Il debito pubblico italiano ha raggiunto a maggio il nuovo massimo di 3.181,1 miliardi di euro, con un aumento di 26,6 miliardi rispetto ad aprile. Dall’inizio dell’anno lo stock è cresciuto di 85,2 miliardi; rispetto a maggio 2025 l’incremento è di quasi 128 miliardi. Il record, però, non nasce da una sola causa e non è in contraddizione con la crescita delle entrate tributarie. Debito ed entrate misurano grandezze diverse: il primo è uno stock accumulato nel tempo, le seconde sono un flusso mensile che copre soltanto una parte delle uscite pubbliche.
Le entrate tributarie del bilancio dello Stato sono salite a maggio a 44,69 miliardi, il 2,6 per cento in più dei 43,56 miliardi dello stesso mese del 2025. Ma le altre entrate sono diminuite da 4,72 a 3,22 miliardi: gli incassi complessivi di bilancio sono così scesi leggermente, da 48,29 a 47,91 miliardi. La stessa Banca d’Italia avverte inoltre che il dato tributario è registrato quando le somme vengono contabilizzate nel bilancio e non coincide necessariamente, nello stesso mese, con quanto effettivamente versato dai contribuenti.
Sul lato opposto, i pagamenti di bilancio sono stati pari a 65,56 miliardi. Sono diminuiti rispetto ai 77,90 miliardi di un anno prima, ma hanno comunque superato gli incassi di 17,66 miliardi. Dopo le operazioni di Tesoreria, il fabbisogno delle Amministrazioni centrali è risultato di 13,43 miliardi; quello dell’intero perimetro delle Amministrazioni pubbliche si è attestato a 13,429 miliardi. La stima preliminare diffusa dal Ministero dell’Economia per il settore statale era stata di 14,7 miliardi. I due numeri non sono perfettamente sovrapponibili: il primo riguarda il settore statale ed era provvisorio, il secondo il perimetro più ampio delle Amministrazioni pubbliche secondo la metodologia della Banca d’Italia.
Il passaggio decisivo è nella scomposizione pubblicata da Banca d’Italia. A maggio le transazioni in strumenti di debito hanno prodotto 22,962 miliardi di nuova provvista. Nello stesso tempo le disponibilità liquide del Tesoro sono aumentate di 9,533 miliardi, passando da 42,395 a 51,928 miliardi. Sottraendo questa liquidità accantonata dalla nuova raccolta si arriva al fabbisogno di 13,429 miliardi. In altri termini, una parte dei titoli emessi non è servita a finanziare spesa già effettuata, ma a ricostituire la cassa dello Stato.
L’aumento dello stock, tuttavia, è stato superiore alle nuove transazioni: 26,596 miliardi contro 22,962. La differenza, circa 3,6 miliardi, deriva dagli effetti di valutazione che separano contabilmente debito e fabbisogno: scarti e premi all’emissione o al rimborso, rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e oscillazioni dei cambi sulle passività in valuta. È per questo che la variazione mensile del debito non coincide aritmeticamente con il solo disavanzo di cassa.
La liquidità del Tesoro non cancella il debito, ma consente di leggere meglio il dato. Al netto di quella cassa, il debito è passato da 3.112,1 a 3.129,2 miliardi: l’aumento è stato di circa 17,1 miliardi, non di 26,6. Il margine liquido serve a fronteggiare pagamenti, scadenze e possibili tensioni di mercato; resta però finanziato con emissioni che entrano nel debito lordo e sulle quali lo Stato sostiene un costo.
Gli interessi pesano dentro questa dinamica, ma il bollettino mensile non li isola in una voce autonoma. Sono compresi nelle spese correnti e concorrono quindi al fabbisogno insieme a stipendi, pensioni, trasferimenti, acquisti, investimenti e altri pagamenti. Va distinta la spesa per interessi dal rimborso dei titoli in scadenza: rifinanziare capitale già esistente cambia gli strumenti e le scadenze, ma non aumenta necessariamente lo stock; il debito cresce quando la nuova raccolta netta finanzia il fabbisogno, alimenta la liquidità o subisce effetti di valutazione sfavorevoli.
L’onere degli interessi si trasmette con gradualità perché la vita media residua del debito è di circa 7,9 anni: i rendimenti più elevati incidono soprattutto quando i vecchi titoli vengono sostituiti con nuove emissioni. Il Documento di finanza pubblica 2026 prevede una crescita della spesa per interessi netti nell’anno in corso; secondo le elaborazioni dell’Ufficio parlamentare di bilancio, la sua incidenza sul Prodotto interno lordo è destinata ad aumentare fino al 4,5 per cento nel 2029. Il problema, dunque, non è il costo di un singolo mese, ma l’accumulo progressivo degli oneri su uno stock superiore ai tremila miliardi.
Per valutare la sostenibilità conta soprattutto il rapporto tra debito e Pil (Prodotto interno lordo). Il Documento di finanza pubblica stima un aumento dal 137,1 per cento del 2025 al 138,6 per cento nel 2026, prima di una discesa molto graduale dal 2027. Su questa traiettoria pesano ancora gli effetti di cassa dei crediti d’imposta edilizi; il miglioramento successivo è legato alla crescita nominale, all’avanzo primario, alle dismissioni previste e anche alla riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro.
L’aumento delle entrate fiscali è quindi utile, ma non sufficiente. Per ridurre stabilmente il debito deve tradursi in un miglioramento del saldo complessivo, dopo avere pagato tutte le spese e gli interessi, e deve essere accompagnato da crescita economica e controllo del fabbisogno. Il dato di maggio fotografa esattamente questo scarto: il gettito tributario è salito, ma il settore pubblico ha continuato a spendere più di quanto incassasse e il Tesoro ha contemporaneamente rafforzato la propria riserva di cassa.
Fonte: https://italia-informa.com/debito-pubblico-record-3181-miliardi.aspx