Sugli extraprofitti tanta propaganda e poca concretezza

L’idea di tassarli pone molte questioni. A partire dalla definizione. E poi c’è il rovescio

Periodicamente si torna a parlare di tasse sugli extraprofitti. Se ne parla soprattutto per due settori. Quello energetico, come da recente intervento di Elly Schlein, e quello bancario, come da periodici interventi di Matteo Salvini. Un tema bipartisan, quindi, salvo che per il settore da colpire. Capisco l’appeal del concetto: facciamo pagare di più a chi se lo può permettere e che sta meglio non per merito suo, ma per situazioni congiunturali (aumento dei tassi di interesse per le banche; aumento del prezzo del greggio per le imprese energetiche). Ciononostante, le tasse sugli extraprofitti non mi sembrano una grande idea per diversi motivi.

Primo, non si capisce come dovrebbe essere definito un extraprofitto. Qual è la soglia oltre la quale un profitto deve essere considerato extra? Inoltre, se anche si fissasse una soglia in qualche modo, si andrebbe a tassare di più chi ha profitti alti anche per merito suo e non perché la congiuntura è favorevole. Si dovrebbe tassare allora chi, in un certo periodo favorevole, ha aumentato i propri profitti rispetto a una certa data? Ma allora si finirebbe per tassare con aliquote più alte di quelle standard anche imprese che non hanno necessariamente la capacità di pagare di più, ma quelle che hanno solo migliorato la propria posizione partendo da una situazione precaria. Queste difficoltà di definizione si scontrano poi con problemi legali. Le tasse devono essere pagate in base alla capacità contributiva (vedi art. 53 della Costituzione) e non è certo possibile prendere una definizione arbitraria di cosa costituisca la capacità contributiva.

Secondo, il sistema tributario deve essere il più possibile stabile. Se si comincia a intervenire con misure a sorpresa si scoraggia l’investimento di lungo termine, magari proprio in settori dove l’aumento dei prezzi (come in quello energetico) dipende anche dalla scarsità di materia prima cui si può ovviare proprio attraverso maggiori investimenti. Il problema sarebbe attenuato se gli extraprofitti fossero introdotti non da un unico Paese, ma anche da altri. Questo è il motivo per cui il governo italiano ha esplorato la possibilità di un intervento a livello europeo. Ma l’Europa compete con il resto del mondo e un’azione intrapresa solo in Europa penalizzerebbe tutte le imprese europee rispetto a quelle del resto del mondo.

Terzo, se si imponessero tasse sugli extraprofitti, questo legittimerebbe le richieste di sussidi da parte dei settori colpiti quando i profitti sono bassi (per esempio, i profitti delle grandi banche sono stati bassi nel decennio scorso). Il livello di redditività oscillerebbe di meno. Ma perché lo Stato dovrebbe svolgere questo ruolo di stabilizzazione dei profitti? Non è proprio per l’esistenza di un’incertezza sul risultato dell’attività d’impresa che giustifica l’esistenza di profitti, al di là del rendimento di investimenti a rischio zero?

Naturalmente si può pensare a tassare in modo progressivo i profitti d’impresa, con aliquote gradualmente più elevate al crescere degli scaglioni di profitto. L’esempio più rilevante sono gli Stati Uniti fino alla riforma del 2017. Ma si tratta di eccezioni e, in ogni caso, l’aliquota media di tassazione cresce, in questi casi, gradualmente (come avviene per i sistemi a scaglione) e riguarda tutti i settori, una cosa ben diversa da una tassazione a sorpresa ex post sono per alcuni settori.

Fonte: https://lespresso.it/c/opinioni/2026/9/8/tasse-extraprofitti-propaganda-poca-concretezza/64458