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Il valore dell’Educazione civica e la storia dell’insegnamento. Intervista con Luciano Corradini

Abbiamo chiesto a Luciano Corradini, già docente universitario di Pedagogia Generale e autore del volume "Educazione alla cittadinanza e Insegnamento della Costituzione" edito da Vita e Pensiero sul tema dell'Educazioni civica, di parlarci del valore di questo insegnamento e della sua storia dentro la scuola italiana.

Qual è il valore didattico e pedagogico dell’insegnamento dell’educazione civica?

Potrei risponderle con questa frase che Aldo Moro scrisse nella premessa al decreto del ’58 che porta il suo nome: «La consapevolezza che la dignità, la libertà, la sicurezza non sono beni gratuiti come l'aria, ma conquistati, è fondamento dell’educazione civica». Anche se io preferisco un’altra espressione per definire questo complesso insegnamento sui generis.

Cioè?

Alla formula “insegnamento dell’educazione civica” ancora in uso nella recente legge 92 /2019 (ripresa dal dpr Moro del 1958) preferisco “insegnamento della Costituzione e educazione alla cittadinanza: perché afferma la distinzione e la connessione fra insegnamento di un contenuto disciplinare, ritenuto importante come le altre materie canoniche, da insegnare e da studiare, e educazione a promuovere nei ragazzi conoscenze, atteggiamenti, comportamenti, abitudini e competenze connesse con quell’insegnamento e con tutte le discipline o attività che fanno parte del curricolo e in genere della vita scolastica.

Perché è importante questa distinzione?

Per evitare le difficoltà concettuali e le incertezze normative e didattiche che si sono susseguite negli anni, con discussioni riemergenti, nonostante alcune norme chiarificatrici siano state raggiunte, ma non fatte pazientemente oggetto di “manutenzione”, di cura e di memoria, in sede linguistica, pedagogica e normativa.

Alludo alle discussioni fra coloro che vedono alternative fra l’istruire e l’educare, fra i saperi e le educazioni, fra l’insegnare e l’apprendere, fra i saperi freddi e i saperi caldi: alternative che tendono a semplificare i problemi, concentrandosi per esempio sulle poche materie che “contano” sul piano della tradizione culturale o che “rendono” sul piano del mercato del lavoro.

Vedere dei drastici aut aut invece che dei ragionevoli et et fra le proposte educative di una scuola che si faccia carico della complessità del vivere e del sopravvivere insieme in una società democratica tende a dividere anche i meglio intenzionati in tentennanti, benaltrismi, negazionismi, disciplinaristi, trasversalisti ecc.

Posizioni che non aiutano lo sforzo leale di comprendersi e di “sortirne insieme”, in e per una scuola che aiuti le nuove generazioni a spendere le loro energie in vista del futuro che le attende. Ricordo i termini con cui nel nostro ordinamento, ma anche in altri paesi, si sono definite queste tematiche nella scuola: Educazione civica, Educazione alla convivenza democratica, Educazione civica e cultura costituzionale, Educazione alla convivenza civile, Cittadinanza e Costituzione. Anche se a dire la verità, il primo termine utilizzato per quest’area dal primo disegno di legge Gonella era ancora un altro…

Quale?

Educazione Civile, così definita: “Lo spirito democratico della Costituzione e la conoscenza della struttura stessa dello Stato democratico costituiscono elementi necessari per la formazione di una coscienza civile nazionale. L’educazione civile è, quindi, un supremo interesse della società democratica, ed è condizione del consolidamento di una libera democrazia, al di sopra e al di fuori delle distinzioni dei partiti […] L’educazione civile si svolge secondo un duplice processo, che è informativo e formativo della coscienza civile, per culminare nella piena partecipazione della persona alla vita della comunità”.

Possiamo aggiungere che civiltà significa non solo cultura in senso antropologico, ma anche interiorizzazione di atteggiamenti e sintesi di valori. Implica non solo il riferimento a comportamenti più o meno apprezzati e condivisi, ma anche una valutazione che distingue una civiltà dall’altra, cercando non lo scontro ma la reciproca comprensione, emulazione e cooperazione, in vista di un bene comune che tenga conto anche delle forme di inciviltà e di regressione che ci affliggono, nel mondo vicino e lontano. Le virtù pubbliche necessarie a rendere un popolo civile non possono reggersi a lungo sui vizi privati. Senza civile convivenza, la cittadinanza diventa materia di polizia e di tribunali, di muri divisori e di carceri, di bandiere bruciate, di sequestri e di suicidi-omicidi, più che garanzia di pacifico esercizio di diritti e doveri.

Perché ritiene ancora fondamentale il DPR Moro?

Se al tempo del fascismo il Ministero si chiamava “dell’Educazione nazionale” e se di fatto si pretendeva che la scuola educasse i fanciulli a “credere, obbedire e combattere”, secondo la concezione fascista dello Stato guidato da un “duce che ha sempre ragione”, i padri costituenti capirono che la scuola democratica non poteva limitarsi a rinunciare alla retorica del ritorno ai fasti dell’impero romano, insegnando in modo neutrale le classiche materie scolastiche, ma doveva far conoscere e capire l’approdo alla Costituzione della lunga storia passata e in particolare la nostra tragica esperienza novecentesca ed educare ai valori da essa riconosciuti e proposti come condizione per ottenere e per assicurare anche per il futuro libertà, uguaglianza, solidarietà e pace.

Il DPR Moro costituisce il prototipo di un modello di pedagogia e didattica, che ha dato una prima interpretazione corretta e coerente del rapporto tra Costituzione, Repubblica democratica e scuola.

Cosa dice in sostanza?

La scuola, istituita dalla Repubblica, o da essa riconosciuta come paritaria, vi è intesa come istituzione in certo senso figlia, ma anche madre della Repubblica, perché è, per dirla con Calamandrei, come l’organo che produce il sangue per far vivere e rinnovare continuamente l’organismo della Repubblica. Nella Premessa al DPR Moro si dice esplicitamente che se “la scuola giustamente rivendica il diritto di preparare alla vita […] è da chiedersi se, astenendosi dal promuovere la consapevolezza critica della strutturazione civica, non prepari piuttosto solo a una carriera”.

Inoltre legava le dimensioni etica, civile, sociale e politica dell’educazione, che di fatto sono indissociabili, con l’invito a un costante riferimento alla Costituzione della Repubblica, che “rappresenta il culmine della nostra attuale esperienza storica e nei cui princìpi fondamentali si esprimono i valori morali che integrano la trama spirituale della nostra civile convivenza”. Insomma il titolo del DPR del’58 voleva affermare che la scuola doveva non solo insegnare materie, ma educare persone.

Tra gli articoli della Costituzione qual è a suo avviso quello che tutti gli studenti dovrebbero aver presente?

Il fine più alto di tutto l’ordinamento è indicato a mio parere dall’art. 3: questo infatti, riconosciuta la “parità sociale dei cittadini” e la loro “eguaglianza davanti alla legge”, impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale (e implicitamente anche culturale in senso lato), che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese”. Questo era il senso dell’ordine del giorno presentato da Moro e altri all’Assemblea Costituente, che l’approvò unanime l’11 dicembre 1947. Il testo diceva: “L’Assemblea Costituente esprime il voto che la nuova Carta Costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico della scuola di ogni ordine e grado, al fine di rendere consapevole la giovane generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali che costituiscono ormai sacro retaggio del popolo italiano”.

Non c’era il rischio di fare della Costituzione una sorta di catechismo di Stato o un libretto dei sogni?

A dire il vero c’è ancora qualcuno che si pone questi interrogativi, a mio parere infondati, mentre altri pensano che i riferimenti alle esperienze e alle conquiste “del passato” non servano a niente. Nel libro che abbiamo scritto e curato col collega e amico, purtroppo scomparso, Giuseppe Mari, dal titolo Educazione alla cittadinanza e Insegnamento della Costituzione (edito da Vita e Pensiero) abbiamo cercato di argomentare, in sede pedagogica, storica e giuridica, la possibilità teorica e pratica di affrontare nella scuola sia le discipline scolastiche, ciascuna dotata di propri oggetti e metodi di indagine e d’insegnamento, sia i principi, i valori e le norme costituzionali, che sono ad esse “trasversali”, come dice la legge 92.

I rischi connessi ad aspetti “caldi” e controversi della vita (e anche per l’oggettiva possibile impreparazione non solo giuridica ed economica di un certo numero d’insegnanti) sono inevitabili. Occorre essere consapevoli di questi rischi e cercare di affrontarli con coraggio, come si è cominciato a fare dai pionieri degli anni ’50 e ’60, se non si vuole limitarsi alla retorica di affermazioni nobili, lasciando svaporare di fatto, per l’ennesima volta, il diritto di cittadinanza attiva che alla Costituzione spetta nel curricolo scolastico, essendo lei la fonte dei doveri della Repubblica e delle istituzioni, in primis la scuola, che concorrono a perseguirne le finalità.

Nel volume che ha citato - Educazione alla cittadinanza e insegnamento della Costituzione (Vita e Pensiero) - lei parla di un “crescente bisogno di una buona politica e di una buona educazione civica”. Che cosa intende?

Rispondo partendo dal recente anniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, in Via Caetani, a Roma, il 9 maggio 1978, ucciso dalle BR, dopo il rapimento in Via Fani e un oscuro “processo del popolo” durato 55 giorni. Erano passati vent’anni dal Dpr 1958. Il presidente Mattarella ha ricordato che in questi oltre 40 anni la democrazia ha vinto. È vero, ma questo martirio è anche la conseguenza di una tragica incomprensione dei valori e dei limiti della Costituzione e delle ragioni e dei limiti del diritto internazionale dei diritti umani, da cui si fecero travolgere estremisti e poteri occulti di destra e di sinistra, annidatisi anche in organismi deviati degli Stati democratici.

Lo stesso 9 maggio 1978 è stato ucciso dalla Mafia a Cinisi (Palermo) il giornalista Peppino Impastato, figura esemplare di militante per la libertà di espressione e di denuncia del malaffare mafioso, a partire da quello in cui in parte fu coinvolto suo padre.

Il 9 maggio di questo 2021 è stato proclamato beato per la Chiesa, dal cardinale Semeraro, il “giudice ragazzino” Rosario Livatino, ad Agrigento, dov’era stato ucciso da killer della Sidda (organizzazione di tipo mafioso) il 21 settembre 1990, mentre andava in Tribunale, consapevole che operare per la giustizia in quel contesto comportava rischi mortali. Un credente che voleva anche essere “credibile”.

Il 9 maggio è una data particolarmente simbolica … .

Si, il 9 maggio è anche la festa dell’Unione Europea le cui origini risalgono al discorso di Schuman del 1950, sulla proposta della creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio. In questo 9 maggio si è inaugurata solennemente la Conferenza sul futuro dell’Europa, celebrata a Strasburgo dalle massime autorità, per tentare di guidare la nave dell’UE in un mare in tempesta. Accanto alle speranze e agli impegni che si assumono, fra buona volontà e ipocrisia, la metafora della nave evoca il cimitero dei naufraghi morti nel Mediterraneo, senza che l’Europa sia ancora riuscita ad affrontare il grave problema etico, civile e politico connesso con le migrazioni e coi relativi problemi climatici, economici e demografici e col dovere internazionalmente sancito di salvare i naufraghi.

Mi limito a questi cenni relativi a una problematica che trova ampio spazio nei compiti affidati alla scuola dalla citata legge 92, rispetto alla quale le speranze e gli impegni che è giusto e doveroso assumere non possono dimenticare i limiti di vario genere entro cui siamo chiamati a fare del nostro meglio. La lotta contro il male comune deve continuare, anche dopo la storica Resistenza, “nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art.1)

Quale politica è stata fatta negli scorsi decenni a proposito di questa difficile ma vitale educazione civica?

Ministero e Parlamento non sono stati assenti di fronte a queste problematiche, ma spesso discontinui per il cambio frequente degli indirizzi dei ministri e dei politici, talora poco determinati a farsi carico delle condizioni effettive delle scuole, delle loro possibilità, dei loro limiti e dei loro poteri e doveri.

Si pensi al riformismo scolastico degli anni ’60 e ’70, coi decreti delegati, all’educazione alla salute e alle connesse “educazioni” che trovarono una prima sintesi nei “Progetti Giovani” e “Ragazzi 2000”. La volontà di combattere varie “emergenze educative”, senza visioni e poteri di ampio raggio e di lungo periodo, portò a mettere in ombra proprio l’educazione civica che, facendo riferimento centrale alla Costituzione, conteneva lo scrigno dei valori educativi e dei criteri per combattere il disagio da cui dipendevano le carenze di questi valori.

Quando questo paradosso divenne evidente, il CNPI nel 23.2.1995 affrontò il problema con un Parere di propria iniziativa intitolato “Educazione civica, democrazia e diritti umani”, avviando il processo che avrebbe condotto il ministro Lombardi, dopo diverse interlocuzioni con due successive commissioni ministeriali, forze associative sindacali e politiche, associazioni di insegnanti, genitori e studenti, al varo della direttiva ministeriale 8.2.1996, n. 58, con l’ampio documento allegato Nuove dimensioni formative educazione civica e cultura costituzionale e alla stesura di programmi coerenti con quell’impostazione, che ebbero un parere di massima favorevole del CNPI, ma che non furono approvati, per la fine del Governo Dini, il 18 maggio 1996. Nel successivo Governo Prodi, il Ministro Berlinguer mandò alle scuole il Documento allegato alla citata circolare, ritenuto “utile per l’elaborazione dei progetti educativi d’istituto”, ma si concentrò sul pur importante Statuto delle studentesse e degli studenti (24.6.1998) e sulla raccomandazione di includere lo studio del Novecento nei cicli conclusivi degli studi.

Il 30 ottobre 2008, dopo un processo non meno faticoso, si arrivò alla conversione in legge, col n. 169, del decreto legge 137/2008, firmato dalla ministra Gelmini, che prevedeva, nell’art. 1, Cittadinanza e Costituzione, accompagnato da un Documento d’indirizzo per la sperimentazione dell’insegnamento “Cittadinanza e Costituzione” (4.3.2009), che si concludeva con l’indicazione di nuclei tematici e relativi obiettivi di apprendimento, a partire dalla scuola dell’Infanzia. Per la scuola Primaria, Secondaria di primo grado e Secondaria di secondo grado, sono precisate anche “situazioni di compito per la certificazione della competenze”, articolate in quattro ampi contenitori concettuali: Dignità umana, Identità e appartenenza, Alterità e relazione, Partecipazione. Sono in sostanza documenti che avrebbero dovuto o potuto essere formalizzati col rango dei vecchi programmi, che ora sono chiamati Indicazioni nazionali o Indicazioni curricolari. Non sono capolavori ineguagliabili, ma approssimazioni a quello che avrebbe meritato un’educazione civica iniziata con le intuizioni di Moro, a distanza di mezzo secolo dal suo Dpr.

Dopo la legge 169/2008 e il relativo Documento d'Indirizzo, il Ministero, a firma del direttore generale per gli ordinamenti Mario Dutto ha emanato, per il 2010-2011, la CM 27.10.2010 n.86, relativa all'attuazione del 1° art. della legge. Essa precisa che «l’insegnamento/apprendimento di Cittadinanza e Costituzione è un obiettivo irrinunciabile di tutte le scuole», e che «è un insegnamento con propri contenuti, che devono trovare un tempo dedicato per essere conosciuti e gradualmente approfonditi»: tale insegnamento implica sia una dimensione integrata, ossia interna alle discipline dell’area storico-geografico-sociale, con ovvie connessioni con filosofia, diritto ed economia (dove sono previste), sia una dimensione trasversale, che riguarda tutte le discipline, in riferimento a tutti i contenuti costituzionalmente sensibili e suscettibili di educare la personalità degli allievi in tutte le dimensioni.

Pur nei limiti già citati, la CM forniva già una sintesi organica di tematiche relative a questa disciplina sui generis: queste andrebbero meditate e discusse a livello di consigli e di collegio docenti, in vista di una loro traduzione in una prassi condivisa, anche il più e il meglio che sia possibile, auspicabilmente, in qualche momento, anche con genitori e studenti. Il che richiede indubbiamente buona volontà da parte di tutti, o almeno di chi, sentendosi responsabile della formazione etico-civico-politica dei giovani, si renda disponibile a combattere contro la deriva della disaffezione e dell’impotenza a cui molti si ritengono condannati.

La CM n.86 parla anche di valutazione, aggiungendo che C&C entrava a costituire il «complessivo voto delle discipline di area storico-geografica e storico-sociale, di cui essa è parte integrante», e «influisce nella definizione del voto di comportamento, per le ricadute che determina sul piano delle condotte civico-sociali espresse all’interno della scuola, così come durante esperienze formative al di fuori dell’ambiente scolastico».

Nonostante queste impegnative affermazioni, le ore a disposizione per l’area storico-geografica, storico-sociale, storico-filosofica e giuridico-economica, dove esiste, non erano state aumentate, come la commissione ministeriale ad hoc aveva proposto: e neppure si era nominata C&C accanto alle discipline citate dalla legge. Si tratterebbe anche di maturare competenze didattiche in merito, sia in sede di curricolo degli studi universitari per la formazione dei futuri docenti, sia nell'ambito dei tirocini formativi attivi (TFA).

Ritiene che si debbano rilanciare e sostenere gli impegni di formazione per docenti e dirigenti?

Questo compito è tanto più importante dopo la rapida elaborazione nelle Commissioni Cultura del Parlamento e le approvazioni quasi unanimi nelle Aule, della già citata legge 20 agosto 2019 n. 92. Si tratta di una sorprendente ampia norma di 13 articoli che riprende gran parte dei temi di rilievo educativo venuti alla ribalta degli ultimi decenni, rilanciandoli, con evidente riferimento a Moro, sotto il titolo antico Introduzione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica. È un’occasione da non perdere, come le opportunità previste per il nostro paese dal NEXT GENERATION EU e dal PNRR Italia.

Cosa si può fare in attesa che finisca la pandemia?

Le Linee guida ministeriali (allegate al decr.n.35 del 22 6 2020) offrono alcuni chiarimenti di fondo, ma non sciolgono alcuni nodi, affidati alla buona volontà dei docenti e dei dirigenti. Da parte ministeriale questi nodi non sciolti riguardano i tempi graduali necessari per il decollo della legge, i libri di testo e gli strumenti di lavoro informatici connessi, i traguardi di competenze e le competenze da proporre nel profilo dei cicli. Dato che il tempo previsto dalla legge per l’educazione civica è di “non meno di 33 ore l’anno”, in mancanza di criteri definiti per stabilire chi e come provvederà a svolgere il compito del coordinatore e la ripartizione dei compiti concordati fra i colleghi, si rivela evidente l’utilità di libri di testo scritti con criteri condivisi per l’insegnamento.

Di certo se molte cose sono cambiate nei 70 anni di Repubblica, il bisogno e la domanda di conoscenza e di formazione su quest’area fondativa, anche se difficile da delimitare e da condividere, si sono fatti ancora più urgenti.

 

 

Il governo è sempre “tecnico”

Lo confesso: a me i governi “tecnici” non dispiacciono. Non per quello che fanno o non fanno, ma perché ci rendono presente qual è il ruolo costituzionale del governo. 

Un governo “tecnico” anzitutto mette in luce l’ignoranza di tutti quei politici che spesso e volentieri sostengono che si tratta di governi non eletti dal popolo. Basta uno sguardo alla Costituzione per sapere che il governo non è mai eletto da chi si reca alle urne. La scelta di chi presiede un governo è una prerogativa del presidente della Repubblica. 

Inoltre, di solito il profilo del “tecnico” smonta l’enfasi sul “capo” del governo, che in realtà non esiste. La Costituzione prevede soltanto il “presidente del consiglio dei ministri”, questi ultimi per altro nominati dal presidente della Repubblica. 

Serve anche a ricordare che il governo è un potere esecutivo, che anzitutto ha il compito di attuare le leggi approvate dal parlamento. L’indirizzo politico spetta a chi approva le leggi, che di norma dovrebbe essere il parlamento. Da questo punto di vista il governo dovrebbe sempre essere composto da “tecnici”, che pongono in essere le indicazioni del parlamento. Negli ultimi decenni, invece, quasi tutti i governi hanno abusato del loro ruolo, spesso sostituendosi al potere legislativo del parlamento.

Non è tutto: il consiglio dei ministri non dovrebbe essere sinonimo di governo, perché costituisce soltanto uno degli organismi del governo. Infatti, nell’ordinamento della Repubblica (seconda parte della Costituzione), il governo (Titolo III) è costituito da tre sezioni: il consiglio dei ministri, la pubblica amministrazione e gli enti ausiliari. Dall’architettura costituzionale emerge con chiarezza che l’azione di governo è l’insieme della “macchina” pubblica, con un ruolo esecutivo e amministrativo. 

Non so dire oggi se l’eventuale governo Draghi sarà un governo valido o pessimo. Il giudizio sui governi dovrebbe essere dato fondamentalmente sull’efficienza, più che sulla linea politica seguita. Sulle scelte politiche invece bisognerebbe giudicare i rappresentanti dei partiti che le promuovono e che le sostengono in parlamento. 

Purtroppo invece in Italia si scambiano spesso lucciole per lanterne, cioè i governi per i parlamenti. Il governo “tecnico” da questo punto di vista può essere considerato un contributo per un’educazione civica che ponga ogni attore costituzionale nel ruolo che gli spetta. Poca cosa, certo, ma in questi tempi confusi un po’ più di consapevolezza istituzionale e costituzionale non guasta.

 

Ripensare ai progetti ministeriali sull’educazione alla salute in tempo di pandemia

Com’è noto, il ricupero e il rilancio dell’educazione civica nel curricolo scolastico, realizzati prima in modo un po’ precario, con la legge 169/2008 e poi in modo più deciso con la legge 92/2019, è stato preparato fin dagli anni ’80 e ‘90 dalle leggi relative alla lotta contro l’epidemia delle dipendenze (addictions), leggi che affidarono alla scuola il compito dell’educazione alla salute e di tante altre “educazioni”, per affrontare emergenze di tipo personale e sociale caratterizzanti la vita delle nuove generazioni. Il Ministero della PI lanciò a questo scopo i pluriennali Progetti Giovani, Ragazzi, Genitori, Arcobaleno, per rinforzare e alimentare i ruoli e le potenzialità educative previste dai decreti delegati.

I “Primi orientamenti” sul Progetto Giovani 93 (CM Galloni, 1989) prevedeva uno sviluppo triennale dell’educazione alla salute, i cui temi sono stati unificanti nei tre slogan seguenti, ancora singolarmente attuali:

  1. star bene con sé stessi in un mondo che stia meglio;
  2. star bene con gli altri, nella propria cultura e nel dialogo con le altre culture;
  3. star bene con le istituzioni, in un'Europa che conduca verso il mondo. Il riferimento al ’93 intendeva dare al Progetto Giovani e allo star bene l’ampio orizzonte culturale e politico che allora si apriva con l’avvio del Mercato Comune Europeo.

L'affermazione sintetica dello star bene, che implica sia la salute nel senso comune, sia il benessere nel senso di situazione economica e psicofisica confortevole, sia il sentirsi bene nel senso etico di accordo con la propria coscienza e con i propri ideali, è anche oggi un appello a impegnarsi confrontandosi, in tre momenti successivi, con:

  1. un mondo che per tante ragioni sta male,
  2. la convivenza con altri, che sono sempre più diversi culturalmente ed etnicamente,
  3. la rete intricata delle istituzioni, nazionali, regionali, locali, europee e internazionali, a cominciare dalla famiglia e dalla scuola.

La salute che interessa la scuola e il futuro dei giovani è apparsa allora, ed è ancor più oggi, una salute che deve incontrarsi con l'etica, con la cultura, con la scienza e con la politica.

Tutto questo è difficile. È il contrario di facile, che viene da fare, e che significa fattibile, ossia che si può fare senza grande abilità o sforzo fisico o mentale e senza stento. Difficile significa dunque non impossibile, ma fattibile con fatica, attenzione, sforzo, abilità. È solo a un certo grado e per certe persone che le difficoltà diventano insuperabili. I bollettini quotidiani sulla pandemia ci ricordano, accanto ai sani, gli ammalati, i morti, i guariti. Il che procura tristezza, dolore, ma anche consapevolezza e speranza di farcela, insieme.

Se qualcuno riesce nell’impresa di evitare il contagio o di vincerlo, perché non provarci? 

Come sapevano gli antichi, con la concordia crescono le piccole cose, con la discordia anche le grandi vanno in malora. La concordia non significa identità di vedute e assenza di conflitti, ma capacità di muoversi fra rispetto delle persone, della verità dei fatti accertati scientificamente e delle norme vigenti, anche se per alcuni difficili da capire e da sopportare: implica amore della verità e della libertà, senso del limite e dell’insieme, responsabilità per i risultati e per la proporzione fra bene proprio e bene comune. Ciò vale in particolare per l’educazione, un processo che non si produce come i beni di consumo, ma che è un dovere e anche un dono che gli adulti fanno ai più giovani. E che i giovani fanno agli adulti, se aiutati a pensare che anche loro diventeranno sperabilmente adulti e vecchi.

 

Economia legale, illegale e riciclaggio

Esiste ancora lo spazio per l’economia legale in Italia?

Esiste lo spazio per recuperare l’evasione e, quella illegale in particolare?

In un periodo di grande caos, di perdita di punti di riferimento, di ingarbugliamento della vita di ognuno di noi, registriamo un disagio e uno stato confusionale di difficile comprensione. Non solo, si percepisce e si tocca con mano una pericolosa deriva illegale quasi ineluttabile nelle sue forme più o meno aggressive e, tutto ciò ci lascia attoniti attori in una realtà di meccanismi illegali di distorsione della libera concorrenza che mai, mai avremmo pensato di poter vivere nella nostra quotidianità. 

Mi riferisco qui al fattore “c”: convivenza, connivenza, convenienza, le 3 parole chiave che declinano l’evoluzione di questo patto criminale che ha falciato e continua a falciare tante vittime in Italia. Uccide il mercato, assassina la possibilità di concorrenza e libera impresa, favorendo l’evasione. Poi su questa tomba si creano nuove regole, alimentando assunzioni pilotate e legalizzando capitali sporchi di sangue che diventano sfarzo, ma spesso anche nuove imprese. Un circuito viziosissimo, che in 20 anni ha avvelenato l’economia meridionale e contagiato quella settentrionale. Fino a creare una realtà bifronte che è radicalmente cambiata: le armi e i soldi, la violenza e gli affari. 

Le mafie oggi si presentano sulla scena imprenditoriale e soprattutto come un service: offrono servizi, efficienti, rapidi e poco costosi. Mettono a disposizione capitali cash con tassi spesso inferiori a quelli delle banche: pacchi di banconote pronta cassa. Garantiscono manodopera disciplinata e qualificata con costi ridotti e nessuna rivendicazione sindacale. Tengono lontani ladri e ricattatori con una giustizia inesorabile e dirimono qualunque controversia con i fornitori senza bisogno di finire nel labirinto dei Tribunali civili più lenti d’Europa. Aprono le porte della burocrazia sbloccando rapidamente pratiche comunali e regionali incagliate da tempi biblici: licenze e autorizzazioni spuntano dai cassetti come per magia, vanificando ogni ostacolo. Chi può offrire di più?

E come può l’impresa legale, che non gode di questi privilegi, competere in queste condizioni?

E come è possibile che nessun legislatore sia a conoscenza di tali meccanismi di distorsione della concorrenza e della messa in discussione della tenuta della civile convivenza nel nostro Paese?

Ma l’Italia è ancora un Paese civile? 

Un Paese che consente di aprire presso la CCIAA e tenere aperta una Partita Iva senza nessun controllo, senza che ci sia l’obbligo di presentare bilanci o documenti in grado di giustificare un giro di affari di milioni di euro. Un Paese che consente agli stessi titolari di PI di chiuderla dopo 2 anni e aprirne un’altra, anche qui senza nessun controllo, senza aver verificato se sono stati pagati i tributi  e le imposte dovute in precedenza, senza nessuna verifica sui requisiti patrimoniali necessari per avviare un’attività che fattura milioni di euro. 

Un Paese dove anche le banche aprono conti correnti a soggetti “border line” senza nessun ripensamento e o controllo, soggetti “border line” magari già più volte falliti e con procedimenti penali e civili a loro carico in corso e, tutto questo come se ci trovassimo in un contesto di normalità. 

Ma allora si fa troppo poco o si fa niente contro il riciclaggio?

Si fa troppo poco o niente nei confronti di chi evade centinaia di milioni di euro di imposte con fallimenti o chiusure di attività ad arte studiate?

Si fa troppo poco o niente nei confronti dei Comuni che controllano le licenze commerciali, gli appalti, l’edilizia e quindi le nuove case?

Si fa troppo poco o niente nei confronti dei Consorzi Industriali e delle autorizzazioni che questi Enti rilasciano?

Si fa troppo poco o niente nei periodi di commissariamento dei Comuni e, perché il periodo dai 18 a 24 mesi che dovrebbe consentire alla macchina burocratica e amministrativa di depurarsi delle scorie mafiose (nei comuni sciolti per infiltrazioni mafiose), molto spesso questo periodo altro non è che un momento di totale immobilismo?

Si fa troppo poco o niente per recuperare questa enorme evasione?

E il potere legislativo, il Parlamento che è a conoscenza di queste problematiche come interviene o pensa di intervenire, per riportare legalità ed equità contributiva tra i cittadini in una situazione assurda ed inquietante come quella sopra descritta? 

Basterebbe per esempio imporre per legge ai Comuni un Regolamento comunale dove, in base al numero di abitanti e al reddito pro-capite, si consente o meno la concessione di autorizzazioni commerciali, per ridurre il fenomeno di questo abnorme numero di autorizzazioni rilasciate dall’Ente, autorizzazioni che spesso nascondono solo corruzione, riciclaggio di denaro sporco, spaccio di sostanze stupefacenti e tutto mascherato da pseudo “attività legali”.

Basterebbe imporre alla CCIAA il controllo dei bilanci e dei pagamenti delle imposte dovute, per cancellare immediatamente un’impresa non in regola e segnalare i suoi amministratori. 

Basterebbe impedire la stipula di contratti di locazione commerciale a chi non presenta i bilanci degli ultimi tre anni o le dovute garanzie patrimoniali e civili (certificato carichi pendenti) per poter svolgere un’attività commerciale.

Si fa troppo poco o basterebbe poco per riportare legalità ed equità in Italia?

 

12 ottobre 2020 

 

Fonti:

I Gattopardi di Raffaele Cantone e Gianluca De Feo ed. Oscar Mondadori.

Censis Impresa e criminalità nel Mezzogiorno Studi e Ricerche Fondazione BNC ed. Gangemi.

Da Calamandrei a Willy: anche questa è scuola

“La scuola è la società” è il titolo che la Democrazia Cristiana diede ad un convegno nazionale tenuto a Firenze nel 1974, in preparazione al varo dei decreti delegati. Voleva dire, con un po’ di enfasi, che la scuola non doveva essere intesa come “tecnostruttura” o come corpo separato della società o come “parcheggio” dei giovani, ma come istituzione fondamentale, che doveva stare a cuore, non solo a parole, a tutte le componenti istituzionali e sociali del Paese.

Dieci anni dopo, Giorgio Bocca scrisse un libro intitolato L’Italia l’è malada”. La malattia sarebbe di carattere socioantropologico. Ecco la sua diagnosi: “Il paese è bello, ricco di beni naturali, ma è molto difficile viverci per l'anarchia di chi ci abita. Per l'illusione costante di poter migliorare la società senza disciplina e senza sacrifici, per l'idea assurda che esista uno "stellone", una garanzia di fortuna che spontaneamente risolve i problemi del paese”.

Il basso continuo delle sue analisi dure e amare, si può riassumere nella tesi che “alla maggioranza delle persone va bene la rinuncia alla libertà, pur di non avere grane, pur di vivere tranquilli”. E’ il tema del “particulare” di cui parlava Guicciardini, del “me ne frego” del fascismo, del “farsi i fatti propri” dell’indifferentismo. Don Milani nella Lettera a una professoressa  rispondeva col motto “I care”, cioè me ne importa, e col giudizio lapidario: “sortirne da soli è l’avarizia, sortirne insieme è la politica”. Questa visione è entrata anche nella normativa scolastica: “La scuola- si legge nel dpr 249 del 98, dal titolo ‘Statuto delle studentesse e degli studenti’- è luogo di formazione e di educazione (...), è una comunità di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale, informata ai valori democratici e volta alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni. In essa ognuno, con pari dignità e nella diversità dei ruoli, opera per garantire la formazione alla cittadinanza, la realizzazione del diritto allo studio, lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno e il ricupero delle posizioni di svantaggio, in armonia coi principi sanciti dalla Costituzione (...)

Questo riferimento ci consente di richiamare, anche durante questo periodo di pandemia in cui potremmo dire che ”La Terra l’è malada” e che e anche le nostre scuole non stanno troppo bene, la potente metafora introdotta dal "padre costituente" Piero Calamandrei: "Se si dovesse fare un paragone fra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue, gli organi ematopoietici, quelli da cui parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri organi, che portano a tutti gli altri organi giornalmente, battito per battito, la rinnovazione e la vita". E ancora: "se si vuole che la democrazia prima si faccia e poi si mantenga e si perfezioni, si può dire che la scuola a lungo andare è più importante del Parlamento, della Magistratura, della Corte Costituzionale (...) la coscienza dei cittadini è la creazione della scuola, dalla scuola dipende come domani sarà il Parlamento, come funzionerà domani la Magistratura...". Ecco perché Calamandrei diceva che l'art. 34 era il più importante della nostra Costituzione. Occorre ricordare che l’anno scolastico che comincia ora tra molte difficoltà organizzative, psicologiche e molti vincoli ad una vita scolastica libera e gioiosa, è anche l’anno che, in virtù della legge 92/2019 inizia un nuovo percorso di educazione civica, che ha, come stelle dell’Orsa, la Costituzione, la Dichiarazione universale dei diritti umani, l’ordinamento dell’UE, che da’ ora nuovi segni di vitalità, e l’Agenda ONU 2030. La cronaca ci offre un’icona indimenticabile che viene da Colleferro: il sorriso di Willy Monteiro, e la piazza ricoperta di fiori da un’intera popolazione, in particolare da giovani con la maglietta bianca, sgomenti e determinati di fronte al delitto compiuto dal branco di giovani che lo ha aggredito e ucciso a calci, mentre si era impegnato a difendere un altro ragazzo aggredito. Anche questa è scuola.

(tratto da Il Giornale di Brescia del 15 settembre 2020)

Festa del 2 giugno: Repubblica, Democrazia, Costituzione

L’Italia è una Repubblica perché il 2 giugno 1946 il popolo sovrano ha scelto democraticamente con un referendum questa forma dello stato (la proposta alternativa, cioè la Monarchia, fu sconfitta). Questa scelta è diventata irreversibile. Infatti l’art. 139, l’ultimo articolo della Carta Costituzionale, stabilisce che “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”.

La parola Repubblica proviene dal latino “res pubblica”, “cosa pubblica”, cioè di tutti. Quindi, non è soltanto un’antitesi di Monarchia, ma un modo diverso di pensare e di agire, una particolare visione delle relazioni tra le persone e le istituzioni. Repubblica significa non delegare tutta la responsabilità a un capo, ma aver scelto che la cura del bene comune ricada su tutti e su ciascuno. 

Per i Costituenti non si tratta soltanto di un riconoscimento formale, ma di un impegno concreto, che deve manifestarsi nella quotidianità. Questa impostazione “comunitaria” si capisce bene leggendo l’art. 3, comma 2: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

La nostra Repubblica è democratica. La parola “democrazia” è composta dalle parole greche demos (popolo) e cratos (potere): perciò significa “governo del popolo”. Ma come può un popolo governare ed esercitare il proprio potere? Con quali strumenti, metodi, regole, istituzioni? L’aggettivo “democratica” può significare molto, ma anche molto poco.

È il caso di ricordare che Hitler è andato al potere attraverso un’elezione democratica e che circa 2.000 anni fa la folla preferì, in una sorta di primarie, Barabba a Gesù. Ciò che è “democratico” non è detto che sia “giusto”. E soprattutto non è vero il detto che “la maggioranza ha sempre ragione”. 

Anzi, Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale, nel suo saggio “Imparare la democrazia” sostiene che «l’essenza della politica democratica sta di solito non nella maggioranza, ma nelle minoranze che fanno loro il motto “non seguire la maggioranza nel compiere il male” e tengono così fede alla coerenza con sé medesime». 

Dato che esiste sempre il rischio che ogni esercizio del potere si trasformi in un abuso di potere, la Costituzione ha previsto che persino il potere originario, quello della sovranità popolare, si possa esprimere soltanto “nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1).

La democrazia ad esempio non può negare sé stessa, magari chiudendo il parlamento o delegittimando il potere giudiziario. La Costituzione preserva le condizioni perché la democrazia possa continuare ad esprimersi, salvaguardando anzitutto le minoranze e gli ultimi.

Bisogna fare attenzione a non confondere la democrazia con il solo suffragio universale, cioè con l’esercizio del voto. Quest’ultimo è solo un momento (per quanto importante) dell’esercizio della sovranità. La democrazia è anzitutto divisione dei poteri e partecipazione attiva dei cittadini. Ridurre tutto alla scheda elettorale o referendaria è una banalizzazione della democrazia. 

Democrazia significa anche rispetto delle Istituzioni della Repubblica, che rappresentano il potere del popolo (il Parlamento, il Presidente della Repubblica, la Magistratura, ecc.). In altre parole, l’Italia è una Repubblica democratica, ma soltanto dentro i limiti costituzionali. 

La Costituzione resta la prima e l’ultima parola, cioè la premessa e la cornice sia della Repubblica che della Democrazia. Perché è il Patto che stabilisce le regole fondamentali della convivenza, che tutti devono rispettare e difendere. Infatti, il primo comma dell’art. 54 della Costituzione stabilisce che “tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi”. 

Rocco Artifoni e Filippo Pizzolato
autori del libro “L’ABC della Costituzione”, Edizioni Gruppo AEPER

Spunti di educazione civica ai tempi del coronavirus

Data la mia età, assediata dalla strategia utilizzata dal Covid-19 nel decimare la nostra “riverita specie”, mi permetto di ricorrere a qualche cenno biografico per condividere con i giovani un breve ricordo del 25 aprile, festa della Liberazione.

C’ero anch’io

Avevo 9 anni, il 25 aprile del 1945, quando fui svegliato da un rombo di un corteo di carri armati, che passavano a cinquecento metri dalla casa in cui ero sfollato con la famiglia, sull’argine del Po, nella bassa reggiana. Ci riempiva di curiosità e di emozione il vociare concitato dei contadini che dicevano che era vero, che la guerra era finita davvero, e non come il 25 luglio del 1943, quando “era andato giù il Duce”, o l’8 settembre, quando Badoglio aveva annunciato l’armistizio con gli americani, ma poi se n’era scappato a Brindisi col Re, lasciando l’esercito italiano allo sbando, e dicendo che la guerra continuava. In aprile gli americani erano venuti sul serio a liberarci, perché tutti me lo dicevano, anche se io non avevo le idee molto chiare in proposito. 

C’era un sole radioso, perfino accecante, con l’aria fine e trasparente che si trova assai di rado da quelle parti. Mio fratellino ed io correvamo a perdifiato fra i campi, inseguiti da un branco di oche spaventate per il frastuono della colonna. Impolverati e sorridenti, i soldati americani ci salutavano con entusiasmo dalle torrette dei loro carri, talora fermandosi per regalarci cioccolate e gomme da masticare, e chiedendo in cambio insalata e rapanelli.

Avevamo vissuto le vicende dei bombardamenti, dei rastrellamenti, della comparsa più o meno inquietante di gruppi di tedeschi, di fascisti repubblichini e di partigiani, che alcuni chiamavano ribelli, nei tre anni della Resistenza armata. Ho saputo solo ieri, leggendo Avvenire, che il primo annuncio della Liberazione fu dato alle ore 22 del 25 aprile 1945 da una radio allestita alla meglio, che trasmetteva in onde corte.

Riascoltiamo quel messaggio, che iniziava con l’Inno del Piave: “Attenzione, attenzione. Qui Radio Busto Arsizio. Stiamo per trasmettere un importante comunicato: ‘Per proclama del Comandante della piazza militare di Busto Arsizio si dichiara decaduto il regime fascista repubblicano e si esorta la popolazione alla calma e al rispetto delle leggi civili e militari dell’8 settembre 1943 rientrate in vigore. Cittadino italiano, tu che hai sofferto per la tua Patria ancora una volta calpestata dal barbaro nemico, l’ora della tua liberazione è giunta! Lavoratore, ancora per qualche giorno controlla ogni tentativo di distruzione delle tue macchine, delle tue officine, delle centrali elettriche. Salva la tua ricchezza di domani… Industriali, disponete perché il lavoro continui, perché le mense aziendali non abbiano a subire interruzioni. Donne, siate degne dell’ora che volge, italiani tutti, al vostro posto di battaglia!”. Il giorno 26 aprile la notizia fu ripresa da radio e da giornali e fece il giro del mondo.

L’inizio di una presa di coscienza storica negli anni’50

Mi sembra di aver cominciato solo al liceo a rendermi conto dei fatti e dei problemi relativi alla guerra, alla resistenza, alla pace, alla difficile ricostruzione. Questo è avvenuto un giorno, quando il preside del Classico di Reggio Emilia, che si chiamava Ermanno Dossetti, ci convocò in Palestra, per parlarci della Costituzione, proprio alla vigilia del 25 aprile.

Allora ho avuto l’intuizione, anche se un po’ vaga, che la Costituzione fosse una cosa molto importante, un avvenimento che cambiava per sempre la nostra vita, un tesoro, che doveva essere conosciuto e messo a frutto non solo da parte delle istituzioni e dei politici, ma da tutti i cittadini, nella vita di tutti i giorni, se non si voleva tornare agli anni terribili della guerra. Negli anni successivi, anche come insegnante, sono tornato più volte su questo testo: sono restato e resto sempre più ammirato per la sua verità e la sua bellezza, ma anche amareggiato e deluso per il modo con cui in complesso l’abbiamo ignorata e trattata. 

È come se avessimo tenuto in cantina, in mezzo ai topi, un capolavoro di Leonardo. O come se avessimo ricevuto in eredità una Ferrari e l’avessimo fatta marciare solo in prima e in seconda.

È stato detto che le Costituzioni sono gli strumenti che gli uomini si danno nei tempi della saggezza, a valere per il momento della confusione. Il “capolavoro di saggezza” della Costituzione è stato scritto in 18 mesi, dal 2 giugno 1946 al 22 dicembre 1947. Il 2 giugno si tennero le prime votazioni a suffragio universale, comprese le donne, sia per rispondere al referendum in cui si decise la nascita della Repubblica Italiana, sia per eleggere l’Assemblea Costituente. Appare perciò storicamente corretto riconoscere la radice della Costituzione nella Resistenza e nella Liberazione, che hanno nel 25 aprile la loro genesi storica e simbolica. E chiedersi le ragioni della mancata o parziale attuazione dei suoi principi e delle sue norme fondamentali, per cercare di avanzare nella via della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà e per evitare di soccombere di fronte alle crisi epocali che dipendono in gran parte dalla nostra “dimenticanza” dei principi costituzionali.

Nulla è perduto con la pace, aveva detto Pio XII in un radiomessaggio del 1939, aggiungendo che tutto può essere perduto con la guerra. È possibile però anche dimenticare che allora una difficile pace è stata conquistata a prezzo di una guerra disastrosa; e che si può anche perderla di nuovo, se si dimentica quella terribile lezione della storia. Faccio ora un salto in avanti di quarant’anni dalla fine della guerra.

Il 25 aprile ricordato a Milano nel 1986, per leggere 14 lapidi 

Una mattina del 1986, quando abitavo a Milano, decidemmo, con mia moglie e mio figlio, che saremmo andati alla manifestazione organizzata dall’ANPI per ricordare il 25 aprile. C’erano solo 3 macchine con gli striscioni sul cofano, davanti alla sede del Consiglio di Zona di Porta Venezia. Col nostro arrivo, le macchine divennero 4 e così noi rappresentammo il 25% della delegazione che si preparava a visitare le 14 lapidi del Quartiere, per portare corone d’alloro ai martiri della Resistenza. Quando uno del gruppo, lamentando le assenze degli “altri”, disse che avrebbero potuto sfoderare le loro bandiere rosse, feci garbatamente valere le nostre ragioni di cittadini della parrocchia di San Gregorio. Sicché questo bastò a restituire al Tricolore il suo carattere di simbolo dell’unità nazionale.

Si prese atto che il nostro 25% in quel piccolo corteo possedeva due primati: mio figlio era il più giovane del gruppo e io ero il più alto. Lui ascoltò le commosse parole dell’anziano presidente dell’ANPI, che fu lieto di poter consegnare a un giovane il suo ricordo e il suo messaggio; io manovrai con discreta perizia il bastone che serviva per installare le corone vicino alle lapidi, poste molto al di sopra delle nostre teste, e forse per questo ignorate dai passanti e dagli abitanti del quartiere. Mia moglie, che aveva caldeggiato la nostra partecipazione, prendeva appunti. Registrava i nomi di quei giovani che erano stati fucilati a Milano o uccisi nei campi di concentramento, talora pochi giorni prima o dopo la Liberazione; e annotava le frasi con cui amici e parenti avevano voluto ricordare il senso di quei sacrifici.

Si scendeva dalle macchine, si sostava un istante, si poneva in alto la corona, come se si cercasse di cogliere il gesto, il sorriso, la smorfia di dolore di chi aveva offerto la sua vita perché noi potessimo conservare e sviluppare la nostra vita di cittadini liberi e democratici.

Poi si risaliva in auto e si ricominciava la piccola processione di quella via crucis civile che ci ha fatto sentire popolo italiano, come la via Crucis del Venerdì santo ci fa sentire popolo di Dio.

Fra una stazione e l’altra leggevamo qualche frase di un giornaletto dell’ANPI o ricordavamo qualche pensiero dei Condannati a morte della Resistenza. Sentivamo il bisogno di ringraziare il Signore, che aveva dato tanta forza a quei giovani, e di ringraziarlo per la libertà conquistata dal loro sacrificio, di cui molti hanno perso la memoria.

Al termine della visita, abbiamo aderito all’ANPI, per restare informati della loro attività e per condividere quel grande patrimonio di fede nella libertà e nella pace, che ha caratterizzato questo lungo dopoguerra. 

La pandemia del Covid-19 e gli appelli del Papa e del Segretario dell’ONU per un’alleanza globale per l’unità e per la pace

La strage pandemica di questo 2020 mette a dura prova la nostra speranza di indefinito benessere, per l’inedito scenario di morte, di paura, di solitudine, di crisi economica e d’incertezza che grava sul nostro futuro. D’altra parte questa lotta contro uno sciame invisibile di microbi patogeni che involontariamente ci trasmettiamo con la prossimità, inducendo le pubbliche autorità a imporre, in ordine sparso, lunghi e incerti lockdown per attuare un “distanziamento sociale”, e cioè per sottrarre “cibo” al virus, sta affamando anche parte di noi, ma anche risvegliando in altri le migliori energie che hanno consentito all’Italia di riemergere, attraverso la Resistenza e la Costituente, dal “crogiolo ardente” della guerra mondiale degli anni ’40. Papa Francesco e Antonio Gutierrez invocano con accorata energia l’unità europea, la cessazione delle guerre e la pace, in nome di un’umanità che riconosca il comune nemico non in un popolo, in uno stato o in un’ideologia, ma in uno dei tanti virus che abbiamo inconsapevolmente risvegliato, nella nostra pretesa di sfruttamento incontrollato della natura.

Per questo alla Pasqua cristiana possiamo associare la Pasqua civile che il nostro Paese celebra, anch’essa per la prima volta per via telematica, a 75 anni da quell’evento.

 

Bravi tutti, sì, ma qualcosa non funziona

Dico subito che lo slogan “andrà tutto bene” non mi piace. Mi sembra sciocco e puerile, probabilmente offensivo per chi sta davvero male. Forse è utile per far disegnare arcobaleni di speranza a qualche infante che non ha ancora compreso come va il mondo. Forse può “dare morale” come nello sport, oppure favorire una sorta di spirito di squadra in un gruppo sotto pressione. Sentirselo ripetere da autorità pubbliche è una via sbagliata per affrontare la crisi, una via d’uscita troppo semplice. L’emergenza sanitaria è lontanissima dal risolversi, anche se l’incremento del numero dei contagi sta diminuendo. Dobbiamo guardare con fiducia al futuro, sapendo che siamo soltanto all’inizio.

Allo stesso tempo dobbiamo prepararci a giorni tormentati e cupi. Non va e non andrà tutto bene finché avremo la più alta percentuale di morti a livello globale. Troppi operatori sanitari sono a rischio, troppi caduti. Altro che eccellenza della sanità, qualcosa non ha funzionato. Evidentemente non è colpa di medici, infermieri, personale di altro tipo. I problemi sono di lungo periodo. Il Paese è stato praticamente chiuso. Provvedimenti draconiani ma inevitabili. Gli scioperi annunciati ci danno un assaggio di quanto accadrà quando non avremo più (troppi) timori per la salute.

La realtà che sperimenteremo quando smetteremo di piangere chi non ce l’ha fatta non sarà migliore di quella attuale.

Sarà dura, durissima. Adesso ne abbiamo le avvisaglie. Bisognerà cambiare paradigma, non si potrà più tornare alla normalità. Si prospetta una “grande depressione” senza precedenti con una recessione che supererà sicuramente il meno 10%. Questo scenario mai visto determinerà un crollo del gettito fiscale, disoccupazione, impoverimento soprattutto per le fasce più deboli, crollo dei consumi, fallimenti di aziende e un’Italia che intravede la possibilità di una bancarotta.

S’invocano sostegni e aiuti da tutte le parti, ma pochi spiegano come faremo a trovare le risorse già spese. Non possiamo pensare a una nuova esplosione del debito pubblico; serviranno probabilmente misure pesanti come una patrimoniale.

Saranno necessari investimenti pubblici, si parlerà di nazionalizzazioni su larga scala. Su questo ci si dividerà.

L’UE – e in particolare l’euro zona – sta vivendo giornate decisive. Non bastano più i piani per salvare le banche e il sistema finanziario e neppure gli strumenti di aiuto agli Stati in difficoltà come avvenuto in passato. Bisogna rendere comunitaria la fiscalità con un abbozzo di vero governo federale.

Se ciascuno si trincererà dietro al “si salvi chi può”, il progetto europeo rischierà di morire davvero. Affinché in futuro le cose possano cominciare ad andare bene, occorre dirsi la verità. Abbiamo forse sottovalutato la pandemia. Sono stati commessi errori imperdonabili.

Il sociologo norvegese Johan Galtung afferma che tre elementi contribuiscono a plasmare l’identità delle collettività: il mito, la predestinazione e il trauma. L’Italia del dopoguerra si è costruita sul mito della resistenza e della ricostruzione postbellica. C’è stato uno sforzo comunitario che ci ha portato democrazia e benessere. I cittadini e le cittadine erano consapevoli di far parte di un orizzonte collettivo. La nostra predestinazione la conosciamo: essere chiusi nel nostro particolare, litigare tra di noi, ma anche risollevarci.

Di traumi ne abbiamo avuti molti: terremoti, il terrorismo, una crisi politica e istituzionale. Adesso siamo di fronte a qualcosa di molto più grande. Soltanto il nostro lato migliore ci salverà.

In “Trentino” del 25 marzo 2020

Un’associazione per ridurre il debito pubblico

Il 26 settembre del 1992 Luciano Corradini, professore di pedagogia all’Università di Roma e vicepresidente del Consiglio nazionale della pubblica istruzione, si reca in un ufficio postale e versa 500 mila lire come “contributo volontario al risanamento del bilancio dello Stato” italiano. Quello stesso giorno scrive a Giuliano Amato, presidente del Consiglio dei Ministri: “ho deciso di versare mensilmente all’erario 500 mila lire, oltre ovviamente a ciò che debbo in quanto cittadino, finché perdureranno le attuali difficoltà dell’Italia”. Così Luciano Corradini diventa il primo volontario fiscale: “io penso che questo volontariato dentro le istituzioni, questa forma di volontariato fiscale, che non vuole accusare nessuno né coprire alcuna ingiustizia, sia un investimento produttivo di un valore di cui non vedo come si possa fare a meno, noi e chi verrà dopo di noi: parlo della cittadinanza, un bene da produrre e da garantire con appartenenze, leggi e comportamenti, che siano sempre meno inadeguati ad assicurare una buona vita sul Pianeta al più alto numero possibile di persone” (Luciano Corradini – lettera a Giuliano Amato del 26/09/1992). Quella di Corradini non voleva essere soltanto una pur lodevole testimonianza, ma anche un’indicazione sulle strade da intraprendere per il futuro. Lo dimostra il fatto che Corradini ha smesso di effettuare i versamenti mensili allo Stato soltanto dopo un anno e mezzo, quando venne costituita l’Associazione per la Riduzione del Debito Pubblico (ARDeP), di cui Corradini è fondatore e tuttora presidente onorario.

Era il giorno di santa Lucia del 2007. Nell’Auditorium del Liceo Scientifico Mascheroni, ricorrendo il 60° anniversario della promulgazione della Carta Costituzionale, si teneva l’ultimo incontro del corso di formazione “Educazione alla cittadinanza ed alla cultura costituzionale”. Relatore sul tema “Scuola e Costituzione” era Luciano Corradini, professore ordinario della terza Università di Roma. Nella presentazione veniva ricordato che il relatore è stato anche fondatore dell’Associazione per la riduzione del debito pubblico (ARDeP). 

Fino a quel momento non avevo mai sentito nominare Corradini e neppure l’ARDeP. Però la questione del debito pubblico mi interessava. In passato avevo scritto alcuni articoli su questo argomento. Così al termine dell’incontro mi sono avvicinato al relatore per chiedere qualche informazione in più. Per farla breve dico soltanto che sono tornato a casa con una copia del libro “La tunica e il mantello”, che ricostruisce la nascita e i primi anni di storia dell’ARDeP, con la dedica di Luciano Corradini: “a Rocco, incontrato nel mare della Costituzione, dove siamo entrambi giunti venendo da lontano, dalla pianura emiliana e dalle valli bergamasche, dove libertà fa rima con solidarietà”.

Lessi il libro, che riporta questo sottotitolo: “debito pubblico e bene comune: provocare per educare”. Rimasi molto colpito dalla genesi dell’ARDeP. Così decisi di inviare a Corradini una copia dei miei articoli sul debito. L’iscrizione all’ARDeP fu una conseguenza logica. Quattro anni dopo mi ritrovai ad essere eletto vicepresidente e un anno fa addirittura presidente dell’Associazione. 

Ma che cosa fa l’ARDeP? In sintesi si può dire che l'ARDeP è impegnata, dal 1993, a promuovere iniziative di testimonianza, formazione, studio e sensibilizzazione ai valori dell'equità e della solidarietà intergenerazionale, in termini di responsabilità civica, economica e politica. Il debito pubblico italiano, per le dimensioni abnormi e gli effetti devastanti che produce nella vita sociale, deve essere ridotto attraverso un complesso d'interventi a tutti i livelli.

L’ARDeP è una “piccola barchetta” che cerca di navigare nell’oceano del debito cercando di non farsi sommergere. L’associazione si costituisce intorno a tre linee guida: formazione alla cittadinanza, riforme fiscali e strutturali, risanamento della spesa. In particolare, le principali proposte sono:

1 - Promuovere l’informazione e la cultura sul debito pubblico (entità, cause, effetti); realizzare una formazione di base e continua centrata sui diritti e doveri di cittadinanza, anche fiscale, sviluppando sinergie tra istituzioni e società civile, per uno Stato/Repubblica dal volto umano, orientato al bene comune e alla convivenza civile e democratica, richiedendo i doveri di solidarietà sociale e convincendo il Paese a credere in se stesso attraverso un nuovo “patto sociale” tra istituzioni e cittadini, che rilanci partecipazione democratica, fiducia istituzionale, responsabilità sociale e civile.

2 - Approvare una riforma fiscale con l’obiettivo di:

  • inserire tutti i redditi percepiti – a prescindere dalla loro provenienza – nella base imponibile da tassare (eliminazione della cedolare secca su affitti, della tassazione separata dei risparmi e delle attività finanziarie, sostituzione di tutte le attuali forme di tassazione forfettaria attraverso il nuovo sistema);
  • aumentare la deducibilità dalla base imponibile delle spese, soprattutto quelle considerate essenziali e necessarie, ai fini di una corretta determinazione della reale capacità contributiva di ciascuno (art. 53 Cost.);
  • garantire l'equità fiscale aumentando la progressività (art. 53 Cost.) del prelievo tributario (anche attraverso l'aumento del numero delle aliquote e delle relative fasce di reddito imponibile) e diminuendo le aliquote IVA per i beni e i servizi essenziali;
  • combattere l'evasione fiscale anche attraverso l’attivazione di un contrasto di interessi tra consumatore/fruitore e venditore/erogatore, e l'introduzione di una fiscal-card, per disincentivare l’utilizzo dei contanti;
  • combattere il fenomeno della cosiddetta estero-vestizione (fittizia localizzazione all'estero della residenza fiscale di una società) anche mediante l'utilizzo delle intercettazioni come strumento di indagine.

3 - Istituire una imposta patrimoniale straordinaria sui grandi patrimoni (mobili e immobili), con aliquota personale congrua. Si tratta di stabilire per ciascun titolare del patrimonio un'apposita aliquota, mettendo a confronto il patrimonio detenuto con la documentazione storica dei redditi dichiarati al fisco nel più lungo arco di tempo consentito dal sistema informativo dell’anagrafe tributaria. Bisogna prevedere un criterio di calcolo dell’imposta di successione e donazione basato sullo stesso principio.

Luciano Corradini ha efficacemente rappresentato il problema del debito pubblico con un esempio: “ci comportiamo come due genitori che tutte le sere vanno al ristorante e che ogni volta mandano il conto da pagare ai figli”. Così non si poteva e non si può continuare: “mia moglie ed io, genitori di tre figli ormai cresciuti, stiamo cercando d’imparare il mestiere di cittadini”. Umiltà e serietà di un pedagogista, che con il versamento volontario si è sentito “più libero di chiedere al Governo il massimo impegno di equità”.

(tratto dalla rivista “Il Jolly” – gennaio 2020)

Debito pubblico e democrazia consapevole

I numeri, se non sono stati taroccati, non mentono. Il 18 dicembre scorso le cifre degli interessi sui titoli di stato italiani e greci hanno evidenziato che il debito dell’Italia è considerato più a rischio di quello della Grecia. Infatti, un Btp decennale italico offriva un interesse annuo dell’1,33%, mentre il corrispondente titolo di stato ellenico si fermava all’1,29%. Eppure alla fine del 2018 il debito pubblico greco era del 181,2% rispetto al PIL, mentre quello italiano era al 134,8%. Perché la Grecia dai mercati finanziari è oggi considerata più affidabile dell’Italia? Questa dovrebbe essere la prima domanda che tutti dovremmo porci, classe politica in testa. Invece, su questi numeri si tace. Si preferisce discutere d’altro. Per qualche giorno si è parlato (spesso a vanvera) del MES e poi nulla più. I numeri - soprattutto quando sono determinanti - vengono lasciati nella solitudine.

Viene in mente la storiella che Piero Calamandrei raccontò agli studenti di una scuola milanese il 26 gennaio del 1955: «Due emigranti, due contadini, traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: “Che me ne importa, non è mica mio!”».

Nel frattempo nel circo mediatico della politica attuale si danno i numeri delle percentuali dei sondaggi, si propongono funzioni algebriche per la ripartizione dei seggi con la nuova legge elettorale, si calcolano le probabilità della caduta del governo in carica in base all’andamento del mercato della compravendita dei parlamentari. Povera Italia: come ci siamo ridotti! Quanta arroganza e quanta ignoranza: l’incompetenza elevata all’ennesima potenza. Gente che urla dentro e fuori il Parlamento, persone che firmano ad un banchetto di partito senza sapere per che cosa, politici che reiterano menzogne davanti ad un microfono senza timore di essere smentiti o almeno interrogati dall’intervistatore. Possiamo andare avanti così?

In questa situazione di degrado istituzionale è necessario avanzare proposte coraggiose per costruire una politica consapevole:

  1. le scuole e le università devono anzitutto promuovere l’educazione alla cittadinanza, competenze economiche e finanziarie comprese;
  2. alle elezioni si possono candidare soltanto coloro che hanno superato un esame di abilitazione con un test di cultura generale e soprattutto di diritto costituzionale;
  3. gli elettori possono accedere al seggio soltanto dopo aver risposto correttamente ad una semplice domanda di cultura istituzionale.

Perché la democrazia è anche responsabilità, che significa anzitutto saper rispondere. La nostra Costituzione prevede (art. 48) come motivo di esclusione dal voto l’indegnità morale e l’incapacità civile. Sarebbe il caso di applicarla.

Se i politici conoscessero la matematica

Tempo di esami per gli studenti, con lo scopo di accertare le competenze acquisite. Un pensiero laterale prende forma: per i politici esiste una verifica delle competenze e delle conoscenze? Certo, c’è il voto, ma questo evento nulla garantisce sulle capacità reali di un candidato a ricoprire la carica elettiva. Scrivere le leggi non è un mestiere banale e semplice. Siamo sicuri che chi rappresenta il popolo sovrano sia all’altezza della situazione? Il dubbio sorge spontaneo.

Per esempio, sappiamo che la matematica non è un’opinione. Ma allora perché alcuni politici possono “sparare” numeri a caso, senza alcun nesso con la realtà? E perché quando i numeri sono palesemente falsi, ci sono politici che possono continuare a ripeterli impunemente? Queste domande insorgono prepotenti quasi ogni giorno soprattutto guardando la TV.  

Certo, non c’è nulla di nuovo sotto il sole, non è un fenomeno nuovo. Per esempio, resta memorabile Mariastella Gelmini, di Forza Italia, che il 24 settembre 2013 attribuì la responsabilità dell’aumento dell’IVA dal 20% al 21% al governo Monti, mentre in realtà si trattò di una decisione del governo Berlusconi, nel quale Mariastella Gelmini era ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Le date non danno spazio a dubbi: l’IVA aumentò il 17 settembre 2011 e il governo Monti si insediò il 16 novembre 2011, cioè due mesi dopo.

Negli ultimi giorni l’esempio più eclatante è forse quello costituito da due esponenti governativi della Lega, il ministro dell’Interno Matteo Salvini e il sottosegretario allo Sviluppo economico Dario Galli, in relazione a quanto l’Italia versa nelle casse europee.

Il 20 giugno 2019 Matteo Salvini nella trasmissione Porta a Porta afferma: “Siamo il secondo paese per contributi in Europa.  Sicuramente l’Italia paga 6 miliardi in più di quello che le ritorna indietro”. Sul sito della Commissione Europea si può facilmente verificare che l’Italia è in realtà il quarto (e non il secondo) paese con un contributo netto di 2,3 miliardi di euro, dopo la Germania (12,9 miliardi), la Francia (8,2 miliardi) e la Gran Bretagna (5,6 miliardi). Seguono: Olanda (2,1 miliardi), Svezia (1,6 miliardi) e Belgio (1,2 miliardi).

Quattro giorni dopo, il 24 giugno 2019, al TG3 delle ore 19, Dario Galli, che sui numeri dovrebbe essere preparato dato che si occupa dello sviluppo economico, ribadisce l’errore: “L’Italia è contribuente netto per 6 miliardi”. E aggiunge: “Questo basterebbe a mettere a posto deficit e debito”. È il caso di ricordare che nel 2018 l’Italia ha chiuso con un debito di 2.317 miliardi e con deficit di 53 miliardi (fonte Banca d’Italia). Domanda (per gli studenti della scuola primaria): con 6 miliardi l’anno (che in realtà sarebbero 2,3 miliardi), com’è possibile “mettere a posto” deficit e debito italiani?

Per evitare il ripetersi di queste rappresentazioni tragicomiche, non sarebbe il caso di istituire un serio esame per accertare almeno le competenze matematiche dei candidati al parlamento e soprattutto di chi ricopre cariche governative?

La memoria corta di Matteo Salvini

“Debito pubblico, è record: a gennaio è cresciuto di 31 miliardi di euro, siamo ormai arrivati a 2.166 miliardi di euro. Chi pagherà? Purtroppo pagheranno i nostri figli...”. Queste parole non sono - come si potrebbe pensare - di Luciano Corradini, fondatore dell’ Associazione per la riduzione del debito pubblico (ARDeP). Sono invece affermazioni di Matteo Salvini del 13 marzo 2015: si possono leggere ancora oggi nella pagina Facebook del leader della Lega.

Senza andare così lontani nel tempo, si può anche rileggere una dichiarazione del leader leghista del 29 settembre 2018: “dopo anni di manovre economiche imposte dall’Europa che hanno fatto esplodere il debito pubblico (giunto ai suoi massimi storici) finalmente si cambia rotta”. Ma il 13 maggio 2019 nella trasmissione “Porta a Porta” il ministro degli Interni ha dichiarato che “sforare il 3% (del rapporto deficit/Pil) non solo si può, si deve”. 

Il 20 giugno 2019 in un'intervista al Corriere, Matteo Salvini ha parlato di “un taglio delle tasse di almeno 10 miliardi, anzi facciamo 15”, altrimenti “me ne vado”. Anche in questo caso il leader della Lega si smentisce da solo. Il 16 gennaio 2018 in Facebook ha scritto: <<L’Italia ha il terzo debito pubblico del mondo, non può permettersi una riforma fiscale>>. Efficace analisi di Armando Siri che sottoscrivo!”.

Alle obiezioni di chi ha fatto presente che non c’è la copertura finanziaria per effettuare questi tagli e di conseguenza si aumenterebbe il debito pubblico, il leader della Lega ha recentemente replicato in modo paradossale: “Il futuro, dei nostri figli e dell'Italia, viene prima dei vincoli decisi chissà dove". Tralasciando che quei vincoli sono stati decisi nel 1992 a Maastricht anche dall’Italia, a quanto pare oggi il futuro dei nostri figli non è più minacciato dal debito (come nel 2015), ma da chi vuole limitarlo. Siamo di fronte ad un vero cambio di rotta.

Il cavallo di battaglia di Matteo Salvini per effettuare il taglio delle tasse, com’è noto, è la flat tax. In Italia sembra che la tassa piatta sia una formula rivoluzionaria, la panacea di tutti i mali tributari. Si tralascia però di ricordare che molti dei Paesi che hanno introdotto la flat tax sono stati poi costretti ad una retromarcia. La Serbia l’ha abolita nel 2010, la Repubblica Ceca e la Slovacchia nel 2013, l’Albania nel 2014 e la Lettonia nel 2018. Tutti questi Stati sono passati a scaglioni con diverse aliquote fiscali, perché con la flat tax le entrate tributarie erano diventate insufficienti a finanziare la spesa pubblica: scuole, ospedali, strade, pensioni, ecc.

L’attuale ministro degli Interni ha sostenuto più volte che la tassa piatta porterebbe anche ad una diminuzione dell’evasione fiscale. Ma nell’ultimo “Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica”, pubblicato il 29 maggio 2019, la Corte dei Conti ha scritto: “non può essere ignorato come l’estensione del regime forfetario fino a 65.000 euro di ricavi e compensi introdotto dal gennaio del 2019, oltre agli altri effetti negativi che anche la Corte ha nel recente passato sottolineato, rechi un vulnus al sistema di contrasto dell’evasione incentrato sulla fatturazione elettronica per almeno tre ordini di ragioni. Anzitutto, per effetto dell’esonero dalla fatturazione elettronica attiva dei soggetti in regime forfetario si è determinata una vasta zona d’ombra nel sistema appena avviato, data la numerosità dei contribuenti interessati, basti pensare che, secondo i datti diffusi dal MEF, il 53 per cento delle nuove partite IVA sceglie il regime forfetario e che il numero di soggetti ricompresi in tale regime ha ormai raggiunto quasi i due milioni e si avvia a costituire la parte maggioritaria di coloro che svolgono attività indipendenti in forma individuale. In secondo luogo, perché l’obiettivo di collocarsi e permanere entro il limite stabilito per il regime forfetario potrebbe determinare un ulteriore incentivo al nero o, comunque, indurre a un rinvio del momento di contabilizzazione di ricavi e compensi. In terzo luogo, perché per il soggetto rientrante in tale regime verrebbe meno l’interesse a documentare le componenti passive del reddito, beneficiando egli di un abbattimento forfetario che prescinde dall’effettività dell’onere sostenuto”. 

Di fronte alla mancanza di memoria, alle clamorose capovolte e ai proclami infondati torna con insistenza alla mente una frase di Robert L. Stevenson: “La politica è forse l’unica professione per la quale non si ritiene necessaria alcuna preparazione”…

 

Appunti per una riscossa civica. Un contributo a capire e a costruire il futuro

Ci salveremo. Questo è il titolo di un libro di Ferruccio De Bortoli, uscito pochi giorni prima di domenica 26 maggio, giorno in cui abbiamo votato per il rinnovo del Parlamento Europeo. Alcuni commentatori hanno detto che occorrerebbe mettere un punto interrogativo a questo titolo, che pare troppo ottimistico. Certo, il prestigioso giornalista non è un cultore della famosa “Legge di Murphy”, che suona così: “Se qualcosa può andar male, lo farà”.

Io mi sono chiesto però, prima di schierarmi fra gli ottimisti e i pessimisti, qual è il soggetto di questo verbo. Noi chi? Noi italiani, noi europei, noi occidentali, noi bianchi, noi cristiani, noi esseri umani, noi esseri viventi sul Pianeta? Si potrebbe continuare, selezionando coloro che ci interessano più da vicino.

Il pronome noi è il plurale di io, ed è la parola più esclusiva, ma anche la più inclusiva che ci sia nel nostro vocabolario. E’ un pronome personale, maschile e femminile, che si estende da me a tutti/e coloro che io prendo in considerazione col pensiero, con l’affettività, in relazione all’orizzonte che scelgo parlando e scrivendo. Nelle prime pagine del libro di De Bortoli troviamo questa dedica: “Ai tanti che ogni giorno fanno qualcosa per gli altri. Il loro esempio è il nostro futuro”. La prima cerchia del noi è qui identificata non da un numero, ma da un indeterminato tanti, tutti coloro che ci indicano la strada per rendere possibile un futuro comune. Il “nostro” futuro dipende dalla capacità di trarre ispirazione da coloro che sanno fare qualcosa per gli altri. Questa seconda cerchia del noi si estende tanto quanto si estendono la nostra cultura, la nostra sensibilità, la nostra responsabilità e la nostra capacità d’iniziativa e di servizio, sull’esempio di coloro che già “fanno”.

Fare per gli altri è una condizione per salvare anche noi, dato che siamo in qualche modo interdipendenti, legati a un comune destino. Gli altri sono qui intesi non come estranei da cui difenderci o di cui servirci, ma come soggetti per i quali impegnarci, convincendoli a nostra volta, col nostro esempio, a partecipare alla comune salvezza. Al perentorio titolo Ci salveremo, si aggiunge così, nel risvolto di copertina, un punto interrogativo, che fa del futuro un condizionale, cioè una possibilità che dipende in gran parte da noi, cittadini italiani, titolari di diritti e doveri costituzionali. Lo chiarisce il sottotitolo, Appunti per una riscossa civica. Dedica un capitolo anche all’educazione civica, ritenendo che anche attraverso la scuola si debba “ri-scuotere” chi non si sente abbastanza scosso e chiamato in causa dagli eventi drammatici e inquietanti del passato e del presente, e dagli esempi e dalle opportunità di cui disponiamo. Tra quelli che “fanno”, segnala in particolare i volontari. Lui stesso, il Ferruccio nazionale, è presidente del VIDAS, associazione che assiste i malati terminali.

Concludo anch’io con la citazione di una “bella notizia” data dal Corriere della Sera il 29.1.1994: “La Giuria del Corriere segnala un’associazione per ridurre il debito pubblico. Mobilitiamoci tutti contro la bancarotta dello Stato”. Si trattava dell’ARDeP, che non è sfumata come un sogno d’estate, ma che la settimana scorsa ha rinnovato la quinta volta la sua presidenza, il suo sito (www.ardep.it), il programma di ricerca e di formazione, dopo 25 anni d’impegno. Il debito ha continuato a crescere, come l’inquinamento. Non è una buona ragione per minimizzarne il pericolo o per lasciar perdere, ricorrendo a palliativi. Occorre intensificarne la conoscenza, le dinamiche, le strade per ridurre il crescente pericolo e per “sortirne insieme”, nonni e nipoti, cittadini di questa sonnacchiosa Europa, che ha osato definirsi “sede privilegiata della speranza umana”.

Giugno 2019
Luciano Corradini

Il discorso intero del Pontefice sulla figura di don Lorenzo Milani

Cari fratelli e sorelle,

sono venuto a Barbiana per rendere omaggio alla memoria di un sacerdote che ha testimoniato come nel dono di sé a Cristo si incontrano i fratelli nelle loro necessità e li si serve, perché sia difesa e promossa la loro dignità di persone, con la stessa donazione di sé che Gesù ci ha mostrato, fino alla croce.

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La “mancetta” di Matteo Renzi

di Rocco Artifoni

Con il nuovo anno scolastico a tutti i diciottenni è arrivata la “mancetta” di Matteo Renzi: un bonus di 500 euro per acquistare, tramite la “18app” da scaricare sullo smartphone, beni e servizi collegati alla cultura, come libri, ingressi ai musei, biglietti per cinema, teatri e concerti.

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Propaganda e debito pubblico

Ci sono argomenti che non dovrebbero prestarsi alla propaganda. Uno di questi è sicuramente il debito pubblico, dato che si tratta di numeri e non di opinioni.

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Nessuno ci batte per … ignoranza

Primi. In una gara tra 14 paesi molto “sviluppati” siamo arrivati primi. Abbiamo battuto nell’ordine: gli USA, la Corea del Sud, la Polonia, l’Ungheria, la Francia, il Canada, il Belgio, l’Australia, la Gran Bretagna, la Spagna, il Giappone, la Germania e la Svezia. Ma in che cosa consisteva la sfida? Semplice: stabilire qual è la popolazione più ignorante! Nel senso tecnico del termine: chi è più distante dal dato reale, cioè chi ignora maggiormente come stanno davvero le cose. E - purtroppo - noi italiani vinciamo con ampio margine.

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Le rendite di posizione e il sacchieggio dello Stato

SaccheggioRoma-Leutemann-anteprima-600x443-888192Il Sole 24 Ore - 26 marzo 2014 di  Fabrizio Forquet

Non è dato sapere quante ore abbiano dedicato all'insegnamento, ma di certo saranno state molto dense di informazioni per gli studenti. Tanto dense da meritare stipendi fino a 300mila euro all'anno. A tanto ammontano, infatti, le retribuzioni garantite dalla Scuola di formazione del Mef e dalla Scuola superiore della Pa a dirigenti ministeriali di lungo corso, come - per citarne alcuni - Francesco Tomasone, Vincenzo Fortunato, Giuseppe Nerio Carugno, Marco Pinto. Tutti alti burocrati dalle tante relazioni e dagli infiniti incarichi.

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Lotta alla corruzione: relazione della Commissione Europea

corruzione-EuropaSintesi a cura di Pasquale  Moliterni

Il fenomeno dimostra di essere percepito anche dalla popolazione. Nel sondaggio Eurobarometro allegato alla relazione risulta che per più dei tre quarti dei cittadini europei (76%) e ben il 97% degli italiani, la corruzione è un fenomeno nazionale dilagante (in Grecia il 99%).

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Decalogo costituzionale contro il gioco d’azzardo

Giocare d’azzardo non fa bene, anzi, nuoce. Reca danno alle persone, alle famiglie e alle comunità. Riguardando il nostro patto di cittadinanza, che è la Carta Costituzionale, troviamo le ragioni che mostrano quanto il gioco d’azzardo non sia soltanto una malattia o una dipendenza a livello  individuale, ma anche e soprattutto una ferita sociale e collettiva. Vediamo perché, analizzando una decina di articoli della Costituzione.

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Repubblica inetta, nazione corrotta


Estratto a cura di Pasquale Moliterni dall’articolo di Massimo Cacciari su L’Espresso del 30.1.2014, pag. 11, in cui il filosofo italiano si chiede come mai, nonostante i  propositi e  gli impegni assunti all’indomani di Tangentopoli, la corruzione dilaghi ancora in Italia.

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I limiti dell-economia secondo Papa Francesco

(Estratto da “Evangelii Gaudium”, a cura di Pasquale Moliterni)

Tra i  compiti della nostra associazione vi è anche quello di innalzare il livello di informazione e formazione sulle problematiche economiche intrecciate con il debito pubblico.

A tal proposito può essere importante riflettere sulla prima parte del secondo capitolo dell’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”, pubblicata il 26 novembre 2013, in cui Papa Francesco  critica le ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e di un’economia dell’esclusione e della inequità che uccide e che riduce l’uomo solo al bisogno del consumo.

Oggi, vi si legge,  tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole.  Grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie d’uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che addirittura viene promossa,  con l’esclusione resta colpita nella sua stessa radice l’appartenenza alla società in cui si vive.  

In questo contesto, alcuni difendono ancora le teorie  della “ricaduta favorevole”, in cui si sostiene che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante.

Per poter  esprimere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo stile egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Una delle cause di questa situazione -continua il Papa-  si trova nella relazione che abbiamo stabilito con il denaro, poiché ne accettiamo pacificamente il predominio su di noi e sulle nostre società.  La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano!

  1. feticismo del denaro e la dittatura di un’economia senza volto e senza uno scopo veramente umano costituiscono oggi i nuovi idoli. La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia  è frutto di uno snaturamento antropologico che riduce l’essere umano  ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo.

Mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie  che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria.   Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone le sue leggi e le sue regole. Inoltre, il debito e i suoi interessi allontanano i Paesi dalle possibilità praticabili della loro economia e i cittadini dal loro reale potere d’acquisto. A tutto ciò si aggiungano una corruzione ramificata e un’evasione fiscale egoista, che hanno assunto dimensioni mondiali. La brama del potere e dell’avere non conosce limiti. In questo sistema, che tende a fagocitare tutto pur di accrescere i benefici, qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta.

Dietro questo atteggiamento si nasconde il rifiuto dell’etica. All’etica si guarda di solito con un disprezzo beffardo. La si considera controproducente, troppo umana, perché relativizza il denaro e il potere. La si avverte come una minaccia, poiché condanna la degradazione della persona.  L’etica – un’etica non ideologizzata - consente di creare un equilibrio e un ordine sociale più umano.

Serve una riforma finanziaria che non ignori l’etica, ma ciò richiede un vigoroso cambio di atteggiamento da parte dei dirigenti politici, che  esorto - continua Papa Francesco- ad affrontare questa sfida con determinazione, senza ignorare le specificità di ogni contesto. Il denaro deve servire e non governare! Il Papa ama tutti, ricchi e poveri, ma ha l’obbligo di ricordare che i ricchi devono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli. Vi esorto a un ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano.

I meccanismi dell’economia attuale promuovono un’esasperazione del consumo, ma risulta che il consumo sfrenato, unito all’inequità, danneggia doppiamente il tessuto sociale. In tal modo la disparità sociale genera prima o poi violenza.  Non è sufficiente un’educazione che tranquillizzi gli esclusi e li trasformi in esseri inoffensivi. Questo diventa ancora più irritante se gli esclusi vedono crescere questo cancro sociale che è la corruzione profondamente radicata in molti Paesi – nei governi, nell’imprenditoria, nelle istituzioni- qualunque sia l’ideologia politica dei governanti.

L’inequità genera violenza. Fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’iniquità nella società e tra i diversi popoli, sarà impossibile sradicare la violenza. Senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile. Quando la società - locale, nazionale o mondiale - abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Come il bene tende a comunicarsi, così il male a cui si acconsente, cioè l’ingiustizia, tende ad espandere la sua forza nociva e a scardinare silenziosamente le basi di qualsiasi sistema politico e sociale. E’ per questo – esorta il Papa- che dobbiamo cercare di costruire il bene comune.

In breve possiamo dire che le Esortazioni di Papa Francesco  impegnano ciascuna persona, ciascun cittadino  a mettere in campo una concezione etico-antropologica dell’economia, che sia orientata effettivamente alla costruzione del bene comune più che alla salvaguardia di interessi particolari.  

Appello: 'la via maestra'

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Riportiamo l'appello comparso sul sito http://www.costituzioneviamaestra.it.

1. Di fronte alle miserie, alle ambizioni personali e alle rivalità di gruppi spacciate per affari di Stato, invitiamo i cittadini a non farsi distrarre. Li invitiamo a interrogarsi sui grandi problemi della nostra società e a riscoprire la politica e la sua bussola: la Costituzione.

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Debito, disuguaglianza e ricchezza degli italiani

DebitoPubblicoItaliaIl debito pubblico italiano - secondo i dati forniti da Bankitalia - a fine giugno 2013 ha raggiunto il record assoluto di 2.075 miliardi di euro, cioè oltre il 130% del Prodotto Interno Lordo (1.566 miliardi di euro nel 2012).

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Politici validi cercansi con la lanterna

Lo stato migliore non è quello dove sono le leggi migliori, ma quello dove sono gli uomini migliori.
(A. Genovesi, 1765)

Non ne posso più. Sono stanco di sentire ogni giorno persone che se la prendono con la classe politica.

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Lost generation? In Europa si aggirano due spettri: povertà e disoccupazione, soprattutto per i giovani

Almeno due “spettri” si aggirano sempre più spesso per l’Europa: si chiamano povertà e disoccupazione, soprattutto per i giovani. Nella Conferenza di politica dell’occupazione, che si è tenuta il 6 e il 7 settembre a Bruxelles, sono state stimate in 116 milioni le persone a rischio povertà nei Paesi dell’Unione Europea. E ci sono quasi 8 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni che non stanno studiando e che non hanno un impiego. I Paesi con le percentuali più alte di disoccupazione giovanile nell’area Euro sono Grecia, Spagna e Italia. Questi i dati che descrivono il presente.

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La finanza che produce povertà. Borsa, derivati e crisi, l'economia in balia dell'azzardo

 

Le Borse sono nate con una finalità positiva: dare a tutti la possibilità di partecipare alla proprietà delle imprese. In Italia è scritto anche nella Costituzione, che “favorisce l’accesso all’investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese” (art. 47). In realtà oggi è sempre più evidente che le Borse e varie forme di investimento sono diventate un’altra forma del gioco d’azzardo, spesso con un trucco evidente e – peggio – consentito dalle leggi vigenti. Anzitutto la quotazione di un’azione dovrebbe essere in relazione con il valore di una società. Sappiamo invece che il prezzo dipende prevalentemente dal mercato della domanda/offerta. 

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Etica e legalità

“Le leggi sono fatte per l’Uomo, ma non basta all’Uomo rispettare le leggi per comportarsi da Uomo”

Il complesso tema del rapporto tra Etica e Legalità è al centro del dibattito politico mondiale da quando si è con tutta evidenza riscontrato come molti dei comportamenti che hanno contribuito a generare e ad accrescere la crisi finanziaria mondiale del 2008 fossero in gran parte legittimi, e quindi rispettosi del canone della Legalità, ma fortemente scorretti, e quindi non rispettosi dei canoni dell’Etica.

Questo ci fa capire come questo Convegno dell’UCITecnici non stia affrontando temi astratti, benché centrali per determinare il modus vivendi di ognuno di noi, ma questioni estremamente concrete per determinare le scelte politiche nazionali ed internazionali, al centro dell’Agenda del G8 di L’Aquila e del G20 di Pittsburgh.  Dell’attualità del Convegno va dato grande merito al Presidente dell’UCITecnici, Prof. Pietro Samperi, e al Presidente della Sezione Romana, Arch. Annalisa Ciarcelluti, con i quali desidero complimentarmi pubblicamente.  

Ma torniamo al nucleo del problema.  La discrasia tra Etica e Legalità si è storicamente creata per la loro intrinseca diversa velocità di adattamento all’evolversi della realtà quotidiana.  Mentre un adeguamento normativo richiede tempi considerevoli, l’Etica è per sua natura più veloce nel valutare il merito di ogni novità, dovendo porre nel quotidiano i nostri comportamenti allo scrutinio della nostra coscienza.  Soprattutto negli ultimi decenni, a fronte del verificarsi di scoperte scientifiche e di salti tecnologici epocali, sempre più spesso le norme di legge non sono riuscite a tenere il passo dei tempi per cui il mero rispetto della Legalità non è stato più sufficiente ad escludere comportamenti scorretti.  

Più di recente, la discrasia tra Etica e Legalità si è ulteriormente ampliata per l’affacciarsi alle sfere decisionali di soggetti provenienti da religioni e culture sempre più diverse, che hanno significativamente incrinato quell’unità sostanziale dell’Etica che ha caratterizzato il mondo occidentale fino alla Seconda Guerra Mondiale.  Dalla non-violenza di Gandhi, per citare aspetti positivi, fino all’aberrazione dei kamikaze, dapprima giapponesi e oggi -- purtroppo -- sempre più frequenti, si sono sviluppate differenze così profonde a livello di Etica che quest’ultima ha perso rilievo rispetto alla predominanza della Legalità.

La crisi economica del 1998 ci ha consegnato una certezza: laddove l’obiettivo del mero rispetto della Legalità diviene più sentito rispetto agli imperativi categorici morali impostici dell’Etica, e dove ancor peggio si allarga a dismisura il solco tra i limiti imposti dalla Legalità e quelli imposti dall’Etica, lì insorge una crisi profonda perché non bisogna mai dimenticare che “le leggi sono fatte per l’Uomo, ma non basta all’Uomo rispettare le leggi per comportarsi da Uomo” (cfr. Marco, 2, 27-28 “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!  Perciò il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato”).  A noi tecnici, a noi giuristi, spetta dunque il compito di dare peso all’Etica, per imporre il principio che sia inaccettabile per la comunità, e quindi di riflesso anche per l’ordinamento giuridico, quel comportamento che formalmente rispetta tutte le leggi, e quindi sorpassa lo scrutinio della Legalità, ma viola lo spirito delle leggi stesse e del comune sentire, e quindi non supera lo scoglio dello scrutinio dell’Etica.

Un recente studio promosso da UBS, una delle banche più colpite dalla crisi, ha analizzato la differenza tra Ethos ed Etica, definendo l’Ethos come quel complesso di comportamenti e valori individuali che, per quanto nobili, non possono essere imposti come principi della collettività, e definendo invece l’Etica come quel complesso di comportamenti e valori che hanno acquisito un riconoscimento ed un rispetto a livello mondiale, per cui devono in qualche modo essere imposti a tutti, anche se esorbitanti rispetto al mero rispetto della Legalità.

Le varie culture giuridiche mostrano vari esempi di come il diritto possa superare il principio di Legalità in senso stretto, ponendo l’asticella ben oltre quest’ultimo fin quasi a raggiungere i livelli dell’Etica, attraverso “Norme Obiettivo” che sanzionano qualsiasi strumento diretto a violare l’obiettivo protetto dal legislatore indipendentemente dalle forme in cui suddetta violazione venga a manifestarsi.  Nel diritto fiscale italiano, a differenza della maggior parte dei paesi del mondo, vige il principio che il rispetto formale di tutte le leggi non esclude che una pianificazione fiscale possa essere ritenuta illegittima e quindi sanzionata.  Nel processo statunitense, le prerogative del giudice sono talmente ampie per cui i comportamenti formalmente leciti delle parti possono pur sempre essere sanzionati come ostruzionistici nei confronti della giustizia o offensivi nei confronti della Corte.  Nei paesi di common law, la stessa accusa ha ampia libertà nel perseguire o meno atti in violazione di legge, così legittimando una valutazione etica degli stessi che prescinde dal fatto in sé ma lo valuta in relazione al soggetto che lo ha commesso.

Da queste brevi riflessioni, possiamo trarre le seguenti conclusioni:

1. È indispensabile ridurre il solco tra Etica e Legalità, perché la legittimazione o la mancata sanzione di comportamenti contrari all’Etica ma formalmente rispettosi della legge mina alle radici la sostenibilità della convivenza sociale.  Citando il titolo di questo intervento, “le leggi sono fatte per l’Uomo, ma non basta all’Uomo rispettare le leggi per comportarsi da Uomo”.

2. È indispensabile realizzare un “galateo dell’etica”, un dizionario di quei principi etici universalmente riconosciuti, ed inserire negli ordinamenti giuridici una norma che renda automaticamente illegale un comportamento, seppur formalmente rispettose delle singole leggi, che sia contrario a questo galateo riconosciuto dall’Etica.

3. In tale ottica, ben venga la distinzione tra Ethos ed Etica, stando bene attenti a non appiattirci tutti sul comune divisore delle singole culture, ma con l’auspicio che questa Etica globale possa continuamente alzare la propria asticella.  Del resto, non si potrà mai far rientrare l’Etica all’interno dei vincoli della Legalità se non si riesce in qualche modo ad oggettivizzarla attraverso una delimitazione dei propri confini.

4. È indispensabile incrementare la discrezionalità del giudice, riconoscendogli il potere di prescindere dal rispetto di rigorose previsioni normative e di valutare l’intera fattispecie nel quadro di una Norma Obiettivo.  E’ per questa flessibilità che, nel momento della crisi, la giustizia anglosassone ha stravinto il confronto con quella europea tradizionale, con Bernie Madoff in carcere e Calisto Tanzi libero nella sua villa, con i managers dell’ENRON arrestati e privati dei loro illeciti guadagni ed i truffatori italiani ed europei non adeguatamente puniti.

Concludo con un augurio all’Italia e a noi Italiani!  Nonostante una magistratura purtroppo in larghe aree allo sbando, che ha perso ogni senso di equilibrio rispetto alla durata dei processi, dobbiamo mantenere la nostra fiducia nei singoli giudici, nella consapevolezza che una giustizia migliore non possa prescindere da una maggiore discrezionalità degli uomini ai quali è affidata l’amministrazione della giustizia, per permettere loro di valutare il rispetto sostanziale dei principi di Etica comune, alzando l’asticella e se del caso persino ignorando il più arido rispetto del canone della mera Legalità: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!  Perciò il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato”.

 

 

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