La progressività del sistema tributario italiano si concentra oggi soprattutto sui redditi assoggettati all’IRPEF ordinaria, mentre la diffusione di cedolari, flat tax e altri regimi sostitutivi ha progressivamente sottratto ampie categorie di reddito alla tassazione per scaglioni.
In questo articolo trattiamo della progressività, principio cardine del sistema tributario italiano, appare oggi sempre più circoscritta ai redditi assoggettati integralmente all’IRPEF ordinaria, tra i quali assumono un peso particolarmente rilevante quelli di lavoro dipendente e di pensione.
Progressività fiscale e articolo 53 della Costituzione
L’articolo 53 della Costituzione, invariato dal 1948, afferma che:
“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”
Quindi tutti i cittadini sono tenuti a contribuire alle spese dello Stato attraverso prelievi fiscali, tenendo conto della capacità contributiva di ognuno e secondo criteri di progressività. A fronte di una una maggiore capacità contributiva ci sarà un concorso più incisivo alle entrate tributarie.
La Corte Costituzionale ha più volte ribadito che non il singolo tributo, bensì l’intero sistema fiscale nel suo complesso deve essere progressivo, interpretando così tale disposizione nell’ottica di un certo margine di discrezionalità in capo al legislatore (tra le molte, sentenza n. 128 del 29 dicembre 1966).
L’IRPEF resta il principale tributo progressivo
La tipica imposta progressiva è l’IRPEF, che colpisce il reddito in base ad aliquote progressive, dal 23% al 43%, applicabili a scaglioni, ora ridotti come numero, con deduzioni e detrazioni varie. Possono essere progressive, talvolta, anche le addizionali comunali e regionali, che si applicano allo stesso imponibile.
Sul piano dottrinale, è stata più volte criticata la frammentazione del sistema impositivo per categorie di reddito. Da sempre si discute se il sistema tributario italiano risponda ai principi costituzionali. Riportiamo da Maurizio Leo; “un sistema fiscale, come il nostro, che, a parità di reddito, distingue tra le persone e la loro fonte di reddito (lavoratori autonomi, lavoratori dipendenti, pensionati, titolari di patrimoni) è semplicemente ingiusto, perché è contrario al buon senso, prima ancora che ai precetti costituzionali di eguaglianza e capacità contributiva”. ( Il (possibile) Fisco di domani: dall’urgenza di un sistema più equo a un nuovo rapporto Fisco-contribuente, ne Il fisco, n. 41, 2 novembre 2020, p. 3907-3908.).
Sono state rilevate diverse criticità, all’impianto impositivo vigente in Italia; nella concreta distribuzione del prelievo, la progressività dell’IRPEF grava in misura particolarmente significativa su alcune categorie di contribuenti, mentre una quota crescente di redditi è assoggettata a regimi sostitutivi proporzionali.
A detta di molti sarebbe necessario un ripensamento delle norme volto a ricalibrare la progressività dell’attuale sistema di imposizione tributaria, Più concretamente, una riforma dovrebbe avere, quale criterio sottostante, l’idea di “aumentare i livelli di tassazione effettiva dei redditi da capitale, mobiliare e immobiliare, e ridurre contemporaneamente le aliquote effettive applicate ai redditi da lavoro e da pensione” ( Paolo Liberati, Sulla progressività limitata della tassazione dei redditi in Italia, in Rivista di Diritto Finanziario e Scienza delle Finanze, n. 1, 2018, p. 3), con l’obiettivo di spostare in maniera più sistematica la tassazione dal lavoro al capitale, fornendo così “una giustificazione teorica in positivo alla opportunità di conservare una progressività accentuata solo su alcune tipologie di reddito, e discuterne il grado” (David Ruffini, Sistema fiscale ).
Dipendenti e pensionati sostengono gran parte dell’IRPEF
Abbiamo già rilevato come i pensionati e i lavoratori dipendenti in pratica sorreggano la più parte dell’intero sistema impositivo italiano (“Dipendenti e pensionati versano la maggior parte delle imposte “ne Commercialista Telematico del 14 agosto 2025). Complessivamente versano oltre la metà delle imposte dirette (il 55% nel 2024), e il loro reddito dichiarato ammontava, nel 2023, a 554 miliardi di euro per i lavoratori dipendenti e 308 miliardi di euro per i pensionati. In totale quindi 862 miliardi di euro, pari a circa l’81% dei redditi dichiarati, che nel totale sono risultati di 1.028 miliardi di euro, nel 2023. Fonte: statistiche sulle dichiarazioni fiscali relative all’anno d’imposta 2023.
Oltre a versare la più parte delle imposte, sono anche quasi gli unici a sostenere la progressività, lesa in gran parte dai regimi sostitutivi.
Regimi sostitutivi e riduzione della progressività fiscale
Da anni si assiste in Italia alla introduzione di svariati regimi tributari sostitutivi, regimi che hanno contribuito ad allentare complessivamente la progressività, tanto da poter affermare appunto che oggi la progressività è il regime tributario tipico solo di dipendenti e pensionati ( e di pochi, sfortunati, lavoratori autonomi).
La questione dell’impatto dei regimi sostitutivi sulle finanze territoriali è stata affrontata anche nella risposta all’interrogazione parlamentare n. 5-04715 del 25 novembre 2025. In quella sede il MEF ha evidenziato, da un lato, gli effetti positivi di alcuni regimi sulla compliance fiscale e, dall’altro, i meccanismi di compensazione delle minori entrate da addizionali regionali e comunali. La domanda riguardava la determinazione dell’impatto della cedolare secca e della flat tax sulle addizionali comunali e regionali, addizionali che, come è notorio, incidono solo sull’IRPEF normale. La risposta è stata fornita dalla Sottosegretaria Albano. In sintesi, ha innanzitutto ricordato che l’imponibile delle addizionali è aumentato, negli anni, dal 2019 al 2023. Il che invero nulla ha a che vedere con la domanda.
Quanto ai regimi sostitutivi, ed in particolare la cedolare secca sulle locazioni e il regime della flat tax per gli autonomi, viene detto che si tratta di regimi che hanno contribuito a ridurre la evasione, e che quindi sostanzialmente hanno consentito di aumentare il gettito. Sulla recuperata evasione non si pagavano infatti né imposte né tantomeno evidentemente addizionali. Vengono poi forniti dei dati sulle locazioni, per le quali il recupero pare netto. E ad ogni buon conto viene detto che per compensare le minori entrate delle Regioni per le spese sanitaria si aumenterà la compartecipazione all’IVA e per i Comuni si aumenteranno i riparti statali. In buona sostanza, versamenti integrativi da parte dello Stato.
Cedolare secca: meno evasione, ma effetti regressivi
Quanto alle locazioni, si può riportare quanto precisato nella Relazione sulla economia non osservata e sull’evasione fiscale e Contributiva per il 2022 del MEF;
“In conclusione, l’analisi empirica mostra che l’effetto positivo dell’introduzione della cedolare secca, sia in termini di margine estensivo (aumento della probabilità di stipulare e dichiarare un contratto di locazione), sia in termini di margine intensivo (incremento della base imponibile), non è sufficiente ad assicurare la copertura delle minori entrate derivanti dalla riduzione dell’aliquota e ha effetti regressivi in termini di distribuzione del reddito, posto che il risparmio in termini di imposizione fiscale beneficia soprattutto i contribuenti più ricchi.”.
Quindi, per le locazioni, perdita secca, come introiti.
Regime forfettario e flat tax per gli autonomi
Quanto al regime della flat tax, per i forfettari, con fatturato fino a 85.000 euro, nella risposta non se ne parla specificatamente. Ma pare assai arduo ipotizzare che si tratti di soggetti che si siano regolarizzati, prima evasori, totali o parziali; si tratta di quasi 2 milioni di contribuenti, che hanno approfittato di questa opportunità. Anche qui a dispetto di ogni progressività. Nel maggio 2026 il Fondo monetario internazionale ha nuovamente raccomandato all’Italia di eliminare il regime flat tax preferenziale sui redditi da lavoro autonomo, ritenendo che tale intervento contribuirebbe ad ampliare la base imponibile e a migliorare l’equità del sistema.
Redditi di capitale e altri regimi fiscali sostitutivi
Si può ricordare anche il trattamento fiscale riservato ai redditi di capitale, tassato con le aliquote del 12,5%, 20% e 26%.
A questi si aggiungono ulteriori regimi speciali o sostitutivi, tra cui quelli previsti per alcune categorie di lavoratori impatriati, pensionati esteri che trasferiscono la residenza in determinate aree del Mezzogiorno e soggetti ad alta capacità contributiva che trasferiscono la residenza fiscale in Italia.
Il sistema fiscale italiano è ancora realmente progressivo?
In conclusione, gli unici contribuenti soggetti alla progressività in Italia sono i pensionati, i dipendenti, i lavori autonomi che fatturano più di 85.000 euro e quelli che non possono optare per il regime forfettario. Si può allora dire che il principio costituzionale della progressività sia rispettato? Tutto dipende dalle misure, dai dati.
Quanto alle addizionali, che non sono dovute nei regimi sostitutivi, e che quindi ne riducono l’introito, si riportano i dati del 2023. L’addizionale regionale è stata di 15,2 miliardi di euro, quella comunale di 6,3 miliardi, con un totale di euro 21,5 miliardi, pur in aumento di circa il 9% rispetto al 2022. Aumento però dovuto ai maggiori redditi nominali dichiarati e all’aumento delle aliquote; la perdita derivante dai regimi sostitutivi non è stata calcolata.
La questione centrale non è quindi l’esistenza formale del principio di progressività, che resta costituzionalmente vincolante, ma la progressiva riduzione della base reddituale effettivamente assoggettata all’IRPEF per scaglioni. Il tema non è soltanto quanto si paga, ma quali redditi concorrono effettivamente alla progressività: più si amplia l’area delle imposte sostitutive, più il peso del sistema progressivo tende a concentrarsi sui contribuenti che restano integralmente soggetti all’IRPEF ordinaria.
Fonte: https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2026/07/progressivita-fiscale-dipendenti-pensionati-regimi-sostitutivi.html