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Fisco

Italia, un paese di infedeli…

“Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi”. Inizia così nella nostra Carta Costituzionale l’art. 54, quello che chiude la prima parte sui “diritti e doveri dei cittadini”. È l’unico articolo in cui si utilizza l’aggettivo “fedeli”. Fedeltà, fede, fiducia. Quello precedente, l’art. 53, prescrive: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Il 2 giugno scorso si è celebrata la festa della Repubblica. Il giorno successivo Ernesto Maria Ruffini, direttore dell'Agenzia delle Entrate, presentando al Festival dell'Economia di Torino il suo libro “Uguali per Costituzione. Storia di un'utopia incompiuta dal 1948 a oggi”, ha detto: "Sono 19 milioni le persone che hanno debiti con il fisco. Le abbiamo individuate, ma a chi conviene metterle tutte in cella?". Viene in mente Benedetto Croce: “Non abbiamo bisogno di chissà quali grandi cose o chissà quali grandi uomini. Abbiamo solo bisogno di più gente onesta”.

L’Italia ha circa 59 milioni di abitanti e quasi 41 milioni di contribuenti. Quindi, un contribuente su due ha un conto in sospeso con il fisco. L’ammontare complessivo di tutti i debiti da riscuotere (non solo tasse ma anche multe stradali ed altre partite) è di 1'100 miliardi di euro. In media si tratta di oltre 57 mila euro a testa. Nel frattempo il debito pubblico italiano al 31 marzo 2022 ha toccato un nuovo record: 2'755 miliardi di euro (fonte Banca d’Italia, maggio 2022).

Tutti sappiamo che il debito pubblico dell’Italia è il più grande in Europa. Quello che non diciamo è che, nonostante la pandemia, i cittadini italiani sono i più ricchi d’Europa. “A fine 2020 la ricchezza netta delle famiglie italiane è pari a 10'010 miliardi di euro, 8,7 volte il loro reddito disponibile, registrando una crescita dell'1% (circa 100 miliardi) rispetto al 2019. Le abitazioni, che hanno costituito la principale forma di investimento delle famiglie, rappresentano quasi la metà della ricchezza lorda, per un valore di 5'163 miliardi. Le attività finanziarie hanno raggiunto 4'800 miliardi, in crescita rispetto all'anno precedente, soprattutto per l'aumento di depositi e riserve assicurative” (fonte Banca d’Italia e ISTAT, gennaio 2022).

In sintesi, considerando i numeri, si potrebbe concludere che in Italia lo stato è così indebitato e le famiglie sono (mediamente) così ricche, poiché la metà dei contribuenti è infedele. Ma chi sono questi infedeli? “La propensione all'evasione e all'elusione (tax gap) in ambito IRPEF nel 2018 è stata pari al 2,8% (4,4 miliardi di euro) per i redditi da lavoro dipendente e al 67,6% (32,7 miliardi di euro) per i redditi da lavoro autonomo e di impresa” (Guido Carlino, presidente della Corte dei Conti, 5 febbraio 2021).

Tutto ciò non è un fenomeno soltanto recente, ma avviene da decenni: l’economia sommersa dell’Italia è stata pari al 25% del PIL come media annua nel periodo dal 1991 al 2015 (fonte Fondo Monetario Internazionale). Anzi, è palese fin dai tempi della Costituzione: “Il fenomeno dell'evasione fiscale oggi si verifica su di una scala preoccupante e compromette un'equa ripartizione dei carichi tributari. In una simile situazione la pressione tributaria diviene vessatoria e veramente insopportabile per gli onesti e per le categorie dei contribuenti che non possono sfuggire all'esatta determinazione dell'imposta per motivi tecnici” (Ezio Vanoni, Ministro delle Finanze, 1949).

"Le tasse - ha commentato Ernesto Maria Ruffini in un'intervista a La Stampa il 3 giugno scorso - sono uno strumento per avere uno stato democratico. Sono la cartina di tornasole dell'inciviltà di un Paese, perché ad esempio si fanno pagare le tasse per retribuire gli stipendi ai medici che ci salvano la vita. Lo Stato ha dovuto tagliare la spesa sanitaria, perché non ci sono abbastanza risorse. La scorciatoia è non rendersi conto che si sta segando il ramo su cui si è seduti. Dobbiamo essere consapevoli delle nostre scelte, invece si fa finta di nulla, con la complicità della politica".

Aveva ragione Francis Bacon: “Niente provoca più danno in uno Stato del fatto che i furbi passino per saggi”.

Papa Francesco, il 1° febbraio scorso, ricevendo in udienza una delegazione dell’Agenzia delle Entrate guidata da Ernesto Maria Ruffini, ha detto: “La tassazione è segno di legalità e giustizia. Deve favorire la redistribuzione delle ricchezze, tutelando la dignità dei poveri e degli ultimi, che rischiano sempre di finire schiacciati dai potenti. Il fisco, quando è giusto, è in funzione del bene comune. Lavoriamo perché cresca la cultura del bene comune, perché si prenda sul serio la destinazione universale dei beni”.

L’Italia è anche un Paese con grandi disuguaglianze, in continuo aumento. Il 40% più ricco della popolazione detiene l’85% del patrimonio; il restante 60% possiede il 15%. Negli ultimi 20 anni in Italia: il 10% più ricco della popolazione ha aumentato la quota di ricchezza dal 40% al 55% del totale, mentre l’1% più ricco della popolazione l’ha aumentata dal 15% al 20% (fonte OXFAM).

Che fare? Oggi più che mai vale il monito di Piero Calamandrei: “Per far vivere una democrazia non basta la ragione codificata nelle norme di una Costituzione democratica, ma occorre, dietro di esse, la vigile e operosa presenza del costume democratico che voglia e sappia tradurla, giorno per giorno, in concreta, ragionata e ragionevole realtà”.

 

Catasto, riforma di facciata

La Commissione Europea ha approvato il 23 maggio scorso la Raccomandazione del Consiglio sul programma nazionale di riforma 2022 dell’Italia1), corredata della Relazione2) che descrive lo stato dell’economia e dell’occupazione, i progressi del piano per la ripresa e la resilienza e definisce le priorità che l’Italia dovrà affrontare nell’immediato futuro.

Tra queste ultime rientrano l’adeguamento delle politiche fiscali a cui viene dedicata nella Relazione una parte importante. L’obiettivo è la riduzione del carico fiscale che grava sul lavoro, “in particolare per le persone con salari più bassi, al fine di avvantaggiare i lavoratori a basso reddito affrontando così in parte le disuguaglianze attuali e contribuendo al conseguimento degli obiettivi principali dell’UE in materia di occupazione, competenze e riduzione della povertà per il 2030”.

La Commissione giudica il sistema fiscale italiano, così come modificato con la miniriforma dell’IRPEF avvenuta a fine 2021, ancora suscettibile di miglioramento in quanto esso “potrebbe essere maggiormente orientato alla crescita”. Anche a seguito di tali riforme il cuneo fiscale sul lavoro, è rimasto infatti elevato rispetto ad altri stati membri dell’UE e il profilo delle aliquote d’imposta marginali effettive sul reddito delle persone fisiche, resta caratterizzato da una forte discontinuità.

Nella Relazione si richiama la necessità di utilizzare altre fonti di entrata meno penalizzanti per la crescita come quelle derivanti dall’aggiornamento dei valori catastali degli immobili, la cui base imponibile è obsoleta e dall’utilizzo di concessioni pubbliche, quali le spiagge, in quanto quest’ultime sono state automaticamente rinnovate per lunghi periodi e a valori di gran lunga inferiori a quelli di mercato.

Le modifiche introdotte a febbraio del 2022 dal Governo al progetto di legge annuale sulla concorrenza, prevedono concorsi aperti per le concessioni solo a partire dal 2024. La Commissione ritiene quindi che esistano margini per ulteriori riduzioni degli oneri fiscali sul lavoro, senza la necessità di aggravare la situazione di bilancio del Paese.

Altro rilievo riguarda le entrate derivanti dalle imposte ambientali: in Italia sono superiori alla media UE a causa delle imposte sull’energia, ma la loro struttura, a giudizio della Commissione, non promuove sufficientemente la transizione verso tecnologie più pulite per effetto dell’ampio ricorso a sovvenzioni dannose per l’ambiente. Viene ripreso anche il tema delle agevolazioni fiscali: troppo numerose e in costante aumento accrescono la complessità e l’inefficienza del sistema fiscale. Nella sostanza il nostro è stato definito dal Consiglio della Commissione Europea un sistema con debolezze di lunga data, in grado di ostacolare l’efficienza economica e la ripresa del Paese.

I temi sopra richiamati sono tutti contenuti nel disegno di legge delega di riforma fiscale presentato dal Governo a ottobre del 2021, e rappresentano i principi cardine per una riforma generale del sistema fiscale, che a seguito della sua approvazione da parte del Parlamento dovrà prendere concretamente forma entro 18 mesi con l’adozione dei decreti attuativi.

Ma i tempi per la conclusione del suo iter parlamentare restano lunghi e incerti a causa degli scontri politici avvenuti all’interno della maggioranza di Governo che hanno bloccato la riforma per un paio di mesi. A soli tre giorni dalla pubblicazione della Raccomandazione della Commissione, sembra essere stato raggiunto un accordo, (il 26 maggio) rispetto al quale non tutte le forze politiche hanno espresso piena condivisione.

Il testo – da definire – potrebbe essere sottoposto all’esame della Camera a partire dal prossimo 14 giugno, dopo la ripresa dell’iter in Commissione Finanze dove il nuovo accordo dovrebbe essere votato come emendamento al disegno di legge delega. Nella migliore delle ipotesi quest’ultima potrebbe essere approvata in via definitiva dalle Camere entro la fine di luglio, data da cui decorreranno i 18 mesi per l’emanazione dei decreti attuativi.

Dalle prime indiscrezioni sul contenuto dell’accordo sembra che le modifiche apportate non vadano tutte nella direzione auspicata dalla Commissione Europea: di disuguaglianze non se ne parla e nemmeno di più progressività. Sul catasto la modifica appare di facciata: viene eliminato il riferimento al valore patrimoniale e a quello di mercato per poi essere reintrodotto indirettamente con l’indicazione, per ogni unità immobiliare di una ulteriore rendita suscettibile di aggiornamento periodico secondo i criteri previsti dal PDR 138/1998.

Il maggior gettito derivante dall’emersione degli immobili “fantasma” sarà destinato ad abbattere le aliquote IMU, prioritariamente dei Comuni nei quali si trovano tali immobili. Si conferma la flat tax, cedolari secche e aliquote agevolate e scompare la “tendenziale evoluzione del sistema verso un modello compiutamente duale” con buona pace dello stesso riordino del sistema: molte rendite continueranno ad essere tassate meno dei redditi da lavoro e da pensione che resteranno i più penalizzati. Punto di merito: l’inserimento della lotta all’evasione e all’elusione fiscali anche attraverso soluzioni di intelligenza artificiale tra i decreti attuativi della legge delega.

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1) COUNCIL RECOMMENDATION on the 2022 National Reform Programme of Italy and delivering a Council opinion on the 2022 Stability Programme of Italy.

2) 2022 Country Report – Italy Accompanying the document Recommendation for a COUNCIL RECOMMENDATION.

 

Fonte: https://www.laportadivetro.org/catasto-riforma-di-facciata/

 

“Uno, nessuno e centomila” contro la riforma del catasto

Credo che sia giunto il momento di far gettare la maschera a chi strumentalizza la riforma del catasto, equiparandola a un presunto aumento delle tasse; a chi gioca a sollevare un polverone per acquisire non nuove rendite catastali … ma raccattare voti alle prossime elezioni; in ultimo, a chi, nella sostanza, gioca sporco fomentando il panico e l’isteria contro qualunque cosa che suoni come riforma fiscale o che vi possa anche soltanto assomigliare.

La riforma del catasto, e chi siede in Parlamento ne è prettamente consapevole, non metterà le mani nelle tasche degli italiani. Al contrario, metterà le mani nelle tasche degli italiani onesti per restituire loro il supplemento di tassa pagato per compensare chi evade, chi elude, chi ruba alla collettività. Punto e basta. Il resto è solo noia, perché i tormentoni alla lunga, prima che stancare, annoiano. Come è più volte ribadito su La Porta di Vetro, l’azione di governo mira alla riorganizzazione del catasto.

Azione doverosa, per un Paese civile, che ci viene richiesta, non a caso, dalla civilissima Europa. E la conferma non arriva solo dalle continue dichiarazioni e rassicurazioni del presidente del Consiglio Mario Draghi ma è contenuta nel testo della stessa legge che si suppone tutti i parlamentari, deputati e senatori, abbiano potuto leggere.

Ora, è del tutto evidente che il "tormentone" con cui si agita chi all’interno del governo non vuole comunque rinunciare alle posizioni di rendita (ministeri, sottosegretariati e tutto ciò che offre il sottobosco politico) altro non è che mera propaganda per attribuirsi davanti all’elettorato il merito di avere messo fuorigioco i tentativi di incremento della pressione fiscale. Quindi, ri-agitare lo spauracchio delle tasse suona del tutto anacronistico, perché il governo Draghi ha già definito una linea comune su questo tema, che riflette, tra l’altro, come ricordato sopra, le continue pressioni da parte dell’Unione Europea.

Tale linea è una riduzione della pressione fiscale generalizzata (e per talune situazioni anche discutibile perché non necessaria). Con l’applicazione dell’articolo 2 della legge di bilancio di quest’anno, i primi effetti si sono già visti sulle retribuzioni del mese scorso.

Ma il propagandismo viscerale, purtroppo, assume anche una connotazione ben precisa: quella di poter attrarre consenso anche da quella frangia di proprietari immobiliari preoccupati che l’operazione di "trasparenza" promossa da Draghi produce l’emersione degli illeciti sul mattone che in Italia equivalgono, e forse superano ampiamente, i 6 miliardi di euro all’anno, tra affitti in nero, case fantasma, e abusi edilizi. Morale: se l’operazione sarà condotta bene, e in tempi ragionevoli, riceverà il plauso dei cittadini onesti, perché finalmente vedranno i "signori della truffa continuata" regolarizzare in tempi altrettanto ragionevoli i loro debiti con lo Stato per risparmiarsi le sanzioni.

I lettori ora si chiederanno, e con ragione, chi è quel "chi" cui si fa riferimento. Ma, per quanto possa sembrare sconcertante, il suo identikit è noto da anni: è chi irrompe sulle reti televisive, sui quotidiani, sui social per martellare la pancia degli italiani, che sono comunque forniti di cervello. È chi chiede meno tasse e più soldi pubblici - e nuovi scostamenti di bilancio - spostando sulle spalle delle future generazioni il peso insostenibile di un debito che si sta ingrossando a dismisura. È chi difende i privilegi di pochi a danno di molti, come la conservazione, anzi il potenziamento della flat tax e la tassazione dei redditi di capitale e immobiliari in misura proporzionale che, come ben sappiamo, non generano una progressività dell’imposizione - chi più ha più paga, come vuole la nostra Costituzione - ma, al contrario, favoriscono i redditi più elevati, prevalentemente derivanti da grandi patrimoni finanziari e immobiliari.

Insomma, per dirla con un titolo di memoria pirandelliana è "uno, nessuno e centomila" cui si concede il lusso, da una posizione di governo del Paese, di porre veti che rischiano di far "saltare" una delle riforme centrali per l’Italia. Del resto, l’interesse di quell’Uno, nessuno e centomila, come insegna Pirandello, è sempre la maschera sovrana, che si associa alla finzione populistica e alla teatralità del gesto prepotente, tratti in cui il bene comune fa fatica a riconoscersi.

Fonte: https://www.laportadivetro.org/uno-nessuno-e-centomila-contro-la-riforma-del-catasto/

 

Le proposte di Meloni su catasto, fisco e pensioni

Domenica 1° maggio si è conclusa a Milano la convention di tre giorni del partito Fratelli d’Italia. La leader Giorgia Meloni ha concluso il meeting con alcune proposte e dichiarazioni. In particolare qui ne sottolineiamo due: la contrarietà alla riforma del catasto (“la casa degli italiani non si tocca”) e la proposta di innalzamento delle pensioni minime a 1'000 euro mensili.

Sono due punti interessanti. Il primo perché è palesemente irrazionale. Non si vuole “toccare” la casa degli italiani, ma sarebbe logico conoscere di che casa effettivamente si tratta. Questo è lo scopo della riforma del catasto: verificare la condizione effettiva del patrimonio immobiliare esistente, per evitare di far pagare imposte ingiuste, che non corrispondono al valore reale.

Meloni a quanto pare non vuole nessuna riforma sulle abitazioni, lasciando che le case abusive restino abusive e che quelle accatastate in modo incongruo restino incongrue. Lasciamo tutto così com’è, cioè il privilegio per chi paga meno del dovuto e il danno per chi paga di più del dovuto. Un programma politico assolutamente e coerentemente conservatore, di chi vuole mantenere lo statu quo. Strano: di solito i partiti che si collocano all’opposizione sono per il cambiamento o addirittura per la rivoluzione.

La proposta di alzare le pensioni minime a 1'000 euro potrebbe essere condivisa da tutti. Serietà vorrebbe che venissero indicate le risorse economiche per realizzare questo rafforzamento del welfare state. Ma Giorgia Meloni non indica dove trovare le risorse per la copertura economica di questa proposta.

È appena il caso di ricordare che la spesa pensionistica è la prima voce delle uscite del bilancio dello Stato: 288 miliardi di euro nel 2021. Inoltre, le pensioni inferiori a 1'000 euro sono il 68% del totale (se consideriamo soltanto le donne, arriviamo all’82%). La media delle pensioni in Italia è di poco inferiore ai 1'000 euro. Quindi, si potrebbe decidere che tutti i pensionati ricevano circa 1'000 euro. Dubitiamo che Giorgia Meloni sia d’accordo. In alternativa bisognerebbe trovare molte decine di miliardi per alzare le pensioni minime senza toccare quelle più elevate. Dato che - secondo il Meloni pensiero - “la casa non si tocca”, non è possibile aumentare il gettito fiscale del patrimonio immobiliare. Quindi, dove si potrebbero trovare i fondi necessari?

Forse per risolvere il problema delle pensioni minime bisognerebbe recuperare le risorse anzitutto da chi non paga il dovuto. Nelle casse del fisco a causa dell’evasione fiscale ogni anno si crea un buco di oltre 100 miliardi di euro. Questi soldi - se recuperati - probabilmente basterebbero per elevare tutte le pensioni minime a 1'000 euro. Ma da Giorgia Meloni non sono arrivate indicazioni o proposte in tal senso.

Inoltre, l’attuale sistema fiscale, da poco riformato, continua a presentare molte incongruenze, disparità e iniquità. A titolo di esempio: un contribuente con reddito di 65'000 euro, se è un lavoratore dipendente paga 20'850 euro (32%) di imposta oltre all’IRPEF regione e comunale, se invece è un lavoratore autonomo versa 9'750 euro (15%) con esenzione dall’IRPEF regionale e comunale. Una situazione palesemente ingiusta e incostituzionale. Ovviamente di questa iniquità non è responsabile il partito della Meloni, dato che si colloca all’opposizione. Ma perché non ha detto una parola per cancellare questa vergognosa ingiustizia?

 

Catasto: “nessuno pagherà più tasse”, sempre che a pagarle siano tutti …

Per un solo voto è stato approvato in Commissione Finanze della Camera l’art. 6 della Riforma Fiscale del governo Draghi, ma il fronte del centro destra – Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia – annunciano battaglia in aula per far stralciare definitivamente dal progetto di legge l’articolo che riguarda l’ammodernamento del Catasto. Eppure il disegno di legge delega del 5 ottobre aveva ottenuto l’assenso delle variegate forze politiche della maggioranza di governo, con la sola assenza – ma non opposizione – della Lega.

Ma questo voltafaccia delle forze politiche che si rifanno a Salvini, Berlusconi e Meloni, non trova giustificazione coerente con la materia in discussione, sembra non turbare più di tanto palazzo Chigi che continua a ripetere, in modo lapidario “nessuno pagherà più tasse”. Un’affermazione che trova riscontro nello stesso articolo della legge e nella relazione che ne ha accompagnato la stesura, ma che sembra non convincere un pezzo della sua maggioranza e provocare sconcerto nei 26 milioni di proprietari di immobili che già conferiscono annualmente alle casse pubbliche 40 miliardi di Euro tra IMU e imposte erariali, ma soprattutto grande preoccupazione – che non dovrebbe dolere a nessuno, per la verità – in quelli che allo stato attuale non conferiscono nulla.

1939: anno di nascita della riforma catastale Catasto

L’attuale Catasto Edilizio Urbano – formato successivamente al Catasto Terreni – nacque con la legge 11 agosto 1939 n. 1249. Il relativo regolamento di attuazione venne approvato con DPR 1^ dicembre 1949 n. 1142, più di 10 anni dopo, perché in mezzo c’era stata la Seconda guerra mondiale. Ma la sua entrata in vigore avvenne, su tutto il territorio nazionale con regole uniformi, solo dal 1^gennaio 1962, dieci anni dopo… La sua evoluzione avvenne ancora dopo, nel 1993, con il Decreto Legge 30 dicembre n. 557, nascita del Catasto Fabbricati, dove sono registrati oggi dati di natura tecnico-fisica, giuridica ed economica, associati a ogni unità immobiliare urbana. Nei 54 anni trascorsi – dal 1939 al 1993 – non si può negare che siano avvenute trasformazioni significative di contesto storico e di costume attraverso la trasformazione delle città – da rurali a residenziali – e di miglioramento delle condizioni di vita che hanno significativamente cambiato il patrimonio immobiliare italiano. Nel 1996, anno in cui venne condotta su iniziativa dell’amministrazione comunale di Rivoli, centro oggi di 46 mila abitanti in provincia di Torino, una singolare operazione di rilevazione fisica del patrimonio immobiliare privato e pubblico per fare ordine sul sistema fiscale locale e sull’inventario dei beni pubblici presenti sul territorio, fece emergere oltre alle costruzioni abusive, immobili mai censiti ancora risalenti al Regno d’Italia e proprietà immobiliari ancora classificate come case rurali con impianto di irrigazione, trasformate successivamente in ville con piscina. L’esperienza ebbe un rilievo nazionale non solo per la rapidità con cui venne svolta e conclusa (6 mesi), ma anche per aver fruttato 14 miliardi di vecchie lire a favore delle casse comunali. Oggi la parola d’ordine è, interoperabilità, con l’utilizzo di metodologie innovative che possono dialogare e scambiare informazioni tra i diversi livelli istituzionali di governo ma anche direttamente con i cittadini, rendendo più facile e veloce un ammodernamento complessivo di questo importante strumento che, è bene ricordare, a differenza del catasto tavolare, non certifica la proprietà.

Un quadriennio di tregua per mettersi in regola

Sul fronte delle tasse, l’art. 6 (comma 2 lettera a) prevede che le informazioni rilevate attraverso le operazioni di ammodernamento del catasto, “non siano utilizzate per la determinazione della base imponibile dei tributi la cui applicazione si fonda sulle risultanze catastali e, comunque, per finalità fiscali”. Principio quest’ultimo da attuare concretamente con i decreti legislativi che il Governo è delegato ad emanare entro 18 mesi dalla data di entrata in vigore della legge in discussione.L’affermazione di Mario Draghi è fondata e, se le parole pronunciate hanno un loro significato, non nega che chi finora non ha mai pagato potrebbe essere chiamato a farlo.

Una tregua di 4 anni, dunque, per consentire a chi non lo è di mettersi in regola sapendo che è solo questione di tempo, perché l’attuale confusione e inefficienza dell’inventario del patrimonio privato e anche pubblico sarà recuperata con determinazione. “Il Governo non è nato per stare fermo” ha sbottato il Presidente del consiglio. Le legge in discussione non contiene nell’articolo 6 nessun riferimento alle aliquote dei tributi sugli immobili, che già sono applicati sul valore patrimoniale attraverso coefficienti e moltiplicatori che poco inducono alla trasparenza.

La modernizzazione del catasto non può che rendere questo strumento più efficace e vantaggioso anche per gli stessi cittadini; il recupero delle basi imponibili attualmente sconosciute, calcolate anche con l’attuale sistema di attribuzione degli estimi, produrrà più gettito e la determinazione di valori attualizzati e aderenti alla realtà, di rendita e di patrimonio, qualora più elevati, potrebbero essere neutralizzati con la riduzione delle attuali aliquote, non solo a gettito complessivo invariato per l’erario, ma con vantaggi fiscali per tutti i proprietari di immobili. “Pagare tutti per pagare di meno”: lo slogan adottato dal Comune di Rivoli 25 anni fa sembra abbia ancora una sua validità.

Fonte: https://www.laportadivetro.org/catasto-nessuno-paghera-piu-tasse-sempre-che-a-pagarle-siano-tutti/

 

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