la Lombard Odier, predisponendo una tabella con i dati di tutti i debiti riferiti al 2018, dalla quale emerge che i Paesi più indebitati dell’Unione Europea sono Irlanda, Olanda, Danimarca, Belgio e Svezia, mentre i più virtuosi sono Germania, Austria, Finlandia, Grecia e Italia. Un risultato per certi versi sorprendente.

Tabella debiti aggregati

In dettaglio si può vedere che l’Irlanda ha un debito globale pari al 671% del PIL, poiché bisogna sommare il 73% del debito pubblico, il 193% di quello delle imprese, il 45% del debito delle famiglie e soprattutto il 362% dell’indebitamento accumulato da banche e società finanziarie irlandesi. L’Olanda, spesso considerata nel novero dei Paesi virtuosi, in realtà segue l’Irlanda da vicino, con il 626% di debito rispetto al PIL. Fuori dall’Unione Europea in questa zona della classifica si trova anche il Giappone con il 537%.

Dall’altra parte dell’elenco al primo posto c’è la Germania, con il 236% e con una omogenea distribuzione del debito: 65% debito pubblico, 56% imprese, 53% contribuenti, 62% finanza. La Grecia e l’Italia, pur avendo i più elevati debiti pubblici in Europa, si posizionano in modo inaspettato: il debito globale ammonta rispettivamente al 304% e al 311% del PIL.

Ecco il dettaglio dell’Italia: 141% debito pubblico, 70% imprese, 41% famiglie, 59% banche. Da notare che l’indebitamento privato pari al 41% del PIL è il più basso tra tutti i Paesi considerati nel report: gli italiani, oltre ad essere grandi risparmiatori, sono poco propensi a contrarre debiti privati. Al contrario degli italiani si collocano gli svizzeri. Infatti, la Svizzera, con un indebitamento globale del 385%, ha un debito pubblico molto basso (32% del PIL) e il debito privato più alto (130%), dovuto ad un largo utilizzo delle ipoteche da parte delle famiglie svizzere.

Anche la conclusione dello studio della banca svizzera per certi aspetti può essere considerata sorprendente: viene detto in modo esplicito che un debito elevato comporta come conseguenza la disuguaglianza, mentre invece sarebbe utile “crescere in modo diverso”, poiché la “riduzione delle disparità della stragrande maggioranza delle economie mondiali può essere un modo efficace per sostenere i consumi senza fare affidamento su un eccessivo accumulo di debito”.

A motivare queste indicazioni della Lombard Odier sicuramente non è il senso di equità o il diritto alla giustizia, ma è positivo che anche una banca svizzera, nazione considerata il paradiso fiscale per eccellenza, riconosca che è necessario cambiare strada e ridurre le enormi disuguaglianze tra i popoli.

Demagogia contro i fondi dell’Europa

Dall’avvio della cosiddetta «fase 2» le pagine dei quotidiani e gran parte dei dibattiti televisivi riservano talvolta apprezzamenti, altre dure critiche alle misure adottate dalla Ue per superare l’attuale pesantissima crisi economica e sociale. Le critiche partono spesso da una scarsa conoscenza delle caratteristiche degli interventi e degli scopi cui sono destinati. Guardando al medio e lungo termine, l’operazione lanciata dalla Commissione europea con il «Next Generation UE» (Recovery Fund) rappresenta un’opportunità di enorme rilievo che vuole porre delle fondamenta più ambiziose per l’Europa della prossima generazione. Il piano, che alcuni Paesi sono ancora restii ad autorizzare, vale 750 miliardi di euro di cui 500 a fondo perduto, finanziati con l’emissione di un debito garantito da tutti i Paesi europei.

All’Italia andrebbero circa 81,8 miliardi di euro a fondo perduto e 90,9 miliardi di prestiti a tassi vicini allo zero. Le critiche rivolte a questo provvedimento si spingono fino a negarne la necessità, sostenendo che le risorse arriveranno solo nella primavera del 2021, ossia troppo tardi. Questa posizione dimostra una sostanziale incomprensione dello scopo strategico dell’intervento che non è indirizzato all’immediato sostegno di famiglie e imprese, ma si propone di finanziare piani d’investimento nazionali che rispondano agli obiettivi di ripresa di ogni Stato membro nel quadro di una strategia di sviluppo basata su «Green Deal» ed economia «digitale». Un anno rappresenta un intervallo di tempo oltremodo utile per definire progetti specifici e per individuare gli strumenti attuativi necessari per utilizzare al meglio le risorse assegnate.

Piuttosto che lamentarsi per la tempistica europea, ci si dovrebbe preoccupare che il governo si impegni con sollecitudine per redigere progetti seri che siano in grado di essere autorizzati e portati a termine, contrariamente a quanto avvenuto in molti casi nel passato. Ad altre misure europee, sotto forma di prestiti a tasso agevolato, è affidato il compito di accrescere le disponibilità di ogni Paese membro per far fronte al drammatico impatto economico e sociale della pandemia. Come noto, tra marzo e maggio il nostro governo ha emanato tre decreti per complessivi 85 miliardi, anche se per la loro attuazione si stanno scontando ritardi burocratici incomprensibili che dovranno essere al più presto colmati.

Tali provvedimenti sono stati resi possibili dalla sospensione dei vincoli europei di bilancio, che hanno consentito un consistente aumento del deficit. Inoltre, un notevole aiuto alle nostre possibilità di spesa ci è derivato dagli interventi della BCE in acquisto di nostri titoli in scadenza, che sono andati, con il 30%, ben al di là della nostra quota di partecipazione al capitale della Banca (15%). Senza questi interventi lo spread sarebbe salito a livelli insostenibili. In aggiunta agli interventi del governo c’è poi la possibilità di accedere a circa 100 miliardi di prestiti agevolati europei attraverso: il «SURE», acronimo di «Support to mitigate unemployment risks in an emergency», che rappresenta una specie di cassa integrazione europea; il fondo BEI, destinato a fronteggiare i fabbisogni di liquidità delle imprese agevolandone la ripresa; il MES, la cui unica condizione, dopo le conseguenze del Covid-19, è che i finanziamenti siano destinati a finanziare spese per investimenti direttamente o indirettamente connessi alla sanità.

In questi giorni si è acceso un aspro dibattito sulla convenienza di accedere a quest’ultimo finanziamento (fino a 36 miliardi in dieci anni allo 0,1%). C’è chi sostiene che l’Italia, se lo utilizzasse, andrebbe incontro ad un giudizio negativo dei mercati finanziari, visto che Germania e Francia non lo utilizzeranno. Chi lo afferma dimentica che Germania e Francia possono finanziarsi direttamente sul mercato a tassi negativi o nulli, cosa che non vale per l’Italia, visto che i tassi dei BTP sono ben maggiori dello 0,1%. Il MES, oltre a consentire un grande piano di rafforzamento delle strutture sanitarie e di sostegno alla ricerca, sarebbe di aiuto concreto alle imprese per la ristrutturazione degli ambienti di lavoro anche a fini di sicurezza sanitaria.

Fonte: L'Eco di Bergamo del 17 Giugno 2020

Il virus del falso sovranismo

Basterebbero due dati, relativi al mese di marzo 2020, resi noti dalla Banca Centrale Europea (BCE) per capire quanta propaganda sia in circolazione in Italia, con grave rischio di contagio ideologico in relazione alla finanza.

La BCE da anni sta acquistando (attraverso il Quantitative Easing) i titoli pubblici dei Paesi europei, privilegiando quelli più in difficoltà, contribuendo così ad abbassare il tasso di interesse sui debiti pubblici. Chi ha usufruito più di tutti di questo aiuto è l’Italia. Basti dire che nel mese di marzo 2020 la BCE ha acquistato il 6,2% in più di titoli italiani rispetto alla proporzione media con gli altri Paesi e il 6,9% in meno di quelli della Germania. Questa strategia della BCE va avanti da almeno 5 anni. Per questa ragione recentemente la Corte Costituzionale tedesca ha dato un ultimatum di tre mesi dopo i quali la Bundesbank si ritirerà dai programmi di interventi della BCE, se non venisse fornita una spiegazione convincente sulle ragioni della deviazione dal principio di proporzionalità nei suoi acquisti di titoli. 

Questo non significa che tutte le scelte della BCE siano condivisibili: in realtà andrebbe riformata, affinché possa svolgere in maniera più efficace la lotta contro il debito pubblico di tutti i paesi dell'eurozona e di sostegno alle politiche sociali a difesa della condizione di vita di tutta la popolazione dell’Unione Europea. In altre parole, bisognerebbe esigere che la moneta e la finanza debbano essere al servizio dell’economia e delle persone, mentre spesso accade l’opposto.

L’altro dato riguarda il flusso di capitali in entrata o in uscita dai vari Paesi. Dai dati della BCE risulta che nel primo trimestre del 2020 dall’Italia sono usciti 492 miliardi di euro, segue la Spagna con 407 miliardi e la Francia con 109 miliardi. Dove sono andati a finire questi capitali? Anzitutto in Germania, che ha visto entrare nel primo trimestre 935 miliardi di euro. Segue il Lussemburgo, dove sono arrivati 225 miliardi e l’Olanda con 63 miliardi.

Che cosa ci dicono queste due rilevazioni della BCE? Che l’Europa sta dando una mano all’Italia, mentre gli italiani stanno voltando le spalle al proprio Paese. La BCE compra i nostri BTP, mentre noi italiani investiamo i soldi in altri Paesi, magari proprio in quelli che vorrebbero ostacolare il sostegno europeo all’Italia.

Stando così le cose, a logica ci si dovrebbe aspettare che i sovranisti italiani organizzino iniziative a sostegno dell’Europa solidale con l’Italia e di protesta nei confronti dei contribuenti italiani che “tradiscono” il proprio Paese, portando altrove la ricchezza anziché finanziare la Patria. In realtà non accade: nemmeno una parola viene spesa per prendere una posizione di netta condanna nei confronti di chi esporta capitali all'estero.

Ci sono molti tipi di virus in circolazione. Quelli che colpiscono i polmoni e quelli che negano l’evidenza dei fatti reali. Difficile stabilire quali siano più pericolosi.

 

La gestione del debito pubblico italiano dopo il Covid-19

Uno dei problemi da affrontare dopo l’emergenza Covid sarà la gestione del debito pubblico italiano, nel momento in cui il rapporto debito/PIL raggiungerà un valore molto alto: sia per l’aumento del numeratore dovuto alla spesa in deficit per finanziare gli incentivi economici richiesti dalla pandemia Covid-19, sia per la diminuzione del denominatore dovuto alla contrazione economica, anch’essa dovuta al Covid-19.

1. PRINCIPALI DICHIARAZIONI E DECISIONI IN EUROPA.

Nel momento in cui è risultato chiaro che l’emergenza Covid richiedeva un sforzo enorme di risorse per fronteggiare la crisi economica e sociale, il 25 marzo l’ex presidente della BCE Mario Draghi in un articolo sul Financial TiMES, dal titolo «Stiamo affrontando una guerra contro il coronavirus e dobbiamo mobilitarci di conseguenza», ha appoggiato la necessità di una linea finanziaria espansiva per affrontare i gravi contraccolpi economici provocati dall’emergenza Covid-19. In poche parole ha affermato che:

  1. siamo in guerra e come in ogni guerra servono misure straordinarie;
  2. queste misure devono essere a carico dello Stato, che deve spendere per sostenere il reddito dei lavoratori e la possibilità di ripresa delle aziende;
  3. per fare questo, lo Stato non si deve assolutamente preoccupare dell’innalzamento del debito pubblico;
  4. il costo dell’esitazione potrebbe essere fatale.

 

A fine marzo un gruppo di 9 Paesi Ue (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Irlanda, Belgio, Lussemburgo e Slovacchia) chiede all’Unione di fare un salto culturale con la condivisione del debito e quindi dei rischi, attraverso il lancio di titoli obbligazionari europei (i cosiddetti eurobond o coronabond) per permettere di finanziare le misure straordinarie.

Ma la Germania e i paesi del Nord (Olanda, Austria, Finlandia) si oppongono alla richiesta, secondo loro irricevibile dopo aver già concesso la sospensione del Patto di Stabilità e di Crescita, chiesto dalla Commissione UE e accolto dall’ECOFIN, per permettere per tutta la durata della crisi di mettere da parte il tetto del 3% al deficit pubblico e quello del 60% al debito pubblico, e la sospensione delle regole sulla concorrenza riguardo gli aiuti di Stato.

I tedeschi propongono di usare il MES, il Meccanismo europeo di Stabilità noto anche come Fondo salva Stati, eliminando i vincoli di un programma di aggiustamento macroeconomico e di un’analisi della sostenibilità del debito pubblico normalmente obbligatori per chi lo richiede.
L’8 maggio i ministri delle Finanze dell'area euro arrivano a un'intesa sulle linee di credito: interesse dello 0,1% e restituzione in 10 anni per importi fino al 2% del PIL dei rispettivi membri alla fine del 2019 (per l’Italia 36 miliardi). Notare che con una emissione di BOT a 10 anni l’interesse attuale per l’Italia sarebbe dell’1,8%. Unica condizione è che le risorse vengano destinate alle spese sanitarie dirette e indirette legate al Covid-19.

In attesa di un accordo sulla politica fiscale, arriva il “bazooka” della politica monetaria con il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme): la Banca centrale europea, guidata dalla francese Christine Lagarde, oltre ad offrire liquidità a condizioni estremamente vantaggiose per le banche per spingere a fare credito a imprese e famiglie, rafforza il programma di acquisti di titoli pubblici e privati sul mercato lasciato in eredità dal predecessore Mario Draghi. Dopo aver aumentato il programma di acquisti di 120 miliardi, la BCE mobilita altri 750 miliardi.

Mercoledì 26 marzo fa cadere il limite del 33% agli acquisti delle emissioni di ogni Paese, per rendere più efficace la sua azione.
Il 17 aprile il Parlamento Ue dà il suo appoggio a un grande piano per la ripresa che contempla tra gli strumenti i Recovery bond finanziati attraverso un bilancio Ue ampliato, esorta gli Stati membri all’uso del MES ma dice «no» ai coronabond. Inoltre esclude la mutualizzazione del debito esistente però non esclude la mutualizzazione del debito per investimenti in futuro tramite un Recovery Fund.

Il Recovery fund, presumibilmente alimentato inizialmente da un minimo di risorse di tutti gli Stati membri, si baserebbe sull’emissione di nuovi titoli di debito, i Recovery bond, la cui raccolta sarebbe poi girata attraverso trasferimenti ai paesi in difficoltà.
In altri termini, l’idea alla base di questo strumento è che gli Stati meno indebitati non siano costretti a farsi carico anche del debito pregresso, più consistente, dei paesi del sud.

Per il momento, non sono state definite né le modalità di finanziamento né il suo ammontare.

2. GLI INTERVENTI PROGRAMMATI IN ITALIA

Il 28 aprile, in un’intervista a Il Sole 24 Ore, il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha detto che «tra il precedente decreto e quello in arrivo siamo già a un extra deficit di 80 miliardi».
I due decreti a cui fa riferimento Patuanelli sono il “Cura Italia”, convertito definitivamente in legge dal Parlamento il 24 aprile, mentre con «quello in arrivo» indica il cosiddetto “decreto Aprile”, la cui approvazione da parte del Consiglio dei ministri è stata annunciata per il prossimo 30 aprile, slittata poi a maggio e alla data di questo documento non ancora ufficializzato nei dettagli.

Rispetto al 2019, si stima che nel 2020 il PIL italiano calerà di oltre 126 miliardi di euro, una flessione «doppia rispetto alla crisi del 2008-2009».

A causa della recessione, le entrate caleranno complessivamente di quasi 49 miliardi di euro (tre volte il calo registrato nel 2009), mentre l’indebitamento netto salirà a circa 173 miliardi di euro (10,4 per cento in rapporto al PIL), tenendo conto anche dei provvedimenti che il governo si appresta a varare (come il “decreto Aprile”) e degli effetti delle misure approvate l’anno scorso.

Nel 2021, si stima che il deficit si assesterà a un 5,7 per cento rispetto al PIL (oltre 101 miliardi di euro), mentre il debito pubblico salirà nel 2020 al 155,7 per cento rispetto al PIL e al 152,7 per cento a fine 2021.

Il 5 maggio il ministro dell’economia Roberto Gualtieri ha riferito alle commissioni Bilancio e Finanze del Senato sugli aiuti finanziari provenienti dall’Europa.
Ha dichiarato che «L’Italia potrebbe avvalersi del SURE per circa 20 miliardi per gli ammortizzatori sociali», e la linea di credito della BEI «potrebbe produrre circa 40 miliardi di finanziamenti per l’Italia».
A tali cifre va aggiunto l’eventuale uso del MES per circa 36 miliardi e «poi il Recovery Fund; dipenderà dalle dimensioni, ma sono fiducioso che almeno un altro centinaio di miliardi di risorse potrebbero essere utilizzate per il nostro Paese».

Per quanto riguarda il MES sia il M5S al governo, che Lega e Fratelli d’Italia all’opposizione, sono contrari ad attingere i 36 miliardi disponibili per l’Italia. Gli altri tre partiti al governo e Forza Italia sono favorevoli.
Ci sarà un passaggio in parlamento per votare la decisione finale.
È impossibile non notare che i partiti contrari sono quelli che hanno sempre detto che l’Europa non ci aiuta abbastanza.

La seguente figura (dal Corriere della Sera) riassume tutte le cifre che riguardano l’Italia e gli aiuti dell’Europa, più i prossimi passi previsti a livello europeo. 

la_gestione_del_debito_pubblico_dopo_il_Covid-19

3. PERCHÉ IL DEBITO E’ UN PROBLEMA IRRISOLVIBILE PER L’ITALIA

Non voglio fare un trattato sul debito, ma spiegare in modo semplice come si è creato e dove sta il problema. C’è quindi un minimo di fatti che bisogna conoscere per capire come si sono evolute le cose nel tempo.

Dal 1960 al 1981 il rapporto debito/PIL dell’Italia è sempre stato inferiore al 60%, la soglia che oggi viene usata per indicare un’economia in ottima salute.
Il 12 febbraio 1981 il ministro del tesoro Beniamino Andretta concorda col governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi (senza alcun passaggio in parlamento) il divorzio tra Ministero e Banca nella gestione dei titoli di stato: la Banca d’Italia non avrebbe più acquistato i titoli di stato invenduti, che erano emessi dal Ministero ad un tasso d’interesse prefissato, sempre minore del tasso di inflazione.

È come se da un giorno all’altro avessi un mutuo che passa da tasso fisso a tasso variabile, cioè da una rata di rimborso di valore costante ad una rata variabile basata su un tasso deciso dalla banca senza il mio accordo.

Il risultato è stato che dal 1981 in poi i tassi di interessi pagati dallo stato sono stati in media del 4,2% superiori a quelli di inflazione e così il rapporto debito/PIL è passato dal 55% (1981) al 118% (1994).
Notare che nello stesso periodo la spesa pubblica italiana (senza considerare gli interessi) è passata dal 38,5% del PIL (1981) al 40,4% (1994); aumento percentuale in linea con la media degli stati dell’eurozona attuale.

Dal 1980 al 2007 lo stato italiano ha contratto 1.335,54 miliardi di debito, pagando nello stesso periodo 1.740,24 miliardi di interessi.
Notare che dal 1991 al 2019, con la sola eccezione del 2009, ogni hanno l’Italia ha chiuso con un avanzo primario, cioè con il valore delle entrate superiore a quello delle uscite (al netto degli interessi).

La somma accumulata con gli attivi è stata di circa 800 miliardi di euro.
Ritornando all’esempio del mutuo, il problema è che la quota che dopo il 1981 siamo in grado di rimborsare ogni anno (l’avanzo primario) non riesce a coprire tutto il valore degli interessi da pagare, per cui ad ogni rinnovo è necessario rifinanziare il debito precedente (tutto il capitale del prestito) più la parte di interessi che non sono riuscito a rimborsare; quindi ad ogni rinnovo il capitale aumenta.

In queste condizioni quando riuscirò ad estinguere il debito? MAI.
Chi compera il debito è interessato all’estinzione? NO, visto quello che guadagna con gli alti tassi di interesse.

4. LE ALTERNATIVE PER GESTIRE L’AUMENTO DEL DEBITO

L’aumento del deficit italiano nel 2020, pari a circa 80 miliardi, se finanziato con emissioni aggiuntive di titoli di stato da piazzare sul mercato aumenterebbe ulteriormente il rapporto debito/pil (vedi tabella nella pagina precedente).

Per questo motivo un gruppo di 101 economisti ha scritto al governo chiedendo di NON ratificare accordi europei che comportino un significativo aumento del debito, ma di accettare soltanto il finanziamento monetario di una parte rilevante delle spese necessarie da parte della Banca Centrale Europea.
L’appello, firmato anche da Jean-Paul Fitoussi e James K. Galbraith, è apparso su MicroMega il 14 aprile.

Tra l’altro per quanto tempo la BCE potrebbe portare avanti gli acquisti di titoli di stato per tenere sotto controllo lo spread dei titoli italiani?
In aprile, dopo i 6 miliardi della prima settimana e il calo della seconda settimana a 4,1 miliardi di acquisti al giorno, l’ultimo round di stimolo ha segnato il record assoluto di 6,7 miliardi quotidiani per un valore cumulativo di 70,7 miliardi nella settimana
Continuando così, però, i 750 miliardi stanziati per il PEPP non durerebbero fino a fine anno, bensì fino a metà ottobre. Per garantire una schermatura agli spread più sensibili almeno fino a metà dicembre, il ritmo di acquisti dovrebbe scendere a circa 4 miliardi al giorno, cioè un totale di 83 miliardi al mese.
Insomma, meno volume di fuoco per il “bazooka”.

Ma stante la questione delle sofferenze bancarie e del loro potenziale di criticità a causa del lockdown da pandemia, difficilmente paesi come Spagna e Grecia accetteranno che la deviazione della capital key negli acquisti pro quota di debito sovrano da parte della Banche centrali nazionali su mandato dell’Eurotower veda ancora per molto l’Italia a circa il 42% del totale, come accade oggi.

Soprattutto se calcoliamo che Roma partiva dal 17%, sua quota statutaria nel precedente ciclo di Quantitative Easing.
Notare infine che il 5 maggio la Germania ha avvisato la BCE che non permetterà di continuare a finanziare acquisti di titoli dei paesi più deboli; la Corte Costituzionale tedesca ha dato un ultimatum di tre mesi dopo i quali la Bundesbank si ritirerà dai programmi di interventi della BCE se non venisse fornita una spiegazione convincente sulle ragioni della deviazione dal principio di proporzionalità nei suoi acquisti di titoli.

Per gestire il debito l’alternativa più ovvia per l’Italia sarebbe quella di incrementare le entrate per poter avere un maggiore avanzo primario e contrastare così la speculazione.

Da anni si parla di fare emergere l’evasione dell’IVA per avere un maggiore gettito fiscale. Bisognerebbe incrociare le informazioni relative ai movimenti bancari e agli acquisti delle persone con un reddito basso o assente, partendo dalle categorie più a rischio evasione; una cosa non particolarmente complicata con gli strumenti informatici attualmente disponibili.

Abbiamo l’evasione più alta tra tutti i paesi europei, pari al 25,9% dell’IVA incassata, cioè 3.147€ per abitante; ma sembra che nessuno riesca ad implementare le soluzioni che funzionano nelle altre nazioni.

Un’altra fonte di evasione, più facile da abbattere se ci fosse la reale volontà politica globale di farlo, è quella dei paradisi fiscali e dei paesi europei che praticano dumping finanziario e accordi per concordare l’aliquota di tassazione direttamente con le grandi multinazionali (Olanda su tutti, poi Irlanda, Lussemburgo e Cipro).

I dati 2016 mostrano che la ricchezza offshore individuale nel mondo ammonta a 7.500 miliardi di euro, di cui 1.500 appartenenti a cittadini europei.
La quota dell’Italia è di 142 miliardi di euro che in termini percentuali vale l’8,1% del PIL nazionale.

A questo valore c’è da aggiungere la quota delle transazioni economiche fatte da aziende che nei paradisi fiscali hanno una sede operativa che gestisce lo scambio tra i paesi di produzione e quelli di commercializzazione per evitare di pagare in entrambi le tasse corrette.
A giugno 2018 il National Bureau of Economic Research degli Stati Uniti ha pubblicato uno studio dal titolo «I profitti scomparsi delle Nazioni».

Lo studio mostra che i profitti esteri di grandi multinazionali trasferiti nel solo 2015 verso questi paradisi fiscali, stimati con cautela, ammontano a una somma sorprendente: 616 miliardi di dollari, su 1.703 miliardi di utili netti di quelle imprese.
Secondo i tre economisti che hanno realizzato lo studio, nel solo 2015 l’Italia ha perso 23 miliardi di dollari di profitti tassabili di multinazionali.
In aggiunta dai paesi europei che praticano dumping finanziario il danno per l’Italia dovuto a tasse non riscosse è di circa 3 miliardi di dollari.

Un’altra opzione interessante è quella di finanziare il debito pubblico utilizzando il risparmio interno italiano, offrendo titoli di lunga durata ai risparmiatori italiani per gestire internamente il bisogno di risorse.

Sul Corriere della Sera del 4 aprile il banchiere Giovanni Bazoli ha parlato di un prestito non forzoso da parte degli italiani (dunque non una tassa patrimoniale) garantito dai beni dello Stato.
Abbiamo un anomalo rapporto tra grande debito pubblico ed enorme ricchezza privata: 4.374 miliardi di attività finanziarie delle famiglie (contro 926 miliardi di passività), 1.840 miliardi di attività finanziarie delle società non finanziarie; contro 2.409 miliardi di debito pubblico.

Per Bazoli basterebbe meno del 7% della ricchezza degli italiani per finanziare un prestito non forzoso di 300 miliardi con titoli di Stato per sostenere la ripresa.

Una proposta simile era stata fatta da Giulio Tremonti il 26 marzo sempre sul Corriere: si può pensare che sia possibile salvarci da soli con un piano basato sull’emissione di titoli pubblici a lunghissima scadenza; titoli con rendimenti moderati, ma sicuri e fissi, garantiti dal patrimonio dello stato con formula «esenti da ogni imposta presente e futura».

Il 5 maggio sul Corriere George Soros ha proposto di emettere BTP irredimibili, cioè con assenza di scadenza e con cedola fissa e garantita a vita, coinvolgendo il più possibile i risparmiatori italiani (che secondo la Banca d’Italia nel 2018 avevano 1.400 miliardi depositati in banca infruttiferi).
Non una novità per l’Italia.

Un titolo irredimibile fu emesso nel 1935 per 42 miliardi di lire (oggi sarebbero stati oltre 4.900 miliardi di euro, considerata l’inflazione) per finanziare la guerra in Etiopia; questo titolo è andato avanti pagando gli interessi fino agli anni ’90, ed è stato completamente rimborsato alla pari per una prima parte nel 1981 e per il restante nel 1998.

Ma il primo fu Giovanni Giolitti, che nel 1906 fissò, mediante il consolidamento e l’irredimibilità del debito, la rendita delle due scadenze previste al 3,5% e al 5%. Da notare che all’epoca la lira godeva di una grande stabilità e quindi la modifica fu accolta con favore.

Altra proposta: il 3 aprile sul Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli ed Enrico Giovannini hanno proposto di cambiare il sistema dei sussidi sedimentatosi nei decenni (spesso per l’azione di lobby o a fini elettorali) per orientarli meglio.
La legge di Bilancio 2016 ha introdotto una complessa procedura per la valutazione dei sussidi dannosi (19,7 miliardi l’anno, di cui 17,7 a favore dei carburanti fossili), distinguendoli da quelli favorevoli (15,3 miliardi) e da quelli neutri (8,6 miliardi)

L’Italia si è impegnata, in sede di G7 e G20, a rimuovere tutti i sussidi dannosi per l’ambiente entro il 2025. Dunque, si tratterebbe di utilizzare la crisi per accelerare questo processo.
Un discorso analogo andrebbe fatto per l’insieme delle altre detrazioni fiscali che ogni anno ammontano a circa 50 miliardi. Molte detrazioni e deduzioni andrebbero confermate o meglio ridefinite alla luce delle misure di sostegno al reddito.

Infine Luca Angelini sul Corriere del 19 aprile ha citato la proposta più innovativa, fatta su Le Monde da Laurence Scialom e Baptiste Bridonneau, del laboratorio di ricerca EconomiX dell’università Paris-Nanterre.
La Banca centrale europea, che in questi anni di Quantitative Easing ha acquistato massicce dosi di titoli di Stato della zona euro, ossia di debito pubblico, potrebbe decidere di cancellare parte di quel debito, per alleggerire il fardello della crisi e dare ossigeno alla ripresa.
L’unica condizione per ottenere la cancellazione sarebbe che «i margini di manovra così riconquistati siano diretti verso una riconversione ecologica delle nostre economie».
Ma quante possibilità ci sono che una proposta del genere passi? Scialom e Bridonneau non sono pessimisti. «La soluzione è politicamente possibile, perché la BCE è l’istituzione in cui è più debole, per un governo, la possibilità di opporre un veto». Mentre per gli eurobond serve l’unanimità, nella BCE basta la maggioranza dei due terzi. È grazie a quello, ricordano i due economisti, che passò il “whatever it takes” di Draghi, nonostante il voto contrario di Jens Weidmann della Bundesbank.
Di fronte alla crisi economica ed ecologica, concludono: «potrebbe essere di nuovo necessario far pendere i rapporti di forza a favore dei partigiani del cambiamento politico che di quelli dello status quo. La BCE salverebbe così, ancora una volta, la zona euro dai suoi demoni».
La BCE potrebbe ad esempio procedere ad una monetizzazione del debito dei paesi europei attraverso acquisti permanenti di titoli pubblici, in pratica un’emissione di valuta per congelare parte del debito.

5. CONCLUSIONI

Se si porteranno avanti gli interventi programmati finanziandoli in deficit, in linea con le indicazioni di Mario Draghi (cui molti vorrebbero affidare un ruolo politico nazionale), nel 2021 il rapporto debito/pil diventerà il problema principale del governo italiano, di qualunque colore esso sia.

A mio parere bisognerebbe attivarsi immediatamente per portare avanti due proposte parallele:

  • la parziale cancellazione del debito da parte della BCE a fronte di una riconversione ecologica della nostra economia (all’interno del Green New Deal europeo).

  • il finanziamento di parte del debito pubblico rimanente tramite il risparmio nazionale (come ad esempio viene fatto in Giappone); con tassi che garantiscono poco più del recupero dell’inflazione.

Ovviamente anche la chiusura dei paradisi fiscali e l’eliminazione delle regole che permettono il dumping fiscale in alcuni paesi europei sarebbero altamente auspicabili, ma dopo anni di studi che hanno evidenziato gli impatti sulla disuguaglianza di reddito e sulle mancate entrate fiscali, è ormai chiaro che non c’è una reale volontà/possibilità di intervento da parte di una politica sempre più succube della finanza.

 

Paolo Savona (Consob): 'sottoscrivete debito pubblico, momento adatto. Nessun rischio default, spread problema a sè'

Paolo Savona, numero uno della Consob, torna a esprimere fiducia nei fondamentali dell'economia italiana, 'slegando' in qualche modo il problema del debito pubblico da quello dello spread, e invitando gli italiani a sottoscrivere BTP: perchè questo, sottolinea, è il momento adatto.

In occasione dell'evento 'Milano Capitali 2020' organizzato da Milano Finanza, l'economista chiede anche che la finanza diventi "l'ancella della crescita"dell'economia.

Grande importanza viene data al risparmio degli italiani, risparmio che dovrebbe, secondo l'ex ministro agli Affari europei del primo governo Conte (M5S-Lega), di essere incanalato al servizio dell'economia italiana. Un discorso simile a quello proferito lo scorso 25 aprile dal numero uno di Intesa SanPaolo, Carlo Messina, che ha invitato l'Italia a guardare oltre l'emergenza coronavirus Covid-19 e iniziare a pensare come sciogliere il nodo cruciale dell'elevato debito pubblico

In quell'occasione, Messina ha presentato una ricetta in cinque mosse, proponendo quelli che ha chiamato "i bond sociali".

Ma veniamo alle proposte di Savona che, con il discorso di oggi, ha cercato di far leva sul senso di patriottismo italiano:

"Ogni giorno durante il lockdown, a una certa ora, la gente andava alla finestra, tirava fuori la bandiera e cantava Fratelli d'Italia - ha ricordato -  io penso che l'unico modo per dimostrare che teniamo a un futuro diverso sia sottoscrivere il debito pubblico".

Un atto di patriottismo e di solidarietà, insomma, giustificato con il fatto che l'economia italiana ha due punti di forza: "esportazioni e risparmio".

"Questi - dice Paolo Savona - sono i due punti su cui occorre lavorare, cercando di contenere le problematiche che si trascinano e di portare la finanza al servizio economico".

Di qui la richiesta di sottoscrivere il debito pubblico, anche se l'ex ministro tiene a precisare che, in realtà, il suo "non è un invito a indebitarsi ma è un invito ad affrontare il problema del debito pubblico e questo è il momento adatto", visto che "il problema che ci dobbiamo porre è come incanalare il risparmio degli italiani al servizio dell'economia e della finanza".

LEGGI Bond sociali, la proposta di Messina (Intesa Sanpaolo). Risparmi degli italiani la chiave per disinnescare il rischio debito

Non mancano le rassicurazioni sulla sostenibilità del debito pubblico italiano. Il presidente della Consob ripete quanto detto già altre volte:

"Non c'è la possibilità che l'Italia possa dichiarare default", aggiungendo che, piuttosto, "c'è un problema di spread (BTP-Bund), che è un problema a sé stante legato alla sfiducia che viene sparsa a piene mani sia all'estero, sia dalle autorità sovranazionali, ahimè, e sia all'interno".

Sullo stop allo short selling che è stato deciso dalla Consob per tutelare la Borsa, Savona fa notare che è stata proprio "la Consob quella che ha spinto maggiormente a livello europeo per avere interventi dinamici".  Questi "interventi - ha ricordato, sono stati presi in quel "fatidico 12 marzo, giorno nero per la Borsa Italiana".

"Allora la Consob è stata legittimata - ha continuato Savona - Vediamo ora cosa succede in Borsa, ove necessario si interverrà. Vediamo se questa volta l'Europa decide un intervento congiunto piu efficace". Visto che, "se non ci sono interventi comuni gli effetti sono meno efficaci".

C'è da dire che l'auspicio che gli italiani comprino BTP e, più in generale debito pubblico italiano, non è certo una proposta su cui Paolo Savona ha l'esclusiva.

Lo scorso 25 aprile, in un'intervista rilasciata al Sole 24 Ore, il numero uno di Intesa SanPaolo ha illustrato per l'appunto la proposta dei bond sociali nei quali far convogliare parte dei risparmi degli italiani, affermando che, in tal modo, salirebbe dal 5 al 10-20 per cento la parte del debito pubblico controllata dal risparmio privato italiano.

Fonte: www.finanza.com

Bond sociali, la proposta di Messina (Intesa Sanpaolo). Risparmi degli italiani la chiave per disinnescare il rischio debito

L’Italia deve iniziare a guardare oltre l’emergenza Covid-19 e iniziare a pensare come sciogliere il nodo cruciale dell’elevato debito pubblico. Non usa mezzi termini Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, che propone una ricetta composta da cinque mosse, tra le quali spicca la proposta di un bond sociale.
“Dobbiamo contrastare la prospettiva di trovarci a fare i conti con un debito pubblico troppo elevato. Ricadrebbe tutto sulle prossime generazioni”, argomenta Messina in una lunga intervista concessa a Il Sole 24 Ore in cui dettaglia la proposta dei bond sociali nei quali far convogliare parte dei risparmi degli italiani. In tal modo salirebbe dal 5 al 10-20 per cento la parte del debito pubblico controllata dal risparmio privato italiano.

Considerando l’attuale livelli di debito dell’Italia di circa 2.450 mld, la quota in mano al risparmio privato dovrebbe salire fino un quinto del totale, ossia quasi 500 mld.

L’Italia è ricca, molto più dell’Olanda e della stessa Germania. Stiamo parlando di 10 trilioni di euro, tra risorse delle imprese e risparmi delle famiglie. Il problema è che soltanto una parte minima risulta investita in titoli del debito pubblico italiano”, specifica Messina nell’intervista concessa al quotidiano di Confindustria.

Le caratteristiche dei bond sociali

Il CEO di Intesa Sanpaolo dettaglia la sua proposta. Questi bond sociali dovrebbero presentare “rendimenti competitivi, sgravi fiscali, scudo penale per chi trasferisce capitali dall’estero trasformandosi da esportatore di capitali in propulsore della ripresa e dell’accelerazione della crescita italiana. Ci sono ancora 100-200 miliardi di euro dei risparmiatori italiani fuori dall’Italia. Ora è arrivato il momento di farli rientrare”.
Messina contribuisce così ad alimentare il dibattito delle ultime settimane per il varo di nuovi strumenti quali bond perpetui a 50 o addirittura 100 anni. Giulio Tremonti ha proposto un Prestito di ricostruzione basato sull’emissione di titoli pubblici a lunghissima scadenza, trovando l’appoggio di Romani Prodi: “Bisogna essere molto precisi sulle condizioni: niente imposta di eredità e fare i conti su quanto potranno rendere”, sostiene Romano Prodi, ex Presidente della Commissione europea ed ex Presidente del Consiglio. Di bond perpetui aveva parlato anche il presidente emerito di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, che in un’intervista al Corriere ha parlato della possibilità di un grande prestito non forzoso, finanziato dagli italiani e garantito dai beni dello Stato.

Messina: mutualizzare debito non è la soluzione

Nell’intervista al Sole il numero uno di Intesa specifica che in questa situazione non si può imporre alle famiglie italiane, anche a quelle con redditi da 100 mila euro, di pagare dazio con prelievi tipo imposte patrimoniali o sul reddito e “Ugualmente non è accettabile pensare di fare affidamento soltanto alle soluzioni attualmente in discussione sui tavoli europei”. “Non possiamo pensare di uscire dalla crisi senza sciogliere nodi strutturali accumulati da decenni e mutualizzando il nostro debito a livello europeo. Non credo che gli altri Paesi siano disposti a farlo e non sarebbe neppure giusto”, argomenta il banchiere che quindi non vede negli Eurobond la soluzione dei problemi dell’Italia.
Tra le proposte di Messina c’è anche la creazione delle condizioni affinché una parte dei TFR accantonati ogni anno venga investita in titoli pubblici esentasse. E poi propone, al fine di valorizzare il patrimonio pubblico, il lancio di titoli che abbiano come sottoscrittori sia investitori istituzionali sia famiglie e come sottostante immobili pubblici (scuole, caserme, sedi della pubblica amministrazione).

Fonte: www.finanzaonline.com

Il diritto di proteggersi senza fare debito

In tempo di emergenza può sembrare inopportuno gettare il pensiero oltre la siepe per valutare le conseguenze di lungo periodo delle misure adottate d’urgenza. Ma anche in caso di incendio si mantiene il pensiero costantemente sul dopo in modo da evitare scelte che amplificano i danni o che pregiudicano la rinascita futura. Ad esempio nessuno si sognerebbe di spengere gli incendi boschivi, neppure i più estesi, con acqua di mare.

La necessità di contenere la diffusione del coronavirus ci ha costretto a chiudere tutto ciò che non è essenziale, ma centinaia di migliaia di famiglie e di imprese hanno subito contraccolpi pesanti. Per tamponare la situazione il governo è giustamente intervenuto con somme straordinarie. Si è cominciato con sette miliardi di euro, poi portati a venticinque, ma tutti concordano che i danni del lockdown saranno così massicci da dover raddoppiare se non quadruplicare le cifre da mettere in campo. Somme importanti che incidono pesantemente sui bilanci di qualsiasi governo compresi i più forti.

Perciò è stata avanzata la richiesta di unire le forze a livello di Unione Europea in modo da affrontare l’emergenza e i suoi postumi non singolarmente, ma in forma collettiva. Ma i paesi più forti non hanno dato segnali di voler accogliere tale proposta. Nella convinzione di potercela fare da soli, guardano con sospetto alle soluzioni condivise nel timore di doversi fare carico delle difficoltà dei paesi più deboli. E subito si sono levate voci di sdegno, di accuse di egoismo nei loro confronti. Accuse fondate, ma che non debbono farci dimenticare la nostra parte di responsabilità che si chiama blocco ideologico così radicato da non permetterci neanche di guardare in faccia la realtà. Il fatto è che pur riconoscendo la necessità di trasformare i governi in potenti iniettori di liquidità, tutti pensano che l’unico modo per farlo debba essere quello di sobbarcarsi di debiti. Ma i debiti, si sa, hanno sempre due facce: quello del sollievo immediato per l’ottenimento delle somme che momentaneamente ci tirano fuori dai guai e quello del sacrificio futuro per ripagare il capitale appesantito dagli interessi. Ed è proprio per paura che i paesi più deboli non riescano a rispettare i propri impegni che i più forti non vogliono indebitarsi insieme a loro. Atteggiamento riprovevole che però non si risolve lanciando anatemi, ma cercando strade più tranquillizzanti.

La domanda che dobbiamo porci è se esistono strade diverse dall’indebitamento per permettere ai governi di far fronte ai fabbisogni eccezionali. Nel caso dell’Italia, sicuramente abbiamo ancora ampi spazi di manovra in ambito fiscale recuperando non solo l’evasione, che ammonta a oltre 100 miliardi di euro all’anno, ma anche l’equità fiscale soprattutto in ambito patrimoniale. Due temi che torneranno di grande attualità ad emergenza terminata quando dovremo stabilire come gestire gli enormi bisogni collettivi attraverso le normali vie fiscali. Ma ciò che bisogna aver ben chiaro è che a segnare le nostre sorti in tempi di eccezionale fabbisogno finanziario è la possibilità o meno di esercitare il potere di emissione di moneta. Nei tempi antichi il problema non si poneva: il potere di battere moneta apparteneva al sovrano come conferma la celebre frase di Cristo che vedendo l’effige dell’imperatore sul metallo disse: “Date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio, ciò che è di Dio”.

Pur fra alterne vicende il potere di emissione dei sovrani durò finché il mezzo principale di pagamento era rappresentato dalle monete di metallo. Ma quando cominciò ad affermarsi la moneta cartacea, il potere di emissione venne monopolizzato dalle banche private. Una delle prime ad emettere banconote fu una banca scozzese nel 1704, ma ben presto proliferarono banche di emissione in tutta Europa. Al tempo dell’Unità d’Italia, nella nostra penisola se ne contavano nove e bisognò attendere il 1926 per vedere tale attività concentrata in un unico soggetto, la Banca d’Italia, sorta già un trentennio prima dalla fusione delle principali banche di emissione. Ma benché soggetta a vincoli di legge, la Banca d’Italia rimaneva un’entità privata che oltre ad avere capacità di decisione propria, manteneva con lo stato lo stesso rapporto creditizio con aveva con qualsiasi altro cliente. Le cose cambiarono nel 1936 con la nazionalizzazione della Banca d’Italia che divenne banca di stato agli ordini del governo. Tuttavia, da un punto di vista formale e culturale l’impostazione rimaneva quella di sempre: permaneva la convinzione che solo le banche hanno diritto di emissione mentre i soldi concessi ai governi debbano continuare ad essere registrati come crediti.

In effetti l’unico modo che permette allo stato di garantirsi denaro senza pronunciare la parola debito è quella di essere lui stesso ad emettere i biglietti di pagamento che a quel punto non saranno più chiamati banconote, bensì statonote. Esattamente come fece Abram Lincoln nel 1862 che non volendosi indebitare con le banche per finanziare la guerra contro i secessionisti, fece stampare dal governo federale il famoso biglietto verde che poi rimase il prototipo del dollaro. Scelta coraggiosa in un tempo in cui si credeva che i biglietti in circolazione dovessero avere il corrispettivo in oro. Ma oggi sappiamo che la credibilità del circolante poggia su elementi che vanno ben al di là della convertibilità in oro. È piuttosto la solidità economica dei paesi e soprattutto la disponibilità di tutti ad accettarle come mezzo di pagamento a dare stabilità alle monete. In altre parole è la fiducia il vero elemento di valore del denaro, un bene comune che non si può privatizzare per il guadagno di pochi, ma che va utilizzato per il bene di tutti.

Per questo dobbiamo avere il coraggio di rimettere in discussione le pratiche economiche basate su convinzioni che oltre ad essere anacronistiche sono state smentite dai fatti. Ad esempio, dovremmo cominciare ad ascoltare di più l’MMT, la Modern Monetary Theory, che rivendica la possibilità per i governi di ottenere finanziamenti diretti e a fondo perduto dalle banche centrali ogni volta che si rende necessario finanziare spese eccezionali utili a fronteggiare problematiche eccezionali come disoccupazione, crisi economiche, calamità naturali. Proprio come sta succedendo oggi, stando bene attenti a non lasciare che l’emergenza sanitaria oscuri un’altra emergenza altrettanto grave. Stiamo parlando dell’emergenza climatica che necessita anch’essa di ingenti investimenti non solo per passare dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, ma anche per riformare il sistema dei trasporti e per convertire l’assetto produttivo dalla produzione lineare a quella circolare. I costi della crisi sanitaria sommati ai costi dell’emergenza climatica ed ambientale potrebbero costringere i governi europei a dover sborsare migliaia di miliardi di euro da qui ai prossimi dieci anni. Ma se continuiamo a pensare che l’unica via di finanziamento debba essere l’indebitamento sarà difficile riuscire a farcela. Il rischio è che di fronte all’emergenza sociale rinunciamo a tamponare quella ambientale aggravando però un problema che nel giro di poco tempo potrebbe presentarci un conto economico e sociale ancor più grave. Ed allora è meglio cominciare a chiederci come possiamo risolvere il problema della sostenibilità finanziaria oggi per garantirci la sostenibilità ambientale e sociale domani.

 

Ma i fondi dall'Europa non sono un regalo

Sentendo parlare di migliaia di miliardi, il cittadino comune ha tutte le ragioni per essere sconcertato. Da dove vengono tutti questi soldi (in Europa tra 2 e 3 mila miliardi), come mai non c'erano mai quando si chiedeva di intervenire su qualche problema? Quali misteriose casseforti ha aperto il virus? A Bruxelles, a Francoforte, o a Roma non c'è in realtà Babbo Natale che fa regali. I soldi sono sempre sudati, nessun pasto è gratis. A meno di mettere tasse nuove, o vendere il Colosseo, la gran parte, mettiamocelo bene in testa, è a prestito, e i prestiti vanno restituiti, con gli interessi, e buon per noi che sono molto bassi, anche grazie all'euro. Dunque, il modo in cui prevalentemente si ricevono denari antipandemia, è far debiti. Vanno però ripagati. Se un politico, non facciamo nomi, si scandalizza per questo, significa che ha studiato poco o è in mala fede.

A fine 2019, il debito del mondo intero era di 188 mila miliardi, corrispondente al 226% del PIL. Quello italiano erano di circa 2.400, attorno al 132% del PIL. Il 200% è un livello a cui stiamo pericolosamente avvicinandoci, dimenticando gli obblighi di Maastricht (60%!). Quando è apparso il paziente 1, eravamo già attorno al 135%, oggi siamo avviati al 155%. Per farci un'idea, negli anni '60 del secolo scorso, l'Italia era al 30%. Ha raddoppiato negli anni '80 (diventando però la quinta potenza economica), più che triplicato alla fine del secolo. L'ultimo governo che ha fatto abbassare il debito di un paio di punti è stato quello di Prodi, e l'ultimo a tenerlo fermo è stato Padoan. Poi è arrivato il «cambiamento». I soldi insomma non si stampano, come nei film di Totò. Si prestano, e solo se le agenzie di rating ti considerano affidabile (siamo due punti sopra la spazzatura, che escluderebbe qualunque prestito). Al massimo, se il debitore finale non paga, interviene lo Stato, che impegna già ora per questo qualche decina di miliardi. Sono i decreti «marzo» e «aprile», presentati come se fossero denaro cash, mentre sono solo garanzie a babbo morto. Per diventare soldi sonanti devi andare in banca, compilare 9 moduli anche nei casi in cui l'erogazione è definita automatica, e affidarti al banchiere. Un sistema che ruota attorno alle banche, con buona pace di chi era andato al Governo per abbatterle.

Gli Stati, intanto e per fortuna, sono aiutati dalla BCE, che compra pezzi di carta denominati Bond, e paga - essa sì - cash. Per l'Italia sono circa 220 miliardi nel 2020, senza i quali non ci sarebbero soldi, non per l'emergenza ma per stipendi e pensioni. È la prima «cattiveria» dell'Europa. La seconda è quella di aver bloccato il vincolo di stabilità, per cui appunto lo Stato italiano può farsi garante e spendere (sempre a debito) somme importanti, prima non consentite. Una finanziaria normale (che però almeno finge di tagliare spese, oltre che far debito) vale 30/40 miliardi, mentre ora si sta parlando di 150 miliardi.

Poi, ci sono altre «cattiverie» europee, che oggi valgono 540 miliardi, già disponibili. C'è la BEI che aiuta le imprese, ci sono 100 miliardi per l'occupazione, e infine c'è il benemerito MES che è già un bancomat aperto (costo 0,5% di interessi). Ci abbiamo messo garanzie per 15 miliardi, ne possiamo ritirare 36 cash. Unica condizione: investire in sanità, ma non chiediamo di meglio. Prima, salvava gli stati in cambio (ma non è ovvio?) di concrete azioni di riforma (è così che si è salvata la Grecia, e non solo). Infine, ultima «cattiveria», l'Europa vuole ora inventarsi i «recovery bond», proposti da Spagna e Francia, che non sono gli «eurobond o morte» di cui parlava Conte in dichiarazioni infelici, ma sono basati su soldi del bilancio comunitario (1% del PIL europeo, da portare al 2%) perché anche questi chiedono una copertura. I veri eurobond la prevedono mettendo a contrappeso risorse (tasse) degli Stati e quindi sovranità, con il veto di Germania e altri. Qui il contrappeso sarebbe il bilancio stesso. È un percorso un po' difficile, e vedremo se funziona.

Appuntamento a maggio, con la speranza (italiana) che sia la volta anche di un vero regalo, con una parte sotto forma di sovvenzione a fondo perduto. Qui davvero Bruxelles diventerebbe Babbo Natale.

(tratto da L’Eco di Bergamo del 28 aprile 2020)

Quella "immagine distorta" che la Germania ha dell'Italia

Secondo lo Spiegel, è sbagliato pensare al Belpaese spendaccione e indebitato. Thomas Fricke, autore di un lungo editoriale, non esita a parlare di “tutta questa arroganza tedesca che - non solo adesso, ma soprattutto adesso – è particolarmente tragica”.

La Germania ha “un’immagine distorta e fatale dell’Italia”, un’immagine che finirà per “fare a pezzi l’Unione europea”. Lo scrive oggi in un lungo editoriale lo Spiegel, che lo pubblica addirittura in apertura del proprio sito. Un articolo molto duro nei confronti della classe politica tedesca: Thomas Fricke, che firma il pezzo, non esita a parlare di “tutta questa arroganza tedesca che - non solo adesso, ma soprattutto adesso – è particolarmente tragica”.

E non solo perché “la solita lagna tedesca ha a che fare con la realtà della vita degli italiani quanto i crauti hanno a che vedere con le abitudini alimentari dei tedeschi”. A detta dello Spiegel, la lite sull’eventuale partecipazione dei tedeschi agli eurobond “è imbarazzante”, perché si preferisce “fantasticare sul fatto che gli italiani avrebbero dovuto risparmiare prima”, fantasie che “spiegano la mancanza di zelo da parte della Germania nel far partire al vertice Ue di questa settimana una storica azione di salvataggio”.

Ed ecco l’affondo: “L’Europa rischia di sprofondare nel dramma, non perché gli italiani sono fuori strada, ma a causa di una parte predominante della percezione tedesca”. E ancora: “Forse è per colpa dei tanti film sulla mafia”, scrive il settimanale tedesco ironizzando sui rispettivi stereotipi tra i due Paesi, “forse è solo l’invidia per il fatto che l’Italia ha il clima migliore, il cibo migliore, più sole e il mare”.

Secondo Fricke, “se lo Stato italiano in una crisi come questa finisce sotto pressione dal punto di vista finanziario, dipende – se proprio deve dipendere dagli italiani – dal fatto che il Paese ha una quota di vecchi debiti pubblici, ossia dai tempi passati. Solo che questo ha poco a che vedere con la realtà della vita di oggi, ma con una fase di deragliamento degli anni ’80, il che ha a sua volta a che vedere con gli interessi improvvisamente schizzati in alto”.

Lo Spiegel fa anche un paragone storico sempre molto scottante per la Germania: “Se noi tedeschi non avessimo avuto all’estero amici tanto cari che nel 1953 ci abbuonarono una parte dei nostri debiti, staremmo ancora oggi con un pesante fardello in mano. E come va a finire quando le persone devono continuare a pagare debiti nati storicamente, la Germania lo ha dimostrato alla fine della Prima guerra mondiale, quando alla fine il sistema si rovesciò, come da anni rischia di succedere anche in Italia”.

Inoltre, l'editoriale del settimanale ricorda che “da 30 anni lo Stato italiano spende meno per i suoi cittadini di quello che prende loro, con l’unica eccezione dell’anno della crisi finanziaria mondiale 2009. Questo vuol dire risparmi record, non sperperare”. Il giornale cita anche gli investimenti pubblici “tagliati di un terzo dal 2010 al 2015”, così come “si sono rimpicciolite le spese per l’istruzione e la pubblica amministrazione”. 

Insomma: “Dolce vita? Stupidaggini. Gli investimenti pubblici dal 2010 in Italia sono calati del 40%. Un vero e proprio collasso”. Questo mentre in Germania, la spesa pubblica “è cresciuta quasi del 20%”, ossia “lo Stato spende a testa un quarto di più di quello che spende in Italia. Il che in queste settimane si percepisce dolorosamente”.  

Una situazione che con l’attuale crisi da pandemia del coronavirus si tramuta “in un dramma incredibile”: “In Italia sono mancati i posti letto e sono morte tante persone che oggi forse potrebbero essere ancora in vita. Non è direttamente colpa dei politici tedeschi, ovvio. Ma sarebbe ben giunto il tempo di smettere con folli lezioncine, e di contribuire a far piazza pulita delle cause del disastro, caro signor Schaeuble (già ministro alle Finanze negli anni più caldi dell’eurocrisi, ndr). O di dire “scusateci” almeno una volta”.

E invece “con assoluta serietà” si continua ancora a parlare della “dipendenza da credito” degli italiani, continua lo Spiegel. “Ma anche qui, un piccolo suggerimento fattuale: i debiti privati, commisurati al Pil, in quasi nessun Paese dell’Ue sono così bassi come in Italia”.   

Infine: “È giunta finalmente l’ora di mettere fine a questo dramma, e magari proprio con gli eurobond, quali simbolo della comunità del destino della quale comunque facciamo parte sin da quando abbiamo una moneta comune”, conclude Fricke. “Ancora i tedeschi hanno tempo di raddrizzare la curva dopo le contorte settimane scorse: altrimenti l’Unione europea nel giro di qualche anno non sarà più un’unione.

In Italia come in Francia arriveranno al potere delle persone che, come adesso già fanno Donald Trump o Boris Johnson, non hanno nessuna voglia di stare al gioco: quel gioco sul quale la Germania da decenni costruisce il proprio benessere”.

Fonte: https://www.agi.it/estero/news/2020-04-25/germania-giudizio-italia-spiegel-8430924/

Chi deve pagare la crisi?

L’Italia è in crisi economica e finanziaria a causa del coronavirus: che fare? Semplificando, ci sono due possibilità. Utilizzare i risparmi accumulati quando l’Italia non era in crisi, oppure aumentare il debito pubblico, che attualmente ammonta a circa 2.400 miliardi di euro. Il patrimonio degli italiani è di circa 10.400 miliardi di euro, di cui 6.000 miliardi sono costituiti da immobili e 4.400 miliardi sono liquidità o titoli. Se venisse usata la liquidità attuale, la crisi verrebbe posta a carico dei contribuenti attuali. Se si facesse altro debito, la crisi verrebbe pagata (con gli interessi) dai figli e dai nipoti dei contribuenti attuali, che già si trovano sulle spalle 2.400 miliardi di euro di debito.

Molti plaudono alla sottoscrizione di nuovo debito. Si fa a gara a chi vorrebbe indebitarsi di più. Tutti (o quasi) criticano chi in Europa ci sta dicendo che non è una buona cosa (per noi, innanzi tutto) indebitarci ulteriormente. Se fossimo poveri, non avremmo scelta. Invece, noi italiani siamo i cittadini mediamente più ricchi d’Europa, con l’evasione fiscale e con il debito pubblico più alto d’Europa. Ne consegue che noi potremmo anche scegliere di pagare la crisi con i nostri soldi.

A sostenere questo ragionamento logico dovrebbero essere anzitutto i sovranisti, quelli che ogni giorno affermano: “prima gli italiani”. Invece, proprio costoro sono in prima fila a chiedere che l’Europa finanzi l’Italia senza limiti e condizioni. Fino a ieri ci dicevano che sarebbe meglio abbandonare l’Europa. Oggi chiedono che l’Europa non ci abbandoni, anzi ci sostenga a piene mani e magari a fondo perduto.

Ancora più curiosa è la vicenda del MES, il fondo salva stati che anche l’Italia ha contribuito a creare, versando 58 miliardi di euro. Adesso l’Europa ci propone di utilizzarne 37 miliardi - senza condizioni - per le spese sanitarie di contrasto al coronavirus. Ti aspetteresti un consenso unanime, magari con i sovranisti a sottolineare che in fondo sono soldi nostri. E invece no, proprio i sovranisti si oppongono: non vogliamo i nostri soldi! Siamo dei benefattori: li usino gli altri stati! Di conseguenza, molti in Germania (e non solo) si stanno chiedendo: ma se l’Italia non vuole i fondi già disponibili del MES, significa che non ne ha bisogno? Difficile dar loro torto.

C’è una differenza sostanziale tra utilizzare i nostri soldi o indebitarci ulteriormente. Se decideremo di usare anzitutto i nostri risparmi, pagheranno soltanto quelli che i soldi ce li hanno. È ovvio che - come prescrive la Costituzione - dovranno contribuire in modo più consistente i più ricchi, applicando il criterio della progressività fiscale sulla reale capacità contributiva di ogni italiano. Se invece sceglieremo di indebitarci, di fatto pagheranno tutti, compresi quelli che adesso non hanno nulla, perché sono nati da poco o devono ancora nascere. Ma che gente siamo se, pur disponendo del necessario, decidiamo di caricare ancora una volta le nostre spese sul conto dei posteri? Qual è il padre degenere che - pur avendo la disponibilità economica - manda il conto da pagare ai figli o ai nipoti, addebitando anche gli interessi?

Tutto il ragionamento qui esposto funziona se consideriamo gli italiani come un’unica famiglia. Una famiglia che ha un debito con la banca, ma che nella stessa banca detiene risparmi pari a quasi il doppio del debito. In una famiglia normale probabilmente si deciderebbe di estinguere subito il debito, per smettere di pagare interessi. E si andrebbe avanti con i risparmi rimasti. Invece, i cittadini italiani considerano lo stato come un estraneo. Chi se ne frega se l’amministrazione pubblica si indebita? Non sono soldi miei! L’importante è non toccare i miei risparmi. Guai se aumentano le tasse. Peggio ancora se mettono una patrimoniale. 

Per questo di solito alle elezioni vincono quelli che promettono meno tasse e più debito. È una visione miope e persino controproducente, poiché l’aumento del debito comporta comunque più tasse e tagli, cioè meno servizi ai cittadini, che quindi devono pagarseli con un aumento delle spese. Quindi alla fine non è un buon affare, perché in più ci sono gli interessi. Non è necessaria una laurea in scienze finanziarie per saperlo. Ma d’altra parte anche per votare nessuna competenza è richiesta. Il che spiega perché ci troviamo in questo circolo vizioso e siamo messi così male.

 

Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES)

Con la Legge 116 del 23 luglio 2012 è stata ratificata l’esecuzione del trattato istitutivo del MES, (European Stability Mechanism, ESM) da parte dell’Italia. Il Parlamento, con il 78,5% del voto dei presenti, appartenenti a forze politiche di entrambe le coalizioni, ha autorizzato il Presidente della Repubblica alla promulgazione della Legge, avvenuta il 29 luglio successivo, nonché la copertura finanziaria necessaria alla sottoscrizione del capitale per la partecipazione del Meccanismo Europeo di Stabilità.

Il Trattato è stato firmato il 2 febbraio 2012 dall’Italia e da altri 16 stati dell’Unione Europea, (1); solo un mese dopo, il 2 marzo 2012, tutti gli stati membri ad eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca) hanno sottoscritto il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione Europea, il cosiddetto “Fiscal Compact”.

L’Italia con la Legge Costituzionale n. 1 del 20 aprile 2012 ha riformulato l’art. 81, sancendo definitivamente il principio costituzionale del pareggio del bilancio, attraverso l’equilibrio strutturale di entrate e spese e all'articolo 97 al primo comma ha premesso il seguente: «Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l'ordinamento dell'Unione europea, assicurano l'equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico».

I passi appena richiamati hanno delineato, in soli cinque mesi, un percorso tendente a salvaguardare la stabilità, il coordinamento e la governance di tutta la zona euro al quale la maggior parte delle forze politiche italiane non si è sottratta, pur consapevole degli obblighi e dei vincoli da rispettare.

Occorre tuttavia accennare alla situazione italiana appena precedente al suddetto periodo. Nell’autunno 2011 si verifica un aumento significativo dello “spread” tra i rendimenti dei titoli di stato italiani e quello dei titoli dei Paesi “core” dell’Eurozona. Si palesano rischi di insolvenza di Spagna e Italia e fuga degli investitori; la BCE manifesta preoccupazione per la stabilità dell’Euro e con una lettera del 5 agosto 2011 di Jean Claude Trichet e Mario Draghi, chiede all’Italia di anticipare “il risanamento fiscale e le riforme”. Il Governo italiano promette di varare nuove misure che portino al pareggio del bilancio entro il 2013. Dal 7 agosto 2011 la Banca Centrale Europea inizia ad acquistare titoli di Stato italiani e spagnoli nel mercato secondario, ma nonostante ciò le tensioni sui mercati non si placano e le forti pressioni europee costringono il governo Berlusconi a dimettersi. A novembre 2011 nasce il governo Monti. Il rapporto deficit/PIL è al 3% e il rapporto debito/PIL è al 127%. La crisi di liquidità dello Stato è drammatica.

Il MES è una vera e propria istituzione nata attraverso un accordo intergovernativo, ovvero al di fuori del quadro giuridico della UE. La sua funzione fondamentale è concedere, sotto condizionalità, assistenza ai paesi dell’area dell’euro che, pur avendo un debito pubblico sostenibile, trovino temporanee difficoltà a finanziarsi sul mercato; il trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’unione economica e monetaria deve aiutare a sviluppare un coordinamento più stretto all’interno dell’area euro per garantire una sana gestione delle finanze pubbliche. I due trattati sono tra loro complementari nel promuovere la responsabilità e la solidarietà di bilancio all’interno dell’Unione Europea. La riscrittura dell’art. 81 della nostra Costituzione sancisce un principio fondamentale di buona finanza, che è quello di mantenere l’equilibrio delle entrate e delle spese pubbliche, riducendo progressivamente l’insostenibilità del debito e la premessa aggiunta al primo comma dell’art. 97 afferma un concetto analogo riferendosi all’intero complesso della pubblica amministrazione. 

L’Italia, il terzo membro per importanza del MES, dopo Germania e Francia, ha sottoscritto quote per oltre 125 miliardi di Euro – pari a 1.253.959 quote (che rappresentano il 17,9137% del capitale totale pari a 700 miliardi di Euro) versandone oltre 14. La parte del capitale sottoscritta ma non versata è “richiamabile” in qualsiasi momento in caso di necessità: vale a dire che i membri del MES si impegnano a fornire il finanziamento corrispondente con breve preavviso. Il totale del capitale attualmente versato da tutti gli stati partecipanti supera gli 80 miliardi. L’Italia ha fornito complessivamente, anche prima della istituzione del MES sostegno finanziario in forma bilaterale per 44 miliardi di Euro.

Il MES può operare congiuntamente con il Fondo monetario internazionale, può aprire linee di credito, concedere prestiti o acquistare i titoli di Stato del paese cui presta assistenza. Il suo intervento non avviene mai nella forma di trasferimenti a fondo perduto. Si finanzia emettendo titoli obbligazionari sul mercato anche a lunghe scadenze e i suoi prestiti godono di uno status creditizio secondo solo a quello del FMI. Per queste ragioni può indebitarsi a condizioni molto vantaggiose. Il MES ha erogato finora prestiti a tre Paesi : Grecia, Spagna e Cipro con scadenze lunghe e tassi contenuti al massimo dell’1,6%. I programmi di assistenza sono chiusi e i rimborsi sono in corso.

Il Governatore della Banca d’Italia ha illustrato alle Commissioni parlamentari, nel mese di dicembre scorso, le prospettive di riforma del trattato, fondate su un accordo di massima sancito nel summit europeo di fine 2018 e suscettibili di diventare operative solo quando la riforma sarà ratificata da ogni singolo Paese.

Tali modifiche ribadiscono tuttavia principi di buon senso già presenti nel Trattato. Per il MES come per qualunque altro prestatore, l’erogazione di credito a chi ha un debito non sostenibile, rappresenterebbe un trasferimento di risorse a fondo perduto. Per queste ragioni le condizionalità che accompagnano i finanziamenti dell’ESM restano rigorosi, perché sono presidi a tutela delle risorse che i paesi dell’area dell’euro, tra i quali l’Italia, che, come ricordato, è al terzo posto in termini di impegno finanziario, hanno “investito” nell’istituzione.

L’attuale dibattito sulla esistenza o attenuazione delle condizionalità, per valutare l’accesso o meno all’intervento del MES, che divide le diverse posizioni all’interno del governo, mi riesce, alla luce di quanto sopra, poco comprensibile. E’ del tutto evidente che l’Italia, come anche altri paesi europei, non ce la faranno da soli ad uscire da un’emergenza come quella che stiamo sopportando anche perché la salute dei nostri conti pubblici era già delicata prima dell’avvento della pandemia. Prediligere una modalità di aiuto, piuttosto che un’altra come gli eurobond, non cambia la sostanza perché sempre di nuovo debito si tratta, che dovrà pur essere onorato. Qualunque prestatore lo pretende. E le garanzie di restituzione, per essere credibili, devono essere rigorose attraverso un cambio di passo, che in ogni caso sarà indispensabile. Se l’offerta del MES sarà quella di un sostegno limitato alla contingenza sanitaria attuale, e se le condizioni del prestito saranno meno onerose rispetto ad altre, converrà utilizzare questa opportunità.

Rispetto agli eurobond – rammento che sono stata l’artefice della prima emissione storica di obbligazioni in Italia avvenuta nel mio Comune e quindi il tema mi è caro - non mi è chiaro quali siano i possibili acquirenti e destinatari della loro emissione. Se vogliamo evitare investitori istituzionali nazionali ed esteri, restano i risparmi dei cittadini giacenti sui conti correnti per circa 1.500 miliardi. Ma pur offrendo un tasso come quello praticato dal MES dubito che rappresentino per i risparmiatori una discreta appetibilità rispetto ad una durata di rimborso del capitale che dovrà per forza essere molto lunga, forse quasi una vita, vista l’incertezza del momento sulle prospettive di una ripresa dell’occupazione e della produttività.

La strada maestra non può che essere quella di ridurre l’entità del debito, mantenendo basso il suo costo medio, realizzando un avanzo primario e mettendo in atto tutte le misure possibili per consolidare la finanza nazionale, anche attraverso una diversa scelta delle priorità di intervento dello Stato. Almeno questo il Covid19 ce lo sta già insegnando.

 

(1) Regno del Belgio, Repubblica Federale di Germania, Repubblica di Estonia, Irlanda, Repubblica Ellenica, Regno di Spagna, Repubblica Francese, Repubblica di Cipro, Granducato del Lussemburgo, Repubblica di Malta, Regno dei Paesi Bassi, Repubblica d’Austria, Repubblica portoghese, Repubblica di Slovenia, Repubblica Slovacca, Repubblica di Finlandia. (membri del MES oltre alla Repubblica Italiana).

Stampare moneta, un mito da sfatare o la soluzione al debito pubblico?

Cosa vuol dire stampare moneta? Ma soprattutto cosa vuol dire far parte dell’euro? I due concetti sono sempre collegati in chi rimpiange la lira e sostiene che fosse meglio quando l’Italia poteva indebitarsi senza limiti, non come ora che deve rispettare i vincoli di Maastricht (deficit sotto il 3% e debito pubblico sotto il 60%). Ha ragione il leader della Lega Matteo Salvini che ha auspicato «che si stampasse moneta»? Cosa succederebbe?

Attualmente, a causa dell’enorme crisi economica scatenata dal diffondersi del coronavirus, Bruxelles ha sospeso il Patto di Stabilità e crescita, quindi i Paesi dell’Eurozona posso indebitarsi senza vincoli. Ma è proprio così? L’euro è solo una zavorra? Un primo dato da ricordare è che in Italia il divorzio tra ministero del Tesoro e Banca d’Italia risale al 1981: è da allora che Bankitalia non può più finanziare il debito italiano stampando moneta. Quindi da molto tempo prima dell’entrata dell’euro (1° gennaio 1999 sui mercati finanziari, 1° gennaio 2002 le banconote in mano ai cittadini) .

Il debito e la BCE

Per come stanno le cose, l’Italia ora può indebitarsi senza limiti perché il Patto di Stabilità è stato sospeso. Il problema è che deve farlo sui mercati finanziari. Per prendere i soldi in prestito dovrà pagare un interesse che corrisponde alla fiducia che gli investitori hanno di essere ripagati. Questa fiducia è indicata (semplificando) dallo spread: più questo numero è alto, maggiore è la diffidenza degli investitori e il costo degli interessi per il Paese. Del resto l’Italia ha già un debito che è circa il 130% del suo PIL, il più alto dell’Eurozona dopo quello greco. Se l’Italia stampasse moneta da sola non andrebbe a prendere i soldi sul mercato. Non può farlo perché è la Banca centrale europea che decide la politica monetaria ed è per statuto un’istituzione indipendente dagli Stati membri e anche dagli organi di governo dell’Unione europea. Il suo obiettivo prioritario è la stabilità dei prezzi (mantenere l’inflazione al di sotto ma vicina al 2%). Nell’Eurozona è vietato il finanziamento monetario dei disavanzi, quindi la BCE non può acquistare titoli sul mercato primario. Tuttavia sia durante la crisi del debito sovrano sia adesso la BCE ha messo in atto il Quantitative easing, uno strumento non convenzionali di politica monetaria, che prevede massicci acquisti di titoli pubblici sul mercato secondario.

Stampare moneta e inflazione

Se invece un governo ha il controllo sulla banca centrale, o una forte influenza su di essa, può decidere di coprire i propri bisogni vendendo alla banca centrale i propri titoli e imponendole di stampare moneta per finanziarne l’acquisto, in questo modo non dovrà pagare interessi. Ma se è così semplice perché uno Stato non lo fa? Perché la Gran Bretagna, la Svizzera o gli Stati Uniti che hanno la loro moneta non fanno così? Il problema è che avere una politica monetaria subordinata alle esigenze delle finanze pubbliche è pericoloso. La monetizzazione del debito rischia di minare il valore della moneta stessa, quindi rischia di produrre un aumento dell’inflazione. È quello che è successo in Italia: tra il 1973 e il 1984 l’inflazione non scese mai al di sotto del 10%, ben al di sopra della media dei Paesi industrializzati. Vuol dire che il potere d’acquisto delle famiglie, dei lavoratori, dei pensionati ma anche delle imprese che dovevano acquistare materie prime all’estero era fortemente compromesso.

L’inflazione elevata colpisce tutti i cittadini e soprattutto le fasce più deboli, di fatto è una tassa. Gli effetti della monetizzazione del debito non si vedono immediatamente, sul breve periodo può sembrare la soluzione più rapida per risolvere i problemi di un Paese ma nel lungo è controproducente perché aumenta l’inflazione e rende fragili le finanze pubbliche. Tanto più per un Paese che ha già un debito molto alto.

Italexit

Se in teoria la monetizzazione del debito nel breve termine può essere vantaggiosa, nel lungo di sicuro non lo è. Ma chi la propone adesso la associa all’addio all’euro. Cominciano a riprendere voce coloro che dicono che è meglio andarsene da questa Europa, senza però spiegare cosa vuol dire Italexit e cosa vuol dire per un Paese come il nostro uscire dall’Unione europea e giocare da solo la partita della globalizzazione. In molti sembrano non ricordare quanto fosse debole la lira nei confronti delle altre monete. Far parte dell’Unione vuol dire avere accesso agevolato a un mercato potenziale di 500 milioni di persone, l’euro è una moneta forte, abbandonarla vorrebbe dire vedere il proprio potere d’acquisto dimezzarsi se non di più in questo contesto. Le fasce più deboli della popolazione sarebbero le più colpite. E il margine di manovra che avrebbe lo Stato non darebbe i benefici che vengono promessi. Ora si tratta di usare questa crisi per migliorare l’Unione europea e farle fare un salto di qualità. È quello che stanno tentando di fare l’Italia, la Francia, la Spagna e il Portogallo insieme ad altri Paesi, opponendosi alla visione della Germania, dell’Olanda e dei Paesi del Nord, cercando soluzioni condivise di finanziamento (eurobond) per far fronte all’emergenza coronavirus, con la consapevolezza che questa è una crisi che colpisce tutti i Paesi.

(tratto da corriere.it – 3 aprile 2020)

Un piano credibile prima di fare altro debito

Prestereste i vostri soldi a un’azienda che ha debiti pari a 1,3 volte il fatturato e chiede nuovi fondi non per investimenti ma per le uscite ordinarie? Se non li prestereste, forse non sareste nemmeno disposti a farvi garanti di quel debito. 

Questo richiedente fondi è l’Italia nel pieno dell’emergenza Covid-19. Ecco perché non condivido l’entusiasmo che colgo fra i governanti e i cittadini comuni verso nuove incursioni rischiose nelle praterie del debito pubblico, né la censura verso la ritrosia di tedeschi e olandesi a condividere con noi questa avventura. 

Anche se Mario Draghi, con la sua innegabile autorevolezza, ha sostenuto questa strada. L’Italia deve cambiare strategia: non bisogna partire dalla richiesta di debito ma dalla proposta di un piano di interventi. Se questo sarà convincente, il resto verrà. È coerente con il messaggio di Gentiloni di lunedì scorso.

Non ho paura o avversione per il debito in sé, figuriamoci: studio l’intermediazione finanziaria e le banche da più di trent’anni. Ma proprio per questo so che il debito, cioè l’acquisizione di risorse monetarie con l’impegno alla restituzione, non è una cosa buona o cattiva per sua natura.

Il debito è un mezzo, non un fine. Quindi la sua bontà dipende dalla finalità del finanziamento. Quando si va in banca a chiedere un prestito, la prima domanda è: «per cosa le servono questi soldi e come pensa di restituirli?» e la seconda è: «quali garanzie offre?». Emettere titoli di Stato è la stessa cosa, i potenziali investitori si fanno proprio queste domande.

Cosa può dire l’Italia ai suoi potenziali finanziatori? Alla prima domanda oggi possiamo solo rispondere che vogliamo erogare sussidi di cui non conosciamo né l’estensione né la durata: praticamente allargare indefinitamente il reddito di cittadinanza sotto diversa denominazione. 

Quanto alla seconda questione dobbiamo rappresentare che già siamo indebitati al 135% del prodotto interno lordo, vale a dire che i nuovi creditori dovranno accodarsi a un monte di impegni pregressi per soddisfare i quali dovremmo lavorare per 15 mesi senza percepire nulla e girare tutto il ricavato ai sottoscrittori dei titoli pubblici.

Se la seconda condizione è un dato di fatto ineliminabile, sulla prima si può e si deve lavorare. Anzi, dobbiamo impegnarci maggiormente proprio perché siamo indeboliti dal fardello di debito accumulato. Dobbiamo cioè chiarire a noi stessi e ai finanziatori e ai potenziali garanti come pensiamo di usare le risorse. 

Al momento non ci sono idee diverse da aulici proclami come aiutare le famiglie, sostenere le imprese, non lasciare indietro nessuno. Obiettivi nobili, irrinunciabili, ma che servono a poco nel momento in cui devi convincere qualcuno a sborsare del denaro.

Forse è troppo presto per avere un disegno compiuto, è comprensibile, ma bisogna lavorare in questa direzione. Sbloccare i cantieri? Sospendere le imposte per un certo periodo? Erogare sussidi per importi e tempi definiti? È certo che occorre immettere domanda pubblica per surrogare quella privata che verrà meno, ma facendo spesa corrente o investimenti? E se investiamo, in quali progetti? Con quali tempi? Con quali ritorni attesi? 

Formuliamo un progetto che faccia intravvedere anche le vie per il rientro del debito, altrimenti proponiamo un vicolo cieco dentro cui nessuno vorrà avventurarsi con noi. In termini aziendali: dobbiamo formulare un business plan. Se questo sarà credibile, combinando adeguatamente esigenze di assistenza e rilancio dell’economia, né i mercati né l’Europa ci diranno di no.

(tratto da L’Eco di Bergamo del 2 aprile 2020)

Morgan Stanley: i possibili scenari per il debito italiano dopo il coronavirus

Il debito pubblico italiano potrebbe salire da 5 a 20 punti sul Pil a causa dello shock economico dovuto al coronavirus, e nel periodo successivo potrà, al più, stabilizzarsi sul nuovo livello. Con un rapporto debito/Pil che potrebbe anche raggiungere il 150%.

Un destino che l’Italia potrebbe condividere con la Spagna, che difficilmente potrebbe riportare il rapporto debito/Pil sul sentiero dell’abbassamento. E’ quanto scrivono gli analisti di Morgan Stanley in una nota intitolata “Il debito dopo il Covid-19”.

Gli scenari ipotizzati da Morgan Stanley sono tre.
Nel primo, che vede un aumento di 5 punti percentuali sul del debito pubblico, viene immaginato il caso in cui “l’epidemia di Covid-19 viene contenuta relativamente in fretta, con l’economia in forte ripresa”.
Il secondo scenario prevede un aumento di 10 punti e il terzo un aumento di ben venti punti. “Questi sarebbero i casi più estremi, in cui  non riesce a materializzarsi per intero la nostra previsione di un rapido e completo rimbalzo dell’attività economica” sulla rapida “revoca delle misure di allontanamento sociale”.

(Nel grafico in basso le proiezioni sull’andamento del debito italiano secondo Morgan Stanley)

Grafico

“C’è significativa incertezza attorno” alla simulazione sull’andamento dei debiti pubblici dopo il Covid-19 “poiché abbiamo una visibilità limitata sulle dimensioni e la durata dello shock economico o dell’impatto e della risposta fiscale”, ha scritto Morgan Stanley, “tuttavia, pensiamo che la periferia potrebbe gestire un considerevole aumento del debito pubblico, ipotizzando che non avvenga un brusco aumento nei costi di finanziamento (grazie al supporto della BCE) e un po’ di moderazione nella spesa pubblica, una volta che sia stata affrontata la minaccia per la salute pubblica”.

Le prospettive sarebbero meno problematiche per gli altri due Paesi presi in considerazione nell’analisi, Portogallo e Grecia, i quali dopo l’immediato innalzamento del debito pubblico avrebbero maggiori chance di riportarlo ai livelli pre-coronavirus.

Secondo Morgan Stanley l’impegno manifestato sinora dalla BCE “potrebbe non essere sufficiente, ma ci aspettiamo che la BCE farà di più se necessario. Inoltre, vediamo una possibilità di un’azione fiscale comune, sia attraverso la concessione ai paesi accedere al Mes, o forse anche attraverso l’emissione congiunta di coronabond”, hanno scritto gli analisti.
“Più in generale, poiché il virus è uno shock simmetrico, vediamo una migliore possibilità di una risposta fiscale comune rispetto alla crisi del debito nell’area dell’euro”, che vedeva colpiti soprattutto i Paesi mediterranei e l’Irlanda.

In merito alla possibilità di sfoderare i fondi del Mes sono intervenuti, un un’altra nota gli economisti di Morgan Stanley Jacob Nell, Joao Almeida e Markus Guetschow.

“Abbiamo visto l’Eurogruppo giungere ad un accordo sull’utilizzo del Mes, un accordo che, a nostro avviso, i leader dell’UE sosterranno.
Mentre resta da vedere se si opterà o meno per l’impiego di questo strumento, c’è da dire che questo potrebbe ancora fornire un’assicurazione ulteriore – e il suo utilizzo aprirebbe la porta ad operazioni OMT, qualora ciò si rendesse necessario – sebbene le pressioni per un’azione extra della BCE nel breve termine siano basse, data la flessibilità garantita dai 750 miliardi di euro del PEPP. Il punto interrogativo più grande in questa fase – dopo la lettera di nove dei leader che chiedono i coronabond – è se il Consiglio europeo concorderà su un’emissione congiunta. Ci aspettiamo alcuni sviluppi su questo fronte nel corso della giornata di oggi”.

(tratto dal sito https://www.wallstreetitalia.com )

 

Fermate il debito dei paesi poveri

Il debito pubblico dei paesi poveri sta rialzando la testa e fa paura. Stiamo parlando dei paesi con reddito pro capite inferiore a 2.700 dollari all’anno, quelli che il Fondo Monetario definisce LIDC, Low Income Developing Countries. In tutto 59, con una popolazione complessiva di un miliardo e mezzo di persone, il 20% dell’intera popolazione mondiale. In ordine decrescente partiamo dal Buthan, con un reddito procapite, anno 2017, di 2.510 dollari all’anno e arriviamo alla Somalia, con un reddito pro capite inferiore ai 280 dollari all’anno. La conclusione è che il 40% dell’intera popolazione appartenente ai paesi a basso reddito vive con meno di un dollaro e 90 centesimi al giorno, la soglia infernale al di sotto della quale non c’è più traccia di dignità umana. Oltre mezzo miliardo di derelitti concentrati soprattutto in Africa perché 35 dei 59 paesi più poveri si trovano sul suo territorio. E non si tratta solo di nazioni con fragilità ambientale o conflitti in corso. Fra i paesi condannati alla povertà ci sono anche quelli ricchi di petrolio o di minerali come Nigeria, Ciad, Zambia e Repubblica Democratica del Congo.

Le statistiche mettono in evidenza tre aspetti rispetto al debito pubblico dei paesi più poveri: è in crescita, è sempre più caro, espone un numero crescente di paesi a rischio default. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, dal 2012 al 2018 il debito pubblico dei paesi poveri è aumentato mediamente di tredici punti percentuali, passando dal 32 al 45% del loro PIL. Un aumento causato ogni volta da ragioni diverse, anche se solo in pochi casi si può imputare a spese per investimenti, l’unica forma di debito “sano” che crea le premesse per ripagarsi. Una costante che si ritrova in gran parte dei casi è la riduzione delle entrate accompagnata da un aumento delle spese. Più si allarga la forbice fra le due grandezze, più il debito cresce. Per cui è sempre sui due lati della catena che bisogna porre l’attenzione se vogliamo capire i processi di indebitamento.

Sul piano delle entrate il Fondo Monetario rileva che fra il 2013 e il 2019 la media del gettito fiscale dei paesi poveri è rimasta pressoché immutata, attorno al 13% del PIL. Ma come tutte le medie, nasconde il fatto che alcuni sono riusciti ad aumentare il proprio gettito, mentre altri l’hanno visto ridursi. L’aspetto curioso è che a navigare nelle acque peggiori sono stati i paesi fortemente dipendenti dalle materie prime. I paesi produttori di petrolio, ad esempio, sono quelli che registrano le entrate fiscali più basse e che hanno subito le perdite più gravi. Il loro gettito, infatti è passato dal 7% del PIL nel 2014 al 4,5% nel 2019. Tipico il caso della Nigeria, il cui gettito fiscale proviene in larga parte dal petrolio. Le sue entrate fiscali sono passate da 24 miliardi di dollari nel 2013 a 15 miliardi nel 2016 a causa del crollo del prezzo del greggio che nel 2014 si è ridotto del 60%, passando da 114 a 45 dollari al barile. Sorte ancora più drammatica per il Ciad, anch’esso produttore di petrolio, che per la stessa ragione ha dimezzato il proprio gettito fiscale, passato da 2,2 miliardi di dollari nel 2013 a 1,2 miliardi nel 2016. Triste effetto farfalla di una serie di concomitanze internazionali che fra il 2014 e il 2016 fecero crollare non solo il prezzo del greggio, ma anche di molte altre materie prime, gettando nella bufera paesi come Mozambico, Zimbabwe, Niger e vari altri paesi economicamente dipendenti dalle materie prime.

La frenata nelle entrate costrinse molti governi a ridurre anche le spese, ma considerata già la loro inadeguatezza rispetto ai bisogni del paese, giustamente non ci fu proporzionalità. Così crebbe lo scarto fra entrate e uscite dei paesi più poveri; se nel 2014 era mediamente attestato al 5% del loro Pil, nel 2017 lo troviamo all’8%. Una differenza che in prima battuta cercarono di arginare chiedendo aiuto ai governi occidentali. Ma i cordoni dei ricchi si erano fatti più stretti e di soldi sotto forma di donazioni ora ne arrivavano meno. I numeri parlano chiaro: prima del 2014 gli aiuti pubblici ai paesi più poveri viaggiavano su una media di 24 miliardi di dollari all’anno, nel 2017 li troviamo a 18 miliardi di dollari, una riduzione del 25%. Il peggio fu che i governi occidentali erano anche meno disponibili a concedere prestiti e ai paesi poveri non rimase altra scelta se non quella di bussare alla porta della Cina e dei privati. Alcuni analisti collocano i prestiti concessi dalla Cina ai paesi poveri attorno ai 200 miliardi di dollari, circa un quarto dell’intero debito che grava sulle loro spalle.

Ma la Cina non brilla per trasparenza ed è difficile dire se la cifra corrisponda al vero. Si può comunque dire che la Cina concede prestiti attraverso le sue banche di stato, spesso ai tassi di mercato e in cambio di contropartite commerciali. Dunque a condizioni simili a quelle dei soggetti privati che in ogni caso non si presentano come un fronte unico, ma come un mondo variegato formato non solo da banche, ma anche da fondi di investimento e perfino imprese commerciali. Basti dire che nel 2014 il Ciad ottenne un prestito di un miliardo e mezzo di dollari da Glencore, un’impresa commerciale svizzera che accordò il prestito come pagamento anticipato del petrolio che acquistava dal paese.

Quanto al mondo finanziario, il suo coinvolgimento nel debito del Sud si capisce meglio alla luce del quantitative easing, la decisione di molte banche centrali del Nord del mondo di immettere nel sistema economico grandi quantità di moneta fresca per arginare gli effetti della crisi del 2008. Gli economisti stanno ancora discutendo se la misura sia riuscita nel proprio intento, ma di sicuro è stata capace di stuzzicare gli appetiti di molti operatori finanziari, che hanno approfittato di tanto denaro in circolazione per fare il pieno di prestiti a buon mercato e riproporli, a loro volta, a governi e imprese del Sud del mondo a tasso maggiorato.

In definitiva è stato un po’ come tornare agli anni Settanta del secolo scorso, quando i rappresentanti delle grandi banche internazionali facevano il giro delle capitali africane o latino americane per piazzare i petrodollari che inondavano le loro casseforti. E come allora si pagavano mazzette per spingere i ministeri a presentare progetti costosi che avrebbero fatto lievitare i prestiti richiesti, anche oggi sta ricomparendo la grande corruzione internazionale. Un caso clamoroso è quello del Mozambico che si ritiene vittima di una truffa risalente al 2013, quando Ematum, società marittima mozambicana, si accorda con Privinvest, armatore libanese, per l’acquisto di alcuni pescherecci, ricorrendo a prestiti concessi da Credit Suisse e VTB. E per buttare l’operazione sulle spalle del governo mozambicano vengono dati 150 milioni di dollari ad alcuni funzionari governativi affinché producano degli atti che attestano l’impegno del governo a garantire la restituzione dei prestiti che strada facendo hanno raggiunto l’astronomica cifra di 2 miliardi di dollari. Nell’agosto 2019 il governo del Mozambico è ricorso alla magistratura britannica per ottenere l’annullamento degli impegni conseguenti alle garanzie fasulle. L’affare è complicato e il verdetto non è atteso a breve, ma comunque vada a finire, il Fondo Monetario Internazionale annovera la corruzione fra le principali cause di danno finanziario dei paesi del Sud del mondo: la corruzione riduce le entrate fiscali e gonfia le spese, con conseguente aumento del debito che per i poveri è sempre più caro che per i ricchi.

A titolo di confronto da alcuni anni il governo italiano paga interessi inferiori all’1% sui titoli di nuova emissione. Ai paesi poveri sono applicati tassi superiori al 2%, esponendo oltre la metà di loro al rischio default. Lo dimostra il fatto che una quindicina di paesi, secondo i calcoli della Jubilee Campaign, destina agli interessi il 18% delle entrate pubbliche già ridotte all’osso. Soldi tolti alla sanità, alla scuola, alla tutela ambientale, che rendono il mondo sempre più iniquo.

 

Il debito dei Paesi poveri è una marea che va arginata

Il debito pubblico dei Paesi poveri sta rialzando la testa e fa paura. Stiamo parlando dei Paesi con reddito pro capite inferiore a 2'700 dollari all’anno, quelli che il Fondo monetario definisce LIDC, Low Income Developing Countries. In tutto sono 59, con una popolazione complessiva di un miliardo e mezzo di persone, il 20% dell’intera popolazione mondiale.

In ordine decrescente partiamo dal Buthan, con un reddito procapite, anno 2017, di 2'510 dollari all’anno e arriviamo alla Somalia con un reddito pro capite inferiore ai 280 dollari all’anno. La conclusione è che il 40% dell’intera popolazione appartenente ai Paesi a basso reddito vive con meno di un dollaro e 90 centesimi al giorno, la soglia infernale al di sotto della quale non c’è più traccia di dignità umana. Si tratta di oltre mezzo miliardo di derelitti concentrati soprattutto in Africa, perché 35 dei 59 Paesi più poveri si trovano sul territorio di questo continente. E non si tratta solo di nazioni con fragilità ambientale o conflitti in corso. Fra i Paesi condannati alla povertà ci sono anche quelli ricchi di petrolio o di minerali come Nigeria, Ciad, Zambia, Repubblica Democratica del Congo.

Le statistiche mettono in evidenza tre aspetti rispetto al debito pubblico dei Paesi più poveri: è in crescita, è sempre più caro, espone un numero crescente di Paesi a rischio default. Secondo il Fondo monetario internazionale, dal 2012 al 2018 il debito pubblico dei Paesi poveri è aumentato mediamente di tredici punti percentuali, passando dal 32% al 45% del loro PIL. Un aumento causato ogni volta da ragioni diverse, anche se solo in pochi casi si può imputare a spese per investimenti, l’unica forma di debito 'sano' che crea le premesse per ripagarsi. Una costante che si ritrova in gran parte dei casi è la riduzione delle entrate accompagnata da un aumento delle spese. Più si allarga la forbice fra le due grandezze, più il debito cresce. Per cui è sempre sui due lati della catena che bisogna porre l’attenzione se vogliamo capire i processi di indebitamento.

Sul piano delle entrate il FMI rileva che fra il 2013 e il 2019, la media del gettito fiscale dei Paesi poveri è rimasto pressoché immutato, attorno al 13% del PIL. L’aspetto curioso è che a navigare nelle acque peggiori sono stati i Paesi fortemente dipendenti dalle materie prime. I Paesi produttori di petrolio, ad esempio, sono quelli che registrano le entrate fiscali più basse e che hanno subito le perdite più gravi. Il loro gettito, infatti è passato dal 7% del PIL nel 2014 al 4,5% nel 2019.

Tipico il caso della Nigeria il cui gettito fiscale proviene in larga parte dal petrolio. Le sue entrate fiscali sono passate da 24 miliardi di dollari nel 2013 a 15 miliardi nel 2016 a causa del crollo del prezzo del greggio che nel 2014 si è ridotto del 60% passando da 114 a 45 dollari al barile. Sorte ancora più drammatica per il Ciad, anch’esso produttore di petrolio, che per la stessa ragione ha dimezzato il proprio gettito fiscale passato da 2,2 miliardi di dollari nel 2013 a 1,2 miliardi nel 2016. Triste effetto farfalla di una serie di concomitanze internazionali che fra il 2014 e il 2016 han fatto crollare non solo il prezzo del greggio, ma di molte altre materie prime gettando nella bufera anche Paesi come Mozambico, Zimbabwe, Niger e vari altri economicamente dipendenti, appunto, dalle materie prime di cui sono ricchi.

La frenata nelle entrate ha costretto molti governi a ridurre anche le spese, e considerata già la loro inadeguatezza rispetto ai bisogni del Paese senza alcuna proporzionalità. Così è cresciuto lo scarto fra entrate e uscite dei Paesi più poveri, che se nel 2014 era mediamente attestato al 5% del loro PIL, nel 2017 è arrivato all’8%. Una differenza che in prima battuta si è cercato di arginare chiedendo aiuto ai governi occidentali. Ma i cordoni dei Paesi ricchi si erano già allora fatti più stretti e di soldi sotto forma di donazioni ne sono arrivati via via meno. I numeri parlano chiaro: prima del 2014 gli aiuti pubblici ai Paesi più poveri viaggiavano su una media di 24 miliardi di dollari all’anno, nel 2017 li troviamo a 18 miliardi di dollari, una riduzione del 25%.

Il peggio è stato che i governi occidentali si sono rivelati anche meno disponibili a concedere prestiti ai Paesi poveri, ai quali non è rimasta altra scelta che bussare alla porta della Cina e di grandi privati. Alcuni analisti collocano i prestiti concessi dalla Cina ai Paesi poveri attorno a 200 miliardi di dollari, circa un quarto dell’intero debito che grava sulle loro spalle. Ma la Cina non brilla per trasparenza ed è difficile dire se la cifra corrisponda al vero.

Si può comunque dire che la Cina concede prestiti attraverso le sue banche di Stato, spesso ai tassi di mercato e in cambio di contropartite commerciali. Dunque a condizioni simili a quelle dei soggetti privati che in ogni caso non si presentano come un fronte unico, ma come un mondo variegato formato non solo da banche, ma anche da fondi di investimento e perfino da imprese commerciali. Basti dire che nel 2014 il Ciad ottenne un prestito di un miliardo e mezzo di dollari da Glencore, un’impresa commerciale svizzera che accordò il prestito come pagamento anticipato del petrolio che acquistava dal Paese.

Quanto al mondo finanziario, il suo coinvolgimento col debito del Sud si capisce meglio alla luce del quantitative easing, la decisione di molte Banche centrali del Nord del mondo di immettere nel sistema economico grandi quantità di moneta fresca per arginare gli effetti della crisi del 2008. Gli economisti stanno ancora discutendo se la misura sia riuscita nel proprio intento, ma di sicuro è stata capace di stuzzicare gli appetiti di molti operatori finanziari che hanno approfittato di tanto denaro in circolazione per fare il pieno di prestiti a buon mercato e riproporli, a loro volta, a governi e imprese del Sud del mondo a tasso maggiorato. In definitiva è stato un po’ come tornare agli anni Settanta del secolo scorso, quando i rappresentanti delle grandi banche internazionali facevano il giro delle capitali africane o latino americane per piazzare i petrodollari che inondavano le loro casseforti. E come allora si pagavano mazzette per spingere i Ministeri a presentare progetti costosi che avrebbero fatto lievitare i prestiti richiesti, anche oggi sta ricomparendo la grande corruzione internazionale.

Un caso clamoroso è quello del Mozambico che si ritiene vittima di una truffa risalente al 2013, quando Ematum società marittima mozambicana, si accorda con Privinvest, armatore libanese, per l’acquisto di alcuni pescherecci, ricorrendo a prestiti concessi da Crédit Suisse e VTB. E per buttare l’operazione sulle spalle del governo mozambicano vengono dati 150 milioni di dollari ad alcuni funzionari governativi affinché producano degli atti che attestino l’impegno del governo a garantire la restituzione dei prestiti che strada facendo hanno raggiunto l’astronomica cifra di 2 miliardi di dollari.

Nell’agosto 2019 il governo del Mozambico è ricorso alla magistratura britannica per ottenere l’annullamento degli impegni conseguenti alle garanzie fasulle. L’affare è complicato e il verdetto non è atteso a breve, ma comunque vada a finire, il Fondo monetario internazionale annovera la corruzione fra le principali cause di danno finanziario dei Paesi del Sud del mondo: la corruzione riduce le entrate fiscali e gonfia le spese con conseguente aumento del debito che per i poveri è sempre più caro che per i ricchi.

A titolo di confronto da alcuni anni il governo italiano paga interessi inferiori all’1% sui titoli di nuova emissione. Ai Paesi poveri sono applicati tassi superiori al 2%, esponendo oltre la metà di loro a rischio default. Lo dimostra il fatto che una quindicina di Paesi, secondo i calcoli della Jubilee Campaign, destina agli interessi il 18% delle entrate pubbliche già ridotte all’osso. Soldi tolti alla sanità, alla scuola, alla tutela ambientale, che rendono il mondo sempre più iniquo.

 

Il macigno del debito pubblico è sempre più pesante

Cari giovani, il debito è un crimine contro il vostro futuro.

Ogni governo a parole si propone di ridurre il debito dello Stato, ma i risultati sono sempre esattamente l'opposto. L'anno 2019 si è chiuso ufficialmente con 2.409 miliardi di euro di debito in capo agli italiani (dato ufficiale Banca Italia 14/02/2020). Significa che ogni neonato ha sulle spalle 40.000 euro di debito; per una famiglia di (tre componenti) circa 120.000 euro; come un mutuo con relativi interessi da pagare.

Ciò che è più grave, nel 2019 il debito è aumentato di ulteriori 29 miliardi, in barba a tutti gli impegni di riduzione. Un debito pari al 134,8% della ricchezza prodotta dal Paese. Per ripagare il “macigno debito”, occorrerebbe un anno e quattro mesi di lavoro gratis dei cittadini e delle imprese. Inoltre con l’applicazione dei nuovi criteri UE sul debito pubblico, sono emersi ulteriori 64 miliardi di debito prima non contabilizzati.

A creare questo colossale debito hanno contribuito i governi Andreotti, Craxi, Berlusconi. Ha contribuito anche il governo Renzi, il governo sovranista Salvini - Di Maio e anche l’attuale. I provvedimenti presi nell’ultimo anno: reddito di cittadinanza, quota 100, riduzione tasse, gratuità asili ecc. sono caricati su un maggiore debito pubblico.

Nel governo sovranista, Salvini e Di Maio, facendo a gara a chi la sparava più grossa, sono arrivati ad affermare: “chi se ne frega del debito, il debito è delle banche”. Una completa idiozia e falsità. Il debito dello Stato per il 70% è finanziato dai risparmi investiti degli italiani, solo il 30% è finanziato dai fondi d’investimento esteri. Se il debito fosse declassato a “spazzatura” o l’Italia cadesse nel default (insolvenza), sarebbe anche il risparmio degli italiani a diventare carta straccia.

In Europa siamo il Paese con maglia nera per il debito. Peggio di noi c'è solo la Grecia. La Francia ha un indebitamento del 94,4%, il Regno Unito del 85,9%, la Germania del 61,9%, la Spagna del 97,6%, la media Europea è del 86%. Anche gli Stati Uniti hanno un indebitamento più basso: 105%.

Quanto costa a famiglia?

Uno sprovveduto potrebbe dire: “ma il debito è dello Stato non è mio”. Vero! Ma...il debito è costato nel 2019, ben 70 miliardi di interessi passivi, che divisi per 20 milioni di famiglie, significa 3.300 euro/anno che ogni famiglia paga d’interessi. Più lo spread sale, più elevati sono gli interessi da pagare; più lo spread scende, più leggero è il conto da pagare. Affermare, come hanno fatto due noti “statisti”: “chi se ne frega dello spread” è un’altra grave idiozia. 

Queste risorse che lo Stato “butta”, o meglio noi buttiamo, per interessi, sono meno risorse per migliorare le scuole, la sanità, i servizi al cittadino; e soprattutto sono meno investimenti per l'occupazione e il lavoro.

Dovremmo dire grazie all'Unione Europea e a Draghi che ha tenuto bassi i tassi, altrimenti la spesa di 70 miliardi avrebbe potuto essere di 100 (in tal caso sarebbero stati ben 5.000 euro a famiglia). Per rendere comprensibile “il macigno del debito” si pensi che l’istruzione (asili, università, ricerca) costa 75 miliardi, il servizio sanitario costa 120 miliardi. Noi rischiamo che gli interessi sul debito diventino il “servizio” più costoso. È una follia! Il debito va ridotto non perché ce lo chiedono gli altri, ma perché è un cappio al collo ai nostri figli.

Per il 2020 quali previsioni?

Ovviamente le previsioni di questo governo sono ottimistiche, ma non sono attendibili, la prospettiva per il 2020 rischia di essere peggiore del 2019. Cerchiamo di ragionare su dati oggettivi, non sulla propaganda che in Italia è continua per 12 mesi l’anno. Le ragioni sono semplici, vediamone alcune.

In Italia la popolazione attiva si riduce. Nell'anno 2019 i decessi sono stati 630.000 e i nati soltanto 430.000. In quattro anni la popolazione residente si è ridotta di 450.000 (se si riduce la popolazione il debito pro/capite aumenta).

La crescita economica è prevista a + 0,1%, ma è molto probabile, direi certo, che sarà negativa, per le numerose aziende in crisi, la guerra sulle tariffe tra Stati Uniti e Cina i cui costi ricadono anche sull’ Europa. La vicenda del Virus aggrava tutte le previsioni.

Se la ricchezza del paese non cresce, la conseguenza è che il rapporto debito/PIL, ora al 134,8%, peggiora. Se poi il debito o lo spread dovesse anche aumentare, peggiora due volte.

Molte spese sul bilancio dello Stato hanno aumenti direi “automatici” per rinnovo contratti, aumento dei costi nella scuola, sanità, pubblica amministrazione, potrebbero essere compensate con tagli alle spese improduttive, ma…

Le spese improduttive sono stimate in circa 20 miliardi sul bilancio dello Stato. Ma nessun governo ad oggi ha avuto il coraggio di tagliarle. Il caso Alitalia insegna.

La lotta all’evasione: è su questo capitolo che i politici ripongono le speranze di entrate aggiuntive, ma sarà possibile? Su 100 euro di tasse 23 sono evase. L'evasione complessiva è stimata a 200 miliardi di euro anno. Alcune categorie evadono per l’86% del reddito. Lo Stato, con le attuali tecnologie, conosce gli evasori... ma temo, che per l'anno in corso la situazione non migliorerà.

L’iva da sterilizzare: nel 2020 ci sono altri 40 miliardi che dovranno essere trovati per evitare l'aumento dell'IVA (si parla di rimodulazione che vuol dire aumenti).

In conclusione il debito nel 2019 è cresciuto di 29 miliardi, nel 2020 l’aumento rischia di essere superiore. L'Italia continua a camminare sull'orlo del baratro con un debito sempre più pesante e una situazione produttiva sempre più negativa. Ma questo nessuno lo dice.

In queste condizioni il lavoro per i giovani, resta un miraggio, soprattutto per i giovani del mezzogiorno dove il livello di disoccupazione ha raggiunto il 30%.

Nel 2019 oltre 100.000 giovani italiani, per lavorare sono andati all'estero, per il 2020 quanti saranno?

Questa situazione di “stagnazione”, di non crescita (che abbiamo da 10 anni), ha un nome: si chiama “delitto del debito”. Negli ultimi 14 anni abbiamo bruciato 1.000 miliardi di euro di ricchezza per pagare interessi sul debito. Se queste risorse fossero state investite in modo produttivo, non avremmo il livello di disoccupazione di oggi. Se l’Italia avesse un debito sulla media europea, i capitali verrebbero in Italia a fare investimenti produttivi e non, come avviene oggi, per speculare sul nostro spread.

C’è uno spiraglio di speranza?

L’economia circolare: l'Unione Europea ha deciso un programma di investimenti per 1.000 miliardi a favore dell'economia circolare per migliorare le condizioni ambientali; occorre darsi da fare, preparare i progetti per non perdere questo treno.

Flessibilità sul debito per investimenti: l'Unione Europea sta decidendo una maggiore flessibilità sul debito, purché tali risorse siano investite per produrre ricchezza e occupazione. Anche questa è un'altra possibilità aggiuntiva.

Lotta all’evasione e all’elusione, cioè a leggi compiacenti che consentono d’evadere. In Italia sono oltre 200 i miliardi di tasse evasi ogni anno. L’Italia deve impegnarsi di più in Europa per misure contro l'elusione fiscali delle multinazionali (vendono in Italia e fatturano in Irlanda, Lussemburgo, o nei paradisi fiscali dove non ci sono controlli fiscali).

Considerando tutti gli aspetti positivi e negativi, a cui va aggiunto il corona virus, il trend per il 2020 per l'occupazione, il reddito e il debito sarà negativo.

Il governo italiano

Se poi dovesse tornare un governo in conflitto con l'Europa allora il peggio sarebbe assicurato. È da auspicare che tutto il governo contribuisca ad una prospettiva di un governo stabile e affidabile:

- che dia un segnale di contenimento del debito, quantomeno uno spostamento di risorse dall’assistenzialismo agli investimenti produttivi o alle risorse necessarie per l’emergenza del corona virus;

- una lotta all'evasione fiscale fatta di nuovi provvedimenti concreti, non di impegni generici per il futuro;

- ai giovani urge un contratto erga omnes che metta al bando retribuzioni da fame nel lavoro precario e nelle centinaia di false cooperative. Lo strumento più semplice è il cosiddetto contratto “erga omnes”. Quando una categoria, ad esempio i metalmeccanici, rinnovano il contratto nazionale, occorre farlo diventare erga omnes, cioè a valore di legge.

Questi alcuni dei provvedimenti che sarebbero necessari, ma temo che si andrà nella direzione opposta, con ulteriori regalie e bonus assistenziali, in previsione dei prossimi appuntamenti elettorali.

Se poi, i litigi nel governo dovessero far precipitare la situazione, rischiamo di arrivare a “provvedimenti d’emergenza”. Quando un governo ricerca risorse d’emergenza, i provvedimenti cadono su entrate certe e immediate, cioè: casa, conti correnti, tagli su pensioni, salute e scuola. Scelte che sarebbero l'opposto dell'equità sociale. È già successo in passato, per non temere che si ripeta in futuro.

Per l’anno 2020 speriamo in bene... ma non c'è da stare allegri!

 

Paolo Landi - Fondazione consumo sostenibile

 

Debito: si può invertire la rotta

AAA 30 miliardi di euro cercansi. Potrebbe essere questo il contenuto di un ipotetico annuncio pubblicitario della finanza pubblica italiana per l’anno 2020. Sì, perché dagli ultimi dati resi noti dalla Banca d’Italia sull’indebitamento delle amministrazioni pubbliche al 31 dicembre 2019, emerge che per raggiungere il pareggio di bilancio mancano “soltanto” 30 miliardi di euro. Infatti, quello del 2019 è il “miglior” deficit dal 2007 e mostra un significativo cambiamento rispetto al 2018, in cui era stato raggiunto un pessimo risultato: 53 miliardi di euro in disavanzo.

L’attuale governo nell’ultima legge di bilancio si è impegnato a fondo per disattivare le clausole di salvaguardia, cioè per trovare 23 miliardi di euro per evitare l’aumento dell’IVA. Per mesi questo è stato l’obiettivo primario. E se d’ora in poi il target da raggiungere fosse costituito da quei 30 miliardi di euro che metterebbero i conti a posto? 

Sarebbe un risultato clamoroso, poiché dal dopoguerra ad oggi i conti pubblici si sono chiusi sempre rigorosamente in rosso. Se si riuscisse nel 2020 a chiudere il bilancio in pareggio, l’Italia diventerebbe improvvisamente un Paese tra i più affidabili, lo spread scenderebbe a livelli tendenti a zero e il costo per gli interessi sul debito calerebbe in modo ancora più significativo. In altre parole, si potrebbe innescare un ciclo virtuoso, che in breve tempo potrebbe portare il nostro Paese ad un avanzo primario di molto superiore al servizio pagato per il debito. 

A quel punto si aprirebbe un confronto finora inedito: decidere quante risorse utilizzare per ridurre il debito e quante investire per migliorare le condizioni del Paese. In questo modo potrebbero essere disponibili fondi adeguati per la conversione ecologica dell’economia, per gli investimenti nella ricerca, per la messa in sicurezza dei territori, per rafforzare il sistema educativo e scolastico, ecc.

Un libro dei sogni? Può darsi, ma resta il fatto che i numeri dimostrano che non siamo lontani dalla meta, che consiste nel vedere la curva del debito pubblico cambiare verso e iniziare a scendere verso il basso. Per raggiungere questo obiettivo bisogna fare uno sforzo ulteriore, recuperando risorse da chi finora ha dato di meno (evasori) e anche da chi potrebbe dare di più (grandi patrimoni e redditi elevati). In questa prospettiva persino una tassa di scopo potrebbe avere un senso. Fu necessaria per entrare nell’Euro, mentre adesso servirebbe per far parte del club dei Paesi che stanno riducendo il debito pubblico.

È utile ricordare che il calo del debito, oltre a mettere a disposizione più risorse per le spese sociali e per gli investimenti, tende a ridurre la vergognosa ingiustizia intergenerazionale che il debito rappresenta. L’Italia negli ultimi decenni di fatto ha posto una pesantissima ipoteca sulle nuove generazioni e su quelle che ancora devono venire. La zavorra sta in questi numeri: debito = 2.409 miliardi di euro (40 mila euro a testa in media per ogni cittadino italiano) e rapporto debito/pil al 134,8% (significa che per restituire il debito servirebbero i ricavi di tutta la produzione nazionale nell’arco di 16 mesi).

Gli ultimi dati mostrano come la disuguaglianza in Italia sia ancora aumentata. Tra i Paesi dell’OCSE peggio di noi ci sono soltanto gli USA. In Europa nella classifica basata sull’indice di Gini relativa al 2018 l’Italia precede soltanto Bulgaria, Lituania, Lettonia e Romania. Anche la Grecia, seppure con gravi problemi di austerity, è meno diseguale dell’Italia.

Non ci vuole molto a comprendere che disuguaglianza e debito di solito vanno a braccetto. Il debito in fondo è un meccanismo che crea ulteriore disuguaglianza, poiché tutti pagano con gli interessi e soltanto alcuni (i creditori) riscuotono. Anche per ragioni di equità, del presente e del futuro, è forse giunto il tempo per cambiare rotta. Potrebbero bastare 30 miliardi di euro, tenendo conto che il totale delle entrate pubbliche è di circa 800 miliardi di euro. Non è una missione impossibile.

Il Fondo Salva Stati? È il debito l’emergenza.

Nei primi decenni successivi alla Seconda guerra mondiale il nostro debito pubblico ha registrato variazioni di scarsa entità mantenendosi costantemente al di sotto del 100% del PIL. Tale tendenza è sostanzialmente proseguita, sia pure con differenti altalenanze, sino alla fine degli anni Settanta.

Una forte impennata del debito si è verificata negli anni tra il 1982 e il 1990, quando i governi che si sono succeduti hanno continuato a mantenere saldi primari negativi fino ad oltre il 15%, sorvolando tutti, chi più chi meno, sulla disciplina di bilancio. Anno dopo anno, con un’inflazione superiore al 10%, per trovare acquirenti di BOT e BTP il tasso medio dei nostri titoli di Stato si è sempre mantenuto in doppia cifra.

Così il debito, che nel 1980 era pari al 60% del PIL, dopo dieci anni ha superato la soglia di guardia del 100%. Per questa ragione agli inizi degli anni Novanta la nostra ammissione nell’Unione europea si presentava assai improbabile, visto che tra i requisiti per l’accesso era stato fissato un rapporto debito PIL del 60%. 

Questa condizione fu superata grazie all’autorevolezza di Guido Carli che, in qualità di ministro del Tesoro, prospettò che nel trattato di Maastricht fosse inserita anche la possibilità di aggiungere al vincolo del 60% del PIL quello del 3% del deficit, nel quale rientravamo e che ci saremmo impegnati a rispettare.

Quei vincoli di bilancio furono fissati con l’obiettivo di risanare nel medio periodo le finanze pubbliche e far ripartire l’economia dei Paesi aderenti su basi comuni e finanziariamente sostenibili. In Italia, tuttavia, il susseguirsi di governi deboli, litigiosi ed assai poco lungimiranti non ha reso possibile l’adozione di politiche incisive di contenimento del debito. 

Che ciò sarebbe stato possibile lo ha dimostrato il Belgio, che nel 1995 ha creato un «fondo speciale» per razionalizzare tutte le spese sociali e decimare sprechi e doppioni, riuscendo nel giro di soli quattordici anni a fare scendere il debito dal 160% all’80% del PIL. 

Nel nostro caso, l’incapacità di attuare interventi incisivi di contenimento della spesa corrente ha fatto sì che il rapporto debito/PIL salisse progressivamente fino all’attuale 132,8%. Ecco perché oggi siamo obbligati a sostenere una spesa per interessi – fortunatamente ancora molto bassi - che supera i 50 miliardi di euro annui. Ciò rende assai difficile ottenere reali avanzi di bilancio e contribuisce all’aumento del debito stesso.

D’altra parte, non siamo stati in grado nemmeno di realizzare politiche di investimenti pubblici che avrebbero stimolato una complessiva crescita economica del Paese e il conseguente aumento del PIL, determinando un abbassamento del rapporto con il debito. Tale condizione ci sottopone costantemente al ricatto della speculazione finanziaria internazionale, con la ricorrente minaccia di aumento dello «spread» tra i nostri «bond» e quelli tedeschi.

Negli ultimi mesi, peraltro, abbiamo assistito ad una assurda polemica sulla necessità di apportare sostanziali variazioni al Fondo salva Stati (MES), ritenuto, così come programmato, pericoloso per il nostro Paese, dando l’impressione che fosse ineludibile un suo utilizzo. 

In un Paese normale la discussione sul MES sarebbe stata utilizzata per introdurre un dibattito in Parlamento sulla necessità di contenere il debito, vera fonte di ogni problema, intervenendo, ad esempio, sull’evasione fiscale - che attualmente supera i 130 miliardi - ed attuando una razionalizzazione della spesa pubblica che comprende spese inutili per oltre 60 miliardi, come già dichiarato a suo tempo dall’ex commissario alla spending review Cottarelli.  Ciò non è avvenuto, anzi, si è accresciuta la spesa in disavanzo introducendo il Reddito di cittadinanza e Quota cento.

Non sono pochi poi, come noto, gli esponenti politici che contestano le regole europee e si dimostrano nostalgici degli anni ’80, proponendo di accrescere ulteriormente il deficit anche oltre i limiti del 3%.

Ancora una volta, insomma, la politica continua ad eludere le proprie improcrastinabili responsabilità, preferendo la solita retorica dialettica «acchiappavoti» ad una guida sagace, spedita e responsabile del Paese.

(tratto da L’Eco di Bergamo del 7 gennaio 2020)

Debito pubblico: uno scenario peggiore del previsto

Anche l’esercizio 2020 si preannuncia impegnativo per il governo dei conti pubblici. 

La situazione economica è caratterizzata dalle crescenti incertezze che pesano sul quadro macroeconomico internazionale, anche per l’acuirsi delle pressioni protezionistiche, che si traducono in un deciso rallentamento delle principali economie europee. A riflesso di una negativa dinamica del commercio internazionale (con il volume degli scambi che nella prima metà dell’anno si è contratto dell’1,4 per cento in termini tendenziali) e di un sensibile rallentamento delle attività nell’Area dell’euro, la crescita è rimasta debole. 

Le prospettive dell’economia italiana, già largamente al di sotto della media europea, ne risentono ulteriormente. Le difficoltà interessano ampi comparti della domanda aggregata e in particolare le componenti interne. I consumi delle famiglie sono in decelerazione, nonostante l’ancora buona intonazione del mercato del lavoro e il benefico effetto che la bassa inflazione esercita sul reddito disponibile reale.

Gli investimenti, pur mostrando una maggiore vivacità, non sembrano nel complesso in condizione di dare un impulso adeguato all’esigenza sempre più vitale di aumentare lo stock di capitale della nostra economia. Le insufficienti aspettative di domanda inducono le imprese a ridimensionare i piani di produzione e decumulare le scorte di magazzino. Il rallentamento deriva, innanzitutto, dalle difficoltà dell’industria manifatturiera su cui più pesano le incertezze che ancora permangono sul disegno da perseguire nel medio termine per adeguati investimenti in ricerca e innovazione, istruzione e formazione di capitale umano, infrastrutture e salvaguardia del territorio, energie rinnovabili e green economy. 

Mitiga l’insoddisfacente dinamica della domanda interna l’andamento della bilancia commerciale, con le esportazioni nette che, stando agli ultimi dati disponibili, continuano a fornire un contributo positivo, ma sono fortemente esposte agli effetti delle guerre commerciali in corso e ai fattori di rischio geopolitico. 

Ciò si riverbera in misura rilevante anche sugli equilibri della finanza pubblica. La condizione dei conti del nostro Paese, infatti, pur in un contesto di tassi di interesse assai più favorevole di quello prefigurato nel DEF dello scorso aprile, appare fragile ed esposta a rischi, nel breve come nel medio termine.

Nonostante il miglioramento del quadro tendenziale, infatti, soprattutto per la minore spesa per interessi (l’indebitamento scenderebbe all’1,4 per cento del Pil nel 2020 rispetto al 2 per cento del DEF e l’avanzo primario crescerebbe di 3 decimi di punto nel 2020 sempre rispetto al DEF), continua a risultare determinante l’aumento delle imposte indirette legato alle “clausole di salvaguardia”. Al netto delle clausole il disavanzo si pone di poco al di sotto del 3 per cento e le scelte operate con la legge di bilancio per il 2019 assottigliano ancora i margini di manovra per nuovi interventi. 

Per rispondere alle difficoltà poste dal quadro economico il disegno di politica di bilancio prefigurato nella manovra sembra ispirato, per l’intero triennio 2020-2022, ad un orientamento tendenzialmente espansivo. 

Nelle valutazioni del Governo gli stimoli derivanti dalla disattivazione delle clausole di salvaguardia, da un’iniziale riduzione del cuneo fiscale e dal sostegno degli investimenti, sarebbero in grado di portare il tasso programmatico di sviluppo allo 0,6 per cento nel 2020 e all’1 per cento nel 2021 e 2022. 

Oltre alla revisione in senso peggiorativo dell’obiettivo di indebitamento (dall’1,4 al 2,2 per cento del PIL, con un seppur lieve peggioramento anche del saldo strutturale), per il finanziamento degli interventi si prevedono misure di razionalizzazione della spesa pubblica; interventi di contrasto all’evasione e alle frodi fiscali; una riduzione delle spese fiscali, nuove imposte ambientali e altre misure fiscali. 

Non meno difficile appare il quadro ove si guardi al debito pubblico. I recenti aggiornamenti delle previsioni disegnano uno scenario peggiore di quanto previsto in aprile in occasione della presentazione del DEF, sia in termini di stock delle passività lorde delle Amministrazioni pubbliche, sia sotto il profilo delle prospettive di breve e medio termine. 

Dopo la crescita nel 2019 di nove decimi del rapporto deficit/PIL, nel triennio di previsione 2020-22 la scelta di riorientare in senso espansivo la fiscal stance (con il 2020 che vedrebbe una variazione del deficit strutturale lievemente positiva e una variazione dell’avanzo primario strutturale pari a -0,3 punti di PIL) riduce rispetto al quadro del DEF il ritmo di discesa del rapporto, il quale si contrae nelle previsioni del Governo di mezzo punto il prossimo anno (da 135,7 a 135,2) e in misura più apprezzabile nel biennio successivo (di 1,8 e 2 punti rispettivamente). Al graduale rientro contribuirebbe, da un lato, il pur lento rafforzamento dell’avanzo primario, dall’altro, l’effetto di snowball che, in presenza di un tasso di crescita del PIL maggiore del costo medio del debito, sia nel 2021 che nel 2022, cesserebbe di essere sfavorevole e diverrebbe riduttivo anziché accrescitivo del rapporto. 

Tuttavia, le traiettorie del rapporto debito/PIL, disegnate tanto nel quadro tendenziale quanto in quello programmatico, non rispettano la “regola del debito” prevista dalle vigenti normative europee “in nessuna delle configurazioni”, anche nel più favorevole criterio forward looking. Il mancato conseguimento dei pur modesti obiettivi di crescita potrebbe incidere sulla tenuta dei conti pubblici e compromettere il programma di riduzione del debito pubblico che continua a rappresentare un elemento cardine nella sostenibilità del sistema.

(tratto dal documento “Programmazione dei controlli e delle analisi per il 2020” approvato dalle Sezioni Riunite della Corte dei Conti – dicembre 2019)

L’acqua, la diga e il MES

C’è una diga che trattiene l’acqua. Ma negli ultimi giorni ha piovuto molto. C’è il rischio che l’acqua tracimi o addirittura che la diga crolli. A logica bisognerebbe anzitutto ragionare sul modo più efficace e meno dannoso per togliere un po’ di acqua dal bacino e di conseguenza abbassare la pressione contro la diga. Invece, tutti stanno discutendo sulle procedure da utilizzare quando l’acqua tracimerà o la diga crollerà. Insomma, anziché prevenire si litiga su chi e come dovrà spostare le macerie.

Questa metafora può adeguatamente rappresentare la surreale vicenda dell’attuale confronto pubblico sulla riforma del MES, il “Trattato per il meccanismo europeo di stabilità”, più noto come “Fondo salva Stati”. Anziché preoccuparsi del debito pubblico italiano, che il 30 settembre 2019 ha raggiunto la cifra netta record di 2.393 miliardi di euro (fonte Banca d’Italia), la classe politica italiana si dà battaglia, senza esclusione di colpi, sul funzionamento del meccanismo che fornisce prestiti ai Paesi in crisi.

Mentre l’acqua continua a salire (alla fine del 2018 il rapporto debito/PIL ha raggiunto il record storico del 134,8%), si discute su chi ci perderà di più per il fatto che le valli sottostanti la diga verranno allagate. C’è chi dice che i terreni e le case verranno svalutate e chi invece sostiene che la diga terrà e quindi non c’è pericolo. Ma il confronto si ferma qui.

Restiamo in attesa di qualche statista lungimirante o politico di buon senso che provi a ragionare su come evitare l’innalzamento dell’acqua, magari facendola defluire in modo graduale e regolamentato, fino a raggiungere una situazione di stabilità e di sicurezza per chi vive a valle della diga. Perché poi a pagare di più sono sempre i più poveri.

Pare che tutto ciò sia già scritto in una Carta che “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” (art. 9), che “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà” (art. 2) e soprattutto “assicura la sostenibilità del debito pubblico” (art. 97). Ma è noto che conoscere e rispettare le Carte non è più di moda. Si preferisce la discussione pubblica da bar o da social, facendo la gara a chi la dice più grossa, tanto il popolo sovrano non ne capisce nulla…

MES trattato senza anima

MES: trattato senz’anima

I politici non sempre dicono la verità, ma ogni tanto hanno la capacità di attrarre l’attenzione su tematiche che i cittadini farebbero bene a seguire di più. Un caso del genere si è verificato di recente quando è stato portato alla ribalta ciò che i media hanno battezzato “Trattato salva stati”, il cui vero nome è “Trattato per il meccanismo europeo di stabilità”, in sigla MES. Un’analisi più dettagliata ci dice che il vero obiettivo del trattato non è la salvezza degli stati, bensì dell’euro minacciato da crisi di sfiducia ogni volta che gli stati si sovraccaricano di debiti.

La storia del MES inizia nel 2010, un periodo in cui più di uno stato europeo dell’area euro, si trova costretto ad accrescere il proprio debito, quale per salvare le proprie banche travolte da gestioni fallimentari, quale per tamponare gli effetti di una crisi economica che si sta trasformando in crisi sociale. È di questi tempi l’emergere degli stati maiali, appellativo attribuito non con l’intento di offendere chicchessia, ma perché il caso ha voluto che i paesi in maggiore difficoltà siano Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna, le cui iniziali hanno permesso a qualche giornalista fantasioso di elaborare la sigla PIIGS, un acronimo che in inglese suona appunto come maiali. Il debito, che in condizioni normali attrae gli investitori ansiosi di collocare i propri capitali, può trasformarsi in un potente repellente se diventa così alto da non dare più affidamento di restituzione. E poiché l’afflusso di capitali rafforza le monete, mentre la fuga le indebolisce, questa è la ragione per la quale il debito pubblico è diventato uno dei temi di maggiore attenzione per l’Unione Europea, in particolare per i paesi che condividono l’euro. Attenzione esercitata attraverso due modalità. La prima vigilando affinché nessuno stato si indebiti oltre misura. La seconda, soccorrendo i paesi in maggior difficoltà affinché la crisi rimanga circoscritta al loro interno. Una sorta di cordone sanitario per evitare che vengano risucchiati nella crisi anche gli altri paesi e soprattutto l’euro.

Nel 2010 i primi stati a manifestare un gran bisogno di prestiti, ma ormai così decotti da non ricevere più neanche un euro dai privati, furono Irlanda e Grecia, che però trovarono un’Europa non ancora organizzata per intervenire in maniera centralizzata a sostegno dei paesi membri afflitti da crisi finanziarie. Per cui inizialmente la situazione venne tamponata con prestiti bilaterali da parte dei singoli governi. Quello italiano, ad esempio, nel 2010 a titolo unilaterale prestò alla Grecia una diecina di miliardi di euro, essi stessi raccolti a debito. Solo più tardi venne formato un fondo comune d’intervento che dopo vari appellativi, nel 2012, assunse il nome definitivo di MES (ESM in inglese). All’inizio, però, il MES non poteva essere considerato un organismo facente parte a pieno titolo all’architettura dell’Unione Europea perché non sussistevano tutti i presupposti giuridici per includerlo. Solo più tardi gli aspetti giuridici mancanti vennero integrati e nel giugno 2019 i governi dell’area euro si sono accordati su una bozza di trattato che dà pieno accoglimento al MES nella casa europea. Il tutto in vista della firma definitiva concordata per una data di dicembre di quest’anno. Ed è stato proprio l’approssimarsi dell’imminente scadenza ad avere riacceso il dibattito attorno al MES.

Il trattato, che per diventare pienamente operativo deve ottenere la ratifica dei parlamenti dei 19 paesi aderenti all’eurozona, oltre a definire compiti, struttura e dotazione del fondo, stabilisce anche a chi può essere offerta assistenza e a quali condizioni. Premesso che il fondo elargisce solo prestiti, per giunta finalizzati anche al salvataggio delle banche, divide i possibili paesi richiedenti in due categorie: quelli con un debito moderato e quelli con un debito elevato. Ai primi chiede come contropartita solo l’impegno a proseguire sulla strada della moderazione. Ai secondi invece, impone regole molto più stringenti. Ed è proprio questa differenziazione che alcuni reputano inaccettabile perché è come se i paesi dell’eurozona venissero ufficialmente divisi in buoni e cattivi, creando differenze ancora più marcate fra i paesi a debito moderato e quelli a debito pesante. A detta dei critici, gli investitori privati potrebbero inserirsi in questa crepa per imporre tassi di interesse più elevati ai paesi inseriti nella lista dei cattivi, prendendo a pretesto che la stessa Unione Europea li classifica come inaffidabili. In conclusione si potrebbe andare verso una definitiva conferma del differenziale esistente fra paesi dell’eurozona (il famoso spread), che invece di ridursi potrebbe continuare a crescere portando all’assurdo che i paesi forti paghino interessi bassi e quelli più in difficoltà interesse alti.

Un’altra critica mossa al Trattato è che i paesi a debito elevato potrebbero ricevere prestiti dal MES solo se fanno un tentativo di ristrutturazione del proprio debito. Che significa ottenere sconti dai creditori sul capitale da restituire. Un’ipotesi che molti vedono come una iattura perché metterebbe in difficoltà banche, assicurazioni e fondi pensione tradizionalmente forti detentori di titoli di stato. E poiché queste istituzioni gestiscono risparmio dei cittadini, alla fine sarebbero i cittadini stessi a subire i contraccolpi della ristrutturazione. Se le cose dovessero funzionare davvero così è tutto da verificare, ma la critica è infondata perché il Trattato non contempla l’obbligo di ristrutturazione, termine che non è mai citato neanche negli allegati. Ciò che invece è contemplato è che il prestito ai paesi più indebitati sia condizionato alla firma di un accordo (meglio noto come Memorandum of Understanding) in cui siano elencate le riforme che il paese ricevente deve attuare per ridurre il proprio debito. Certo, fra queste può essere compresa anche la ristrutturazione, ma le esperienze passate ci dicono che altre sono le richieste più usuali. Valga come esempio la Grecia che dal MES e suoi antenati ha ricevuto prestiti a più riprese, ogni volta dovendosi impegnare a tagliare salari, pensioni, sussidi ai più poveri, in nome dell’abbattimento del debito.

Il trattato istituzionalizza anche la presenza della Troika, recitando testualmente che il rispetto del Memorandum sarà verificato in collaborazione con la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale. In conclusione il Trattato sancisce il primato della finanza senza tenere in alcuna considerazione le esigenze sociali, i diritti umani, la salvaguardia della democrazia, concetti che non sono mai citati neanche di sfuggita. L’anima sociale: ecco il vero aspetto che manca al Trattato. Caratteristica che emerge anche dalla decisione di lasciare che ogni stato risolva i propri problemi arrangiandosi da solo, sollecitando l’intervento degli altri solo quando l’instabilità dell’uno minaccia la stabilità di tutti. Il MES insomma rappresenta un altro passo avanti verso la costruzione dell’Europa di tipo condominiale dove si sta assieme solo perché si condivide il tetto, le scale e l’ascensore, ma per il resto ognuno è estraneo all’altro, se non nemico. Tutt’un’altra Europa rispetto a quella sognata da Spinelli e gli altri padri fondatori che in tema di debito pubblico avrebbero chiesto soluzioni condivise a partire dall’emissione di titoli europei e di maggiore intervento da parte della Banca Centrale Europea. Da un punto di vista tecnico le modalità per conciliare riduzione del debito e salvaguardia sociale esistono. Ma il loro utilizzo dipende da come batte il cuore.

Francesco Gesualdi

Salva-Stati (Mes), cos’è: rischi e opportunità. Ecco la guida

Le polemiche politiche sulla riforma del MES, meglio noto come fondo Salva-Stati hanno coinvolto l’opinione pubblica a tal punto che l’hashtag #StopMes è diventato virale sui social newtwork in più di un’occasione. Un fenomeno insolito dato l’argomento, tecnico ed economico, ma anche piuttosto comprensibile, considerata la tendenza di molti politici ad utilizzare la rabbia dei cittadini come arma per portare avanti le battaglie di partito. 

Nessuno si è però preoccupato di spiegare davvero cosa sia questo fondo Salva-Stati, come funzioni, quali ripercussioni potrà avere sull’Italia e quali siano i pro e i contro della riforma che l’Unione Europea dovrebbe approvare all’unanimità – altrimenti non se ne fa niente –  il prossimo 13 dicembre, giorno in cui è in programma il summit tra i capi di Stato e di Governo, cui parteciperà anche il Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, attualmente bloccato tra due fuochi. In pochi hanno cercato di far capire quali siano i motivi alla base delle schermaglie politiche interne alla maggioranza, diventate l’ennesima arma in mano alle opposizioni. 

Cerchiamo dunque di fare chiarezza sul Mes.

FONDO SALVA-STATI (MES): CHE COS’È

Mes sta per Meccanismo Europeo di Stabilità, in inglese Esm (probabilmente l’avrete sentito chiamare anche così). Nasce nel 2012 per superare il Fondo Salva-Stati Efsf, a sua volta creato nel 2010 per cercare di affrontare la crisi del debito sovrano e andare in soccorso – in qualità di prestatore di ultima istanza – dei Paesi che a causa dei loro conti traballanti perdono la possibilità di finanziarsi sul mercato. Nel corso degli anni ne hanno infatti usufruito Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro, ricevendo complessivamente 254,5 miliardi di prestiti.  

Questo fondo ha a disposizione un capitale pari a circa 700 miliardi di euro, il che lo rende la prima istituzione finanziaria mondiale. Attenzione però, perché in quest’ambito occorre fare una prima precisazione: questi soldi, diversamente da ciò che qualcuno vorrebbe far credere, non derivano solo dai contributi erogati annualmente dagli Stati Membri – che anzi hanno partecipato solo per 80 miliardi di euro -, ma sono stati racimolati sommando finanziamenti in capo ai fondi precedenti e investimenti effettuati sul mercato. Praticamente per l’88,6% del totale questo fondo si autofinanzia da solo.

Quanti soldi ha messo l’Italia? In totale 14 miliardi di euro, una cifra che rende il nostro Paese il terzo azionista del fondo (siamo anche la terza economia dell’Eurozona), preceduta da Francia e Germania. 

FONDO SALVA-STATI (MES): COME FUNZIONA

Il Mes è controllato direttamente dai ministri delle Finanze dell’Eurogruppo (quindi oggi anche da Roberto Gualtieri). Stabilisce che gli Stati che chiedono soldi in prestito devono rispettare delle condizioni che spesso e volentieri si traducono in un programma di aggiustamento dei conti (piuttosto duro come dimostra chiaramente l’esperienza greca) e in un’analisi del loro debito pubblico effettuata dalla ormai nota Troika (Commissione Ue, Fmi e Bce) che svolge anche funzioni di controllo, ma che con la riforma uscirà di scena per lasciare spazio a istituzioni solo europee. I Paesi che ricevono l’assistenza del fondo Salva Stati non ottengono solo un prestito economico, ma tutta una serie di stimoli che possano aiutarli a risollevarsi: vengono comprati titoli di Stato sul mercato primario e secondario, vengono aperte delle linee di credito precauzionali, si partecipa alla ricapitalizzazione indiretta e indiretta degli istituti bancari più in difficoltà per evitare il “too big to fail”.

COSA PREVEDE LA RIFORMA DEL FONDO SALVA-STATI (MES) 

Attualmente in sede Europea è in discussione una riforma del MES che dovrebbe entrare in vigore il 1° gennaio 2024. Questi cambiamenti sono oggetto di negoziazione da quasi un anno, il che spunta una delle armi attualmente utilizzate dalla Lega per attaccare il Governo. Se è infatti vero che Il Premier Conte e il ministro delle Finanze, Roberto Gualtieri, si stanno occupando direttamente della vicenda, è altrettanto vero che la bozza di riforma del Mes è stata approvata dall’Eurogruppo lo scorso 14 giugno, quando il numero uno di via XX Settembre era Giovanni Tria e al Governo con il M5S c’era la Lega e non il Pd. Il Presidente del Consiglio ha anche precisato (con toni piuttosto aspri) che il Carroccio ha partecipato a ben 4 tavoli di Governo in cui si è discusso di questa riforma. Salvini ha risposto che il suo partito diceva di essere contrario. 

Scopo delle nuove regole che l’Ue vorrebbe introdurre è quello di completare l’Unione bancaria, dopo decenni di lotte tra i vari Stati, e rafforzare l’Unione monetaria. 

Al centro della riforma – e delle polemiche – c’è il cosiddetto backstop (che non c’entra niente con il meccanismo che da tre anni blocca la Brexit, ndr.), una funzione tramite la quale il fondo Salva-Stati dovrebbe diventare “il paracadute finale” delle banche. Traduciamo: quando una banca di uno Stato Membro è in crisi, per salvarsi può contare sui Fondi nazionali per le risoluzioni bancarie che sono finanziati tramite risorse delle banche stesse. Nei casi in cui il Fondo di Risoluzione impegnato nel salvataggio non abbia abbastanza soldi per evitare il default dell’istituto, i soldi che servono potranno essere chiesti al MES, il cui ruolo sarà rafforzato, in modo da evitare speculazioni finanziarie che possano acuire la crisi dei vari istituti e le loro ripercussioni sugli Stati. Con l’introduzione del backstop il MES non potrà più ricapitalizzare direttamente le banche in difficoltà (cosa che fino ad oggi non ha mai fatto, pur potendo), e saranno previsti dei cambiamenti per accedere alle linee di credito precauzionali: gli Stati dovranno firmare una lettera d’intenti che assicura il rispetto delle regole del Patto di stabilità, che – ricordiamolo – prevede un rapporto deficit-pil inferiore al 3% e un rapporto debito-pil inferiore al 60%.

Il fondo avrà anche la possibilità di fare da mediatore tra gli Stati e gli investitori privati nel caso in cui serva ristrutturare il debito pubblico. Se al MES arriva la richiesta d’aiuto di uno Stato, il fondo può – non deve ! – chiedere ai privati di partecipare al salvataggio, il che vuol dire ristrutturare il debito e determinare perdite secche per chi ha in pancia i titoli di Stato del Paese in questione. Non c’è però alcun obbligo né automatismo, aspetto che va sottolineato in virtù delle polemiche in atto. 

Sono inoltre previsti – altro nodo importante – cambiamenti riguardanti le Clausole di azione collettiva (note come Cacs) nei casi in cui sia necessario procedere con la ristrutturazione del debito sovrano di un Paese. Le modifiche comportano che, già dal 2022, i titoli del debito pubblico di un Paese saranno soggetti a una Cac unica e non più doppia come oggi, sarà dunque più semplice avere l’ok degli azionisti per ristrutturare il debito sovrano. 

FONDO SALVA STATI (MES): COSA C’È ALLA BASE DELLE POLEMICHE

Ci sono due polemiche parallele e legate tra loro che hanno però la stessa base: il debito pubblico. La prima, internazionale, vede contrapposti i Paesi del Nord Europa a quelli del Sud. In sostanza gli Stati nordici sono restii a partecipare a un meccanismo che consenta di prestare soldi ai Paesi meno virtuosi caratterizzati da un forte debito pubblico (come l’Italia), quelli del Sud invece vogliano evitare il ripetersi di condizioni che possano portarli a finire “come la Grecia”, ottenendo dei soldi in cambio di programmi economici che comportano conseguenze economiche durissime per la popolazione. 

Sul fronte interno preoccupa proprio il fatto che il nostro elevatissimo debito pubblico possa costringere, in caso di bisogno, l’Italia a tagliare in modo prepotente il proprio debito. Repubblica sottolinea però che “per l’Italia la questione non si pone, perché una delle clausole per accedervi (al MES ndr.) è non avere squilibri eccessivi, e l’Italia è sotto monitoraggio Ue da anni per il debito”. Non solo, il timore è che queste regole spingano gli investitori internazionali a smettere di comprare i Btp di fronte alla prima incertezza sulla tenuta dei nostri conti proprio per paura che l’Italia possa eventualmente andare incontro ad una ristrutturazione del debito sovrano. E date le continue tensioni politiche interne, le possibilità che le preoccupazioni sul futuro del Paese si riaccendano non sono per nulla remote. 

A causa delle tensioni interne al Governo, nelle ultime ore sta montando anche un’altra polemica relativa alle conseguenze del possibile passo indietro o dell’eventuale richiesta di rinvio del nostro Paese sulla firma della riforma. Come detto, i cambiamenti passeranno solo se votati all’unanimità e dunque il Sì dell’Italia è decisivo. Nei mesi scorsi, tra l’altro, era stata proprio l’Italia, insieme alla Spagna e alla Francia, a sostenere la riforma del Mes – backstop compreso – chiedendo ed ottenendo che la ristrutturazione del debito non fosse automatica (come volevano Germania e Olanda), ma opzionale. Se una volta ottenuto l’ok alla sua linea, il nostro Paese dovesse tirarsi indietro, secondo molti osservatori il rischio sarebbe quello di trovarsi in uno stato d’Isolamento che farebbe perdere forza all’Italia in sede europea in un periodo in cui si sta trattando sul bilancio dell’Eurozona e sullo schema di assicurazione dei depositi, quest’ultimo considerato fondamentale da Roma. 

LE RASSICURAZIONI DI GUALTIERI

A cercare di placare gli animi è intervenuto il ministro delle Finanze: “Le condizioni per l’accesso di un paese ai prestiti del MES non sono cambiate, anzi, per una fattispecie specifica, sono state sia pur solo parzialmente alleggerite. Soprattutto è bene chiarire come la riforma del MES non introduca in nessun modo la necessità di ristrutturare preventivamente il debito per accedere al sostegno finanziario”.

Gualtieri ha inoltre chiarito che: “A proposito della riforma del Meccanismo europeo di stabilità si è ingenerata nel dibattito italiano molta confusione. L’Italia non ha avuto, non ha e non avrà bisogno dei prestiti MES: il debito italiano è sostenibile, ha una dinamica sotto controllo anche grazie alla politica fiscale prudente e a sostegno della crescita che il paese porta avanti”.  Secondo lui, dunque per l’Italia non c’è nessun pericolo, anzi il Mes rappresenta “un potente elemento di stabilizzazione dei mercati finanziari e una difesa contro possibili crisi e deve pertanto essere considerato come un nostro alleato, non come un nemico”.

LA POSIZIONE DI BANKITALIA

Qualche giorno fa il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco aveva lanciato l’allarme: “I piccoli e incerti benefici di una ristrutturazione del debito devono essere ponderati rispetto all’enorme rischio che il mero annuncio di una sua introduzione possa innescare una spirale perversa di aspettative di default. Dovremmo tutti tenere a mente le terribili conseguenze dell’annuncio del coinvolgimento del settore privato nella risoluzione della crisi greca dopo il vertice di Deauville a fine 2010”. 

Ieri, 21 novembre, fonti di Bankitalia hanno però smorzato i toni, facendo sapere che Via Nazionale non è a sfavore della riforma, ma ha voluto mettere in guardia sui possibili rischi, sottolineando che i cambiamenti non implicano nessuna ristrutturazione del debito e dunque che l’Italia e le sue banche (che possiedono 400 miliardi di titoli di Stato) possono dormire sonni tranquilli: “La riforma dell’Esm – dicono le fonti di Bankitalia – non prevede né annuncia un meccanismo di ristrutturazione dei debiti sovrani”. “Come nel trattato già in vigore non c’è scambio tra assistenza finanziaria e ristrutturazione del debito e anche la verifica della sostenibilità del debito prima della concessione degli aiuti è già prevista dal trattato vigente”. 

FAVOREVOLI E CONTRARI

Il dibattito è accesso anche tra gli esperti. Ritportiamo due testimonianze emblematiche. A schierarsi a favore della riforma c’è Lorenzo Bini Smaghi, che sulle pagine del Corriere della Sera, sottolinea: “Il punto importante, che si stenta a capire nel dibattito italiano, è che la decisione del Mes di concedere o meno il sostegno finanziario a un paese, e a quali condizioni, dipende – nel nuovo come nel vecchio trattato – dalla volontà politica degli Stati membri creditori”.

“Il nuovo trattato – continua – prevede vari rafforzamenti del Mes, tra cui l’incremento delle risorse, anche per finanziare il Fondo di risoluzione unico europeo. Consente ai Paesi che rispettano il patto di Stabilità di ottenere un programma ‘precauzionale’, per evitare il contagio in caso di crisi sistemica. Il sostegno del Mes consente peraltro di accedere all’intervento illimitato della Banca centrale europea (Omt), con forte effetto stabilizzatore sui mercati”. 

Contrario alla riforma è invece Carlo Cottarelli, su La Stampa si chiede: “Se gli investitori sanno che il fondo salva stati, quello che può intervenire in caso di problemi, chiederà probabilmente una ristrutturazione del nostro debito come condizione per un prestito, come pensate che si comportino? Smetterebbero di comprare titoli di stato al primo segnale di tensione”.

Giornalista siciliana. Laurea magistrale in Editoria e Scrittura presso l’università "La Sapienza" e master in Informazione multimediale e giornalismo politico-economico presso la "Business School del Sole 24Ore". Collabora con diversi giornali online, occupandosi prevalentemente di politica ed economia.

[Vittoria Patané pubblicato su https://www.firstonline.info/salva-stati-mes-cose-rischi-e-opportunita-ecco-la-guida/]

Se si scopre che il debito è di 58 miliardi in più…

Proprio il giorno in cui il Governo era intento a definire i dettagli della manovra economica per il 2020, la Banca d’Italia rendeva noti gli ultimi dati sul debito pubblico, con la spiacevole sorpresa di una revisione al rialzo di 58,3 miliardi di euro.

Il fatto è così macroscopico che mostra chiaramente la sproporzione tra quello che la politica riesce a fare ogni anno e la situazione finanziaria in cui siamo immersi da decenni in Italia.

Tornando ai numeri, perché il debito pubblico è stato ricalcolato con 58,3 miliardi in più? Ecco la spiegazione fornita dalla Banca d’Italia: “è stato rivisto il criterio di valutazione di alcune categorie di depositi, prevedendo l’inclusione nel debito pubblico degli interessi maturati (ma non ancora pagati) non appena siano capitalizzati (ossia inizino a produrre essi stessi interessi), anziché al momento del pagamento. Per l’Italia la modifica si applica ai Buoni Postali Fruttiferi. I BPF erano inclusi nel debito pubblico al valore facciale e, secondo il criterio metodologico precedentemente definito in sede europea, gli interessi venivano contabilizzati per cassa, al momento del pagamento”.

In altre parole, finora il calcolo del debito non era realistico, perché non teneva conto degli interessi maturati sui Buoni Postali. Davvero paradossale: gli interessi non venivano contabilizzati, mentre tutti sappiamo che il debito effettivo è dato dal debito iniziale più gli interessi. Ne consegue che i dati sul debito forniti sinora erano poco attendibili, perché non corrispondevano a quanto realmente dovuto ai creditori in quel momento.

Ovviamente questa modifica del criterio di calcolo, cambia anche il risultato del rapporto debito/PIL. Finora il debito alla fine del 2018 era stato calcolato in 2.322 miliardi, mentre ora è stato rettificato in 2.380,3 miliardi. Di conseguenza, il rapporto debito/PIL è passato dal 132,2% al 134,8%.

Sarà interessante vedere in che modo il Governo terrà conto di questa “piccola” variazione, che ha una consistenza pari a circa due volte la manovra economica prevista per il 2020.

L’ipoteca del debito pubblico

Sui giovani italiani gravano due ipoteche: quella climatica e quella del debito pubblico. Se l’Italia non facesse fronte ai propri impegni climatici sarebbe un danno per tutti. Ma se l’Italia non risolve il problema del debito, questo pesa sui giovani italiani, non sui francesi o tedeschi.

Ci vorrebbe una Greta del debito pubblico. Vedo oggi una grande consapevolezza sui temi ambientali e climatici, la mobilitazione deve andare avanti e deve essere presa sempre più sul serio, ma oltre all’ipoteca climatica, sui giovani pende anche quella del debito pubblico. 

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Debito pubblico: 40 mila euro a testa

40 mila euro a testa: sarebbe il peso del debito pubblico se fosse suddiviso in parti uguali tra tutti i cittadini italiani. La Banca d’Italia ha reso noto l’ultimo dato sull’indebitamento delle amministrazioni pubbliche: 2.410 miliardi di euro (al 31 luglio 2019). Considerando che gli italiani sono poco più di 60 milioni, mediamente il debito sarebbe di 40 mila euro pro capite.

Per arginare il problema di solito si propone di ridurre l’evasione fiscale, che ogni anno sottrae alle casse pubbliche oltre 100 miliardi di euro. L’obiettivo potrebbe essere raggiunto con controlli più efficaci. Purtroppo la Corte dei Conti nell’ultimo rendiconto ha rilevato che le entrate per accertamenti sostanziali siano diminuite in un anno del 32,8%, passando da 7,3 miliardi nel 2017 a 5,6 miliardi nel 2018.

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I conti che non tornano

2.386 miliardi di euro: è l’ammontare del debito pubblico dell’Italia al 30 giugno 2019 (fonte: Banca d’Italia). Si tratta dell’ennesimo record storico, che in realtà non fa quasi più notizia poiché probabilmente è destinato ad essere superato a breve.

Se si confronta la cifra del debito attuale con quella del giugno 2018, c’è da essere assai preoccupati. Infatti, nel giugno dello scorso anno il debito era arrivato a 2.330 miliardi: il che significa che in 12 mesi (che sostanzialmente coincidono con il tempo in cui hanno governato M5S e Lega) il debito è aumentato di 56 miliardi di euro.

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Il debito pubblico tra infrazione europea e ricette per ridurlo

La Commissione europea ha avviato per la prima volta nella sua storia una procedura di infrazione per debito eccessivo contro il nostro Paese, perché la traiettoria del nostro debito pubblico (arrivato al 132 % del PIL, pari a 2.370 miliardi) dopo essere aumentata negli anni della crisi ed essere stata stazionaria nell’ultimo triennio, ora rischia di aumentare di nuovo.

Secondo il rapporto della Commissione Ue, in mancanza di correttivi, nel 2021 potremmo arrivare al 135% del PIL e secondo il Fondo monetario, al 2025 potremmo superare il 139%: Tutto ciò contrasta con gli accordi presi in sede europea, che prevedevano un percorso di graduale e costante discesa del debito, come chiedono anche la BCE e la Banca d’Italia. Se continuasse a crescere, il debito rischierebbe di apparire non sostenibile agli occhi degli investitori, che ogni anno debbono prestarci circa 400 miliardi, e ciò provocherebbe un aumento dei tassi d’interesse, perché per continuare a prestarci soldi gli investitori chiederebbero una remunerazione maggiore, correlata al maggior rischio, che potrebbe sfociare anche nella mancata sottoscrizione dei nostri titoli pubblici. Già un aumento dei tassi è comunque negativo, perché sottrae allo Stato risorse che potrebbero essere impiegate in modo diverso: oggi paghiamo circa 65 miliardi l’anno di interessi sul debito. Se avessimo i tassi non dico tedeschi, ma spagnoli o portoghesi, pagheremmo 20 o 30 miliardi di meno per interessi, soldi che potrebbero essere impiegati per ridurre le tasse oppure per investire di più in scuola, sanità, ricerca…

Eppure la riduzione del debito pubblico, che è l’assillo principale dei nostri partner europei perché una nostra difficoltà finanziaria potrebbe mettere in crisi la moneta comune con riflessi negativi anche negli altri Paesi dell’euro, sembra non interessare i nostri politici, che si affannano a promettere sempre nuove spese o nuove riduzioni di tasse, e i nostri concittadini che continuano a credere in quelle promesse impossibili e a votare i politici che le strombazzano. Occorrerebbe invece prendere coscienza che la riduzione del debito è un nostro interesse primario, sia per ridurre gli interessi e poter ridurre le tasse o spendere di più per i servizi pubblici, sia per proteggere i nostri risparmi che potrebbero essere compromessi da una crisi del debito pubblico. Secondo Banca d’Italia le famiglie italiane hanno patrimoni complessivi per poco meno di 10 mila miliardi (5.300 miliardi di immobili e 4.200 miliardi di attività finanziarie). Una crisi del debito, che potrebbe condurre l’Italia fuori dall’Euro verso la vecchia liretta, avrebbe come prezzo immediato una riduzione del valore dei nostri patrimoni e risparmi che gli esperti valutano tra il 30 e il 40%. Saremmo dunque tutti più poveri.

Ridurre il debito, del resto, non sarebbe doloroso. Basterebbe gestire la spesa pubblica in modo prudente e soprattutto convogliare le risorse disponibili verso la crescita economica perché per far scendere il debito occorrere che il tasso di crescita del PIL sia superiore al tasso d’interesse medio dei titoli di Stato. Oggi invece non è così, e siamo l’unico grande Paese europeo che ha questa caratteristica negativa: quest’anno il nostro PIL crescerà dello 0,1-0,2%, mentre il tasso medio sui titoli di Stato è attorno all’1,4%. In queste condizioni il debito non può che aumentare.

In attesa di ottenere l’inversione del rapporto tra crescita del PIL e tasso d’interesse sul debito, potremmo almeno dare ai nostri partner e ai mercati l’impressione che abbiamo la volontà di ridurre il debito. Potremmo per esempio convogliare alla riduzione del debito (attraverso il Fondo di ammortamento dei titoli di Stato, che andrebbe ribattezzato Fondo di riduzione del debito) tutti gli incassi straordinari dello Stato, come i proventi della lotta all’evasione fiscale, i patrimoni confiscati alla criminalità organizzata e ai corrotti, oltre ai proventi delle privatizzazioni, che andrebbero accelerate ed estese sia alle aziende nazionali e locali, sia agli immobili di Stato, Regioni e Comuni (Banca Intesa San Paolo ha presentato al governo un Piano per favorire queste cessioni a livello centrale e locale).

Se ci impegnassimo in un serio piano di promozione della crescita del PIL, se contenessimo la spesa pubblica ai livelli attuali, se dessimo al mondo l’impressione di voler davvero ridurre il debito anche con misure “psicologiche”, riusciremo ad evitare la procedura europea di infrazione e a riportare il debito sul percorso di riduzione che stiamo pericolosamente abbandonando. E staremmo tutti meglio.

 

Ridurre il debito si deve e si può a cominciare da… Chieri

Il valore del debito pubblico italiano è una cifra a tredici caratteri, difficile da visualizzare e anche da leggere, tanto è grande. Sul sito dell’ ARDEP questo numero si aggiorna ogni tre secondi e rappresenta la stima dello stok del debito nazionale, basata sui rapporti mensili della Banca d’Italia.
La nostra Associazione è impegnata da anni a sensibilizzare l’opinione pubblica su questa emergenza, che minaccia il nostro futuro e quello dei nostri figli e nipoti e che incide direttamente sulla nostra vita e sulle nostre scelte.

Il debito pubblico rappresenta il totale delle passività di tutte le Amministrazioni Pubbliche- non solo dello Stato – ovvero dei crediti che soggetti diversi – famiglie, imprese, banche, anche estere - vantano nei confronti di esse. Queste passività servono a finanziare il fabbisogno finanziario della pubblica amministrazione affinchè essa possa fronteggiare il costo dei servizi e degli investimenti pubblici non coperti dal gettito delle imposte e tasse. Il bilancio dello Stato da anni è in attivo (avanzo primario) ma gli interessi sul debito non solo ci sottraggono questo “attivo” ma creano un deficit ,“passivo”, che deve essere coperto con altro debito i cui interessi sottraggono ulteriori risorse al bilancio pubblico.

Questa spirale ha fatto crescere e continua a far crescere - 2100 euro ogni secondo - il nostro debito che oggi ammonta a 2.410 miliardi di euro, equivale a circa 36 mila euro per ogni italiano, compresi i neonati e al 133% del prodotto interno lordo, valore quest’ultimo che rappresenta la ricchezza che il nostro paese riesce a produrre annualmente.

Perché bisogna ridurre il debito pubblico? Non solo perché l’Italia, come gli altri Paesi che appartengono all’area dell’Euro si è impegnata a rispettare determinati criteri di buona amministrazione, ma anche per altre ragioni, che ricordo in breve:

  • l’economia italiana stenta a crescere e l’aumento degli interessi che crescono con l’aumento del debito, rende più difficile finanziare la spesa pubblica;
  • l’Italia, con il suo debito molto alto è più esposta di altri paesi a turbolenze sui mercati quando aumentano i rischi di crisi finanziarie, politiche e tecnologiche, ma anche di crisi di fiducia nei “fondamentali” del Paese.
  • l’aumento dei tassi di interesse rende il servizio del debito più oneroso e debbono essere sottratte al bilancio dello stato ulteriori risorse prima destinate a servizi per i cittadini.

In casi limite di interessi molto alti è necessario un intervento da parte di altri Paesi o istituzioni internazionali, come il Fondo Monetario Internazionali. Le conseguenze di questo intervento sono disastrose e vengono pagate da tutti i cittadini per evitare il fallimento dello Stato perché ad essere più penalizzati sono proprio loro in qualità di creditori interni . Se lo Stato non è più in grado di pagare i propri debiti, i creditori perderanno quanto è loro dovuto e se i creditori sono anche cittadini essi saranno penalizzati sia come risparmiatori, sia come contribuenti.

Se un debitore non paga sarà molto difficile che trovi chi gli presta ancora soldi, salvo pagare interessi molto alti. Lo Stato sarà costretto quindi a ridurre le proprie spese – sanità, scuola, ambiente, etc. - oppure ad aumentare il prelievo fiscale.

Ma è proprio impossibile alleggerire questo “macigno”, del cui peso eccessivo pare che molti, tra cui anche chi si dedica all’amministrazione del bene comune, non siano così consapevoli né preoccupati? Il debito pubblico si deve e si può ridurre. L’ ARDEP ha nel corso degli anni suggerito molte ricette ma nessuna di queste ha potuto essere messa concretamente in pratica per far comprendere i tangibili vantaggi che derivano dalla riduzione del debito.

Un’occasione utile si è presentata nel corso del mio mandato di amministratore pubblico , svolto nell’ultimo quinquennio in una delle più belle cittadine del Piemonte: Chieri. Un’esperienza amministrativa i cui risultati positivi hanno avuto un riconoscimento anche dalla recente competizione elettorale, che ha visto confermare al governo della città la coalizione politica uscente.

All’inizio del mandato lo stok del debito comunale, cherappresenta una piccola parte del debito pubblico nazionale insieme a quello degli oltre ottomila enti locali e regioni era prossimo alla soglia dei 20 milioni di Euro. Alla fine del mandato lo stesso debito ammontava a poco più di 5 milioni. Se rapportato al valore economico della produzione (componenti positivi della gestione del Conto Economico 2018) si è ridotto da oltre l’80% al 25%.Un risultato che per la sua bontà ha sorpreso favorevolmente anche le forze politiche di opposizione al governo della città.

È un dato importante, ma come ci insegnano i nostri economisti, da solo significa poco. Si può ridurre il debito se si aumentano le imposte e tasse ai cittadini, oppure se si riducono i servizi e non si avviano investimenti pubblici.

Non è stato il caso in questione: una rigorosa revisione della spesa ha permesso di neutralizzare i significativi tagli di risorse praticati da parte dello Stato nei confronti degli enti locali nel 2015: per la nostra città si trattava di ridurre circa il 6 per cento della spesa corrente, ovvero quella spesa che sostiene la prestazione continua dei servizi pubblici ai cittadini. Una seconda azione ha riguardato il controllo del gettito tributario attraverso una puntuale verifica delle banche dati comunali: nel quinquennio sono stati recuperati oltre 4 milioni di imposte e tasse evase. L’allargamento della base imponibile ha permesso di ridurre su alcuni tributi, come la TARI, il prelievo e di sostenere con maggiori agevolazioni i redditi più bassi. La crescita del gettito fiscale sostenuta anche da attive politiche sul lavoro e dall’avvio di importanti investimenti locali ha permesso di realizzare risparmi sulla gestione utilizzati per finanziare le opere pubbliche senza ricorrere a nuovo debito.

Parte di questi risparmi, non impiegabili a causa dei limiti imposti dagli equilibri di finanza pubblica nazionali sono stati utilizzati per rimborsare anticipatamente mutui e prestiti obbligazionari, contribuendo in tal modo a ridurre in modo sensibile e più veloce lo stock del debito comunale

La riduzione del debito ha abbattuto del 70% il valore degli interessi passivi annualmente corrisposti alle banche liberando risorse sia per finanziare nuovi e maggiori servizi pubblici, sia per finanziare nuovi investimenti. Il valore di questi ultimi ha raggiunto una quota record rispetto ai precedenti quinquenni amministrativi: 32 milioni di Euro contro i 20 del precedente mandato. Il dato più importante riguarda il loro finanziamento avvenuto con risorse proprie del Comune e con i risparmi della gestione, senza la necessità di ricorrere a prestiti onerosi.

Occorre ricordare insieme a questi dati positivi anche le criticità che si sono manifestate nel periodo amministrativo, superate solo con un grande impegno e una forte coesione degli amministratori , uniti ad un clima di fiducia e di collaborazione sviluppato fin dall’inizio con i dipendenti del Comune. La carenza di risorse umane, dovuta all’impossibilità di sostituire il personale cessato dal servizio e il blocco dei rinnovi contrattuali hanno rappresentato un forte limite all’azione amministrativa e alla realizzazione del programma; l’improvvisa crisi finanziaria della società, totalmente partecipata dal Comune, che gestiva le farmacie comunali, indotta da comportamenti illeciti di un collaboratore ha provocato l’ammanco di oltre un milione di euro e ha comportato la necessità di ricapitalizzare la società con uno sforzo finanziario significativo per le finanze del Comune. Diseducativi sono stati i recenti condoni e le cancellazioni di cartelle per la riscossione coattiva dei debiti verso la città: oltre 2,4 milioni di crediti del Comune affidati a Equitalia (soprattutto sanzioni al codice della strada e mancato pagamento di tariffe per i servizi pubblici come mensa e asili nido) sono stati annullati due mesi fa con un decreto del Governo.

Nonostante i suddetti limiti il quinquennio si è chiuso con una “dote” importante: oltre 14 milioni di fondo cassa che sono passati dalle mani del sindaco uscente a quelle del sindaco entrante, come prevede la legge.

Con un debito prossimo al suo azzeramento, che potrebbe avvenire entro la fine del mandato appena iniziato se il percorso virtuoso verrà mantenuto dalla nuova amministrazione , esistono i presupposti per procedere ad una diminuzione della pressione fiscale complessiva del Comune.

Ridurre il debito si può, e l’esperienza raccontata dimostra che i vantaggi sono evidenti . E’solo un esempio, ma significativo di come il buon governo delle risorse che sono di tutti i cittadini possa produrre importanti risultati a beneficio del bene comune, riducendo un po’ il peso di quel “macigno” che ognuno di noi porta sulle proprie spalle.

Giugno 2019
Anna Paschero

 

Quella lettera da Bruxelles sul debito italiano

Dall’Europa è arrivata all’Italia una lettera di richiesta di chiarimenti, perché il rapporto tra il nostro debito pubblico e il Prodotto Interno Lordo nel 2018 è aumentato dello 0,8%, passando dal 131,4% del 2017 al 132,2% dello scorso anno. C’è chi si è mostrato sorpreso per questa missiva, ma i dati diffusi a fine aprile da Eurostat facevano presagire proprio ciò che poi è avvenuto.

Mentre la tendenza europea va nella direzione della diminuzione del rapporto debito/PIL, l’Italia va nel verso opposto. Infatti, sono soltanto 3 su 28 i Paesi dell’Unione in cui il debito pubblico è aumentato lo scorso anno (Grecia, Italia e Cipro), mentre in Francia è rimasto invariato: in 24 Paesi Ue su 28 il debito è sceso e non di poco: nella zona euro di ben due punti, dall’87,1% nel 2017 all’85,1% nel 2018; nella Ue è calato dall’81,7% all’80% in relazione al PIL. E non si tratta soltanto di una tendenza annuale: nell’ultimo triennio in Europa il rapporto debito/PIL è diminuito mediamente di quasi 5 punti in percentuale.

Inoltre, sono ben 13 i Paesi che nel 2018 hanno messo a segno un surplus di bilancio: si tratta di 8 stati della zona euro (Germania, Olanda, Grecia, Austria, Lituania, Lussemburgo, Estonia, Slovenia) e 5 nazioni fuori dall’Eurozona (Repubblica Ceca, Danimarca, Croazia, Bulgaria e Svezia). Guardando ai Paesi più popolosi, il rapporto debito/PIL della Germania è sceso dal 64,5% del 2017 al 60,9% del 2018, in Spagna è sceso dal 98,1% al 97,1%, mentre in Francia è rimasto stabile al 98,4%.

La performance più impressionante è quella del Portogallo, il cui debito è calato dal 124,8% al 121,5%, mentre il deficit annuale è stato quasi azzerato: dal 3% allo 0,5%. Nel 2016 il debito portoghese era superiore al 129% del Pil e dunque si è ridotto di ben 8 punti in percentuale.
La Grecia è il paese che ha un debito più alto (181,1%), mentre l’Italia si colloca al secondo posto con un debito pari al 132,2%. Seguono Portogallo (121,5%), Cipro (102,5%), Belgio (102%), Francia (98,4%) e Spagna (97,1%).

In un Paese normale – a fronte di questi dati – ci si interrogherebbe seriamente sui motivi per cui l’Italia persiste a seguire la via dell’indebitamento, mentre quasi tutti gli altri Paesi europei riescono a ridurre il proprio debito anche in modo significativo. Oppure ci si domanderebbe per quale ragione negli ultimi 30 anni le posizioni tra Belgio e Italia si sono scambiate (infatti nel 1990 il rapporto debito/PIL dell’Italia era intorno al 100% e quello del Belgio al 130%).

Invece la maggior parte degli italiani si stupisce che da Bruxelles scrivano per chiedere spiegazioni, o peggio se la prende con l’Europa dei burocrati, facendo finta di non sapere che le regole dell’Unione le abbiamo sottoscritte anche noi.

La situazione è alquanto paradossale e persino irragionevole. Navighiamo con un’evidente falla nella chiglia dell’imbarcazione Italia e ce la prendiamo con chi ci segnala che stiamo imbarcando troppa acqua. C’è persino chi sostiene che per migliorare il galleggiamento la cosa migliore sia far entrare altra acqua nella stiva, allargando il buco esistente sul fondo della nave.

Forse non ce ne rendiamo nemmeno conto, ma alle lettere allarmate che arrivano dall’Europa stiamo rispondendo con le cartoline scherzose dalle vacanze in Italia. Speriamo di non dover chiedere – tra non molto – i francobolli alla Grecia…

Giugno 2019
Rocco Artifoni

 

L’imposta patrimoniale per ridurre il debito pubblico

L’ARDeP (Associazione per la Riduzione del Debito Pubblico) è un’associazione civica composta da cittadini che hanno in comune la sensibilità al problema del debito, cercano di segnalarne il pericolo e di offrire il loro contributo di idee per favorirne la riduzione.

L’associazione, presieduta da Rocco Artifoni, è stata ideata e fondata dal Prof. emerito Luciano Corradini, il quale nel settembre nero del 1992, quando lo Stato rischiava seriamente la bancarotta, decise di decurtarsi parte della retribuzione a vantaggio del debito pubblico. E per un anno e mezzo versò all’erario il 10% del suo stipendio di docente universitario. 

Lo scopo di quella iniziativa, spiegato poi in una lettera al presidente Amato, era quello di denunciare le conseguenze nefaste dell’evasione fiscale e richiamare i politici a una gestione più attenta e responsabile del bilancio statale.

Ebbene, oggi sono qui per parlare di una delle proposte dell’ARDeP per ridurre il debito pubblico. Prima di introdurla, però, vorrei fare un breve cenno al problema del debito pubblico e dell’evasione.

  1. Nell’ultimo ventennio il nostro debito è più che raddoppiato, a marzo scorso il suo ammontare era pari a 2.358,8 miliardi (fonte Banca d’Italia). Siamo il paese europeo che spende la cifra più alta in assoluto per interessi sul debito. Anche lo scorso anno abbiamo dovuto staccare un assegno miliardario per pagare gli interessi agli investitori di tutto il mondo, pena la dichiarazione di insolvenza; un assegno di ben 65 miliardi, l’equivalente di due manovre di bilancio.
    Se il debito venisse ridotto, questi denari potremmo utilizzarli per fare altro, per esempio, potremmo impiegarlo per le politiche sociali. Si consideri che Germania e Francia riservano quasi il 10% della loro spesa pubblica alla scuola, contro il 7,5 dell’Italia. Per di più la Francia ha un budget di spesa ben più alto dell’Italia, pari a oltre 1.200 miliardi, contro i nostri 850 miliardi.
    Sempre nel corso dell’ultimo ventennio anche la ricchezza delle famiglie italiane è cresciuta progressivamente, tanto da sfiorare la soglia dei 10 mila miliardi di euro, oltre quattro volte il valore del debito, di cui le attività reali (abitazioni, terreni) valgono circa 6.000 miliardi e quelle finanziarie (conti, depositi, titoli, azioni, ecc.), al netto delle passività (mutui, prestiti personali), valgono 4.000 miliardi.
    Semplificando i dati e ragionando per medie aritmetiche, possiamo affermare che è come se ogni italiano residente avesse un debito di circa 39 mila euro e al contempo detenesse un patrimonio di circa 160 mila euro (composto per il 60% circa da immobili e per il 40% circa da contanti).
    Questa massa di ricchezza, ovviamente, non è equamente distribuita. Pare che il 50% della ricchezza sia finito nelle mani del 10% delle famiglie.
  2. Sull’evasione fiscale, invece, non ci sono dati certi, l’unica certezza è che in Italia da decenni l’evasione viaggia a 12 cifre. In Italia, infatti, ogni anno sfuggono a tassazione circa 270 miliardi, che se venissero tassati frutterebbero alle casse dell’erario non meno di 100 miliardi di imposte all’anno.
    Ragionando anche qui per medie aritmetiche, possiamo affermare che è come se ogni famiglia occultasse al fisco ogni anno circa 11 mila euro di reddito (le famiglie sono 24,5 milioni).  Le famiglie, ovviamente, non evadono tutte e non tutte allo stesso modo. Si stima che per alcune categorie di contribuenti l’evasione sia pari addirittura all’80% del reddito totale prodotto.
    In realtà, proprio il mancato incasso di questi denari ha comportato l’arricchimento di alcune famiglie, a svantaggio di altre, che da decenni subiscono una pressione fiscale veramente eccessiva.
    Stando così le cose, se per ridurre il debito pubblico pensassimo di varare un’imposta patrimoniale senza un preventivo accertamento circa la reale provenienza dei patrimoni, non faremmo altro che aggiungere ingiustizia ad iniquità.
    Ciò in quanto alcuni patrimoni, evidentemente, sono stati alimentati anche dai proventi dell’evasione, cioè sono il frutto dell’autoriciclaggio delle imposte evase, complice una normativa troppo timida nel contrasto dell’autoriciclaggio. Si consideri che fino al 2015 l’attività di autoriciclaggio - in qualunque forma fosse realizzata - non era punibile in quanto la condotta dell’autoriciclatore era considerata come naturale prosecuzione del delitto presupposto [1].

Se la parola “equità fiscale” ha un senso, occorre procedere con un “atto di giustizia ripartiva”, cioè bisogna anzitutto tassare i patrimoni di provenienza illecita.

La proposta dell’ARDeP - denominata APC, che sta per Aliquota Personale Congrua - consiste nell’utilizzo di strumenti informatici per la creazione di liste selettive di patrimoni da sottoporre a tassazione. Si tratta di “individuare” a monte liste di contribuenti con gravi incongruenze in relazione al rapporto tra i redditi dichiarati e il patrimonio posseduto. 

Più nel dettaglio, bisogna mettere a confronto il patrimonio detenuto da ciascun nucleo familiare con i redditi dichiarati al fisco nel più lungo arco di tempo consentito dal sistema informativo dell’anagrafe tributaria (l’intera vita lavorativa o comunque gli ultimi 15…20 anni).

Da questa relazione ben si potrebbe addivenire ad una percentuale di congruità da utilizzare per tassare i grandi patrimoni. 

Nulla da temere per chi non ha "scheletri nell'armadio", perché con questo metodo verrebbero alla luce solo i patrimoni intestati a prestanome, quelli provenienti da attività illecite e, in particolare, dall’autoriclaggio dell’evasione.

Si tratta, ripeto, di un’imposta straordinaria che colpisce non tutti i patrimoni, ma solo quelli incongrui, da destinare alla riduzione del debito pubblico. In questo modo ciascun cittadino contribuirebbe alla riduzione del debito in modo molto diverso in base alla sua fedeltà fiscale. L’aliquota personale con cui tassare il patrimonio, infatti, non dipenderebbe dall’ammontare del patrimonio, ma dal reddito dichiarato nel lungo periodo considerato.

Una volta che il software avrà selezionato i grandi patrimoni incongrui da sottoporre a tassazione, i contribuenti selezionati dovranno dimostrare la provenienza lecita del loro patrimonio. 

I contribuenti onesti, anche se in possesso di ingenti patrimoni, risulteranno “congrui” a questa verifica e saranno perciò esentati dall’imposizione. Gli altri, invece, contribuiranno alla riduzione del debito con un’imposta che dipenderà dalla quota di patrimonio “ingiustificato” detenuto. 

Lo stesso discorso andrebbe esteso anche all’imposta di successione e donazione, si dovrebbe prevedere un criterio di calcolo dell’imposta basato sul medesimo principio.

L’imposta di successione dovrebbe dipendere dalla congruità dell’asse ereditario al reddito prodotto e dichiarato in vita dal de cuius. 

Noi dell’ARDeP riteniamo che dopo decenni di evasione scandalosamente elevata questa proposta possa rivelarsi un efficace strumento, certamente non l’unico, per ridurre il debito pubblico, ma soprattutto utile per recuperare equità, solidarietà e coesione sociale.

I dati relativi al patrimonio immobiliare sono tutti disponibili in Anagrafe tributaria e quelli relativi al patrimonio mobiliare sono disponibili presso l’Anagrafe dei conti e dei rapporti finanziari. Un archivio nel quale annualmente tutti gli operatori finanziari (Banche, Poste, ecc.) trasmettono il saldo e la giacenza media di tutti i rapporti in essere relativi all'anno precedente. 

Il primo passo da compiere sarebbe quello di rendere obbligatoria per tutti la presentazione della Dichiarazione Sostitutiva Unica (DSU), che oggi viene presentata dai soli contribuenti che intendono richiedere il modello ISEE per accedere a vantaggi fiscali o prestazioni sociali.

Si consideri che il dato del patrimonio mobiliare da dichiarare in DSU fino al 2015 era autocertificato. Da quell’anno in poi è stato introdotto l’obbligo di verifica del dato da parte dell’INPS sulla base delle risultanze dell’Anagrafe dei conti e dei rapporti finanziari. 

Ebbene, il primo anno (quello in cui sono iniziati i controlli) le dichiarazioni con patrimonio nullo sono passate da quasi il 70% al 16%.  Ciò significa che fino all’anno 2015 il 54% circa delle autocertificazioni presentate ai fini ISEE erano infedeli.

Questo dato, oltre a gettare un’ombra di sospetto sull’attendibilità di qualsiasi dato reddituale auto-dichiarato, dimostra quanto l’anagrafe dei conti e dei rapporti finanziari sia stata utile ed efficace per correggere i vizi degli italiani.

Ebbene, la nostra proposta prevede proprio l’estensione in chiave antievasione dell’utilizzo dell’Anagrafe dei conti e dei rapporti finanziari.

Giugno 2019
Cleto Iafrate

[1] Per un approfondimento su questo punto, C. Iafrate, AUTORICICLAGGIO. LA CASSAZIONE CORREGGE IL TIRO, MA CI SONO ANCORA MARGINI DI MIGLIORAMENTO, in ficiesse.it.

Lo shock fiscale di cui ha bisogno l’Italia

Ha ragione Salvini, quando per l’Italia sottolinea “la necessità di uno shock fiscale”. Il problema è nella scelta del tipo di shock da metter in atto.

Per Salvini è la flat tax al 15%, a costo di sforare il tetto del 3% del deficit. La conseguenza, facile da pronosticare, sarebbe uno shock sullo spread, cioè un aumento vertiginoso degli interessi sul debito pubblico.

Un altro tipo di shock potrebbe essere assai più utile per le casse pubbliche: cercare di azzerare il deficit, assicurando - come prevede la Costituzione - l’equilibrio di bilancio (art. 81) e la sostenibilità del debito pubblico (art. 97), con la conseguenza di un drastico calo degli interessi sui titoli di stato.

Questo obiettivo si potrebbe raggiungere senza comprimere la spesa pubblica, cioè senza attuare politiche di austerità. Come?

  1. Pagare le imposte in base alla reale capacità contributiva (art. 53 Cost.). Il che significa anzitutto che tutti i redditi devono essere cumulati e non più soggetti a tassazioni separate e/o di favore.
  2. Comprendere nella base imponibile anche il patrimonio mobiliare, tenendo conto del carico famigliare con un’adeguata quota di esenzione dall’imposizione. Per esempio, si potrebbe rendere l’ISEE obbligatorio per tutti, utilizzandolo come punto di riferimento per la tassazione progressiva.
  3. Introdurre concrete misure di contrasto all’evasione fiscale, attraverso l’ampliamento delle deduzioni e delle detrazioni fiscali per far emergere l’economia sommersa (per il Fondo Monetario Internazionale quasi il 23% del PIL italiano), creando un reale contrasto di interessi tra fornitore e cliente.
  4. Ripristinare una maggiore progressività delle imposte, poiché attualmente sopra i 28.000 euro tutti i contribuenti pagano quasi la stessa aliquota (dal 38 al 43%). Ma la capacità contributiva di chi ha un reddito di 30.000 euro è ben diversa da chi incassa 300.000 euro. E non è giusto fare parti uguali tra diseguali. Si potrebbe adottare, come in Germania, una semplice funzione matematica che automaticamente aumenta l’aliquota con l’accrescere dell’imponibile.
  5. Rendere progressiva anche l’imposta sugli utili delle aziende (anziché l’attuale flat tax del 24% dell’ IRES), come avviene negli USA, dove si applicano 7 aliquote a scaglioni.
  6. Utilizzare almeno un calcolo proporzionale per le sanzioni, come accade in alcuni Paesi del Nord Europa, in cui le tariffe sono stabilite in funzione del reddito e/o del patrimonio. Per esempio, ad un automobilista assai ricco un eccesso di velocità o un divieto di sosta può costare molte migliaia di euro.
  7. Ristabilire un’imposta più seria sulle successioni e sulle donazioni, con una quota di esenzione più bassa e con aliquote progressive (attualmente per la discendenza diretta si tratta del 4% indipendentemente dall’ammontare del patrimonio).

Mettere in atto queste proposte comporterebbe un adeguato aumento delle entrate tributarie e una diminuzione delle disuguaglianze. Si tratterebbe di una vera rivoluzione fiscale nella direzione indicata dalla Costituzione, che considera inderogabile la solidarietà economica e compito della Repubblica la rimozione degli ostacoli che impediscono l’uguaglianza tra i cittadini.

Giugno 2019
Rocco Artifoni 

La deriva dei conti pubblici italiani

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La legge di stabilità approvata nel dicembre scorso ha previsto per il 2019 un deficit del 2% rispetto al Prodotto Interno Lordo (PIL).

Recentemente Matteo Salvini ha ipotizzato di sforare il 3%, limite stabilito dal Trattato di Maastricht, sottoscritto anche dall’Italia.

Dato che il PIL italiano nel 2018 è stato di 1.757 miliardi di euro (fonte ISTAT), l’1% in più di deficit corrisponde a 17,5 miliardi di euro, che verrebbero chiesti in prestito agli investitori e ai risparmiatori. Ma questo incremento del deficit previsto porta inevitabilmente ad aumentare il costo degli interessi sul debito, che sostanzialmente si identifica con l’aumento dello spread.

Gli operatori del settore stimano che un aumento del deficit oltre il 3% comporterebbe per l’Italia una crescita dello spread di almeno 100 punti, cioè un aumento degli interessi sul debito dell’1%. Dato che il debito pubblico al 31 marzo 2019 ammontava a 2.358,8 miliardi di euro (fonte Banca d’Italia), se l’aumento rimanesse costante nel tempo, si tratterebbe di un costo aggiuntivo di 23,5 miliardi di euro, seppure spalmati in circa 7 anni (scadenza media dei titoli di stato italiani).

È evidente che farsi prestare 17,5 miliardi di euro per poi doverne restituire 41 (17,5 + 23,5), seppure in 7 anni, non è un grande affare.

Per non parlare delle eventuali sanzioni (di parecchi miliardi di euro) che potrebbero arrivare dall’Unione Europea per eccesso di deficit e di debito, nonché violazione del Trattato di Maastricht.

A confermare questa prospettiva negativa per l’Italia, a differenza di tutti gli altri paesi europei, il 29 maggio è stato pubblicato dalla Corte dei Conti il Rapporto 2019 sul coordinamento della finanza pubblica, nel quale si legge: "il 2018 si configura come l’esercizio nel quale il rapporto debito pubblico/Pil torna a crescere in misura marcata, portandosi al 132,2 per cento (dal 131,4 nel 2017). Secondo i dati Eurostat, nell’insieme dell’Area dell’euro l’incidenza del debito sul Pil è scesa di 2 punti, all’85,1 per cento: è rimasta invariata in Francia (98,4 per cento); si è ridotta di 3,6 punti in Germania (60,9 per cento); è calata di un punto in Spagna (al 97,1 per cento) e di 0,5 punti in media (al 124,2 per cento) nei tre Paesi (Grecia, Belgio e Portogallo) che, con l’Italia sono ancora al di sopra della soglia del 100 per cento. L’aumento del 2018 colloca per l’Italia l’indicatore al suo massimo livello dal primo dopoguerra e in crescita di 32,7 punti di Pil rispetto al 2007".

È appena il caso di segnalare che più deficit e debito significano meno risorse disponibili per le spese pubbliche e per le politiche sociali.

E non bisogna dimenticare che "il debito è come qualsiasi altra trappola, abbastanza facile cadervi dentro, ma abbastanza difficile poi uscirne" (Henry Wheeler Shaw).

Maggio 2019
Rocco Artifoni

I paradossi della flat tax all’italiana

Se si accende la spia rossa del debito

Se si accende la spia rossa del debito

Quando si accende una spia rossa nel cruscotto dell’automobile sarebbe opportuno fermarsi e cercare di capire qual è il problema, per evitare che il danno comprometta la possibilità di continuare il viaggio.

Di recente sulla vettura “Italia” si sono accese molte lampadine di allarme.

La Banca d’Italia ha segnalato che nel 2018 il debito pubblico è aumentato di 53,2 miliardi di euro, cioè 10 miliardi in più rispetto alla media degli ultimi 3 anni. Lo spread, cioè il differenziale tra titoli di stato italiani e tedeschi, è quasi raddoppiato in un anno (da 136 a 259 punti), il che significa che il costo degli interessi sul debito è aumentato di 1,23 punti in percentuale. Infatti, la spesa per gli interessi è passata da 65,6 miliardi di euro nel 2017 a 67,9 miliardi nel 2018.

L’ISTAT ha calcolato che nel 2018 il Prodotto Interno Lordo dell’Italia è cresciuto dello 0,9%, mentre l’anno precedente era salito dell’1,5%. Di conseguenza il rapporto tra debito e PIL nel 2018 ha raggiunto un nuovo record storico: 132,1% (nel 2017 era del 131,3%).

Tutto ciò è accaduto prima che entrassero in funzione due novità importanti, decise dalla maggioranza di governo, come quota 100 per il pensionamento anticipato e il reddito di cittadinanza per chi si trova sotto la soglia di povertà. Questi provvedimenti, a prescindere dalle valutazioni di merito, sono onerosi per le casse dello stato per parecchi miliardi di euro. Di fatto andranno ad aggravare la situazione debitoria, poiché si tratta di misure finanziate prevalentemente a deficit.

In questo scenario che non promette nulla di buono sulle prospettive economico-finanziarie dell’Italia, forse sarebbe necessario che l’autista fermasse l’automobile in un’area di sosta, per cercare di trovare un rimedio alle spie accese che segnalano problemi alla vettura. Oppure potrebbe continuare ad ignorare le luci rosse che lampeggiano o anche abbassare la luminosità del cruscotto per non vedere più le spie luminose. Ma questa non è un’alternativa vera: è soltanto un modo irrazionale di rinviare i problemi che si stanno aggravando.

Chi fa politica dovrebbe porsi al servizio della comunità, prendendo atto della situazione reale. Non serve far finta di nulla o rischiare di fondere il motore dell’auto. A volte è saggio decidere di fermarsi e cambiare strada. Per farlo occorre un navigatore particolare, che si chiama senso dello stato e salvaguardia del futuro, perché in realtà saranno i giovani a portare il fardello del debito.

In questi casi vale sempre la frase del teologo americano James Freeman Clarke che due secoli fa scrisse: “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo paese”.

Debito pubblico un colossale caso di corruzione

Un Governo ingiusto

Debito pubblico, un colossale caso di corruzione

La natura e la rilevanza del debito pubblico italiano è l’effetto del più colossale caso di corruzione ai danni del popolo. Proviamo a riavvolgere il nastro e a ripartire dagli anni settanta.

In quegli anni grandi riforme ispirate dalla Costituzione videro la luce ed una stagione di rivendicazioni sociali ed economiche finalmente approdarono nel porto sicuro della giustizia sociale, segno che le lotte coinvolsero grandi strati della popolazione di fronte alle quali i governi dovettero piegarsi. Entrò in vigore una riforma fortemente progressiva dell’Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche), fu deciso l’intervento della Banca d’Italia a tutela del debito italiano, fu introdotta la scala mobile.

Eventi internazionali mutarono il quadro economico: le crisi petrolifere crearono un sistema finanziario importante che iniziò a contare sempre di più. La Banca d’Italia se ne accorse in ritardo e, soprattutto in occasione di alcuni scandali bancari in cui figurarono coalizzati banche private, Ior, mafia, politica e settori deviati dello Stato, cercò di fare luce e chiarezza, pagando un prezzo molto alto. La finanza che governava davvero l’Italia e la politica corrotta di quegli anni fecero guerra a tutto quello che poteva ostacolare questo processo inarrestabile di “mutazione genetica” e fecero, ingiustamente, incriminare i vertici della Banca d’Italia, giusto il tempo di creare le premesse per quello che è stato da molti definito “il colpo di Stato” finanziario ed economico più silenzioso ed efficace dalla fine della seconda guerra mondiale: il divorzio della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro.

Dopo questa scelta, unitamente a fattori internazionali, il nostro debito in rapporto al Pil raddoppia e nulla più resterà come prima. Il divorzio in realtà fu un accordo di non belligeranza. I conflitti, fino a quel momento forti e drammatici tra politica e Banca d’Italia che sostanzialmente vertevano sui rischi dei processi di finanziarizzazione per l’intero assetto internazionale, europeo ed italiano, furono barattati con l’allentamento dei controlli in cambio di un generale abbassamento del livello del conflitto. La politica e la finanza avrebbero lasciato in pace la Banca d’Italia ed in cambio questa avrebbe ridotto i controlli su un sistema finanziario infettato e colluso con la criminalità organizzata e con forti poteri diffusi che vedevano nella finanza ombra, e nella deregolamentazione, il nuovo Eldorado.

Il drastico allargamento della forbice tra top e down della scala sociale è un tratto caratteristico degli ultimi 30 anni della nostra storia. Fino agli anni ‘80 nei paesi avanzati il divario di ricchezza si era attenuato. Ma nella disuguaglianza c’è un forte vissuto di deprivazione relativa: uno “smottamento” per il Censis; la perdita relativa di ricchezza dei molti nei confronti dei più ricchi accresce invidia e risentimento sociale, alimentano il populismo e l’avventura politica; abbiamo sbagliato a pensare che il processo, molto accelerato, di benessere potesse non avere mai fine.

Le dinamiche di privatizzazione, utilizzate come risoluzione dei problemi, rappresentarono in realtà la capitolazione dinanzi ai nuovi padroni del mondo. Svelare questi meccanismi e renderli patrimonio comune può aiutarci ad arricchire il discorso pubblico sul debito e a non restare all’angolo cadendo nelle trappole della illusoria “crescita”, insostenibile dal punto di vista ambientale, e nel gioco al massacro dei “tagli”, ormai insostenibili dal punto di vista sociale.

Questa prospettiva evita anche di farci cadere nella ideologia nazionalistica o sovranista per cui la colpa delle nostre condizioni socio-economiche è da attribuire ai migranti o a categorie sociali fragili, e quindi a smontare la retorica xenofoba e razzista.

Gli italiani non possono prendersela con coloro che non erano neanche nati in quegli anni e che non erano neanche presenti in Italia, ma che solo dopo molto tempo approdarono sulle nostre coste in cerca di dignità. Ci siamo fatti mali anche da soli e con noi molti paesi del mondo. Gli squilibri economici nel mondo, alla base del “non ci sono i soldi” e “prima i nostri” sono un fenomeno di lungo corso e non il portato della crisi degli ultimi 10 anni.

Occorre rifiutare “l’ideologia dell’ordine dei conti”, facendo pagare un debito pubblico, a questo punto incolpevole per il 99% della popolazione, ai ricchi e super-ricchi con patrimoniali straordinarie ed ordinarie e reintroducendo una reale progressività e cumulabilità.  Altro che “flat tax” nella versione scandalosa ed incostituzionale in cui è stata presentata dal governo in carica!

Il recente studio “Fisco & Debito”, promosso da Cadtm Italia, dimostra come tutti i governi italiani, dal 1983 ad oggi, si sono inseriti nel solco delle riforme neo-liberiste globali, che realizzano disuguaglianze scandalose e governano con ogni mezzo il processo autoalimentandolo senza soluzione di continuità.

È evidente che fenomeni mondiali sono alla base dell’aumento del debito pubblico dei paesi vulnerabili e ciò smonta anche l’attribuzione delle responsabilità ad un’Europa che, d’altra parte, con i suoi vincoli e con le sue storture istituzionali, non indica un’uscita democratica dall’attuale capitalismo finanziario.

L’obiettivo resta il ripudio concordato del debito pubblico mondiale, almeno nella parte alimentata dalle speculazioni finanziarie, dagli interessi passivi che non dovrebbero maturare sui titoli del debito pubblico, dalle spese militari, dalle grandi opere inutili e dannose, dalle privatizzazioni di servizi essenziali, dai salvataggi bancari scandalosi, dai contratti asimmetrici come i derivati.

Questi approcci e queste ricerche possono ridefinire un discorso pubblico nuovo, un metodo di approccio sociale e politico che può sortire effetti liberatori nella direzione di una nuova giustizia sociale ed economica mondiale. Tutto ciò dimostra come gli effetti di questi processi possono essere inquadrati dentro il più ampio fenomeno corruttivo che vede da una parte la finanza, la criminalità organizzata, settori imprenditoriali collusi, la politica governativa debole e succube dei poteri forti e dall’altra un popolo che subisce  ignaro e per lo più distratto dalla “politica del nemico”, guarda caso povero, fragile, debole, solo oppure lontano e irraggiungibile.

Gli italiani tra risparmio privato e debito pubblico

Debito Pubblico e Quarta Rivoluzione Industriale

di Angelo Grasso

Presi come siamo dalla pressante contingenza rappresentata dalla fine del Quantitative Easing da parte della BCE, fine che decreterà sicuramente l'innalzamento dello spread BTP/Bund, noi Italiani non riusciamo ad alzare lo sguardo oltre l'orizzonte temporale del brevissimo termine.

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Avvenire: il dibattito sul debito pubblico

Elenco degli articoli che fanno parte del dibattito sul tema del debito pubblico, sul quotidiano L'Avvenire:

Contro il debito. Equità fiscale, riorganizzazione della spesa e formazione civica

Sessanta miliardi all’anno d’interessi. E “liberarsi dagli interessi” non basta.
 
  mercoledì 28 marzo 2018

Caro direttore, 

grazie per l’attenzione che con il suo giornale, “Avvenire” ha dato e dà alla questione del debito pubblico. È sicuramente il problema principale del nostro Paese, da cui discendono tutti gli altri (lavoro, strutture e infrastrutture, servizi alla persona, sanità, scuola, università, ricerca... ).

Uno Stato che deve spendere oltre 60 miliardi annui per pagare gli interessi sul proprio debito è chiaro che fa fatica a elevare l’erogazione delle proprie prestazioni.

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Ciò che Matteo Salvini vorrebbe ignorare

di Rocco Artifoni

"Se serve, ignoreremo il tetto del 3%", è la dichiarazione di guerra ai parametri europei sul fronte dei conti pubblici del leader leghista Matteo Salvini. Il fatto che questa frase sia stata pronunciata in una conferenza stampa a Strasburgo, autorizza a pensare che non si tratti di una battuta.

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DEBITO, LE TRE IPOTESI NELLA TRATTATIVA CON L'UE

di Carlo Cottarelli 

Cipro, Croazia e Italia. Cosa hanno in comune questi tré Paesi, oltre ad aver la fortuna di essere bagnati dal nostro stupendo Mediterraneo? Sono gli unici tré Paesi rimasti nella lista di quelli che la Commissione europea, nel suo annuale esercizio di sorveglianza macroeconomica pubblicato il 7 marzo (il «Semestre Europeo»), continua a considerare come caratterizzati da eccessivi squilibri macroeconomici.

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Un'operazione-verità sul debito pubblico per ottenere giustizia

Tommaso Valentinetti
Fatalità o colpa? Un confronto sull'origine del problema
Caro direttore, la sua idea di aprire su Avvenire uno spazio pubblico di confronto sul tema del debito pubblico italiano è da salutare molto positivamente, soprattutto... (continua su il sito de L'Avvenire)

Quei 40 miliardi di euro che servirebbero

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di Rocco Artifoni

Leggendo i report della Banca d’Italia, apprendiamo che nel 2016 i conti pubblici hanno riportano un disavanzo di circa 40,7 miliardi di euro, mentre la ricchezza delle famiglie italiane è aumentata di 41,1 miliardi di euro.

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La finanza pubblica secondo la Corte dei Conti

di Rocco Artifoni

Nell’impostazione della Costituzione italiana il Governo (Titolo III dell’Organizzazione della Repubblica) è composto da tre Istituzioni: il Consiglio dei Ministri, la Pubblica Amministrazione e gli Enti Ausiliari. Tra questi ultimi “la Corte dei conti esercita il controllo preventivo di legittimità sugli atti del Governo, e anche quello successivo sulla gestione del bilancio dello Stato” (art. 100).

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Quel debito che non cala mai

Rocco Artifoni

Purtroppo anche nel 2016 le previsioni del Governo sulla riduzione del debito pubblico italiano si sono dimostrate errate. La Banca d’Italia ha pubblicato le stime del debito e del fabbisogno delle amministrazioni pubbliche per l’anno 2016. Al termine dello scorso anno il debito pubblico era pari a 2.217,7 miliardi di euro, mentre un anno prima il debito ammontava a 2.172,7 miliardi. Di conseguenza il debito nel 2016 è aumentato di 45 miliardi di euro.

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Carta di Genova

di Luciano Corradini

19 luglio 2016

A 15 anni dal G8 di Genova e nell’anno del Giubileo della misericordia ci siamo dati appuntamento per condividere una delle questioni globali più urgenti:

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Seduti sul Debito

di GIORGIO GANDOLA

Ce l’hanno detto in tutte le lingue: «I rischi per l’Italia derivano dal debito troppo alto». Quel parametro fuori controllo (136% del pil) influenza tutti gli altri, toglie credibilità all’azione di governo, mette le banche sull’altalena anche se stanno meglio, per esempio, di alcune francesi e tedesche. E in definitiva impedisce al Paese di guardare al futuro con maggiore serenità. (segue nell'allegato)

Considerazioni inattuali sul pareggio di bilancio

Ultimamente pare che quasi tutti se la prendano con il pareggio di bilancio inserito in Costituzione. Sarebbe questa la fonte di tutti i nostri mali. Per alcuni persino il pareggio di bilancio in sé sarebbe un obiettivo errato. Chi l’ha detto che i conti debbano essere in pareggio? Così si va ragionando, da sinistra e da destra, da vecchi partiti e da nuovi movimenti. Anche l’attuale Governo vorrebbe maggior flessibilità, spostando nel tempo il raggiungimento del pareggio di bilancio, alzando la percentuale stabilita per il deficit o rinegoziando il fiscal compact, cioè i tempi per la riduzione del debito pubblico.

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Ricchi di debiti

Ad Aprile del 2011 non eravamo un sorvegliato speciale.

Un giornale on-line7 l’11 Aprile 2011 scrive: «Il settimanale finanziario “Milano Finanza” ha confrontato gli andamenti dei titoli di stato italiani e di quelli tedeschi. Da inizio anno i rendimenti dei primi sono in calo mentre quelli dei titoli governativi, in Germania, sono saliti molto. Addirittura raddoppiando sulla scadenza a un anno.

Il mercato pare così voler sottolineare che l’Italia (ma anche la Spagna, che ha tendenze analoghe) è fuori dalla bufera europea del debito sovrano ma anche che la Germania dovrà pagare parecchio per i salvataggi di Irlanda, Grecia e Portogallo».

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Una manovra corretta

Il testo della legge di stabilità contiene alcune novità positive per le famiglie e per la solidarietà

Quando il governo Monti ha presentato la prima bozza della legge di stabilità, non abbiamo risparmiato le critiche (si veda in proposito: “una manovra contro i più poveri”). In seguito, al testo presentato sono state apportate diverse correzioni, grazie anche ad emendamenti parlamentari, arrivando all’approvazione definitiva della legge con alcuni aspetti decisamente più positivi rispetto alle premesse. Vediamo alcuni significativi esempi:

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L’imbroglio del debito pubblico

La spesa per gli interessi penalizza le politiche sociali. Più tasse sui ricchi anche per contrastare mafie, corruzione ed evasione fiscale.

“Lo spread è un imbroglio”, ha detto recentemente l’ex presidente del consiglio dei ministri. Un paio di giorni dopo la Banca d’Italia ha reso noto che ad ottobre 2012 il debito pubblico italiano ha raggiunto nuovi record sia in valore assoluto (2.014 miliardi di euro) che in relazione al Prodotto Interno Lordo (126,1 %).

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L'idea per ridurre il debito

In allegato, un articolo apparso su TarantoOggi con l'intervista a Cleto Iafrate, consigliere dell'ARDeP.

Non possiamo lasciare il debito ai nostri figli

La provocazione ancora attuale di Luciano Corradini.

Sono trascorsi 20 anni, ma la situazione non è molto cambiata. Il 26 settembre del 1992 Luciano Corradini, professore di pedagogia all’Università di Roma e vicepresidente del Consiglio nazionale della pubblica istruzione, si reca in un ufficio postale e versa 500 mila lire come “contributo volontario al risanamento del bilancio dello Stato” italiano. Quello stesso giorno scrive a Giuliano Amato, presidente del Consiglio dei Ministri: “ho deciso di versare mensilmente all’erario 500 mila lire, oltre ovviamente a ciò che debbo in quanto cittadino, finché perdureranno le attuali difficoltà dell’Italia”. E in effetti in quel periodo il nostro Paese era “sull’orlo del baratro, cioè della bancarotta.

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Abolire le Province, ridurre le Regioni, privatizzare per ridurre il debito

Le proposte dell'Associazione per la riduzione del debito dopo il declassamento di Standard and Poors

Il declassamento dell'Outlook dell'Italia da parte di Standard and Poors, particolarmente preoccupante in questa fase di gravi difficolta' finanziarie per i Paesi deboli dell'euro, si basa su due valutazioni: la nostra bassa crescita e il rischio.che le incertezze politiche compromettano gli impegni di riduzione del debito, che pesa come un macigno sul futuro dell'Italia.

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L’insostenibile pesantezza del debito pubblico

E così ormai stiamo arrivando a quota 30mila: è la cifra in euro del debito pubblico medio pro-capite. Cioè, l’ammontare del debito pubblico italiano (l’ultimo dato è di 1.742 miliardi di euro) diviso per il numero dei cittadini residenti in Italia. Per una famiglia di 4 persone (come la mia) si tratta di 120mila euro.

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